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Una pietra sopra

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Una pietra sopra

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A Stone Laid Atop

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Italo Calvino

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Italo Calvino

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Il libro

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The Book

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“Ho messo insieme scritti che contengono dichiarazioni di poetica, tracciati di rotta da seguire, bilanci critici, sistemazioni complessive del passato e presente e futuro, quali sono andato successivamente elaborando e mettendo da parte durante gli ultimi venticinque anni … Posso ora raccogliere questi saggi in volume, cioè accettare di rileggerli e farli rileggere. Per fermarli al loro posto nel tempo e nello spazio. Per allontanarli di quel tanto che permette d’osservarli nella giusta luce e prospettiva. Per rintracciarvi il filo delle trasformazioni soggettive e oggettive, e delle continuità. Per capire il punto in cui mi trovo. Per metterci una pietra sopra.”

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“I have gathered writings containing declarations of poetics, navigational charts for routes to follow, critical assessments, and comprehensive arrangements of past, present, and future—documents I successively drafted and set aside over the last twenty-five years... I can now collect these essays into a volume, which is to say, accept rereading them and having others reread them. To fix them in their proper time and place. To distance them just enough to observe them in the right light and perspective. To trace the thread of subjective and objective transformations, and of continuities. To understand where I stand. To lay a stone atop them.”

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Italo Calvino

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Italo Calvino

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L’autore

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The Author

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Italo Calvino (Cuba 1923 - Siena 1985) dopo gli studi e la Resistenza in Liguria si laureò in Lettere a Torino. Dal 1947 al 1983 lavorò a vario titolo per l’editore Einaudi. Visse a Sanremo, a Torino, a Parigi, e dal 1980 a Roma. Collaboratore di quotidiani e riviste, diresse insieme con Vittorini «il menabò di letteratura». Tra le sue opere: Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949), Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone rampante (1957), I racconti (1958), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo (1963), Le Cosmicomiche (1965), Ti con zero (1967), Le città invisibili (1972), Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), Palomar (1983), Lezioni americane (1988).s

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Italo Calvino (Cuba 1923 - Siena 1985) studied and participated in the Resistance in Liguria before graduating in Literature from Turin. From 1947 to 1983, he worked in various roles for the publisher Einaudi. He lived in Sanremo, Turin, Paris, and from 1980 onward in Rome. A contributor to newspapers and journals, he co-directed the literary journal il menabò with Vittorini. His works include: The Path to the Nest of Spiders (1947), The Crow Comes Last (1949), The Cloven Viscount (1952), Italian Folktales (1956), The Baron in the Trees (1957), Short Stories (1958), The Nonexistent Knight (1959), Marcovaldo (1963), Cosmicomics (1965), t zero (1967), Invisible Cities (1972), If on a winter’s night a traveler (1979), Palomar (1983), and Six Memos for the Next Millennium (1988).

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Italo Calvino

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Italo Calvino

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Una pietra sopra

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A Stone Laid Atop

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Discorsi di letteratura e società

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Discourses on Literature and Society

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Presentazione dell’autore

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Author’s Preface

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con uno scritto di Claudio Milanini

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with an essay by Claudio Milanini

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Presentazione

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Preface

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Una pietra sopra uscì nell’aprile del 1980 nella collana Gli Struzzi dell’editore Einaudi. Agli interventi raccolti nel libro Calvino premise una breve Presentazione (riprodotta in questa edizione) in cui prendeva in certa misura le distanze da quei suoi interventi e da «l’intellettuale impegnato» che era stato per oltre un decennio. Per citarne le parole conclusive, «posso ora raccogliere questi saggi in volume, cioè accettare di rileggerli e farli rileggere. Per fermarli al loro posto nel tempo e nello spazio. Per allontanarli di quel tanto che permette d’osservarli nella giusta luce e prospettiva. Per rintracciarvi il filo delle trasformazioni soggettive e oggettive, e delle continuità. Per capire il punto in cui mi trovo. Per metterci una pietra sopra».

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A Stone Laid Atop was published in April 1980 in Einaudi’s Gli Struzzi series. To the collected essays, Calvino prefaced a brief introduction (reproduced in this edition) that partially distanced himself from these interventions and from the “engaged intellectual” he had been for over a decade. To quote its concluding words: “I can now collect these essays into a volume, which is to say, accept rereading them and having others reread them. To fix them in their proper time and place. To distance them just enough to observe them in the right light and perspective. To trace the thread of subjective and objective transformations, and of continuities. To understand where I stand. To lay a stone atop them.”

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In realtà Calvino aveva scritto anche un altro testo, destinato con tutta probabilità a presentare il libro. Poi preferì evidentemente la misura scarna e il tono sbrigativo, quasi brusco, dell’altro. Volle comunque far conoscere anche questa presentazione più analitica e storicizzante: la pubblicò il 15 aprile 1980 sul quotidiano «la Repubblica» (che la intitolò Sotto quella pietra), a cui aveva da poco cominciato a collaborare. La riproduciamo integralmente per i lettori degli Oscar.

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In reality, Calvino had written another text, likely intended as the book’s introduction. He evidently preferred the concise measure and almost brusque tone of the other preface. Nevertheless, he wished to share this more analytical and historicizing presentation: it appeared on April 15, 1980, in the daily newspaper la Repubblica (which titled it Beneath That Stone), with which he had recently begun collaborating. We reproduce it in full for Oscar series readers.

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Con i miei scritti saggistici ho sempre avuto rapporti contrastati. I testi narrativi, bene o male, una volta che li ho scritti e messi a punto, come sono sono; non posso più toccarli né far finta di non averli scritti. Appena un racconto o un romanzo hanno raggiunto la loro forma, acquistano una stabilità e un’indipendenza, un loro diritto di circolare per il mondo in cui io non mi sento più autorizzato a interferire. Le pagine di riflessione invece non riesco mai a vederle come definitive e staccate da me: partecipano della natura fluida del discorso parlato, sono sottoposte alle perplessità del ragionamento, alle sospensioni del giudizio, e quasi direi anche agli accidenti fonetici dell’espressione vocale. Anche quando mi lancio nelle enunciazioni più perentorie, sento che resta nel fondo una certa balbuzie interiore.

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My relationship with essay-writing has always been fraught. Narrative texts, for better or worse, once written and polished, exist as they are; I can no longer touch them or pretend I never wrote them. Once a story or novel achieves its form, it gains stability and independence, a right to circulate in the world where I no longer feel authorized to interfere. Reflective pieces, however, I can never view as definitive or detached from myself: they partake of the fluid nature of spoken discourse, subject to the hesitations of reasoning, the suspensions of judgment, and almost what I might call the phonetic accidents of vocal expression. Even when launching into the most peremptory declarations, I sense an underlying inner stammer.

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Ci sono scrittori che non lasciano invecchiare nel cassetto nessuna delle loro pagine. Alcuni hanno fatto delle raccolte d’interventi e scritti d’occasione la struttura portante della loro opera, un discorso senza soste a cui è affidato il senso complessivo anche dell’espressione poetica. Ma questo non è stato il mio caso, forse perché uno scetticismo di fondo m’ha impedito d’investire tutto me stesso in una battaglia ben definibile, così come Pasolini nella rivendicazione di verità del dialetto o dell’umile Italia pre-tecnologica, e Fortini nella sua riforma morale come prefigurazione d’una società rigenerata (tanto per citare due ricorrenti interlocutori di questi miei scritti). Ci sono poi quelli che hanno messo a punto un livello di scrittura stilisticamente omogeneo, sia nei testi d’invenzione che in quelli di polemica o di commento dell’attualità: per esempio Arbasino e, in altro modo, Sanguineti; essi possono essere gli autori come d’un libro continuo, un journal ininterrotto. Io no: ogni volta sento il bisogno di concludere e di ricominciare ex novo.

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There are writers who let no page languish in their drawers. Some have made collections of occasional writings and interventions the backbone of their œuvre—an unceasing discourse entrusted with conveying the totality of meaning, even of their poetic expression. But this has not been my case, perhaps because a fundamental skepticism prevented me from investing my entire self in a neatly definable battle, as Pasolini did in championing the truth of dialect or pre-technological Italy’s humble authenticity, or Fortini in his moral reform as prefiguration of a regenerated society (to cite two recurrent interlocutors in these writings). Others have honed a stylistically homogeneous register across both imaginative works and polemical or current-affairs commentary: Arbasino, for instance, or in another mode, Sanguineti; they might be considered authors of a continuous book, an unbroken journal. Not I: each time, I feel the need to conclude and begin anew.

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Negli anni passati, a chi mi sollecitava a ripubblicare in volume qualcuno di questi testi, rispondevo che non riuscivo a vederli come definitivi, che avrei dovuto aggiungere altre pagine per precisare meglio il mio pensiero, oppure che li sentivo troppo legati a congiunture transitorie e che conveniva aspettare che nuovi corsi e ricorsi tornassero a dar loro attualità; oppure che tra ciò che propugnavo nelle mie dichiarazioni teoriche e ciò che concretamente realizzavo come scrittore c’era un salto troppo grande e dovevo prima gettare un ponte che collegasse le due rive.

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In years past, when pressed to republish some of these texts in volume form, I replied that I could not see them as definitive—that I would need to add further pages to clarify my thinking, or that they felt too tied to transient circumstances and should await new cycles to restore their relevance. Or else that the chasm between what I advocated in theoretical declarations and what I concretely achieved as a writer was too vast, and I must first build a bridge between the two shores.

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Il volume esce ora che mi sono tanto allontanato dal punto di partenza da non saper più cosa potrei correggere o aggiungere; ora che il tempo ha esteso su queste carte una patina uniforme trasformando l’occasionalità in documento d’epoca; ora che posso riconoscere nel libro un disegno, quale esso è venuto assumendo indipendentemente dalla mia volontà, un tema che si precisa via via, un itinerario e una vicenda cui si può attribuire un senso compiuto, anche se non un punto d’arrivo.

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The volume now emerges at a time when I have drifted so far from my starting point that I no longer know what to correct or add; when time has cast a uniform patina over these pages, transforming their occasional nature into period documents; when I can recognize in the book a design—one that took shape independently of my will—a theme gradually sharpening into focus, an itinerary and narrative that may be ascribed a completed meaning, if not a destination.

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In poche parole, il tema del libro sarebbe questo: per un certo numero d’anni c’è uno che crede di lavorare alla costruzione d’una società attraverso il lavoro di costruzione d’una letteratura. Col passare degli anni s’accorge che la società intorno a lui (la società italiana, ma sempre vista in relazione con le trasformazioni in atto nel mondo) è qualcosa che risponde sempre meno a progetti o previsioni, qualcosa che è sempre meno padroneggiabile, che rifiuta ogni schema e ogni forma. E la letteratura è anch’essa refrattaria a ogni progettazione, non si lascia contenere in nessun discorso. Per un po’ il protagonista del libro cerca di tener dietro alla complessità crescente architettando formule sempre più dettagliate e spostando i fronti d’attacco; poi a poco a poco capisce che è il suo atteggiamento di fondo che non regge più. Comincia a vedere il mondo umano come qualcosa in cui ciò che conta si sviluppa attraverso processi millenari oppure consiste in avvenimenti minutissimi e quasi microscopici. E anche la letteratura va vista su questa doppia scala. Gli scritti che ho scelto per «montare» il libro potrebbero servire a tracciare una storia come quella che ho raccontato. Ma certo non voglio imporre una direzione di lettura univoca: se ci sarà chi ricaverà dal libro un’altra vicenda, non ha che da proporre la sua tesi e dimostrarla.

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In brief, the book’s theme might be described as follows: for a number of years, there exists someone who believes he is working toward building a society through the labor of constructing a literature. As the years pass, he realizes that the society around him (Italian society, yet always viewed in relation to global transformations) increasingly resists projections or predictions—something ever less governable, rejecting all schemas and forms. Literature too proves refractory to any planning, eluding containment within discursive frameworks. For a time, the book’s protagonist attempts to keep pace with mounting complexity by devising ever more detailed formulations and shifting his lines of attack; gradually, he comes to understand that his fundamental approach no longer holds. He begins to see the human world as something where what matters unfolds through millennial processes or resides in minuscule, almost microscopic events. Literature too must be viewed through this dual scale. The writings I’ve selected to “assemble” this book might serve to trace such a history. Yet I certainly don’t wish to impose a unidirectional reading: should others extract a different narrative from these pages, let them propose their thesis and argue it.

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Quanto al titolo da dare al libro, dapprima ho cercato se tra i titoli originali dei vari saggi ce ne fosse uno che facesse al caso. Ma erano per lo più titoli baldanzosi ed energetici come Il midollo del leone o La sfida al labirinto, mentre io cercavo un titolo adeguato allo stato d’animo in cui oggi rileggo e ricapitolo la mia esperienza. Ho scelto Una pietra sopra per dare il senso d’una storia conclusa e per la quale non c’è proprio da cantar vittoria, per significare che non si può riprendere il discorso se non dopo aver allontanato da sé molte pretese senza fondamento. Ma Una pietra sopra ha anche il senso della necessità di fissare la propria esperienza così come è stata, perché possa servirci a qualcosa.

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Regarding the book’s title, I first considered whether any original essay titles might suffice. But most were bold and energetic—like The Lion’s Marrow or The Challenge to the Labyrinth—whereas I sought one befitting the mindset in which I now revisit and recapitulate my experience. I chose A Stone Laid Atop to convey a concluded story offering no cause for triumph, signaling that discourse cannot resume until many unfounded pretensions are cast aside. Yet A Stone Laid Atop also implies the necessity of fixing one’s experience as it was, so that it might prove useful.

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Comunque il titolo è venuto alla fine, quando il libro era già composto. La prima operazione era stata decidere da dove cominciare la mia scelta. Ho scartato un decennio di pubblicistica giovanile (che comprende le mie collaborazioni all’«Unità», a «Rinascita», al «Contemporaneo», e che potrebbe – visto che ormai mi sono messo su questa strada – dare materia a un altro volume, a una «pietra sopra» d’uno strato geologico più remoto) e ho messo in testa alla raccolta, come un antefatto, un saggio scritto e pubblicato nel 1955, Il midollo del leone, che rappresenta un po’ la sintesi di tutto quel periodo, in quanto voleva definire una linea letteraria e, come si diceva allora, «morale-civile» nell’ambito della problematica culturale della sinistra post-resistenziale.

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In any case, the title emerged last, once the book was already composed. The initial task had been deciding where to begin my selection. I discarded a decade of youthful journalism (including contributions to L’Unità, Rinascita, and Il Contemporaneo—material that, now that I’ve embarked on this path, could fill another volume, a “stone laid atop” a more remote geological stratum) and placed at the collection’s head, as a prelude, an essay written and published in 1955: The Lion’s Marrow. This text synthesizes that entire period by seeking to define a literary and, as they said then, “moral-civic” line within post-Resistance leftist cultural debates.

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La linea del Midollo del leone, che potrei definire di difesa della supremazia del soggetto cosciente e razionale, continua negli scritti che seguono nel volume, ma particolarmente da Il mare dell’oggettività che è del 1959 si sente che siamo entrati in un’altra epoca. E questo non tanto per i cambiamenti avvenuti nella mia biografia politica (rottura col Pci nel 1956-1957) quanto perché il paesaggio culturale che mi circonda si è trasformato ed esige altre sistemazioni. Comincia la traversata degli anni Sessanta, che occupa la parte principale del libro come importanza e numero di scritti.

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The trajectory of The Lion’s Marrow—which I might characterize as defending the supremacy of the conscious, rational subject—continues in the volume’s subsequent writings. Yet from The Sea of Objectivity (1959) onward, one senses we’ve entered another epoch. This shift stems less from changes in my political biography (the 1956-1957 rupture with the PCI) than from transformations in the surrounding cultural landscape, demanding new frameworks. Thus begins the traversal of the Sixties, occupying the book’s central portion in both significance and page count.

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Sono gli anni del «Menabò» di Elio Vittorini, quaderni di ricerca d’una nuova letteratura (iniziati nel 1959 e conclusi con la morte del loro animatore nel 1966). Sollecitato dallo slancio di Vittorini che ha ritrovato in quegli anni la sua carica più comunicativa, combattiva e ottimista, ho scritto due saggi in cui cerco di dare una sistemazione complessiva delle esperienze letterarie più diverse: Il mare dell’oggettività sulle tendenze presenti nell’attualità internazionale e La sfida al labirinto (1962) sulla storia delle avanguardie.

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These are the years of Elio Vittorini’s Il Menabò—notebooks probing new literary directions (launched in 1959 and concluded with their animator’s death in 1966). Stirred by Vittorini’s rediscovered communicative verve, combative spirit, and optimism during this period, I wrote two essays attempting comprehensive systematizations of diverse literary experiences: The Sea of Objectivity (on international trends) and The Challenge to the Labyrinth (1962), addressing avant-garde histories.

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Sono anche gli anni degli inizi, da una parte, della nuova avanguardia letteraria (i «Novissimi», poi il «Gruppo 63») e, dall’altra, della nuova avanguardia ideologico-politica («Quaderni rossi», «Quaderni piacentini») che aprirà la strada alla Nuova Sinistra dei gruppi del Sessantotto. Con la neo-avanguardia letteraria «Il menabò» stabilisce subito ponti e scambi; con quella ideologico-politica sono prevalenti le ragioni di polemica perché essa ravvisa nella linea culturale del «Menabò» gli estremi del reato capitale di «razionalizzazione del sistema». Questo è il nodo che affronto in un terzo saggio apparso sul «Menabò»: L’antitesi operaia (1964), dove esercito la mia vecchia passione ordinatrice e catalogatrice non più soltanto sulla letteratura ma sulle teorizzazioni politiche e difendo la continuità d’un’idea di «razionalità» dagli assalti del neo-marxismo che, a differenza del vecchio, rifiuta ogni legame di discendenza dai Lumi settecenteschi.

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These years also witness the emergence of new literary avant-gardes (the “Novissimi,” later Gruppo 63) alongside new ideological-political vanguards (Quaderni Rossi, Quaderni Piacentini), which would pave the way for the New Left groups of 1968. Il Menabò immediately established bridges with the literary neo-avant-garde, while relations with the ideological-political front were predominantly polemical, as the latter accused Menabò’s cultural line of the cardinal sin of “system rationalization.” This knot is confronted in a third essay from Menabò: The Worker Antithesis (1964), where I exercise my old passion for ordering and cataloging—now extended beyond literature to political theorizations—defending the continuity of “rationality” against neo-Marxist assaults that, unlike classical Marxism, reject all ties to Enlightenment ideals.

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Questo saggio è l’ultimo mio tentativo di riassorbire tutte le obiezioni possibili in un disegno generale. Di lì in poi non posso più nascondermi la sproporzione tra la complessità del mondo e i miei mezzi d’interpretazione: per cui abbandono ogni tono di sfida baldanzosa e non tento più sintesi che si pretendano esaustive. La fiducia in un lungo sviluppo della società industriale che m’ha sostenuto fin qui (ripetuti accenni negli scritti di quest’epoca provano che io credevo in un progressivo avvicinamento di America e Russia come livello di vita e mentalità e sistema economico-sociale) si dimostra insostenibile, così come una possibilità di progettazione che non sia a breve scadenza, per tirare avanti alla meno peggio. La frase «non darò più fiato alle trombe» che viene fuori incidentalmente in uno scritto del 1965, ora mi sembra che possa servire a definire una tappa del mio percorso.

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This essay marks my final attempt to subsume all possible objections within a grand design. From this point onward, I can no longer ignore the disproportion between the world’s complexity and my interpretive tools. Thus I abandon all tones of bold challenge and cease pursuing purportedly exhaustive syntheses. The faith in industrial society’s prolonged development that sustained me until now (repeated hints in these writings prove I believed in a gradual convergence between America and Russia in lifestyle, mentality, and socioeconomic systems) proves untenable, as does any long-term planning beyond short-term improvisations. The phrase “I’ll blow the trumpets no more,” which surfaces incidentally in a 1965 text, now seems to demarcate a stage in my journey.

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Gli anni Sessanta sono un’epoca di rinnovamento dell’orizzonte culturale, vista l’inadeguatezza del modo di conoscenza umanistico a comprendere il mondo. Linguistica, antropologia strutturale, semiologia: la frequentazione di questi territori si fa sentire nei miei scritti di questa stagione, anche se non mi abbandona la riluttanza di fondo ad affidarmi interamente a un metodo che tenda a diventare sistema onnicomprensivo. Preferisco disporre intorno a me una congerie d’elementi disparati e non saldati tra loro: le scienze della natura oltre alle «scienze umane», l’astronomia e la cosmologia, il deduttivismo e la teoria dell’informazione. (Sul piano narrativo, tra il 1965 e il 1967 pubblico Le Cosmicomiche e Ti con zero). E non per caso, contemporaneamente all’esplorazione delle possibilità espressive dei linguaggi scientifici, sostengo la dimensione «comica», grottesca dell’immaginazione come il linguaggio di più alta affidabilità in quanto il meno menzognero. (Naturalmente questa dimensione comica era stata sempre presente nella mia pratica creativa, ma solo a questo momento, direi, trova il posto che merita nella mia attenzione critica.) Un nome che si collega a tutti questi aspetti comincia a essere citato con frequenza: quello del rabelaisiano e enciclopedico Raymond Queneau.

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The Sixties mark an era of cultural horizon renewal, given the inadequacy of humanistic modes of knowledge to comprehend the world. Linguistics, structural anthropology, semiology: my engagement with these fields permeates my writings of this period, though my fundamental reluctance to fully entrust myself to any method aspiring to become an all-encompassing system remains. I prefer surrounding myself with a conglomeration of disparate, unconnected elements: natural sciences alongside "human sciences," astronomy and cosmology, deductivism and information theory. (On the narrative front, between 1965 and 1967 I published Cosmicomics and t zero). Not coincidentally, while exploring the expressive potential of scientific languages, I simultaneously championed the "comic," grotesque dimension of imagination as the most reliable linguistic mode for its inherent truthfulness. (This comic dimension had always been present in my creative practice, but only at this juncture, I would say, does it receive its due critical attention.) A name increasingly cited in connection with these aspects emerges: that of Rabelaisian encyclopedist Raymond Queneau.

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A questo punto nella cronologia della nostra storia viene il Sessantotto, con le sue clamorose mutazioni di mentalità collettiva e di funzioni sociali. Ebbene, il solo scritto che ho trovato per riempire la casella «Sessantotto» in questo libro è una pagina scritta per una rievocazione di Vittorini dove lo scrittore morto due anni prima viene presentato come un antesignano del «maggio». Posso cercare una spiegazione sia di questo silenzio che di questo tipo d’intervento: m’ero reso conto che il mondo era cambiato e che non avrei più saputo dire dove stava andando; non avevo nessuna veste per spiegare agli altri cosa fare e cosa non fare, ammesso che ne fossi stato capace e che gli altri mi stessero a sentire; la sola cosa che potevo fare era salvare il senso d’un passato nella possibile continuità con questo presente.

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At this point in our chronology arrives 1968, with its seismic shifts in collective mentality and social functions. Curiously, the only text I found to fill the "1968" slot in this book is a page written for a tribute to Vittorini, where the writer who died two years earlier is portrayed as a precursor to the "French May." I might explain both this silence and this particular intervention: I had realized the world had changed and I could no longer discern its trajectory; I lacked any authority to advise others on what to do or avoid, assuming I were capable and they inclined to listen; my sole recourse was to preserve the meaning of a past that might maintain continuity with this present.

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Il contributo alla problematica antiautoritaria e antirepressiva del Sessantotto testimoniato nel libro è la riproposta di Charles Fourier, l’utopista della realizzazione dei desideri (per un’edizione dei suoi scritti che uscirà nel 1971). Il maggio parigino aveva vantato Fourier tra i suoi precursori, ma a me interessava come modello d’un ordine mentale che non seguiva affatto la corrente. Fourier dimostra che una civiltà antirepressiva non vuol dire uno scatenamento d’impulsi vitali, di spontaneismi confusi, ma richiede conoscenza e precisione, un’organizzazione complessa, spirito classificatorio, programmi previsti nei minimi dettagli, oltre alla convinzione che la singolarità individuale è preziosa per il bene di tutti.

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My contribution to 1968's anti-authoritarian and anti-repressive discourse, as evidenced here, lies in reviving Charles Fourier - utopian theorist of desire's realization (for an edition of his writings published in 1971). While the Parisian May had claimed Fourier among its precursors, what interested me was his model of mental order swimming resolutely against the current. Fourier demonstrates that an anti-repressive civilization doesn't mean unleashing chaotic vital impulses, but requires knowledge and precision: complex organization, classificatory rigor, minutely detailed programs, alongside the conviction that individual singularity enriches the collective good.

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Così arriviamo agli anni Settanta. All’assuefazione al peggio della società, una risposta della letteratura che non sia mimetica, a rimorchio dell’esistere, ancora non si vede. E non so se questo libro indichi chiaramente il punto in cui mi trovo ora, nell’itinerario che ho cercato di ricostruire. Certo gli ultimi testi del volume non posso storicizzarli perché corrispondono a miei pensieri di adesso. Vuol dire che da un certo punto in poi la pietra che poso sulle pagine scritte va intesa solo come un fermacarte.

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Thus we arrive at the Seventies. Faced with society's growing accustomed to the worst, literature's non-mimetic response - not merely trailing behind existence - remains elusive. Whether this book clearly indicates my current position along the reconstructed itinerary, I cannot say. Certainly, the volume's final texts resist historicization as they correspond to my present thoughts. From this point onward, the stone I place on the written pages should be understood merely as a paperweight.

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Cronologia

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Chronology

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La presente Cronologia riproduce quella curata da Mario Barenghi e Bruno Falcetto per l’edizione dei Romanzi e racconti di Italo Calvino nei Meridiani Mondadori, Milano 1991.

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This Chronology reproduces that edited by Mario Barenghi and Bruno Falcetto for the Mondadori Meridiani edition of Italo Calvino's Novels and Stories, Milan 1991.

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Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura.

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Biographical data: I remain among those who believe, with Croce, that for an author only the works matter. (When they matter, naturally.) Hence I provide no biographical data, or else falsify them, or in any case always strive to alter them from one occasion to the next. Ask me whatever you wish to know, and I shall tell you. But I shall never tell you the truth, of that you may be certain.

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Lettera a Germana Pescio Bottino, 9 giugno 1964

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Letter to Germana Pescio Bottino, 9 June 1964

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Ogni volta che rivedo la mia vita fissata e oggettivata sono preso dall’angoscia, soprattutto quando si tratta di notizie che ho fornito io […] ridicendo le stesse cose con altre parole, spero sempre d’aggirare il mio rapporto nevrotico con l’autobiografia.

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Whenever I revisit my life fixed and objectified in writing, I am seized by anguish, particularly when dealing with information I myself supplied [...] By rephrasing the same things with different words, I always hope to circumvent my neurotic relationship with autobiography.

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Lettera a Claudio Milanini, 27 luglio 1985

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Letter to Claudio Milanini, 27 July 1985

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1923

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1923

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Italo Calvino nasce il 15 ottobre a Santiago de las Vegas, una piccola città presso L’Avana. Il padre, Mario, è un agronomo di vecchia famiglia sanremese che, dopo aver trascorso una ventina d’anni in Messico, si trova a Cuba per dirigere una stazione sperimentale di agricoltura e una scuola agraria. La madre, Eva (Evelina) Mameli, sassarese d’origine, è laureata in scienze naturali e lavora come assistente di botanica all’Università di Pavia.

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Italo Calvino is born on 15 October in Santiago de las Vegas, a small town near Havana. His father Mario, an agronomist from an old Sanremese family, had spent twenty years in Mexico before arriving in Cuba to direct an experimental agricultural station and agrarian school. His mother Eva (Evelina) Mameli, of Sassarese origin, held a degree in natural sciences and worked as a botany assistant at the University of Pavia.

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«Mia madre era una donna molto severa, austera, rigida nelle sue idee tanto sulle piccole che sulle grandi cose. Anche mio padre era molto austero e burbero ma la sua severità era più rumorosa, collerica, intermittente. Mio padre come personaggio narrativo viene meglio, sia come vecchio ligure molto radicato nel suo paesaggio, sia come uomo che aveva girato il mondo e che aveva vissuto la rivoluzione messicana al tempo di Pancho Villa. Erano due personalità molto forti e caratterizzate […]. L’unico modo per un figlio per non essere schiacciato […] era opporre un sistema di difese. Il che comporta anche delle perdite: tutto il sapere che potrebbe essere trasmesso dai genitori ai figli viene in parte perduto» [RdM 80].

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"My mother was a deeply severe woman, austere, rigid in her convictions about both trivial and weighty matters. My father too was very austere and gruff, but his severity manifested as more tempestuous, irascible, intermittent. As a narrative character, my father translates better – both as an old Ligurian deeply rooted in his landscape, and as a man who had traveled the world experiencing the Mexican Revolution during Pancho Villa's time. They were two powerfully distinctive personalities [...] The only way for a son not to be crushed [...] was to erect a system of defenses. This inevitably entailed losses: much knowledge that parents might transmit to children was partially forfeited." [RdM 80]

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1925

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La famiglia Calvino fa ritorno in Italia. Il rientro in patria era stato programmato da tempo, e rinviato a causa dell’arrivo del primogenito: il quale, per parte sua, non serbando del luogo di nascita che un mero e un po’ ingombrante dato anagrafico, si dirà sempre ligure o, più precisamente, sanremese.

51

The Calvino family returns to Italy. Their repatriation had long been planned, delayed by the arrival of their firstborn: who, for his part, retaining from his birthplace nothing but an inconvenient bureaucratic detail, would forever consider himself Ligurian or, more precisely, Sanremese.

52

«Sono cresciuto in una cittadina che era piuttosto diversa dal resto dell’Italia, ai tempi in cui ero bambino: San Remo, a quel tempo ancora popolata di vecchi inglesi, granduchi russi, gente eccentrica e cosmopolita. E la mia famiglia era piuttosto insolita sia per San Remo sia per l’Italia d’allora: […] scienziati, adoratori della natura, liberi pensatori […]. Mio padre, di famiglia mazziniana repubblicana anticlericale massonica, era stato in gioventù anarchico kropotkiniano e poi socialista riformista […]; mia madre […], di famiglia laica, era cresciuta nella religione del dovere civile e della scienza, socialista interventista nel ’15 ma con una tenace fede pacifista» [Par 60].

52

"I grew up in a town quite unlike the rest of Italy during my childhood: San Remo, still populated then by elderly English colonists, Russian grand dukes, eccentric cosmopolitans. My family was equally unusual for both San Remo and the Italy of that era: [...] scientists, nature worshippers, freethinkers [...] My father, from a Mazzinian republican anti-clerical Masonic family, had been an anarchist Kropotkinite in his youth before becoming a reformist socialist [...] My mother [...] from a secular family, was raised in the religion of civic duty and science, a socialist interventionist in 1915 yet with an unwavering pacifist faith." [Par 60]

53

I Calvino vivono tra la Villa Meridiana e la campagna avita di San Giovanni Battista. Il padre dirige la Stazione sperimentale di floricoltura Orazio Raimondo, frequentata da giovani di molti paesi, anche extraeuropei. In seguito al fallimento della Banca Garibaldi di Sanremo, mette a disposizione il parco della villa per la prosecuzione dell’attività di ricerca e d’insegnamento.

53

The Calvinos divide their time between Villa Meridiana and the ancestral countryside of San Giovanni Battista. The father directs the Orazio Raimondo Experimental Floriculture Station, frequented by students from numerous countries, including non-European ones. Following the collapse of the Garibaldi Bank of Sanremo, he converts the villa's grounds to continue research and educational activities.

54

«Tra i miei familiari solo gli studi scientifici erano in onore; un mio zio materno era un chimico, professore universitario, sposato a una chimica; anzi ho avuto due zii chimici sposati a due zie chimiche […] io sono la pecora nera, l’unico letterato della famiglia» [Accr 60].

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"Among my relatives, only scientific studies were held in esteem; one of my maternal uncles was a chemist and university professor married to a chemist aunt; in fact, I had two chemist uncles married to two chemist aunts [...] I am the black sheep, the only man of letters in the family" [Accr 60].

55

1926

55

1926

56

«Il primo ricordo della mia vita è un socialista bastonato dagli squadristi […] è un ricordo che deve riferirsi probabilmente all’ultima volta che gli squadristi usarono il manganello, nel 1926, dopo un attentato a Mussolini. […] Ma far discendere dalla prima immagine infantile tutto quel che si vedrà e sentirà nella vita, è una tentazione letteraria» [Par 60].

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"My earliest childhood memory is of a socialist being clubbed by squadrists [...] this likely refers to the last time Fascist squads wielded their batons in 1926, after an assassination attempt on Mussolini. [...] But tracing back everything one would later see and experience in life to that first childhood image is a literary temptation" [Par 60].

57

I genitori sono contrari al fascismo; la loro critica contro il regime tende tuttavia a sfumare in una condanna generale della politica. «Tra il giudicare negativamente il fascismo e un impegno politico antifascista c’era una distanza che ora è quasi inconcepibile» [Par 60].

57

His parents opposed Fascism, though their critique of the regime often dissolved into a generalized condemnation of politics. "There was a chasm between critically judging Fascism and taking an active antifascist political stance - a distance nearly inconceivable today" [Par 60].

58

1927

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1927

59

Frequenta l’asilo infantile al St George College. Nasce il fratello Floriano, futuro geologo di fama internazionale e docente all’Università di Genova.

59

Attends kindergarten at St George College. His brother Floriano is born, who would become an internationally renowned geologist and professor at the University of Genoa.

60

1929-1933

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1929-1933

61

Frequenta le Scuole Valdesi. Diventerà balilla negli ultimi anni delle elementari, quando l’obbligo dell’iscrizione verrà esteso alle scuole private.

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Attends the Waldensian Schools. He joins the Balilla youth organization during his final elementary years when membership became mandatory even in private institutions.

62

«La mia esperienza infantile non ha nulla di drammatico, vivevo in un mondo agiato, sereno, avevo un’immagine del mondo variegata e ricca di sfumature contrastanti, ma non la coscienza di conflitti accaniti» [Par 60].

62

"My childhood experience lacked any drama. I grew up in an affluent, serene world, perceiving reality as richly nuanced yet without awareness of bitter conflicts" [Par 60].

63

1934

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1934

64

Superato l’esame d’ammissione, frequenta il ginnasio-liceo G.D. Cassini. I genitori non danno ai figli un’educazione religiosa, e in una scuola statale la richiesta di esonero dalle lezioni di religione e dai servizi di culto risulta decisamente anticonformista. Ciò fa sì che Italo, a volte, si senta in qualche modo diverso dagli altri ragazzi: «Non credo che questo mi abbia nuociuto: ci si abitua ad avere ostinazione nelle proprie abitudini, a trovarsi isolati per motivi giusti, a sopportare il disagio che ne deriva, a trovare la linea giusta per mantenere posizioni che non sono condivise dai più. Ma soprattutto sono cresciuto tollerante verso le opinioni altrui, particolarmente nel campo religioso […]. E nello stesso tempo sono rimasto completamente privo di quel gusto dell’anticlericalismo così frequente in chi è cresciuto in mezzo ai preti» [Par 60].

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Passing the entrance exam, he enrolls at the G.D. Cassini classical high school. His parents' request for exemption from religious instruction - highly unconventional in a state school - occasionally made Italo feel distinct from peers: "I don't believe this harmed me. It taught perseverance in one's convictions, endurance of isolation for just causes, and how to maintain unpopular positions. Above all, it fostered tolerance toward others' beliefs, particularly religious ones [...] while sparing me the anticlericalism common among those raised around priests" [Par 60].

65

1935-1938

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1935-1938

66

«Il primo vero piacere della lettura d’un vero libro lo provai abbastanza tardi: avevo già dodici o tredici anni, e fu con Kipling, il primo e (soprattutto) il secondo libro della Giungla. Non ricordo se ci arrivai attraverso una biblioteca scolastica o perché lo ebbi in regalo. Da allora in poi avevo qualcosa da cercare nei libri: vedere se si ripeteva quel piacere della lettura provato con Kipling» [manoscritto inedito].

66

"I discovered the true pleasure of reading relatively late, around twelve or thirteen, through Kipling - the first and (especially) the second Jungle Book. Whether encountered through school or as a gift, I can't recall. From then on, books became a quest to recapture that initial thrill" [unpublished manuscript].

67

Oltre ad opere letterarie, il giovane Italo legge con interesse le riviste umoristiche («Bertoldo», «Marc’Aurelio», «Settebello») di cui lo attrae lo «spirito d’ironia sistematica» [Rep 84], tanto lontano dalla retorica del regime. Disegna vignette e fumetti; si appassiona al cinema. «Ci sono stati anni in cui andavo al cinema quasi tutti i giorni e magari due volte al giorno, ed erano gli anni tra diciamo il Trentasei e la guerra, l’epoca insomma della mia adolescenza» [As 74].

67

Beyond literature, young Italo devoured humor magazines like Bertoldo, Marc’Aurelio, and Settebello, drawn to their "spirit of systematic irony" [Rep 84] that counterbalanced Fascist rhetoric. He sketched cartoons and developed a cinephile passion: "There were years when I went to the movies nearly daily, sometimes twice - my adolescence between '36 and the war" [As 74].

68

Per la generazione cui Calvino appartiene, quell’epoca è però destinata a chiudersi anzitempo, e nel più drammatico dei modi. «L’estate in cui cominciavo a prender gusto alla giovinezza, alla società, alle ragazze, ai libri, era il 1938: finì con Chamberlain e Hitler e Mussolini a Monaco. La “belle époque” della Riviera era finita […]. Con la guerra, San Remo cessò d’essere quel punto d’incontro cosmopolita che era da un secolo (lo cessò per sempre; nel dopoguerra diventò un pezzo di periferia milan-torinese) e ritornarono in primo piano le sue caratteristiche di vecchia cittadina di provincia ligure. Fu, insensibilmente, anche un cambiamento d’orizzonti» [Par 60].

68

For the generation to which Calvino belonged, that era was destined to end prematurely and in the most dramatic fashion. "The summer when I began to savor youth, society, girls, and books was 1938: it ended with Chamberlain, Hitler, and Mussolini in Munich. The Riviera's 'belle époque' had concluded [...] With the war, Sanremo ceased to be the cosmopolitan meeting point it had been for a century (a status lost forever; postwar, it became a peripheral extension of Milan-Turin) and reverted to its identity as an old Ligurian provincial town. This marked, imperceptibly, a shift in horizons too" [Par 60].

69

1939-1940

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1939-1940

70

La sua posizione ideologica rimane incerta, sospesa fra il recupero polemico di una scontrosa identità locale, «dialettale», e un confuso anarchismo. «Fino a quando non scoppiò la Seconda guerra mondiale, il mondo mi appariva un arco di diverse gradazioni di moralità e di costume, non contrapposte ma messe l’una a fianco dell’altra […]. Un quadro come questo non imponeva affatto delle scelte categoriche come può sembrare ora» [Par 60].

70

His ideological stance remained uncertain, suspended between the polemical reclamation of a prickly local "dialectal" identity and a confused anarchism. "Until the Second World War broke out, the world appeared to me as an arc of varying moral and cultural gradations, not opposed but placed side by side [...] Such a panorama hardly demanded categorical choices as it might seem today" [Par 60].

71

Scrive brevi racconti, poesie, testi teatrali: «tra i 16 e i 20 anni sognavo di diventare uno scrittore di teatro» [Pes 83]. Coltiva il suo talento e la sua passione per il disegno, la caricatura, la vignetta: fra la primavera e l’estate del 1940 il «Bertoldo» di Giovanni Guareschi gliene pubblicherà alcune, firmate Jago, nella rubrica «Il Cestino».

71

He wrote short stories, poems, and plays: "Between 16 and 20, I dreamed of becoming a playwright" [Pes 83]. He cultivated his talent and passion for drawing, caricature, and cartoons: between spring and summer 1940, Giovanni Guareschi's Bertoldo published some of his works under the pseudonym Jago in the column "The Wastebasket."

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1941-1942

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1941-1942

73

Conseguita la licenza liceale (gli esami di maturità sono sospesi a causa della guerra) si iscrive alla facoltà di Agraria dell’Università di Torino, dove il padre era incaricato di Agricoltura tropicale, e supera quattro esami del primo anno, senza peraltro inserirsi nella dimensione metropolitana e nell’ambiente universitario; anche le inquietudini che maturavano nell’ambiente dei Guf gli rimangono estranee.

73

After obtaining his high school diploma (final exams were suspended due to the war), he enrolled in the Agriculture faculty at the University of Turin, where his father taught Tropical Agriculture. He passed four first-year exams but remained detached from metropolitan life and university circles; even the intellectual ferment of the Fascist University Groups (GUF) left him untouched.

74

Nel quadro del suo interesse per il cinema, scrive recensioni di film; nell’estate del 1941 il «Giornale di Genova» gliene pubblicherà un paio (fra cui quella di San Giovanni decollato con Totò protagonista).

74

Pursuing his interest in cinema, he wrote film reviews; in summer 1941, Giornale di Genova published two, including one for San Giovanni decollato starring Totò.

75

Nel maggio del 1942 presenta senza successo alla casa editrice Einaudi il manoscritto di Pazzo io o pazzi gli altri, che raccoglie i suoi primi raccontini giovanili, scritti in gran parte nel 1941. Partecipa con La commedia della gente al concorso del Teatro nazionale dei Guf di Firenze: nel novembre del 1942 essa viene inclusa dalla giuria fra quelle segnalate alle compagnie teatrali dei Guf.

75

In May 1942, he unsuccessfully submitted the manuscript Mad Me or Mad Them to Einaudi publishers, a collection of early stories largely written in 1941. His play La commedia della gente (The Comedy of People) was shortlisted in November 1942 by the GUF National Theater competition jury in Florence.

76

È nei rapporti personali, e segnatamente nell’amicizia con Eugenio Scalfari (già suo compagno di liceo), che trova stimolo per interessi culturali e politici ancora immaturi, ma vivi. «A poco a poco, attraverso le lettere e le discussioni estive con Eugenio venivo a seguire il risveglio dell’antifascismo clandestino e ad avere un orientamento nei libri da leggere: leggi Huizinga, leggi Montale, leggi Vittorini, leggi Pisacane: le novità letterarie di quegli anni segnavano le tappe d’una nostra disordinata educazione etico-letteraria» [Par 60].

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It was through personal relationships, particularly his friendship with Eugenio Scalfari (a former high school classmate), that he found stimulation for his still-nascent cultural and political interests. "Gradually, through letters and summer discussions with Eugenio, I began following the clandestine antifascist awakening and gaining direction in what to read: 'Read Huizinga, read Montale, read Vittorini, read Pisacane' — the literary novelties of those years marked the milestones of our haphazard ethical-literary education" [Par 60].

77

1943

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1943

78

In gennaio si trasferisce alla facoltà di Agraria e Forestale della Regia Università di Firenze, dove sostiene tre esami. Nei mesi fiorentini frequenta assiduamente la biblioteca del Gabinetto Vieusseux. Le sue opzioni politiche si vanno facendo via via più definite. Il 25 luglio, la notizia dell’incarico a Pietro Badoglio di formare un nuovo governo (e poi della destituzione e dell’arresto di Mussolini) lo raggiunge nel campo militare di Mercatale di Vernio (Firenze); il 9 agosto farà ritorno a Sanremo. Dopo l’8 settembre, renitente alla leva della Repubblica di Salò, passa alcuni mesi nascosto. È questo – secondo la sua testimonianza personale – un periodo di solitudine e di letture intense, che avranno un grande peso nella sua vocazione di scrittore.

78

In January, he transferred to the Agriculture and Forestry faculty at the Royal University of Florence, passing three exams. During his Florentine months, he frequented the Vieusseux Library. His political convictions gradually crystallized. On July 25, news of Pietro Badoglio's appointment to form a new government (and later Mussolini's ousting and arrest) reached him at the Mercatale di Vernio military camp near Florence; he returned to Sanremo on August 9. After September 8, evading conscription into the Salò Republic, he spent months in hiding. This period — by his own account — was one of solitude and intense reading that profoundly shaped his writerly vocation.

79

1944

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1944

80

Dopo aver saputo della morte in combattimento del giovane medico comunista Felice Cascione, chiede a un amico di presentarlo al Pci; poi, insieme con il fratello sedicenne, si unisce alla seconda divisione di assalto Garibaldi intitolata allo stesso Cascione, che opera sulle Alpi Marittime, teatro per venti mesi di alcuni fra i più aspri scontri tra i partigiani e i nazifascisti. I genitori, sequestrati dai tedeschi e tenuti lungamente in ostaggio, danno prova durante la detenzione di notevole fermezza d’animo.

80

After learning of the combat death of young communist physician Felice Cascione, he asked a friend to introduce him to the PCI. Soon after, alongside his sixteen-year-old brother, he joined the Second Garibaldi Assault Division named after Cascione, operating in the Maritime Alps — the site of twenty months of fierce clashes between partisans and Nazi-Fascists. His parents, kidnapped by the Germans and held hostage for months, demonstrated remarkable fortitude during captivity.

81

«La mia scelta del comunismo non fu affatto sostenuta da motivazioni ideologiche. Sentivo la necessità di partire da una “tabula rasa” e perciò mi ero definito anarchico […]. Ma soprattutto sentivo che in quel momento quello che contava era l’azione; e i comunisti erano la forza più attiva e organizzata» [Par 60].

81

"My choice of communism wasn't grounded in ideological motivations. I felt the need to start from a tabula rasa and thus called myself an anarchist [...] But above all, I sensed that action was paramount at that moment; the communists were the most active and organized force" [Par 60].

82

L’esperienza della guerra partigiana risulta decisiva per la sua formazione umana, prima ancora che politica. Esemplare gli apparirà infatti soprattutto un certo spirito che animava gli uomini della Resistenza: cioè «una attitudine a superare i pericoli e le difficoltà di slancio, un misto di fierezza guerriera e autoironia sulla stessa propria fierezza guerriera, di senso di incarnare la vera autorità legale e di autoironia sulla situazione in cui ci si trovava a incarnarla, un piglio talora un po’ gradasso e truculento ma sempre animato da generosità, ansioso di far propria ogni causa generosa. A distanza di tanti anni, devo dire che questo spirito, che permise ai partigiani di fare le cose meravigliose che fecero, resta ancor oggi, per muoversi nella contrastata realtà del mondo, un atteggiamento umano senza pari» [Gad 62].

82

The partisan war experience proved decisive for his human formation, even before his political one. What struck him most was the spirit animating Resistance fighters: "a readiness to overcome dangers and hardships through sheer momentum, a blend of warrior pride and self-irony about that very pride, of embodying true legal authority while mocking the circumstances forcing us to do so — a demeanor sometimes brash or rough-edged yet always driven by generosity, eager to champion every noble cause. Decades later, I must affirm that this spirit, which enabled partisans to achieve their marvels, remains an unparalleled human attitude for navigating our conflicted world" [Gad 62].

83

Il periodo partigiano è cronologicamente breve, ma, sotto ogni altro riguardo, straordinariamente intenso. «La mia vita in quest’ultimo anno è stato un susseguirsi di peripezie […] sono passato attraverso una inenarrabile serie di pericoli e di disagi; ho conosciuto la galera e la fuga, sono stato più volte sull’orlo della morte. Ma sono contento di tutto quello che ho fatto, del capitale di esperienze che ho accumulato, anzi avrei voluto fare di più» [lettera a Scalfari, 6 luglio 1945].

83

His partisan period was chronologically brief but extraordinarily intense. "This past year, my life has been an unbroken chain of ordeals [...] I've endured unspeakable dangers and hardships — imprisonment and escape, repeated brushes with death. Yet I regret nothing, valuing instead the wealth of experience gained. If anything, I wish I'd done more" [letter to Scalfari, July 6, 1945].

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1945

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Il 17 marzo partecipa alla battaglia di Baiardo, la prima in cui i partigiani di quella zona sono appoggiati dai caccia alleati. La rievocherà nel 1974 in Ricordo di una battaglia.

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On March 17, he participated in the Battle of Baiardo, the first engagement where partisans in that area received Allied air support. He revisited this event in 1974's Memory of a Battle.

86

Dopo la Liberazione inizia la «storia cosciente» delle idee di Calvino, che seguiterà a svolgersi, anche durante la milizia nel Pci, attorno al nesso inquieto e personale di comunismo e anarchismo. Questi due termini, più che delineare una prospettiva ideologica precisa, indicano due complementari esigenze ideali: «Che la verità della vita si sviluppi in tutta la sua ricchezza, al di là delle necrosi imposte dalle istituzioni» e «che la ricchezza del mondo non venga sperperata ma organizzata e fatta fruttare secondo ragione nell’interesse di tutti gli uomini viventi e venturi» [Par 60].

86

Following the Liberation, the "conscious history" of Calvino's ideas began to unfold - a trajectory that would continue even during his PCI membership, revolving around the uneasy personal nexus between communism and anarchism. These two terms, rather than outlining a precise ideological framework, signify two complementary ideal aspirations: "That life's truth might develop in all its richness, beyond the necrosis imposed by institutions" and "that the world's wealth not be squandered but organized and made fruitful through reason for the benefit of all living and future humanity" [Par 60].

87

Attivista del Pci nella provincia di Imperia, scrive su vari periodici, fra i quali «La Voce della Democrazia» (organo del Cln di Sanremo), «La nostra lotta» (organo della sezione sanremese del Pci), «Il Garibaldino» (organo della Divisione Felice Cascione).

87

As a PCI activist in the Imperia province, he wrote for various periodicals including La Voce della Democrazia (mouthpiece of Sanremo's National Liberation Committee), La nostra lotta (organ of the Sanremo PCI section), and Il Garibaldino (publication of the Felice Cascione Division).

88

Usufruendo delle facilitazioni concesse ai reduci, in settembre si iscrive al terzo anno della facoltà di Lettere di Torino, dove si trasferisce stabilmente. «Torino […] rappresentava per me – e allora veramente era – la città dove movimento operaio e movimento d’idee contribuivano a formare un clima che pareva racchiudere il meglio d’una tradizione e d’una prospettiva d’avvenire» [Gad 62].

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Taking advantage of benefits granted to veterans, he enrolled in the third year of Literature at the University of Turin in September, relocating there permanently. "Turin... represented for me - and truly was at that time - the city where labor movements and intellectual currents combined to create an atmosphere that seemed to encapsulate the best of tradition and future prospects" [Gad 62].

89

Diviene amico di Cesare Pavese, che negli anni seguenti sarà non solo il suo primo lettore – «finivo un racconto e correvo da lui a farglielo leggere. Quando morì mi pareva che non sarei più stato buono a scrivere, senza il punto di riferimento di quel lettore ideale» [DeM 59] – ma anche un paradigma di serietà e di rigore etico, su cui cercherà di modellare il proprio stile, e perfino il proprio comportamento. Grazie a Pavese presenta alla rivista «Aretusa» di Carlo Muscetta il racconto Angoscia in caserma, che esce sul numero di dicembre. In dicembre inizia anche, con l’articolo Liguria magra e ossuta, la sua collaborazione al «Politecnico» di Elio Vittorini.

89

He formed a friendship with Cesare Pavese, who in subsequent years would become not only his first reader - "I'd finish a story and rush to him for feedback. When he died, I felt I could no longer write without that ideal reader's reference point" [DeM 59] - but also a paradigm of ethical seriousness and rigor that Calvino sought to emulate in both his writing style and personal conduct. Through Pavese's introduction, he published the story Angoscia in caserma in Carlo Muscetta's December issue of Aretusa. That same December marked the beginning of his collaboration with Elio Vittorini's Il Politecnico through the article Liguria magra e ossuta.

90

«Quando ho cominciato a scrivere ero un uomo di poche letture, letterariamente ero un autodidatta la cui “didassi” doveva ancora cominciare. Tutta la mia formazione è avvenuta durante la guerra. Leggevo i libri delle case editrici italiane, quelli di “Solaria”» [D’Er 79].

90

"When I began writing, I was a man of limited reading - a literary autodidact whose real education was yet to begin. My entire formation occurred during the war years. I read books from Italian publishers, those of the Solaria circle" [D’Er 79].

91

1946

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1946

92

Comincia a «gravitare attorno alla casa editrice Einaudi», vendendo libri a rate [Accr 60]. Pubblica su periodici («l’Unità», «Il Politecnico») numerosi racconti che poi confluiranno in Ultimo viene il corvo. In maggio comincia a tenere sull’«Unità» di Torino la rubrica «Gente nel tempo». Incoraggiato da Cesare Pavese e Giansiro Ferrata si dedica alla stesura di un romanzo, che conclude negli ultimi giorni di dicembre. Sarà il suo primo libro, Il sentiero dei nidi di ragno.

92

He began "gravitating around the Einaudi publishing house," selling books on installment plans [Accr 60]. Published numerous stories in periodicals (l’Unità, Il Politecnico) that would later be collected in The Crow Comes Last. In May, he started writing the "People in Time" column for Turin's l’Unità. Encouraged by Cesare Pavese and Giansiro Ferrata, he devoted himself to writing a novel completed in late December - his first book, The Path to the Nest of Spiders.

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«Lo scrivere è però oggi il più squallido e ascetico dei mestieri: vivo in una gelida soffitta torinese, tirando cinghia e attendendo i vaglia paterni che non posso che integrare con qualche migliaio di lire settimanali che mi guadagno a suon di collaborazioni» [lettera a Scalfari, 3 gennaio 1947].

93

"Yet writing remains today the most bleak and ascetic of professions: I inhabit an icy Turin attic, tightening my belt while awaiting paternal money orders that I can only supplement through journalistic collaborations earning me a few thousand lire weekly" [letter to Scalfari, 3 January 1947].

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Alla fine di dicembre vince (ex aequo con Marcello Venturi) il premio indetto dall’«Unità» di Genova, con il racconto Campo di mine.

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In late December, he won (jointly with Marcello Venturi) the literary prize organized by Genoa's l’Unità for his story Campo di mine.

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1947

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«Una dolce e imbarazzante bigamia» è l’unico lusso che si conceda in una vita «veramente tutta di lavoro e tutta tesa ai miei obiettivi» [lettera a Scalfari, 3 gennaio 1947]. Fra questi c’è anche la laurea, che consegue con una tesi su Joseph Conrad.

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"A sweet and awkward bigamy" is the sole luxury he allows himself in a life "truly consumed by work and entirely focused on my goals" [letter to Scalfari, January 3, 1947]. Among these goals is completing his degree, which he achieves with a thesis on Joseph Conrad.

97

Partecipa col Sentiero dei nidi di ragno al premio Mondadori per giovani scrittori, ma Giansiro Ferrata glielo boccia. Nel frattempo Pavese lo aveva presentato a Einaudi che lo pubblicherà in ottobre nella collana I coralli: il libro riscuote un buon successo di vendite e vince il premio Riccione.

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He submits The Path to the Spiders’ Nests to the Mondadori Prize for young writers, but Giansiro Ferrata rejects it. Meanwhile, Pavese had introduced him to Einaudi, who publishes the novel in October in the I Coralli series: the book enjoys strong sales and wins the Riccione Award.

98

Presso Einaudi Calvino si occupa ora dell’ufficio stampa e di pubblicità. Nell’ambiente della casa editrice torinese, animato dalla continua discussione tra sostenitori di diverse tendenze politiche e ideologiche, stringe legami di amicizia e di fervido confronto intellettuale non solo con letterati (i già citati Pavese e Vittorini, Natalia Ginzburg), ma anche con storici (Delio Cantimori, Franco Venturi) e filosofi, tra i quali Norberto Bobbio e Felice Balbo.

98

At Einaudi, Calvino now handles press relations and advertising. Within the Turin publishing house’s milieu—animated by continuous debates among proponents of different political and ideological tendencies—he forms bonds of friendship and intense intellectual exchange not only with literary figures (the aforementioned Pavese and Vittorini, Natalia Ginzburg) but also historians (Delio Cantimori, Franco Venturi) and philosophers, including Norberto Bobbio and Felice Balbo.

99

Durante l’estate partecipa come delegato al Festival mondiale della gioventù che si svolge a Praga.

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During the summer, he attends the World Festival of Youth in Prague as a delegate.

100

1948

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1948

101

Alla fine di aprile lascia l’Einaudi per lavorare all’edizione torinese dell’«Unità», dove si occuperà, fino al settembre del 1949, della redazione della terza pagina. Comincia a collaborare al mensile del Pci «Rinascita» con racconti e note di letteratura.

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In late April, he leaves Einaudi to work for the Turin edition of l’Unità, where until September 1949 he oversees the cultural section. He begins contributing stories and literary notes to the PCI’s monthly journal Rinascita.

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Insieme con Natalia Ginzburg va a trovare Hemingway, in vacanza a Stresa.

102

He visits Hemingway on vacation in Stresa alongside Natalia Ginzburg.

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1949

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La partecipazione, in aprile, al congresso dei Partigiani della pace di Parigi gli costerà per molti anni il divieto di entrare in Francia.

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His participation in the Partisans for Peace congress in Paris in April results in a years-long ban from entering France.

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In luglio, insoddisfatto del lavoro all’«Unità» di Torino, si reca a Roma per esaminare due proposte d’impiego giornalistico che non si concreteranno. In agosto partecipa al Festival della gioventù di Budapest; scrive una serie di articoli per «l’Unità». Per diversi mesi cura anche la rubrica delle cronache teatrali («Prime al Carignano»). In settembre torna a lavorare da Einaudi, dove fra le altre cose si occupa dell’ufficio stampa e dirige la sezione letteraria della Piccola Biblioteca Scientifico-Letteraria. Come ricorderà Giulio Einaudi, «furono suoi, e di Vittorini, e anche di Pavese, quei risvolti di copertina e quelle schede che crearono […] uno stile nell’editoria italiana».

105

In July, dissatisfied with his work at Turin’s l’Unità, he travels to Rome to explore two unrealized journalism opportunities. In August, he attends the Youth Festival in Budapest, writing a series of articles for l’Unità. For several months, he also curates the theater column ("Premieres at the Carignano"). In September, he returns to Einaudi, where he manages press relations and oversees the literary section of the Piccola Biblioteca Scientifico-Letteraria. As Giulio Einaudi would later recall, "Those book blurbs and promotional materials—largely his work, along with Vittorini and Pavese—established [...] a distinctive style in Italian publishing."

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Esce la raccolta di racconti Ultimo viene il corvo. Rimane invece inedito il romanzo Il Bianco Veliero, sul quale Vittorini aveva espresso un giudizio negativo.

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His short story collection The Crow Comes Last is published. The novel The White Schooner, however, remains unpublished after Vittorini’s negative assessment.

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1950

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1950

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Il 27 agosto Pavese si toglie la vita. Calvino è colto di sorpresa: «Negli anni in cui l’ho conosciuto, non aveva avuto crisi suicide, mentre gli amici più vecchi sapevano. Quindi avevo di lui un’immagine completamente diversa. Lo credevo un duro, un forte, un divoratore di lavoro, con una grande solidità. Per cui l’immagine del Pavese visto attraverso i suicidi, le grida amorose e di disperazione del diario, l’ho scoperta dopo la morte» [D’Er 79]. Dieci anni dopo, con la commemorazione Pavese: essere e fare traccerà un bilancio della sua eredità morale e letteraria. Rimarrà invece allo stato di progetto (documentato fra le carte di Calvino) una raccolta di scritti e interventi su Pavese e la sua opera.

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On August 27, Pavese takes his own life. Calvino is stunned: "During the years I knew him, he’d shown no suicidal tendencies, unlike what older friends knew. My image of him was entirely different. I thought he was tough, strong, a relentless worker with unshakable resolve. The Pavese of the suicides, the desperate love cries in his diaries—I discovered that figure only after his death" [D’Er 79]. A decade later, in his commemorative essay Pavese: Being and Doing, he would assess Pavese’s moral and literary legacy. A planned collection of writings on Pavese and his work, documented in Calvino’s papers, remains unrealized.

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Per la casa editrice è un momento di svolta: dopo le dimissioni di Balbo, il gruppo einaudiano si rinnova con l’ingresso, nei primi anni Cinquanta, di Giulio Bollati, Paolo Boringhieri, Daniele Ponchiroli, Renato Solmi, Luciano Foà e Cesare Cases. «Il massimo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento, perché l’editoria è una cosa importante nell’Italia in cui viviamo e l’aver lavorato in un ambiente editoriale che è stato di modello per il resto dell’editoria italiana, non è cosa da poco» [D’Er 79].

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This marked a turning point for the publishing house: following Balbo's resignation, the Einaudi group underwent renewal with the addition of Giulio Bollati, Paolo Boringhieri, Daniele Ponchiroli, Renato Solmi, Luciano Foà, and Cesare Cases in the early 1950s. "The greatest part of my life has been dedicated to others' books, not my own. And I am content with this, for publishing holds immense significance in the Italy we inhabit. To have worked within an editorial environment that set the standard for Italian publishing is no small matter" [D’Er 79].

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Collabora a «Cultura e realtà», rivista fondata da Felice Balbo con altri esponenti della ex «sinistra cristiana» (Fedele d’Amico, Mario Motta, Franco Rodano, Ubaldo Scassellati).

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He contributed to Cultura e realtà, a journal founded by Felice Balbo alongside other figures from the former Christian Left (Fedele d’Amico, Mario Motta, Franco Rodano, Ubaldo Scassellati).

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1951

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Conclude la travagliata elaborazione di un romanzo d’impianto realistico-sociale, I giovani del Po, che apparirà solo più tardi in rivista (su «Officina», tra il gennaio ’57 e l’aprile ’58), come documentazione di una linea di ricerca interrotta. In estate, pressoché di getto, scrive Il visconte dimezzato.

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He completed the laborious drafting of I giovani del Po (The Youth of the Po), a novel of realistic-social framework, which would only later appear serially in the journal Officina between January 1957 and April 1958—documenting an abandoned line of inquiry. That summer, he wrote The Cloven Viscount virtually in one sitting.

113

Fra ottobre e novembre compie un viaggio in Unione Sovietica («dal Caucaso a Leningrado»), che dura una cinquantina di giorni. Il resoconto (Taccuino di viaggio in Urss di Italo Calvino) sarà pubblicato sull’«Unità» nel febbraio-marzo dell’anno successivo in una ventina di puntate, e gli varrà il premio Saint Vincent. Rifuggendo da valutazioni ideologiche generali, coglie della realtà sovietica soprattutto dettagli di vita quotidiana, da cui emerge un’immagine positiva e ottimistica («Qui la società pare una gran pompa aspirante di vocazioni: quel che ognuno ha di meglio, poco o tanto, se c’è deve saltar fuori in qualche modo»), anche se per vari aspetti reticente.

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From October to November, he embarked on a fifty-day journey across the Soviet Union ("from the Caucasus to Leningrad"). His account, Travel Notebook in the USSR by Italo Calvino, was serialized in twenty installments in l’Unità during February-March of the following year, earning him the Saint Vincent Prize. Avoiding broad ideological assessments, he captured Soviet reality through quotidian details, projecting an optimistic vision ("Here, society resembles a great aspirational pump for vocations: whatever one possesses of value, however modest, must inevitably surface"). Yet this portrayal remained reticent on certain fronts.

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Durante la sua assenza (il 25 ottobre) muore il padre. Dieci anni dopo ne ricorderà la figura nel racconto autobiografico La strada di San Giovanni.

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During his absence (on October 25), his father passed away. A decade later, he would memorialize him in the autobiographical story The Road to San Giovanni.

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1952

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Il visconte dimezzato, pubblicato nella collana I gettoni di Vittorini, ottiene un notevole successo e genera reazioni contrastanti nella critica di sinistra.

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The Cloven Viscount, published in Vittorini's Gettoni series, achieved notable success while provoking polarized reactions within leftist criticism.

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In maggio esce il primo numero del «Notiziario Einaudi», da lui redatto, e di cui diviene direttore responsabile a partire dal n. 7 di questo stesso anno.

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In May, the inaugural issue of the Einaudi Newsletter—edited by him—appeared. He became its editor-in-chief starting with issue No. 7 later that year.

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Estate: insieme con Paolo Monelli, inviato della «Stampa», segue le Olimpiadi di Helsinki scrivendo articoli di colore per «l’Unità». «Monelli era molto miope, ed ero io che gli dicevo: guarda qua, guarda là. Il giorno dopo aprivo “La Stampa” e vedevo che lui aveva scritto tutto quello che gli avevo indicato, mentre io non ero stato capace di farlo. Per questo ho rinunciato a diventare giornalista» [Nasc 84].

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Summer: Alongside Paolo Monelli, a correspondent for La Stampa, he covered the Helsinki Olympics, writing color pieces for l’Unità. "Monelli was severely nearsighted, so I’d point out: look here, look there. The next day, opening La Stampa, I’d find he’d written everything I’d shown him, whereas I’d failed to do so myself. That’s why I abandoned any journalistic ambitions" [Nasc 84].

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Pubblica su «Botteghe Oscure» (una rivista internazionale di letteratura diretta dalla principessa Marguerite Caetani di Bassiano e redatta da Giorgio Bassani) il racconto La formica argentina. Prosegue la collaborazione con «l’Unità», scrivendo articoli di vario genere (mai raccolti in volume), sospesi tra la narrazione, il reportage e l’apologo sociale; negli ultimi mesi dell’anno appaiono le prime novelle di Marcovaldo.

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He published the story The Argentine Ant in Botteghe Oscure—an international literary journal directed by Princess Marguerite Caetani di Bassiano and edited by Giorgio Bassani. His ongoing contributions to l’Unità included hybrid pieces blending narrative, reportage, and social parable (never collected in volume). The first Marcovaldo tales appeared in the year's final months.

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1953

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Dopo Il Bianco Veliero e I giovani del Po, lavora per alcuni anni a un terzo tentativo di narrazione d’ampio respiro, La collana della regina, «un romanzo realistico-social-grottesco-gogoliano» di ambiente torinese e operaio, destinato anch’esso a rimanere inedito.

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After The White Schooner and The Youth of the Po, he spent years developing a third expansive narrative project: The Queen's Necklace, a "realistic-social-grotesque-Gogolian novel" set in Turin's working-class milieu, which likewise remained unpublished.

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Sulla rivista romana «Nuovi Argomenti» esce il racconto Gli avanguardisti a Mentone.

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The story The Avant-Gardists in Menton appears in the Roman journal Nuovi Argomenti.

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1954

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Inizia a scrivere sul settimanale «Il Contemporaneo», diretto da Romano Bilenchi, Carlo Salinari e Antonello Trombadori; la collaborazione durerà quasi tre anni.

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Begins writing for the weekly Il Contemporaneo, directed by Romano Bilenchi, Carlo Salinari, and Antonello Trombadori; this collaboration will last nearly three years.

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Esce nei Gettoni L’entrata in guerra.

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The Entry into War is published in the Gettoni series.

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Viene definito il progetto delle Fiabe italiane, scelta e trascrizione di duecento racconti popolari delle varie regioni d’Italia dalle raccolte folkloristiche ottocentesche, corredata da introduzione e note di commento. Durante il lavoro preparatorio Calvino si avvale dell’assistenza dell’etnologo Giuseppe Cocchiara, ispiratore, per la collana dei Millenni, della collezione dei Classici della fiaba.

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The project for Italian Folktales is finalized: a selection and transcription of two hundred popular tales from various Italian regions, drawn from 19th-century folkloric collections, accompanied by an introduction and critical notes. During preparatory work, Calvino receives assistance from ethnologist Giuseppe Cocchiara, who inspired the collection of Classic Folktales for the Millenni series.

127

Comincia con una corrispondenza dalla XV Mostra cinematografica di Venezia una collaborazione con la rivista «Cinema Nuovo», che durerà alcuni anni. Si reca spesso a Roma, dove, a partire da quest’epoca, trascorre buona parte del suo tempo.

127

Begins collaborating with the journal Cinema Nuovo with a report from the 15th Venice Film Festival, a partnership that will continue for several years. He frequently travels to Rome, where he will spend much of his time from this period onward.

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1955

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1955

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Dal 1º gennaio ottiene da Einaudi la qualifica di dirigente, che manterrà fino al 30 giugno 1961; dopo quella data diventerà consulente editoriale.

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On January 1, he is granted the title of director at Einaudi, a position he holds until June 30, 1961; afterward, he becomes an editorial consultant.

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Esce su «Paragone» Letteratura Il midollo del leone, primo di una serie di impegnativi saggi, volti a definire la propria idea di letteratura rispetto alle principali tendenze culturali del tempo.

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Publishes The Lion’s Marrow in Paragone Letteratura, the first in a series of rigorous essays aimed at defining his own idea of literature in relation to the dominant cultural trends of the time.

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Fra gli interlocutori più agguerriti e autorevoli, quelli che Calvino chiamerà gli hegelo-marxiani: Cesare Cases, Renato Solmi, Franco Fortini.

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Among his most formidable and authoritative interlocutors are those Calvino calls the Hegelian-Marxists: Cesare Cases, Renato Solmi, and Franco Fortini.

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Stringe con l’attrice Elsa De Giorgi una relazione destinata a durare qualche anno.

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Begins a relationship with actress Elsa De Giorgi that will last several years.

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1956

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In gennaio la segreteria del Pci lo nomina membro della Commissione culturale nazionale.

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In January, the PCI secretariat appoints him to the National Cultural Commission.

135

Partecipa al dibattito sul romanzo Metello con una lettera a Vasco Pratolini, pubblicata su «Società».

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Participates in the debate over the novel Metello with a letter to Vasco Pratolini, published in Società.

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Il XX congresso del Pcus apre un breve periodo di speranze in una trasformazione del mondo del socialismo reale. «Noi comunisti italiani eravamo schizofrenici. Sì, credo proprio che questo sia il termine esatto. Con una parte di noi eravamo e volevamo essere i testimoni della verità, i vendicatori dei torti subiti dai deboli e dagli oppressi, i difensori della giustizia contro ogni sopraffazione. Con un’altra parte di noi giustificavamo i torti, le sopraffazioni, la tirannide del partito, Stalin, in nome della Causa. Schizofrenici. Dissociati. Ricordo benissimo che quando mi capitava di andare in viaggio in qualche paese del socialismo, mi sentivo profondamente a disagio, estraneo, ostile. Ma quando il treno mi riportava in Italia, quando ripassavo il confine, mi domandavo: ma qui, in Italia, in questa Italia, che cos’altro potrei essere se non comunista? Ecco perché il disgelo, la fine dello stalinismo, ci toglieva un peso terribile dal petto: perché la nostra figura morale, la nostra personalità dissociata, finalmente poteva ricomporsi, finalmente rivoluzione e verità tornavano a coincidere. Questo era, in quei giorni, il sogno e la speranza di molti di noi» [Rep 80]. In vista di una possibile trasformazione del Pci, Calvino ha come punto di riferimento Antonio Giolitti.

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The 20th Congress of the CPSU sparks brief hopes for transformation within the socialist bloc. "We Italian communists were schizophrenic. Yes, I believe that is the precise term. Part of us wanted to be witnesses to truth, avengers of wrongs suffered by the weak and oppressed, defenders of justice against all tyranny. Another part of us justified wrongs, oppression, the party’s tyranny, Stalin, in the name of the Cause. Schizophrenic. Dissociated. I remember clearly how, when traveling to socialist countries, I felt profoundly ill at ease, alienated, hostile. Yet when the train brought me back to Italy, crossing the border, I asked myself: here, in this Italy, what else could I be but a communist? That is why the thaw, the end of Stalinism, lifted a terrible weight from our chests: our moral identity, our dissociated selves, could finally reunite. Revolution and truth could coincide once more. This was, in those days, the dream and hope of many of us" [Rep 80]. For Calvino, Antonio Giolitti becomes a reference point in envisioning a possible transformation of the PCI.

137

Interviene sul «Contemporaneo» nell’acceso Dibattito sulla cultura marxista che si svolge fra marzo e luglio, mettendo in discussione la linea culturale del Pci; più tardi (24 luglio), in una riunione della Commissione culturale centrale polemizza con Alicata ed esprime «una mozione di sfiducia verso tutti i compagni che attualmente occupano posti direttivi nelle istanze culturali del partito» [cfr. «l’Unità», 13 giugno 1990]. Il disagio nei confronti delle scelte politiche del vertice comunista si fa più vivo: il 26 ottobre Calvino presenta all’organizzazione di partito dell’Einaudi, la cellula Giaime Pintor, un ordine del giorno che denuncia «l’inammissibile falsificazione della realtà» operata dall’«Unità» nel riferire gli avvenimenti di Pozna– e di Budapest, e critica con asprezza l’incapacità del partito di rinnovarsi alla luce degli esiti del XX congresso e dell’evoluzione in corso all’Est. Tre giorni dopo, la cellula approva un «appello ai comunisti» nel quale si chiede fra l’altro che «sia sconfessato l’operato della direzione» e che «si dichiari apertamente la nostra piena solidarietà con i movimenti popolari polacco e ungherese e con i comunisti che non hanno abbandonato le masse protese verso un radicale rinnovamento dei metodi e degli uomini».

137

He intervenes in the heated Debate on Marxist Culture unfolding between March and July in «Il Contemporaneo», challenging the PCI's cultural line. Later (24 July), during a meeting of the Central Cultural Commission, he clashes with Alicata and presents «a motion of no confidence toward all comrades currently holding leadership roles in the party's cultural bodies» [cfr. «l’Unità», 13 June 1990]. His discomfort with the Communist leadership's political choices intensifies: on 26 October, Calvino submits a resolution to the Einaudi party organization, the Giaime Pintor cell, denouncing «the unacceptable falsification of reality» by «l’Unità» in reporting the events of Poznań and Budapest. He sharply criticizes the party's failure to renew itself in light of the XX Congress outcomes and ongoing developments in Eastern Europe. Three days later, the cell approves an «appeal to Communists» demanding, among other things, that «the leadership's actions be disavowed» and that «open solidarity be declared with the Polish and Hungarian popular movements and with Communists who have not abandoned the masses striving for radical renewal of methods and personnel».

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Dedica uno dei suoi ultimi interventi sul «Contemporaneo» a Pier Paolo Pasolini, in polemica con una parte della critica di sinistra.

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He dedicates one of his final contributions to «Il Contemporaneo» to Pier Paolo Pasolini, countering critiques from sectors of the left-wing intelligentsia.

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Scrive l’atto unico La panchina, musicato da Sergio Liberovici, che sarà rappresentato in ottobre al Teatro Donizetti di Bergamo.

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Writes the one-act play The Bench, set to music by Sergio Liberovici, which premieres in October at Bergamo's Teatro Donizetti.

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In novembre escono le Fiabe italiane. Il successo dell’opera consolida l’immagine di un Calvino «favolista» (che diversi critici vedono in contrasto con l’intellettuale impegnato degli interventi teorici).

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In November, Italian Folktales is published. The work's success reinforces Calvino's image as a «fabulist»—a persona some critics contrast with his identity as a politically engaged intellectual evident in his theoretical writings.

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1957

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Esce Il barone rampante, mentre sul quaderno XX di «Botteghe Oscure» appare La speculazione edilizia.

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Publishes The Baron in the Trees, while Building Speculation appears in Issue XX of «Botteghe Oscure».

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Pubblica su «Città aperta» (periodico fondato da un gruppo dissidente di intellettuali comunisti romani) il racconto-apologo La gran bonaccia delle Antille, che mette alla berlina l’immobilismo del Pci.

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In «Città aperta» (a journal founded by dissident Roman Communist intellectuals), he publishes the allegorical story The Great Calm of the Antilles, satirizing the PCI's political stagnation.

144

Dopo l’abbandono del Pci da parte di Antonio Giolitti, il 1º agosto rassegna le proprie dimissioni con una sofferta lettera al Comitato federale di Torino del quale faceva parte, pubblicata il 7 agosto sull’«Unità». Oltre a illustrare le ragioni del suo dissenso politico e a confermare la sua fiducia nelle prospettive democratiche del socialismo internazionale, ricorda il peso decisivo che la milizia comunista ha avuto nella sua formazione intellettuale e umana.

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Following Antonio Giolitti's departure from the PCI, Calvino resigns on 1 August via an anguished letter to the Turin Federal Committee (of which he was a member), published in «l’Unità» on 7 August. While reaffirming his faith in socialism's democratic prospects and acknowledging the formative role of Communist militancy in his intellectual development, he outlines his political dissent.

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Tuttavia questi avvenimenti lasciano una traccia profonda nel suo atteggiamento: «Quelle vicende mi hanno estraniato dalla politica, nel senso che la politica ha occupato dentro di me uno spazio molto più piccolo di prima. Non l’ho più ritenuta, da allora, un’attività totalizzante e ne ho diffidato. Penso oggi che la politica registri con molto ritardo cose che, per altri canali, la società manifesta, e penso che spesso la politica compia operazioni abusive e mistificanti» [Rep 80].

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These events nevertheless leave a profound mark: «Those experiences estranged me from politics, in the sense that politics came to occupy a much smaller space within me. From then on, I no longer saw it as a totalizing activity and grew distrustful. Today I believe politics registers societal shifts with considerable delay, and often engages in manipulative, abusive operations» [Rep 80].

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1958

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Pubblica su «Nuova Corrente» La gallina di reparto, frammento del romanzo inedito La collana della regina, e su «Nuovi Argomenti» La nuvola di smog. Appare il grande volume antologico dei Racconti, a cui verrà assegnato l’anno seguente il premio Bagutta.

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Publishes The Department Hen (a fragment from the unpublished novel The Queen's Necklace) in «Nuova Corrente», and Smog in «Nuovi Argomenti». The comprehensive anthology Stories appears, awarded the Bagutta Prize the following year.

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Collabora al settimanale «Italia domani» e alla rivista di Antonio Giolitti «Passato e Presente», partecipando per qualche tempo al dibattito per una nuova sinistra socialista.

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Contributes to the weekly Italia domani and to Antonio Giolitti's journal Passato e Presente (Past and Present), participating for some time in debates about a new socialist left.

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Per un paio di anni collabora con il gruppo torinese di «Cantacronache», scrivendo tra il ’58 e il ’59 testi per quattro canzoni di Liberovici (Canzone triste, Dove vola l’avvoltoio, Oltre il ponte e Il padrone del mondo), e una di Fiorenzo Carpi (Sul verde fiume Po). Scriverà anche le parole per una canzone di Laura Betti, La tigre, e quelle di Turin-la-nuit, musicata da Piero Santi.

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For a couple of years, he collaborates with the Turin-based group Cantacronache, writing between 1958 and 1959 lyrics for four songs by Liberovici (Sad Song, Where the Vulture Flies, Beyond the Bridge, and The Master of the World), and one by Fiorenzo Carpi (On the Green Po River). He also writes lyrics for Laura Betti's song The Tiger and for Turin-la-nuit, set to music by Piero Santi.

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1959

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Esce Il cavaliere inesistente.

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Publishes The Nonexistent Knight.

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Con il n. 3 dell’anno VIII cessa le pubblicazioni il «Notiziario Einaudi». Esce il primo numero del «Menabò di letteratura»: «Vittorini lavorava da Mondadori a Milano, io lavoravo da Einaudi a Torino. Siccome durante tutto il periodo dei “Gettoni” ero io che dalla redazione torinese tenevo i contatti con lui, Vittorini volle che il mio nome figurasse accanto al suo come condirettore del “Menabò”. In realtà la rivista era pensata e composta da lui, che decideva l’impostazione d’ogni numero, ne discuteva con gli amici invitati a collaborare, e raccoglieva la maggior parte dei testi» [Men 73].

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With issue No. 3 of its eighth year, the Notiziario Einaudi (Einaudi Newsletter) ceases publication. The first issue of Menabò di letteratura appears: "Vittorini worked at Mondadori in Milan, I worked at Einaudi in Turin. Since during the entire 'Gettoni' period I was the one maintaining contact with him from the Turin office, Vittorini insisted my name appear alongside his as co-director of Menabò. In reality, the journal was conceived and assembled by him—he decided each issue's framework, discussed it with invited collaborators, and gathered most texts" [Men 73].

153

Declina un’offerta di collaborazione al quotidiano socialista «Avanti!».

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Declines an offer to collaborate with the socialist daily Avanti!.

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Alla fine di giugno, al Festival dei Due Mondi di Spoleto, nel quadro dello spettacolo Fogli d’album, viene rappresentato un breve sketch tratto dal suo racconto Un letto di passaggio.

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In late June, at the Two Worlds Festival in Spoleto, as part of the performance Album Pages, a short sketch adapted from his story Un letto di passaggio (A Passing Bed) is staged.

155

In settembre viene messo in scena alla Fenice di Venezia il racconto mimico Allez-hop, musicato da Luciano Berio. A margine della produzione narrativa e saggistica e dell’attività giornalistica ed editoriale, Calvino coltiva infatti lungo l’intero arco della sua carriera l’antico interesse per il teatro, la musica e lo spettacolo in generale, tuttavia con sporadici risultati compiuti.

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In September, the mimed story Allez-hop, with music by Luciano Berio, premieres at La Fenice in Venice. Alongside his narrative and essayistic output and his journalistic and editorial work, Calvino nurtures a longstanding interest in theater, music, and performance throughout his career, though with only sporadic completed projects.

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A novembre, grazie a un finanziamento della Ford Foundation, parte per un viaggio negli Stati Uniti che lo porta nelle principali località del paese. Il viaggio dura sei mesi: quattro ne trascorre a New York. La città lo colpisce profondamente, anche per la varietà degli ambienti con cui entra in contatto. Anni dopo dirà che New York è la città che ha sentito sua più di qualsiasi altra. Ma già nella prima delle corrispondenze per il settimanale «ABC» scriveva: «Io amo New York, e l’amore è cieco. E muto: non so controbattere le ragioni degli odiatori con le mie […]. In fondo, non si è mai capito bene perché Stendhal amasse tanto Milano. Farò scrivere sulla mia tomba, sotto il mio nome, “newyorkese”?» (11 giugno 1960).

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In November, funded by a Ford Foundation grant, he departs for a six-month U.S. journey, spending four months in New York. The city profoundly impacts him through its diverse environments. Years later, he would say New York felt more like his city than any other. Yet even in his first dispatch for the weekly ABC, he wrote: "I love New York, and love is blind. And mute: I cannot counter the haters' arguments with my own [...]. After all, no one ever fully understood why Stendhal loved Milan so much. Shall I have 'New Yorker' engraved on my tombstone beneath my name?" (June 11, 1960).

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1960

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Raccoglie la trilogia araldica nel volume dei Nostri antenati, accompagnandola con un’importante introduzione.

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Collects the heraldic trilogy in the volume Our Ancestors, accompanied by a significant introduction.

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Sul «Menabò» n. 2 appare il saggio Il mare dell’oggettività.

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Issue No. 2 of Menabò features his essay The Sea of Objectivity.

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1961

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La sua notorietà va sempre più consolidandosi. Di fronte al moltiplicarsi delle offerte, appare combattuto fra disponibilità curiosa ed esigenza di concentrazione: «Da un po’ di tempo, le richieste di collaborazioni da tutte le parti – quotidiani, settimanali, cinema, teatro, radio, televisione –, richieste una più allettante dell’altra come compenso e risonanza, sono tante e così pressanti, che io – combattuto fra il timore di disperdermi in cose effimere, l’esempio di altri scrittori più versatili e fecondi che a momenti mi dà il desiderio d’imitarli ma poi invece finisce per ridarmi il piacere di star zitto pur di non assomigliare a loro, il desiderio di raccogliermi per pensare al “libro” e nello stesso tempo il sospetto che solo mettendosi a scrivere qualunque cosa anche “alla giornata” si finisce per scrivere ciò che rimane – insomma, succede che non scrivo né per i giornali, né per le occasioni esterne né per me stesso» [lettera a Emilio Cecchi, 3 novembre]. Tra le proposte rifiutate, quella di collaborare al «Corriere della Sera».

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His renown continued to grow. Faced with multiplying opportunities, he found himself torn between curious openness and the need for focus: "Lately, the requests for collaborations from all quarters – newspapers, weeklies, cinema, theater, radio, television – each more enticing than the last in terms of compensation and visibility, have become so numerous and insistent that I – torn between fearing dissipation in ephemeral pursuits, the example of more versatile and prolific writers that momentarily tempts me to emulate them but ultimately reinforces my preference for silence lest I resemble them, the desire to withdraw and focus on 'the book,' while suspecting that only by writing anything at all, even 'occasional pieces,' does one eventually produce what endures – in short, I end up writing neither for newspapers, nor external commissions, nor myself" [letter to Emilio Cecchi, November 3]. Among declined proposals was an invitation to collaborate with the Corriere della Sera.

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Raccoglie le cronache e le impressioni del suo viaggio negli Stati Uniti in un libro, Un ottimista in America, che però decide di non pubblicare quando è già in bozze.

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He compiled his American travel chronicles and impressions into a book titled An Optimist in America, which he ultimately chose not to publish despite having advanced proofs ready.

163

In aprile compie un viaggio di quindici giorni in Scandinavia: tiene conferenze a Copenhagen, a Oslo e a Stoccolma (all’Istituto italiano di cultura).

163

In April, he embarked on a fifteen-day Scandinavian tour, delivering lectures in Copenhagen, Oslo, and Stockholm (at the Italian Cultural Institute).

164

Fra la fine di aprile e l’inizio di maggio è nell’isola di Maiorca per il premio internazionale Formentor.

164

Between late April and early May, he visited Majorca for the international Formentor literary award.

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In settembre, insieme con colleghi e amici dell’Einaudi e di Cantacronache, partecipa alla prima marcia della pace Perugia-Assisi, promossa da Aldo Capitini.

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In September, alongside Einaudi colleagues and Cantacronache associates, he participated in the first Perugia-Assisi Peace March organized by Aldo Capitini.

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In ottobre si reca a Monaco di Baviera, e a Francoforte per la Fiera del libro.

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October saw him in Munich and Frankfurt for the Book Fair.

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1962

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In aprile a Parigi fa conoscenza con Esther Judith Singer, detta Chichita, traduttrice argentina che lavora presso organismi internazionali come l’Unesco e l’International Atomic Energy Agency (attività che proseguirà fino al 1984, in qualità di free lance). In questo periodo Calvino si dice affetto da «dromomania»: si sposta di continuo fra Roma (dove ha affittato un pied-à-terre), Torino, Parigi e Sanremo.

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During an April visit to Paris, he met Esther Judith Singer ("Chichita"), an Argentine translator working with international organizations like UNESCO and the International Atomic Energy Agency (a freelance collaboration she maintained until 1984). During this period, Calvino described himself as afflicted by "dromomania" – compulsively shuttling between Rome (where he rented a pied-à-terre), Turin, Paris, and Sanremo.

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«I liguri sono di due categorie: quelli attaccati ai propri luoghi come patelle allo scoglio che non riusciresti mai a spostarli; e quelli che per casa hanno il mondo e dovunque siano si trovano come a casa loro. Ma anche i secondi, e io sono dei secondi […] tornano regolarmente a casa, restano attaccati al loro paese non meno dei primi» [Bo 60].

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"Ligurians fall into two categories: those clinging to their places like limpets to a rock, whom you could never dislodge; and those for whom the world itself is home, feeling equally at ease anywhere. Yet even the latter, and I count myself among them [...] return regularly to their roots, remaining as tethered to their homeland as the former" [Bo 60].

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Inizia con il quotidiano milanese «Il Giorno» una collaborazione sporadica che si protrarrà per diversi anni.

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He began sporadic collaboration with Milan's daily Il Giorno, which would continue for several years.

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Sul n. 5 del «Menabò» vede la luce il saggio La sfida al labirinto, sul n. 1 di «Questo e altro» il racconto La strada di San Giovanni.

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The essay The Challenge to the Labyrinth appeared in Menabò No. 5, while the story The Road to San Giovanni was published in Questo e altro No. 1.

172

1963

172

1963

173

È l’anno in cui prende forma in Italia il movimento della cosiddetta neoavanguardia; Calvino, pur senza condividerne le istanze, ne segue gli sviluppi con interesse. Dell’attenzione e della distanza di Calvino verso le posizioni del Gruppo ’63 è significativo documento la polemica con Angelo Guglielmi seguita alla pubblicazione della Sfida al labirinto.

173

This year marked the emergence of Italy's neo-avant-garde movement. While not sharing its core tenets, Calvino followed its developments with keen interest. His ambivalent stance toward Gruppo '63 positions is notably documented in the polemic with Angelo Guglielmi following publication of The Challenge to the Labyrinth.

174

Pubblica nella collana Libri per ragazzi la raccolta Marcovaldo ovvero Le stagioni in città. Illustrano il volume (cosa di cui Calvino si dichiarerà sempre fiero) 23 tavole di Sergio Tofano. Escono La giornata d’uno scrutatore e l’edizione in volume autonomo della Speculazione edilizia.

174

He published Marcovaldo, or The Seasons in the City in the Children's Books series, proudly noting the volume's 23 illustrations by Sergio Tofano. This year also saw the release of The Watcher and the standalone edition of A Plunge into Real Estate.

175

Alla metà di marzo compie un viaggio in Libia: all’Istituto italiano di cultura di Tripoli tiene una conferenza su «Natura e storia nei romanzi di ieri e di oggi».

175

In mid-March, he travels to Libya: at the Italian Cultural Institute in Tripoli, he delivers a lecture titled "Nature and History in Novels of Yesterday and Today."

176

In maggio passa una settimana a Corfù come membro della giuria del premio Formentor. Il 18 maggio riceve a Losanna il premio internazionale Charles Veillon per La giornata d’uno scrutatore.

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In May, he spends a week in Corfu as a jury member for the Formentor Prize. On May 18, he receives the Charles Veillon International Prize in Lausanne for The Watcher.

177

Compie lunghi soggiorni in Francia.

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He undertakes extended stays in France.

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1964

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1964

179

Il 19 febbraio a L’Avana sposa Chichita.

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On February 19, he marries Chichita in Havana.

180

«Nella mia vita ho incontrato donne di grande forza. Non potrei vivere senza una donna al mio fianco. Sono solo un pezzo d’un essere bicefalo e bisessuato, che è il vero organismo biologico e pensante» [RdM 80].

180

"In my life, I have encountered women of great strength. I could not live without a woman by my side. I am but one half of a two-headed, bisexual being, which constitutes the true biological and thinking organism" [RdM 80].

181

Il viaggio a Cuba gli dà l’occasione di visitare i luoghi natali e la casa dove abitavano i genitori. Fra i vari incontri, un colloquio personale con Ernesto «Che» Guevara.

181

The trip to Cuba allows him to visit his birthplace and the house where his parents lived. Among various encounters, he holds a private conversation with Ernesto "Che" Guevara.

182

Scrive una fondamentale prefazione per la nuova edizione del Sentiero dei nidi di ragno.

182

He writes a seminal preface for the new edition of The Path to the Spiders’ Nests.

183

Dopo l’estate si stabilisce con la moglie a Roma, in un appartamento in via di Monte Brianzo. Della famiglia fa parte anche Marcelo Weil, il figlio sedicenne che Chichita ha avuto dal primo marito. Ogni due settimane si reca a Torino per le riunioni einaudiane e per sbrigare la corrispondenza.

183

After summer, he settles with his wife in Rome, in an apartment on Via di Monte Brianzo. The household includes Marcelo Weil, the sixteen-year-old son Chichita had with her first husband. Every two weeks, he travels to Turin for Einaudi editorial meetings and to handle correspondence.

184

Appare sul «Menabò» n. 7 il saggio L’antitesi operaia, che avrà scarsa eco. Nella raccolta Una pietra sopra (1980) Calvino lo presenterà come «un tentativo di inserire nello sviluppo del mio discorso (quello dei miei precedenti saggi sul “Menabò”) una ricognizione delle diverse valutazioni del ruolo storico della classe operaia e in sostanza di tutta la problematica della sinistra di quegli anni […] forse l’ultimo mio tentativo di comporre gli elementi più diversi in un disegno unitario e armonico».

184

The essay The Worker Antithesis appears in issue 7 of Menabò, though it receives little attention. In the collection A Stone Laid Atop (1980), Calvino will present it as "an attempt to integrate into the development of my discourse (that of my earlier essays in Menabò) an exploration of diverse evaluations of the historical role of the working class and, fundamentally, of the entire problematic of the Left in those years [...] perhaps my final attempt to harmonize disparate elements into a unified and coherent framework."

185

Sul «Caffè» di novembre escono le prime quattro cosmicomiche: La distanza della Luna, Sul far del giorno, Un segno nello spazio, Tutto in un punto.

185

The first four cosmicomiche appear in the November issue of Il Caffè: The Distance of the Moon, At Daybreak, A Sign in Space, All at One Point.

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1965

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187

Interviene con due articoli («Rinascita», 30 gennaio e «Il Giorno», 3 febbraio) nel dibattito sul nuovo italiano «tecnologico» aperto da Pier Paolo Pasolini.

187

He contributes two articles (Rinascita, January 30, and Il Giorno, February 3) to the debate on the new "technological" Italian language initiated by Pier Paolo Pasolini.

188

In aprile nasce a Roma la figlia Giovanna. «Fare l’esperienza della paternità per la prima volta dopo i quarant’anni dà un grande senso di pienezza, ed è oltretutto un inaspettato divertimento» [lettera del 24 novembre a Hans Magnus Enzensberger].

188

In April, his daughter Giovanna is born in Rome. "Experiencing fatherhood for the first time after forty brings an immense sense of fulfillment and, moreover, an unexpected delight" [letter dated November 24 to Hans Magnus Enzensberger].

189

Pubblica Le Cosmicomiche. Con lo pseudonimo Tonio Cavilla, cura un’edizione ridotta e commentata del Barone rampante nella collana Letture per la scuola media. Esce il dittico La nuvola di smog e La formica argentina (in precedenza edite nei Racconti).

189

He publishes Cosmicomics. Under the pseudonym Tonio Cavilla, he edits an abridged and annotated edition of The Baron in the Trees for the Readings for Middle School series. The diptych Smog and The Argentine Ant is released (previously included in Stories).

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1966

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191

Il 12 febbraio muore Vittorini. «È difficile associare l’idea della morte – e fino a ieri quella della malattia – alla figura di Vittorini. Le immagini della negatività esistenziale, fondamentali per tanta parte della letteratura contemporanea, non erano le sue: Elio era sempre alla ricerca di nuove immagini di vita. E sapeva suscitarle negli altri» [Conf 66]. Un anno dopo, in un numero monografico del «Menabò» dedicato allo scrittore siciliano, pubblicherà l’ampio saggio Vittorini: progettazione e letteratura.

191

On February 12, Vittorini dies. "It is difficult to associate the idea of death – and until yesterday, even of illness – with Vittorini’s figure. The images of existential negativity, central to much contemporary literature, were not his: Elio was always in search of new visions of life. And he knew how to awaken them in others" [Conf 66]. A year later, in a monographic issue of Menabò dedicated to the Sicilian writer, he will publish the extensive essay Vittorini: Planning and Literature.

192

Dopo la scomparsa di Vittorini la posizione di Calvino nei riguardi dell’attualità muta: subentra, come dichiarerà in seguito, una presa di distanza, con un cambiamento di ritmo. «Una vocazione di topo di biblioteca che prima non avevo mai potuto seguire […] adesso ha preso il sopravvento, con mia piena soddisfazione, devo dire. Non che sia diminuito il mio interesse per quello che succede, ma non sento più la spinta a esserci in mezzo in prima persona. È soprattutto per via del fatto che non sono più giovane, si capisce. Lo stendhalismo, che era stata la filosofia pratica della mia giovinezza, a un certo punto è finito. Forse è solo un processo del metabolismo, una cosa che viene con l’età, ero stato giovane a lungo, forse troppo, tutt’a un tratto ho sentito che doveva cominciare la vecchiaia, sì proprio la vecchiaia, sperando magari d’allungare la vecchiaia cominciandola prima» [Cam 73].

192

Following Vittorini's death, Calvino's stance toward contemporary affairs shifted: what emerged, as he would later declare, was a withdrawal marked by changed rhythms. "A latent bookworm tendency I'd never previously indulged [...] now took over completely, much to my satisfaction. Not that my interest in current events diminished, but I no longer felt compelled to be at the forefront. This stems chiefly from no longer being young, of course. The Stendhalism that had been the practical philosophy of my youth abruptly ended. Perhaps it's simply a metabolic process, something that comes with age — I'd remained young too long, perhaps excessively so — when suddenly I sensed old age must begin, yes precisely old age, hoping perhaps to prolong it by starting early" [Cam 73].

193

La presa di distanza non è però una scontrosa chiusura all’esterno. In maggio riceve da Jean-Louis Barrault la proposta di scrivere un testo per il suo teatro. All’inizio di giugno partecipa a La Spezia alle riunioni del Gruppo ’63. In settembre invia a un editore inglese un contributo al volume Authors take sides on Vietnam («In un mondo in cui nessuno può essere contento di se stesso o in pace con la propria coscienza, in cui nessuna nazione o istituzione può pretendere d’incarnare un’idea universale e neppure soltanto la propria verità particolare, la presenza della gente del Vietnam è la sola che dia luce»).

193

This withdrawal did not equate to curmudgeonly isolation. In May, he received a proposal from Jean-Louis Barrault to write a text for his theater. In early June, he participated in Gruppo '63 meetings in La Spezia. In September, he contributed to the English anthology Authors take sides on Vietnam ("In a world where no one can be content with themselves or at peace with their conscience, where no nation or institution can claim to embody a universal idea or even its own particular truth, the Vietnamese people alone radiate light").

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1967

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195

Nella seconda metà di giugno si trasferisce con la famiglia a Parigi, in una villetta sita in Square de Châtillon, col proposito di restarvi cinque anni. Vi abiterà invece fino al 1980, compiendo peraltro frequenti viaggi in Italia, dove trascorre anche i mesi estivi.

195

In late June, he relocated with his family to Paris, settling in a townhouse at Square de Châtillon with plans to stay five years. He would instead reside there until 1980, while making frequent trips to Italy, where he also spent summers.

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Finisce di tradurre I fiori blu di Raymond Queneau. Alla poliedrica attività del bizzarro scrittore francese rinviano vari aspetti del Calvino maturo: il gusto della comicità estrosa e paradossale (che non sempre s’identifica con il divertissement), l’interesse per la scienza e per il gioco combinatorio, un’idea artigianale della letteratura in cui convivono sperimentalismo e classicità.

196

He completed his translation of Raymond Queneau's Les Fleurs bleues (The Blue Flowers). Multiple facets of the mature Calvino reflect the French writer's eclectic practice: the taste for whimsical and paradoxical humor (not always synonymous with divertissement), the interest in science and combinatorial play, and a craftsmanlike approach to literature blending experimentalism and classical rigor.

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Da una conferenza sul tema «Cibernetica e fantasmi» ricava il saggio Appunti sulla narrativa come processo combinatorio, che pubblica su «Nuova Corrente». Sulla stessa rivista e su «Rendiconti» escono rispettivamente La cariocinesi e Il sangue, il mare, entrambi poi raccolti nel volume Ti con zero.

197

From a lecture on "Cybernetics and Ghosts" emerged the essay Notes on Narrative as a Combinatorial Process, published in Nuova Corrente. The same journal and Rendiconti later featured Mitosis and The Blood, The Sea, both subsequently collected in t zero.

198

Verso la fine dell’anno s’impegna con Giovanni Enriques della casa editrice Zanichelli a progettare e redigere, in collaborazione con G.B. Salinari e quattro insegnanti, un’antologia per la scuola media che uscirà nel 1969 col titolo La lettura.

198

By year's end, he committed to collaborating with Giovanni Enriques of Zanichelli publishers and G.B. Salinari plus four educators to develop a middle school anthology, released in 1969 as Reading.

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1968

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200

Il nuovo interesse per la semiologia è testimoniato dalla partecipazione ai due seminari di Barthes su Sarrasine di Balzac all’École des Hautes Études della Sorbona, e a una settimana di studi semiotici all’Università di Urbino, caratterizzata dall’intervento di Algirdas Julien Greimas.

200

His growing interest in semiotics manifested through attendance at Roland Barthes' seminars on Balzac's Sarrasine at the École des Hautes Études in Sorbonne, and a week-long semiotics conference at Urbino University featuring Algirdas Julien Greimas.

201

A Parigi frequenta Queneau, che lo presenterà ad altri membri dell’Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle, emanazione del Collège de Pataphysique di Alfred Jarry), fra i quali Georges Perec, François Le Lionnais, Jacques Roubaud, Paul Fournel. Per il resto, nella capitale francese i suoi contatti sociali e culturali non saranno particolarmente intensi: «Forse io non ho la dote di stabilire dei rapporti personali con i luoghi, resto sempre un po’ a mezz’aria, sto nelle città con un piede solo. La mia scrivania è un po’ come un’isola: potrebbe essere qui come in un altro paese […] facendo lo scrittore una parte del mio lavoro la posso svolgere in solitudine, non importa dove, in una casa isolata in mezzo alla campagna, o in un’isola, e questa casa di campagna io ce l’ho nel bel mezzo di Parigi. E così, mentre la vita di relazione connessa col mio lavoro si svolge tutta in Italia, qui ci vengo quando posso o devo stare solo» [EP 74].

201

In Paris, he frequented Queneau, who would introduce him to other members of Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle, an offshoot of Alfred Jarry’s Collège de Pataphysique), including Georges Perec, François Le Lionnais, Jacques Roubaud, and Paul Fournel. Otherwise, his social and cultural engagements in the French capital remained relatively limited: "Perhaps I lack the gift of forming personal connections with places; I always remain somewhat suspended, inhabiting cities with one foot barely touching the ground. My desk is like an island: it could be here or in another country [...] As a writer, part of my work can be done in solitude, anywhere—in a secluded house in the countryside, on an island—and this country house of mine happens to lie in the heart of Paris. Thus, while the professional interactions tied to my work unfold entirely in Italy, I come here whenever I need or crave solitude" [EP 74].

202

Come già nei riguardi dei movimenti giovanili di protesta dei primi anni Sessanta, segue la contestazione studentesca con interesse, ma senza condividerne atteggiamenti e ideologia.

202

Much like his stance toward the youth protest movements of the early 1960s, he observed the student uprisings with interest but without embracing their attitudes or ideology.

203

Il suo «contributo al rimescolio di idee di questi anni» [Cam 73] è legato piuttosto alla riflessione sul tema dell’utopia. Matura così la proposta di una rilettura di Fourier, che si concreta nel ’71 con la pubblicazione di un’originale antologia di scritti: «È dell’indice del volume che sono particolarmente fiero: il mio vero saggio su Fourier è quello» [Four 71].

203

His "contribution to the ideological ferment of these years" [Cam 73] lay instead in his reflections on utopia. This culminated in his proposal for a reinterpretation of Fourier, realized in 1971 with the publication of an original anthology: "I take particular pride in the volume’s index: that is my true essay on Fourier" [Four 71].

204

Rifiuta il premio Viareggio per Ti con zero («Ritenendo definitivamente conclusa epoca premi letterari rinuncio premio perché non mi sento di continuare ad avallare con mio consenso istituzioni ormai svuotate di significato stop. Desiderando evitare ogni clamore giornalistico prego non annunciare mio nome fra vincitori stop. Credete mia amicizia»); accetterà invece due anni dopo il premio Asti, nel ’72 il premio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei, poi quello della Città di Nizza, il Mondello e altri.

204

He declined the Viareggio Prize for t zero ("Considering the era of literary prizes definitively concluded, I renounce this award as I no longer wish to endorse institutions now devoid of meaning stop. To avoid media sensationalism, kindly omit my name from the list of recipients stop. My friendship remains"). Two years later, however, he accepted the Asti Prize, followed in 1972 by the Feltrinelli Prize from the Accademia dei Lincei, the Nice City Award, the Mondello Prize, and others.

205

Per tutto l’anno lavora intensamente ai tre volumi dell’antologia scolastica La lettura; i suoi interlocutori alla Zanichelli sono Delfino Insolera e Gianni Sofri.

205

Throughout the year, he worked intensively on the three volumes of the school anthology Reading, collaborating with Delfino Insolera and Gianni Sofri at Zanichelli.

206

Pubblica presso il Club degli Editori di Milano La memoria del mondo e altre storie cosmicomiche.

206

He published The Memory of the World and Other Cosmicomic Stories with Milan’s Club degli Editori.

207

Fra il 1968 e il 1972 – insieme con alcuni amici (Guido Neri, Carlo Ginzburg, Enzo Melandri e soprattutto Gianni Celati) – ragiona a voce e per scritto sulla possibilità di dar vita a una rivista («Alì Babà»). Particolarmente viva in lui è l’esigenza di rivolgersi a «un pubblico nuovo, che non ha ancora pensato al posto che può avere la lettura nei bisogni quotidiani»: di qui il progetto, mai realizzato, di «una rivista a larga tiratura, che si vende nelle edicole, una specie di “Linus”, ma non a fumetti, romanzi a puntate con molte illustrazioni, un’impaginazione attraente. E molte rubriche che esemplificano strategie narrative, tipi di personaggi, modi di lettura, istituzioni stilistiche, funzioni poetico-antropologiche, ma tutto attraverso cose divertenti da leggere. Insomma un tipo di ricerca fatto con gli strumenti della divulgazione» [Cam 73].

207

Between 1968 and 1972—alongside friends like Guido Neri, Carlo Ginzburg, Enzo Melandri, and above all Gianni Celati—he debated, both orally and in writing, the possibility of launching a magazine ("Alì Babà"). Central to his vision was addressing "a new audience, one that has yet to consider the role reading might play in daily life." This inspired the unrealized project of "a high-circulation magazine sold at newsstands, something akin to Linus but without comics: serialized novels with abundant illustrations and engaging layouts. It would feature columns exploring narrative strategies, character types, reading methods, stylistic conventions, and poetic-anthropological functions—all through entertaining content. In short, a form of research conducted through the tools of popularization" [Cam 73].

208

1969

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1969

209

Nel volume Tarocchi. Il mazzo visconteo di Bergamo e New York di Franco Maria Ricci appare Il castello dei destini incrociati. Prepara la seconda edizione di Ultimo viene il corvo. Sul «Caffè» appare La decapitazione dei capi.

209

The Castle of Crossed Destinies appeared in Franco Maria Ricci’s volume Tarocchi: The Visconti Deck of Bergamo and New York. He prepared the second edition of The Crow Comes Last. The Decapitation of the Chiefs was published in Il Caffè.

210

In primavera esce La lettura. Di concezione interamente calviniana sono i capitoli Osservare e descrivere, nei quali si propone un’idea di descrizione come esperienza conoscitiva, «problema da risolvere» («Descrivere vuol dire tentare delle approssimazioni che ci portano sempre un po’ più vicino a quello che vogliamo dire, e nello stesso tempo ci lasciano sempre un po’ insoddisfatti, per cui dobbiamo continuamente rimetterci ad osservare e a cercare come esprimere meglio quel che abbiamo osservato» [Let 69]).

210

In spring, Reading is published. Entirely conceived by Calvino are the chapters titled Observing and Describing, which propose description as a cognitive experience, a "Problem to Solve" ("To describe means to attempt approximations that bring us ever closer to what we wish to express, while leaving us perpetually dissatisfied, thus compelling us to return to observing and seeking better ways to articulate our observations" [Let 69]).

211

1970

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1970

212

Nella nuova collana einaudiana degli Struzzi esce in giugno Gli amori difficili, primo e unico volume della serie I racconti di Italo Calvino; il libro si apre con una sua nota bio-bibliografica non firmata.

212

In June, Difficult Loves appears in Einaudi's new Struzzi series as the first and only volume of The Stories of Italo Calvino; the book opens with an unsigned bio-bibliographical note by the author.

213

Rielaborando il materiale di un ciclo di trasmissioni radiofoniche, pubblica una scelta di brani del poema ariostesco, Orlando furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino.

213

Revisiting material from a radio broadcast series, he publishes a selection of passages from Ariosto's epic poem titled Orlando Furioso by Ludovico Ariosto as retold by Italo Calvino.

214

Durante gli anni Settanta torna più volte a occuparsi di fiaba, scrivendo tra l’altro prefazioni a nuove edizioni di celebri raccolte (Lanza, Basile, Grimm, Perrault, Pitré).

214

Throughout the 1970s, he returns repeatedly to fairy tales, writing prefaces for new editions of celebrated collections (Lanza, Basile, Grimm, Perrault, Pitré).

215

1971

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1971

216

Einaudi gli affida la direzione della collana Centopagine, che lo impegnerà per alcuni anni. Fra gli autori pubblicati si conteranno, oltre ai classici a lui più cari (Stevenson, Conrad, James, Stendhal, Hoffmann, un certo Balzac, un certo Tolstòj), svariati minori italiani a cavallo fra Otto e Novecento.

216

Einaudi entrusts him with directing the Hundred Pages series, which will occupy him for several years. Among the authors published are both cherished classics (Stevenson, Conrad, James, Stendhal, Hoffmann, a certain Balzac, a certain Tolstoy) and various lesser-known Italian writers spanning the late 19th and early 20th centuries.

217

Nella miscellanea Adelphiana appare Dall’opaco.

217

The essay From the Murky appears in the miscellany Adelphiana.

218

1972

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219

In marzo lo scrittore americano John Barth lo invita a sostituirlo per l’anno accademico 1972-73 nel corso di fiction-writing da lui tenuto a Buffalo, alla facoltà di Arts and Letters della State University di New York. Alla fine di aprile, sia pure a malincuore, Calvino rinuncia all’invito.

219

In March, American writer John Barth invites him to replace him for the 1972-73 academic year in the fiction-writing course at SUNY Buffalo's Faculty of Arts and Letters. By late April, Calvino reluctantly declines the offer.

220

In giugno l’Accademia nazionale dei Lincei gli assegna il premio Antonio Feltrinelli 1972 per la narrativa; il conferimento del premio avverrà in dicembre.

220

In June, the Accademia Nazionale dei Lincei awards him the 1972 Antonio Feltrinelli Prize for fiction; the ceremony takes place in December.

221

Pubblica Le città invisibili.

221

He publishes Invisible Cities.

222

In novembre partecipa per la prima volta a un déjeuner dell’Oulipo, di cui diventerà membre étranger nel febbraio successivo. Sempre in novembre esce, sul primo numero dell’edizione italiana di «Playboy», Il nome, il naso.

222

In November, he attends his first Oulipo luncheon, becoming a foreign member the following February. That same month, The Name, the Nose appears in the inaugural Italian edition of Playboy.

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1973

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1973

224

Esce l’edizione definitiva del Castello dei destini incrociati.

224

The definitive edition of The Castle of Crossed Destinies is published.

225

Rispondendo a un’inchiesta di «Nuovi Argomenti» sull’estremismo, dichiara: «Credo giusto avere una coscienza estremista della gravità della situazione, e che proprio questa gravità richieda spirito analitico, senso della realtà, responsabilità delle conseguenze di ogni azione parola pensiero, doti insomma non estremiste per definizione» [NA 73].

225

Responding to a survey on extremism in Nuovi Argomenti, he states: "I believe it right to maintain an extremist awareness of the gravity of our situation, yet this very gravity demands analytical rigor, a sense of reality, and responsibility for the consequences of every action, word, and thought — qualities inherently non-extremist by definition" [NA 73].

226

Viene ultimata la costruzione della casa nella pineta di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia, dove Calvino trascorrerà d’ora in poi tutte le estati. Fra gli amici più assidui Carlo Fruttero e Pietro Citati.

226

Construction is completed on his house in the Roccamare pine forest near Castiglione della Pescaia, where Calvino will spend every summer hereafter. Among his most frequent guests are Carlo Fruttero and Pietro Citati.

227

1974

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228

L’8 gennaio, finalista con Le città invisibili del XXIII premio Pozzale, partecipa al dibattito sulla narrativa italiana del dopoguerra svoltosi alla biblioteca Renato Fucini di Empoli.

228

On January 8, as a finalist for the XXIII Pozzale Prize with Invisible Cities, he participates in a debate on postwar Italian fiction at the Renato Fucini Library in Empoli.

229

Inizia a scrivere sul «Corriere della Sera» racconti, resoconti di viaggio e una nutrita serie d’interventi sulla realtà politica e sociale del paese. La collaborazione durerà sino al 1979; tra i primi contributi, il 25 aprile, Ricordo di una battaglia. Nello stesso anno un altro scritto d’indole autobiografica, l’Autobiografia di uno spettatore, appare come prefazione a Quattro film di Federico Fellini.

229

He begins writing stories, travelogues, and numerous commentaries on Italy's sociopolitical realities for the Corriere della Sera. This collaboration will last until 1979; among his early contributions is Memory of a Battle (April 25). That same year, another autobiographical text, Autobiography of a Spectator, appears as the preface to Federico Fellini's Quattro film.

230

Per la serie radiofonica “Le interviste impossibili” scrive i dialoghi Montezuma e L’uomo di Neanderthal.

230

For the radio series "Impossible Interviews," he writes the dialogues Montezuma and Neanderthal Man.

231

1975

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232

Nella seconda metà di maggio compie un viaggio in Iran, incaricato dalla Rai di effettuare i sopralluoghi per la futura eventuale realizzazione del programma “Le città della Persia”.

232

In the latter half of May, he travels to Iran, commissioned by RAI to conduct site inspections for the potential future production of the program "The Cities of Persia."

233

Il 1º di agosto si apre sul «Corriere della Sera», con La corsa delle giraffe, la serie dei racconti del signor Palomar.

233

On August 1st, the series of stories about Mr. Palomar opens in the Corriere della Sera with The Giraffes’ Race.

234

Ripubblica nella Biblioteca Giovani di Einaudi La memoria del mondo e altre storie cosmicomiche.

234

He republishes La memoria del mondo e altre storie cosmicomiche in Einaudi's "Biblioteca Giovani" series.

235

1976

235

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236

Fra la fine di febbraio e la metà di marzo è negli Stati Uniti: prima ospite del College di Amherst (Mass.); poi una settimana a Baltimora per i Writing Seminars della Johns Hopkins University (dove tiene seminari sulle Cosmicomiche e sui Tarocchi, una conferenza e una lettura pubblica delle Città invisibili); poi una settimana a New York. Passa infine una decina di giorni in Messico con la moglie Chichita.

236

Between late February and mid-March, he is in the United States: first as a guest at Amherst College (Massachusetts); then a week in Baltimore for the Writing Seminars at Johns Hopkins University (where he holds seminars on the Cosmicomiche and the Tarot, gives a lecture, and a public reading of Invisible Cities); followed by a week in New York. He concludes with ten days in Mexico with his wife Chichita.

237

Il viaggio in Messico e quello che farà nel mese di novembre in Giappone gli danno lo spunto per una serie di articoli sul «Corriere della Sera».

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His trips to Mexico and later to Japan in November inspire a series of articles for the Corriere della Sera.

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1977

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L’8 febbraio, a Vienna, il ministero austriaco dell’Istruzione e dell’Arte gli conferisce lo Staatspreis für Europäische Literatur.

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On February 8th, the Austrian Ministry of Education and Arts awards him the European State Prize for Literature in Vienna.

240

Esce su «Paragone» Letteratura La poubelle agréée.

240

He publishes La poubelle agréée in the journal Paragone.

241

Dà alle stampe La penna in prima persona (Per i disegni di Saul Steinberg). Lo scritto si inserisce in una serie di brevi lavori, spesso in bilico tra saggio e racconto, ispirati alle arti figurative (in una sorta di libero confronto con opere di Fausto Melotti, Giulio Paolini, Lucio Del Pezzo, Cesare Peverelli, Valerio Adami, Alberto Magnelli, Luigi Serafini, Domenico Gnoli, Giorgio De Chirico, Enrico Baj, Arakawa…).

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He releases The Pen in the First Person (For the Drawings of Saul Steinberg). This work belongs to a series of short pieces, often hovering between essay and story, inspired by visual arts (engaging freely with works by Fausto Melotti, Giulio Paolini, Lucio Del Pezzo, Cesare Peverelli, Valerio Adami, Alberto Magnelli, Luigi Serafini, Domenico Gnoli, Giorgio De Chirico, Enrico Baj, Arakawa, and others).

242

Sull’«Approdo letterario» di dicembre, col titolo Il signor Palomar in Giappone, pubblica la serie integrale dei pezzi ispirati dal viaggio dell’anno precedente.

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In the December issue of L’Approdo letterario, under the title Mr. Palomar in Japan, he publishes the complete series of pieces inspired by his travels the previous year.

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1978

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1978

244

In una lettera a Guido Neri del 31 gennaio scrive che La poubelle agréée fa parte di «una serie di testi autobiografici con una densità più saggistica che narrativa, testi che in gran parte esistono solo nelle mie intenzioni, e in parte in redazioni ancora insoddisfacenti, e che un giorno forse saranno un volume che forse si chiamerà Passaggi obbligati».

244

In a January 31st letter to Guido Neri, he writes that La poubelle agréée forms part of "a series of autobiographical texts with a more essayistic than narrative density—texts that largely exist only in my intentions, in part still in unsatisfactory drafts, and that may one day become a volume perhaps titled Obligatory Passages."

245

In aprile, all’età di 92 anni muore la madre. La Villa Meridiana sarà venduta qualche tempo dopo.

245

In April, his mother dies at the age of 92. Villa Meridiana will be sold some time later.

246

1979

246

1979

247

Pubblica il romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore.

247

He publishes the novel If on a winter’s night a traveler.

248

Con l’articolo Sono stato stalinista anch’io? (16-17 dicembre) inizia una fitta collaborazione al quotidiano «la Repubblica» in cui i racconti si alternano alla riflessione su libri, mostre e altri fatti di cultura. Sono quasi destinati a sparire invece, rispetto a quanto era avvenuto con il «Corriere della Sera», gli articoli di tema sociale e politico (fra le eccezioni l’Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti, 15 marzo 1980).

248

With the article Was I a Stalinist Too? (December 16-17), he begins frequent contributions to the newspaper la Repubblica, alternating stories with reflections on books, exhibitions, and cultural events. Compared to his work for the Corriere della Sera, articles on social and political themes nearly disappear (exceptions include the Apologue on Honesty in the Land of the Corrupt, March 15, 1980).

249

1980

249

1980

250

Raccoglie nel volume Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società la parte più significativa dei suoi interventi saggistici dal 1955 in poi.

250

He collects the most significant essays from 1955 onward in the volume A Stone Over: Discourses on Literature and Society.

251

Nel mese di settembre si trasferisce con la famiglia a Roma, in piazza Campo Marzio, in una casa con terrazza a un passo dal Pantheon.

251

In September, he moves with his family to Rome, settling in a house with a terrace on Piazza Campo Marzio, steps from the Pantheon.

252

Accetta da Rizzoli l’incarico di curare un’ampia scelta di testi di Tommaso Landolfi.

252

He accepts Rizzoli’s commission to curate a comprehensive selection of Tommaso Landolfi’s texts.

253

1981

253

1981

254

Riceve la Legion d’onore.

254

He receives the Légion d’honneur.

255

Cura l’ampia raccolta di scritti di Queneau Segni, cifre e lettere.

255

He edits the extensive collection of Queneau’s writings titled Signs, Numbers, and Letters.

256

Sulla rivista «Il cavallo di Troia» appare Le porte di Bagdad, azione scenica per i bozzetti di Toti Scialoja. Su richiesta di Adam Pollock (che ogni estate organizza a Batignano, presso Grosseto, spettacoli d’opera del Seicento e del Settecento) compone un testo a carattere combinatorio, con funzione di cornice, per l’incompiuto Singspiel di Mozart Zaide. Presiede a Venezia la giuria della XXIX Mostra internazionale del cinema, che premia, oltre ad Anni di piombo di Margarethe von Trotta, Sogni d’oro di Nanni Moretti.

256

The journal «Il cavallo di Troia» publishes The Gates of Baghdad, a stage action for Toti Scialoja's sketches. At the request of Adam Pollock (who each summer organizes 17th- and 18th-century opera performances in Batignano near Grosseto), he composes a combinatorial text serving as a frame for Mozart’s unfinished Singspiel Zaide. He chairs the jury of the 29th Venice International Film Festival, which awards prizes to Margarethe von Trotta’s Years of Lead and Nanni Moretti’s Golden Dreams alongside other works.

257

1982

257

1982

258

All’inizio dell’anno, tradotta da Sergio Solmi, esce da Einaudi la Piccola cosmogonia portatile di Queneau; il poema è seguito da una Piccola guida alla Piccola cosmogonia cui Calvino ha lavorato fra il 1978 e il 1981, discutendo e risolvendo ardui problemi d’interpretazione e di resa del testo in un fitto dialogo epistolare con Solmi.

258

In early January, Queneau’s Short Portable Cosmogony, translated by Sergio Solmi, is published by Einaudi. The poem is accompanied by A Short Guide to the Short Portable Cosmogony, a text Calvino worked on between 1978 and 1981, resolving intricate interpretative and translational challenges through extensive epistolary dialogue with Solmi.

259

All’inizio di marzo, al Teatro alla Scala di Milano, viene rappresentata La Vera Storia, opera in due atti scritta da Berio e Calvino. Di quest’anno è anche l’azione musicale Duo, primo nucleo del futuro Un re in ascolto, sempre composta in collaborazione con Berio.

259

In early March, The True Story, a two-act opera written by Berio and Calvino, premieres at Milan’s Teatro alla Scala. This year also sees the creation of the musical action Duo, the initial nucleus of their later collaboration A King Listens.

260

Su «FMR» di giugno appare il racconto Sapore sapere.

260

The story Taste/Knowledge appears in the June issue of «FMR».

261

In ottobre Rizzoli pubblica il volume Le più belle pagine di Tommaso Landolfi scelte da Italo Calvino, con una sua nota finale dal titolo L’esattezza e il caso.

261

In October, Rizzoli publishes The Most Beautiful Pages of Tommaso Landolfi Selected by Italo Calvino, featuring his concluding note titled Exactitude and Chance.

262

In dicembre esce da Einaudi la Storia naturale di Plinio con una sua introduzione dal titolo Il cielo, l’uomo, l’elefante.

262

In December, Einaudi releases Pliny’s Natural History with Calvino’s introduction The Sky, Man, and the Elephant.

263

1983

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1983

264

Viene nominato per un mese «directeur d’études» all’École des Hautes Études. Il 25 gennaio tiene una lezione su «Science et métaphore chez Galilée» al seminario di Greimas. Legge in inglese alla New York University («James Lecture») la conferenza Mondo scritto e mondo non scritto.

264

Appointed as a month-long «directeur d’études» at the École des Hautes Études, he delivers a lecture titled Science and Metaphor in Galileo at Greimas’ seminar on January 25. At New York University’s «James Lecture», he presents in English the conference paper The Written World and the Unwritten World.

265

Nel pieno della grave crisi che ha colpito la casa editrice Einaudi esce in novembre Palomar.

265

Amid severe financial crises at Einaudi, Palomar is published in November.

266

1984

266

1984

267

Nel mese di aprile, insieme con la moglie Chichita, compie un viaggio in Argentina, accogliendo l’invito della Feria Internacional del Libro di Buenos Aires. S’incontra anche con Raúl Alfonsín, eletto alcuni mesi prima presidente della repubblica.

267

In April, Calvino and his wife Chichita travel to Argentina, accepting an invitation to the Buenos Aires International Book Fair. He meets with Raúl Alfonsín, recently elected president of the republic.

268

In agosto diserta la prima di Un re in ascolto; in una lettera a Claudio Varese del mese successivo scrive: «L’opera di Berio a Salisburgo di mio ha il titolo e credo nient’altro».

268

In August, he absents himself from the premiere of A King Listens. In a September letter to Claudio Varese, he remarks: «Of Berio’s Salzburg opera, only the title is mine, I believe nothing else.»

269

In settembre è a Siviglia, dove è stato invitato insieme con Borges a un convegno sulla letteratura fantastica.

269

In September, he attends a conference on fantastic literature in Seville alongside Borges.

270

In seguito alle perduranti difficoltà finanziarie dell’Einaudi decide di accettare l’offerta dell’editore milanese Garzanti, presso il quale appaiono in autunno Collezione di sabbia e Cosmicomiche vecchie e nuove.

270

Due to Einaudi’s ongoing financial struggles, he accepts an offer from Milanese publisher Garzanti, which releases Collection of Sand and Old and New Cosmicomics that autumn.

271

1985

271

1985

272

S’impegna con la casa editrice Einaudi a scrivere un’introduzione per America di Kafka.

272

He commits to writing an introduction for Kafka’s America for Einaudi.

273

Passa l’estate lavorando intensamente nella sua casa di Roccamare: traduce La canzone del polistirene di Queneau (il testo apparirà postumo presso Scheiwiller, come strenna fuori commercio della Montedison); mette a punto la stesura definitiva di un’intervista a Maria Corti che uscirà nel numero di ottobre di «Autografo»; e soprattutto prepara il testo delle conferenze (Six Memos for the Next Millennium) che dovrà tenere all’Università Harvard («Norton Lectures») nell’anno accademico 1985-86.

273

Spending summer intensively working at his Roccamare home, he translates Queneau’s The Song of Polystyrene (posthumously published by Scheiwiller as a Montedison luxury edition); finalizes an interview with Maria Corti for October’s «Autografo»; and prepares Six Memos for the Next Millennium, the text of his forthcoming Norton Lectures at Harvard University for the 1985-86 academic year.

274

Colpito da ictus il 6 settembre, viene ricoverato e operato all’ospedale Santa Maria della Scala di Siena. Muore in seguito a emorragia cerebrale nella notte fra il 18 e il 19.

274

Stricken by a cerebral hemorrhage on September 6, he was hospitalized and underwent surgery at Santa Maria della Scala Hospital in Siena. He died of cerebral bleeding on the night between the 18th and 19th.

275

Nella Cronologia si è fatto ricorso alle seguenti abbreviazioni:

275

The following abbreviations are used in the Chronology:

276

Accr 60 = Ritratti su misura di scrittori italiani, a cura di Elio Filippo Accrocca, Sodalizio del Libro, Venezia 1960.

276

Accr 60 = Custom Portraits of Italian Writers, edited by Elio Filippo Accrocca, Sodalizio del Libro, Venice 1960.

277

As 74 = Autobiografia di uno spettatore, prefazione a Federico Fellini, Quattro film, Einaudi, Torino 1974; poi in La strada di San Giovanni, Mondadori, Milano 1990.

277

As 74 = Autobiography of a Spectator, preface to Federico Fellini's Four Films, Einaudi, Turin 1974; later included in The Road to San Giovanni, Mondadori, Milan 1990.

278

Bo 60 = Il comunista dimezzato, intervista di Carlo Bo, «L’Europeo», 28 agosto 1960.

278

Bo 60 = The Halved Communist, interview by Carlo Bo, «L’Europeo», August 28, 1960.

279

Cam 73 = Ferdinando Camon, Il mestiere di scrittore. Conversazioni critiche con G. Bassani, I. Calvino, C. Cassola, A. Moravia, O. Ottieri, P.P. Pasolini, V. Pratolini, R. Roversi, P. Volponi, Garzanti, Milano 1973.

279

Cam 73 = Ferdinando Camon, The Writer's Craft. Critical conversations with G. Bassani, I. Calvino, C. Cassola, A. Moravia, O. Ottieri, P.P. Pasolini, V. Pratolini, R. Roversi, P. Volponi, Garzanti, Milan 1973.

280

Conf 66 = «Il Confronto», II, 10, luglio-settembre 1966.

280

Conf 66 = «Il Confronto», II, 10, July-September 1966.

281

DeM 59 = Pavese fu il mio lettore ideale, intervista di Roberto De Monticelli, «Il Giorno», 18 agosto 1959.

281

DeM 59 = Pavese Was My Ideal Reader, interview by Roberto De Monticelli, «Il Giorno», August 18, 1959.

282

D’Er 79 = Italo Calvino, intervista di Marco d’Eramo, «mondoperaio», 6, giugno 1979, pp. 133-38.

282

D’Er 79 = Italo Calvino, interview by Marco d’Eramo, «mondoperaio», 6, June 1979, pp. 133-38.

283

EP 74 = Eremita a Parigi, Edizioni Pantarei, Lugano 1974.

283

EP 74 = Hermit in Paris, Edizioni Pantarei, Lugano 1974.

284

Four 71 = Calvino parla di Fourier, «Libri – Paese Sera», 28 maggio 1971.

284

Four 71 = Calvino Speaks About Fourier, «Libri – Paese Sera», May 28, 1971.

285

Gad 62 = Risposta all’inchiesta La generazione degli anni difficili, a cura di Ettore A. Albertoni, Ezio Antonini, Renato Palmieri, Laterza, Bari 1962.

285

Gad 62 = Response to the survey The Generation of Difficult Years, edited by Ettore A. Albertoni, Ezio Antonini, Renato Palmieri, Laterza, Bari 1962.

286

Let 69 = Descrizioni di oggetti, in La lettura. Antologia per la scuola media, a cura di Italo Calvino e Giambattista Salinari, con la collaborazione di Maria D’Angiolini, Melina Insolera, Mietta Penati, Isa Violante, vol. I, Zanichelli, Bologna 1969.

286

Let 69 = Descriptions of Objects, in Reading: An Anthology for Middle Schools, edited by Italo Calvino and Giambattista Salinari, with contributions by Maria D’Angiolini, Melina Insolera, Mietta Penati, Isa Violante, vol. I, Zanichelli, Bologna 1969.

287

Men 73 = Presentazione del Menabò (1959-1967), a cura di Donatella Fiaccarini Marchi, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1973.

287

Men 73 = Presentation of Menabò (1959-1967), edited by Donatella Fiaccarini Marchi, Edizioni dell’Ateneo, Rome 1973.

288

NA 73 = Quattro risposte sull’estremismo, «Nuovi Argomenti», n.s., 31, gennaio-febbraio 1973.

288

NA 73 = Four Responses on Extremism, «Nuovi Argomenti», n.s., 31, January-February 1973.

289

Nasc 84 = Sono un po’ stanco di essere Calvino, intervista di Giulio Nascimbeni, «Corriere della Sera», 5 dicembre 1984.

289

Nasc 84 = I’m a Bit Tired of Being Calvino, interview by Giulio Nascimbeni, «Corriere della Sera», December 5, 1984.

290

Par 60 = Risposta al questionario di un periodico milanese, «Il paradosso», rivista di cultura giovanile, 23-24, settembre-dicembre 1960, pp. 11-18.

290

Par 60 = Response to a questionnaire from a Milanese periodical, «Il paradosso», youth culture magazine, 23-24, September-December 1960, pp. 11-18.

291

Pes 83 = «Il gusto dei contemporanei». Quaderno numero tre. Italo Calvino, Banca Popolare Pesarese, Pesaro 1987.

291

Pes 83 = «The Taste of Contemporane». Notebook Number Three: Italo Calvino, Banca Popolare Pesarese, Pesaro 1987.

292

RdM 80 = Se una sera d’autunno uno scrittore, intervista di Ludovica Ripa di Meana, «L’Europeo», 17 novembre 1980, pp. 84-91.

292

RdM 80 = If on a Fall Evening a Writer, interview by Ludovica Ripa di Meana, «L’Europeo», November 17, 1980, pp. 84-91.

293

Rep 80 = Quel giorno i carri armati uccisero le nostre speranze, «la Repubblica», 13 dicembre 1980.

293

Rep 80 = That Day, Tanks Killed Our Hopes, «la Repubblica», December 13, 1980.

294

Rep 84 = L’irresistibile satira di un poeta stralunato, «la Repubblica», 6 marzo 1984.

294

Rep 84 = The Irresistible Satire of a Bewildered Poet, «la Repubblica», March 6, 1984.

296

Bibliografia essenziale

296

Essential Bibliography

297

Monografie e raccolte di saggi

297

Monographs and Essay Collections

298

G. Pescio Bottino, Italo Calvino, La Nuova Italia, Firenze 1967 (nuova ed. 1972).

298

G. Pescio Bottino, Italo Calvino, La Nuova Italia, Florence 1967 (new ed. 1972).

299

G. Bonura, Invito alla lettura di Italo Calvino, Mursia, Milano 1972 (nuova ed. 1985).

299

G. Bonura, An Invitation to Reading Italo Calvino, Mursia, Milan 1972 (new ed. 1985).

300

C. Calligaris, Italo Calvino, Mursia, Milano 1973 (nuova ed. a cura di G.P. Bernasconi, 1985).

300

C. Calligaris, Italo Calvino, Mursia, Milan 1973 (new edition edited by G.P. Bernasconi, 1985).

301

F. Bernardini Napoletano, I segni nuovi di Italo Calvino. Da «Le Cosmicomiche» a «Le città invisibili», Bulzoni, Roma 1977.

301

F. Bernardini Napoletano, The New Signs of Italo Calvino. From «Cosmicomics» to «Invisible Cities», Bulzoni, Rome 1977.

302

C. Benussi, Introduzione a Calvino, Laterza, Roma-Bari 1989.

302

C. Benussi, Introduction to Calvino, Laterza, Rome-Bari 1989.

303

G.C. Ferretti, Le capre di Bikini. Calvino giornalista e saggista 1945-1985, Editori Riuniti, Roma 1989.

303

G.C. Ferretti, The Goats of Bikini. Calvino as Journalist and Essayist 1945-1985, Editori Riuniti, Rome 1989.

304

C. Milanini, L’utopia discontinua. Saggio su Italo Calvino, Garzanti, Milano 1990.

304

C. Milanini, The Discontinuous Utopia. Essay on Italo Calvino, Garzanti, Milan 1990.

305

K. Hume, Calvino’s Fictions: Cogito and Cosmos, Clarendon Press, Oxford 1992.

305

K. Hume, Calvino’s Fictions: Cogito and Cosmos, Clarendon Press, Oxford 1992.

306

R. Bertoni, Int’abrigu int’ubagu. Discorso su alcuni aspetti dell’opera di Italo Calvino, Tirrenia Stampatori, Torino 1993.

306

R. Bertoni, Int’abrigu int’ubagu. Discourse on Some Aspects of Italo Calvino’s Work, Tirrenia Stampatori, Turin 1993.

307

G. Bertone, Italo Calvino. Il castello della scrittura, Einaudi, Torino 1994.

307

G. Bertone, Italo Calvino. The Castle of Writing, Einaudi, Turin 1994.

308

R. Deidier, Le forme del tempo. Saggio su Italo Calvino, Guerini e Associati, Milano 1995.

308

R. Deidier, The Forms of Time. Essay on Italo Calvino, Guerini e Associati, Milan 1995.

309

G. Bonsaver, Il mondo scritto. Forme e ideologia nella narrativa di Italo Calvino, Tirrenia Stampatori, Torino 1995.

309

G. Bonsaver, The Written World. Forms and Ideology in the Narrative of Italo Calvino, Tirrenia Stampatori, Turin 1995.

310

Ph. Daros, Italo Calvino, Hachette, Paris 1995.

310

Ph. Daros, Italo Calvino, Hachette, Paris 1995.

311

M. Belpoliti, L’occhio di Calvino, Einaudi, Torino 1996.

311

M. Belpoliti, Calvino’s Eye, Einaudi, Turin 1996.

312

C. De Caprio, La sfida di Aracne. Studi su Italo Calvino, Dante & Descartes, Napoli 1996.

312

C. De Caprio, Arachne’s Challenge. Studies on Italo Calvino, Dante & Descartes, Naples 1996.

313

E. Zinato (a cura di), Conoscere i romanzi di Calvino, Rusconi, Milano 1997.

313

E. Zinato (ed.), Understanding Calvino’s Novels, Rusconi, Milan 1997.

314

M.L. McLaughlin, Italo Calvino, Edinburgh University Press, Edinburgh 1998.

314

M.L. McLaughlin, Italo Calvino, Edinburgh University Press, Edinburgh 1998.

315

P. Castellucci, Un modo di stare al mondo. Italo Calvino e l’America, Adriatica, Bari 1999.

315

P. Castellucci, A Way of Being in the World. Italo Calvino and America, Adriatica, Bari 1999.

316

S. Perrella, Calvino, Laterza, Roma-Bari 1999.

316

S. Perrella, Calvino, Laterza, Rome-Bari 1999.

317

D. Scarpa, Italo Calvino, Bruno Mondadori, Milano 1999.

317

D. Scarpa, Italo Calvino, Bruno Mondadori, Milan 1999.

318

J.-P. Manganaro, Italo Calvino, romancier et conteur, Seuil, Paris 2000.

318

J.-P. Manganaro, Italo Calvino, Novelist and Storyteller, Seuil, Paris 2000.

319

A. Asor Rosa, Stile Calvino. Cinque studi, Einaudi, Torino 2001.

319

A. Asor Rosa, Calvino Style. Five Studies, Einaudi, Turin 2001.

320

M. Belpoliti, Settanta, Einaudi, Torino 2001.

320

M. Belpoliti, Seventies, Einaudi, Turin 2001.

321

M. Lavagetto, Dovuto a Calvino, Bollati Boringhieri, Torino 2001.

321

M. Lavagetto, Due to Calvino, Bollati Boringhieri, Turin 2001.

322

N. Turi, L’identità negata. Il secondo Calvino e l’utopia del tempo fermo, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2003.

322

N. Turi, The Negated Identity. The Later Calvino and the Utopia of Frozen Time, Società Editrice Fiorentina, Florence 2003.

323

F. Serra, Calvino, Salerno editrice, Roma 2006.

323

F. Serra, Calvino, Salerno editrice, Rome 2006.

324

L. Baranelli, Bibliografia di Italo Calvino, Edizioni della Normale, Pisa 2007.

324

L. Baranelli, Bibliography of Italo Calvino, Edizioni della Normale, Pisa 2007.

325

M. Barenghi, Italo Calvino, le linee e i margini, il Mulino, Bologna 2007 (raccolta di saggi).

325

M. Barenghi, Italo Calvino, Lines and Margins, il Mulino, Bologna 2007 (collection of essays).

326

M. Bucciantini, Italo Calvino e la scienza. Gli alfabeti del mondo, Donzelli, Roma 2007.

326

M. Bucciantini, Italo Calvino and Science. The Alphabets of the World, Donzelli, Rome 2007.

327

A. Nigro, Dalla parte dell’effimero ovvero Calvino e il paratesto, Serra, Pisa-Roma 2007.

327

A. Nigro, On the Side of the Ephemeral, or Calvino and the Paratext, Serra, Pisa-Rome 2007.

328

M. Barenghi, Calvino, il Mulino, Bologna 2009 (profilo complessivo).

328

M. Barenghi, Calvino, il Mulino, Bologna 2009 (comprehensive profile).

329

Articoli e saggi in libri e riviste

329

Articles and Essays in Books and Journals

330

G. Almansi, Il mondo binario di Italo Calvino, in «Paragone», agosto 1971; poi ripreso in parte, con il titolo Il fattore Gnac, in La ragione comica, Feltrinelli, Milano 1986.

330

G. Almansi, The Binary World of Italo Calvino, in «Paragone», August 1971; later partially revised as The Gnac Factor, in Comic Reason, Feltrinelli, Milan 1986.

331

G. Falaschi, Italo Calvino, in «Belfagor», XXVII, 5, 30 settembre 1972.

331

G. Falaschi, Italo Calvino, in «Belfagor», XXVII, 5, 30 September 1972.

332

G. Vidal, Fabulous Calvino, in «The New York Review of Books», vol. 21, n. 9, 30 May 1974, pp. 13-21; trad. it. I romanzi di Calvino, in G. Vidal, Le parole e i fatti, Bompiani, Milano 1978, pp. 107-27; poi in «Riga», 9, 1995, Italo Calvino. Enciclopedia: arte, scienza e letteratura, a cura di M. Belpoliti, pp. 136-53; poi in G. Vidal, Il canarino e la miniera. Saggi letterari (1956-2000), Fazi, Roma 2003, pp. 252-69.

332

G. Vidal, Fabulous Calvino, in «The New York Review of Books», vol. 21, n. 9, 30 May 1974, pp. 13-21; Italian trans. The Novels of Calvino, in G. Vidal, Words and Deeds, Bompiani, Milan 1978, pp. 107-27; later in «Riga», 9, 1995, Italo Calvino. Encyclopedia: Art, Science and Literature, ed. M. Belpoliti, pp. 136-53; subsequently in G. Vidal, The Canary and the Mine. Literary Essays (1956-2000), Fazi, Rome 2003, pp. 252-69.

333

M. Barenghi, Italo Calvino e i sentieri che s’interrompono, in «Quaderni piacentini» (n.s.), 15, 1984, pp. 127-50; poi, con il titolo Reti, percorsi, labirinti. Calvino 1984, in Italo Calvino, le linee e i margini, pp. 35-60.

333

M. Barenghi, Italo Calvino and the Paths That Break Off, in «Quaderni Piacentini» (new series), 15, 1984, pp. 127-50; later revised as Networks, Paths, Labyrinths. Calvino 1984, in Italo Calvino, the Lines and Margins, pp. 35-60.

334

C. Cases, Non era un dilettante, in «L’Indice dei libri del mese», II, 8, settembre-ottobre 1985, p. 24; poi, con il titolo Ricordo di Calvino, in Patrie lettere, nuova ed. Einaudi, Torino 1987, pp. 172-75.

334

C. Cases, He Was No Dilettante, in «L’Indice dei libri del mese», II, 8, September-October 1985, p. 24; later retitled Remembering Calvino, in Literary Homelands, new ed. Einaudi, Turin 1987, pp. 172-75.

335

G. Vidal, On Italo Calvino, in «The New York Review of Books», vol. 32, n. 18, 21 November 1985, pp. 3-10; trad. it. La morte di Calvino, in Il canarino e la miniera, pp. 270-80.

335

G. Vidal, On Italo Calvino, in «The New York Review of Books», vol. 32, n. 18, 21 November 1985, pp. 3-10; Italian trans. The Death of Calvino, in The Canary and the Mine, pp. 270-80.

336

G. Pampaloni, Italo Calvino, in Storia della letteratura italiana diretta da E. Cecchi e N. Sapegno, nuova ed. diretta da N. Sapegno, Il Novecento, II, Garzanti, Milano 1987, pp. 554-59.

336

G. Pampaloni, Italo Calvino, in History of Italian Literature ed. E. Cecchi and N. Sapegno, new ed. by N. Sapegno, The Twentieth Century, II, Garzanti, Milan 1987, pp. 554-59.

337

P.V. Mengaldo, Aspetti della lingua di Calvino, in G. Folena (a cura di), Tre narratori. Calvino, Primo Levi, Parise, Liviana, Padova 1989, pp. 9-55; poi in La tradizione del Novecento. Terza serie, Einaudi, Torino 1991, pp. 227-91.

337

P.V. Mengaldo, Aspects of Calvino's Language, in G. Folena (ed.), Three Narrators: Calvino, Primo Levi, Parise, Liviana, Padua 1989, pp. 9-55; later in The Twentieth-Century Tradition. Third Series, Einaudi, Turin 1991, pp. 227-91.

338

A. Berardinelli, Calvino moralista. Ovvero restare sani dopo la fine del mondo, in «Diario», VII, 9, febbraio 1991, pp. 37-58; poi in Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione, Quodlibet, Macerata 2007, pp. 91-109.

338

A. Berardinelli, Calvino as Moralist: Staying Sane After the End of the World, in «Diario», VII, 9, February 1991, pp. 37-58; later in Critical Cases: From Postmodernism to Mutation, Quodlibet, Macerata 2007, pp. 91-109.

339

G. Ferroni, Italo Calvino, in Storia della letteratura italiana, vol. IV (Il Novecento), Einaudi, Torino 1991, pp. 565-89.

339

G. Ferroni, Italo Calvino, in History of Italian Literature, vol. IV (The Twentieth Century), Einaudi, Turin 1991, pp. 565-89.

340

J. Starobinski, Prefazione, in I. Calvino, Romanzi e racconti, ed. diretta da C. Milanini, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, I Meridiani Mondadori, I, Milano 1991.

340

J. Starobinski, Preface, in I. Calvino, Novels and Stories, ed. C. Milanini, texts curated by M. Barenghi and B. Falcetto, I Meridiani Mondadori, I, Milan 1991.

341

C. Milanini, Introduzione, in I. Calvino, Romanzi e racconti, I e II, 1991 e 1992.

341

C. Milanini, Introduction, in I. Calvino, Novels and Stories, I and II, 1991 and 1992.

342

M. Barenghi, Introduzione, in I. Calvino, Saggi. 1945-1985, I Meridiani Mondadori, Milano 1995; poi rielaborata, con il titolo Una storia, un diario, un trattato (o quasi), in Italo Calvino, le linee e i margini, pp. 125-57.

342

M. Barenghi, Introduction, in I. Calvino, Essays: 1945-1985, I Meridiani Mondadori, Milan 1995; later revised as A History, a Diary, a Treatise (Or Nearly), in Italo Calvino, the Lines and Margins, pp. 125-57.

343

M. Marazzi, L’America critica e fantapolitica di Italo Calvino, in «Ácoma», II, 5, estate-autunno 1995, pp. 23-31.

343

M. Marazzi, Italo Calvino's Critical and Fantapolitical America, in «Ácoma», II, 5, Summer-Autumn 1995, pp. 23-31.

344

R. Ceserani, Il caso Calvino, in Raccontare il postmoderno, Bollati Boringhieri, Torino 1997, pp. 166-80.

344

R. Ceserani, The Calvino Case, in Narrating the Postmodern, Bollati Boringhieri, Turin 1997, pp. 166-80.

345

G. Nava, La teoria della letteratura in Italo Calvino, in «Allegoria», IX, 25, gennaio-aprile 1997, pp. 169-85.

345

G. Nava, The Theory of Literature in Italo Calvino, in «Allegoria», IX, 25, January-April 1997, pp. 169-85.

346

P.V. Mengaldo, Italo Calvino, in Profili di critici del Novecento, Bollati Boringhieri, Torino 1998, pp. 82-86.

346

P.V. Mengaldo, Italo Calvino, in Profiles of Twentieth-Century Critics, Bollati Boringhieri, Turin 1998, pp. 82-86.

347

G. Zaccaria, Italo Calvino, in Storia della letteratura italiana diretta da E. Malato, IX: Il Novecento, Salerno editrice, Roma 2000, pp. 883-923.

347

G. Zaccaria, Italo Calvino, in History of Italian Literature edited by E. Malato, IX: The Twentieth Century, Salerno editrice, Rome 2000, pp. 883-923.

348

Atti di convegni e altri volumi collettanei

348

Conference proceedings and other collective volumes

349

G. Bertone (a cura di), Italo Calvino: la letteratura, la scienza, la città. Atti del convegno nazionale di studi di Sanremo (28-29 novembre 1986), Marietti, Genova 1988. Contributi di G. Bertone, N. Sapegno, E. Gioanola, V. Coletti, G. Conte, P. Ferrua, M. Quaini, F. Biamonti, G. Dossena, G. Celli, A. Oliverio, R. Pierantoni, G. Dematteis, G. Poletto, L. Berio, G. Einaudi, E. Sanguineti, E. Scalfari, D. Cossu, G. Napolitano, M. Biga Bestagno, S. Dian, L. Lodi, S. Perrella, L. Surdich.

349

G. Bertone (ed.), Italo Calvino: Literature, Science, and the City. Proceedings of the National Conference in Sanremo (28-29 November 1986), Marietti, Genoa 1988. Contributions by G. Bertone, N. Sapegno, E. Gioanola, V. Coletti, G. Conte, P. Ferrua, M. Quaini, F. Biamonti, G. Dossena, G. Celli, A. Oliverio, R. Pierantoni, G. Dematteis, G. Poletto, L. Berio, G. Einaudi, E. Sanguineti, E. Scalfari, D. Cossu, G. Napolitano, M. Biga Bestagno, S. Dian, L. Lodi, S. Perrella, L. Surdich.

350

G. Falaschi (a cura di), Italo Calvino. Atti del convegno internazionale (Firenze, 26-28 febbraio 1987), Garzanti, Milano 1988. Contributi di L. Baldacci, G. Bàrberi Squarotti, C. Bernardini, G.R. Cardona, L. Caretti, C. Cases, Ph. Daros, D. Del Giudice, A.M. Di Nola, A. Faeti, G. Falaschi, G.C. Ferretti, F. Fortini, M. Fusco, J.-M. Gardair, E. Ghidetti, L. Malerba, P.V. Mengaldo, G. Nava, G. Pampaloni, L. Waage Petersen, R. Pierantoni, S. Romagnoli, A. Asor Rosa, J. Risset, G.C. Roscioni, A. Rossi, G. Sciloni, V. Spinazzola, C. Varese.

350

G. Falaschi (ed.), Italo Calvino. Proceedings of the International Conference (Florence, 26-28 February 1987), Garzanti, Milan 1988. Contributions by L. Baldacci, G. Bàrberi Squarotti, C. Bernardini, G.R. Cardona, L. Caretti, C. Cases, Ph. Daros, D. Del Giudice, A.M. Di Nola, A. Faeti, G. Falaschi, G.C. Ferretti, F. Fortini, M. Fusco, J.-M. Gardair, E. Ghidetti, L. Malerba, P.V. Mengaldo, G. Nava, G. Pampaloni, L. Waage Petersen, R. Pierantoni, S. Romagnoli, A. Asor Rosa, J. Risset, G.C. Roscioni, A. Rossi, G. Sciloni, V. Spinazzola, C. Varese.

351

D. Frigessi (a cura di), Inchiesta sulle fate. Italo Calvino e la fiaba (convegno di San Giovanni Valdarno, 1986), Lubrina, Bergamo 1988. Contributi di A.M. Cirese, M. Barenghi, B. Falcetto, C. Pagetti, L. Clerici, H. Rölleke, G. Cusatelli, P. Clemente, F. Mugnaini, P. Boero, E. Casali, J. Despinette.

351

D. Frigessi (ed.), Inquiry into Fairies. Italo Calvino and the Folktale (Conference in San Giovanni Valdarno, 1986), Lubrina, Bergamo 1988. Contributions by A.M. Cirese, M. Barenghi, B. Falcetto, C. Pagetti, L. Clerici, H. Rölleke, G. Cusatelli, P. Clemente, F. Mugnaini, P. Boero, E. Casali, J. Despinette.

352

L. Pellizzari (a cura di), L’avventura di uno spettatore. Italo Calvino e il cinema (convegno di San Giovanni Valdarno, 1987), Lubrina, Bergamo 1990. Contributi di G. Fofi, A. Costa, L. Pellizzari, M. Canosa, G. Fink, G. Bogani, L. Clerici.

352

L. Pellizzari (ed.), The Adventure of a Spectator. Italo Calvino and Cinema (Conference in San Giovanni Valdarno, 1987), Lubrina, Bergamo 1990. Contributions by G. Fofi, A. Costa, L. Pellizzari, M. Canosa, G. Fink, G. Bogani, L. Clerici.

353

L. Clerici e B. Falcetto (a cura di), Calvino & l’editoria (convegno di San Giovanni Valdarno, 1990), Marcos y Marcos, Milano 1993. Contributi di V. Spinazzola, L. Clerici e B. Falcetto, G. Bollati, C. Segre, P. Giovannetti, I. Bezzera Violante, S. Taddei, G. Patrizi, A. Cadioli, M. Corti, E. Ferrero, G. Davico Bonino, G. Ragone, M. Dogliotti e F. Enriques, G. Tortorelli, G. Ferretti, L. Baranelli.

353

L. Clerici and B. Falcetto (eds.), Calvino & Publishing (Conference in San Giovanni Valdarno, 1990), Marcos y Marcos, Milan 1993. Contributions by V. Spinazzola, L. Clerici and B. Falcetto, G. Bollati, C. Segre, P. Giovannetti, I. Bezzera Violante, S. Taddei, G. Patrizi, A. Cadioli, M. Corti, E. Ferrero, G. Davico Bonino, G. Ragone, M. Dogliotti and F. Enriques, G. Tortorelli, G. Ferretti, L. Baranelli.

354

L. Clerici e B. Falcetto (a cura di), Calvino & il comico (convegno di San Giovanni Valdarno, 1988), Marcos y Marcos, Milano 1994. Contributi di A. Faeti, U. Schulz Buschhaus, C. Milanini, B. Falcetto, G. Bottiroli, A. Civita, G. Ferroni, L. Clerici, V. Spinazzola, B. Pischedda, G. Canova.

354

L. Clerici and B. Falcetto (eds.), Calvino & the Comic (conference in San Giovanni Valdarno, 1988), Marcos y Marcos, Milan 1994. Contributions by A. Faeti, U. Schulz Buschhaus, C. Milanini, B. Falcetto, G. Bottiroli, A. Civita, G. Ferroni, L. Clerici, V. Spinazzola, B. Pischedda, G. Canova.

355

G. Bertone (a cura di), Italo Calvino, A Writer for the Next Millennium. Atti del convegno internazionale di studi di Sanremo (28 novembre - 1º dicembre 1996), Edizioni dell’Orso, Alessandria 1998. Contributi di G. Bertone, F. Biamonti, G. Ferroni, E. Sanguineti, E. Ferrero, C. Milanini, G.C. Ferretti, G. Einaudi, E. Franco, A. Canobbio, M. Ciccuto, B. Ferraro, G.L. Beccaria, G. Falaschi, M. Belpoliti, P.L. Crovetto, M.L. McLaughlin, V. Coletti, M. Quaini, L. Mondada, C. Raffestin, V. Guarrasi, G. Dematteis, M. Corti, L. Surdich, C. Benussi, P. Zublena.

355

G. Bertone (ed.), Italo Calvino, A Writer for the Next Millennium. Proceedings of the international conference in Sanremo (28 November - 1 December 1996), Edizioni dell’Orso, Alessandria 1998. Contributions by G. Bertone, F. Biamonti, G. Ferroni, E. Sanguineti, E. Ferrero, C. Milanini, G.C. Ferretti, G. Einaudi, E. Franco, A. Canobbio, M. Ciccuto, B. Ferraro, G.L. Beccaria, G. Falaschi, M. Belpoliti, P.L. Crovetto, M.L. McLaughlin, V. Coletti, M. Quaini, L. Mondada, C. Raffestin, V. Guarrasi, G. Dematteis, M. Corti, L. Surdich, C. Benussi, P. Zublena.

356

C. De Caprio e U.M. Olivieri (a cura di), Il fantastico e il visibile. L’itinerario di Italo Calvino dal neorealismo alle «Lezioni americane» (Napoli, 9 maggio 1997), con una Bibliografia della critica calviniana 1947-2000 di D. Scarpa, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2000. Contributi di G. Ferroni, C. Ossola, C. De Caprio, M.A. Martinelli, P. Montefoschi, M. Palumbo, F.M. Risolo, C. Bologna, G. Patrizi, M. Boselli, J. Jouet, L. Montella, U.M. Olivieri, D. Scarpa, C. Vallini, M. Belpoliti, S. Perrella, A. Bruciamonti, E.M. Ferrara, L. Palma.

356

C. De Caprio and U.M. Olivieri (eds.), The Fantastic and the Visible. Italo Calvino's Journey from Neorealism to «Six Memos for the Next Millennium» (Naples, 9 May 1997), with a Bibliography of Calvino Criticism 1947-2000 by D. Scarpa, Libreria Dante & Descartes, Naples 2000. Contributions by G. Ferroni, C. Ossola, C. De Caprio, M.A. Martinelli, P. Montefoschi, M. Palumbo, F.M. Risolo, C. Bologna, G. Patrizi, M. Boselli, J. Jouet, L. Montella, U.M. Olivieri, D. Scarpa, C. Vallini, M. Belpoliti, S. Perrella, A. Bruciamonti, E.M. Ferrara, L. Palma.

357

A. Botta e D. Scarpa (a cura di), Italo Calvino newyorkese. Atti del colloquio internazionale Future perfect: Italo Calvino and the reinvention of the Literature, New York University, New York City 12-13 aprile 1999, Avagliano, Cava de’ Tirreni 2002. Contributi di M. Barenghi, M. McLaughlin, M. Bénabou, L. Re, A. Botta, M. Riva, A. Ricciardi, F. La Porta, D. Scarpa, con un’intervista di P. Fournel a Italo Calvino (1985).

357

A. Botta and D. Scarpa (eds.), Italo Calvino: A New Yorker. Proceedings of the international colloquium Future perfect: Italo Calvino and the reinvention of Literature, New York University, New York City 12-13 April 1999, Avagliano, Cava de’ Tirreni 2002. Contributions by M. Barenghi, M. McLaughlin, M. Bénabou, L. Re, A. Botta, M. Riva, A. Ricciardi, F. La Porta, D. Scarpa, with an interview by P. Fournel with Italo Calvino (1985).

358

P. Grossi (a cura di), Italo Calvino narratore. Atti della giornata di studi (19 novembre 2004), Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2005. Contributi di V. d’Orlando, C. Milanini, D. Scarpa, D. Ferraris, P. Grossi.

358

P. Grossi (ed.), Italo Calvino as Storyteller. Proceedings of the study day (19 November 2004), Istituto Italiano di Cultura, Paris 2005. Contributions by V. d’Orlando, C. Milanini, D. Scarpa, D. Ferraris, P. Grossi.

359

Numeri speciali di periodici

359

Special journal issues

360

«Nuova Corrente», n. 99, gennaio-giugno 1987: Italo Calvino/1, a cura di M. Boselli. Contributi di B. Falcetto, C. Milanini, K. Hume, M. Carlino, L. Gabellone, F. Muzzioli, M. Barenghi, M. Boselli, E. Testa.

360

«Nuova Corrente», no. 99, January-June 1987: Italo Calvino/1, edited by M. Boselli. Contributions by B. Falcetto, C. Milanini, K. Hume, M. Carlino, L. Gabellone, F. Muzzioli, M. Barenghi, M. Boselli, E. Testa.

361

«Nuova Corrente», n. 100, luglio-dicembre 1987: Italo Calvino/2, a cura di M. Boselli. Contributi di G. Celati, A. Prete, S. Verdino, E. Gioanola, V. Coletti, G. Patrizi, G. Guglielmi, G. Gramigna, G. Terrone, R. West, G.L. Lucente, G. Almansi.

361

«Nuova Corrente», no. 100, July-December 1987: Italo Calvino/2, edited by M. Boselli. Contributions by G. Celati, A. Prete, S. Verdino, E. Gioanola, V. Coletti, G. Patrizi, G. Guglielmi, G. Gramigna, G. Terrone, R. West, G.L. Lucente, G. Almansi.

362

«Riga», 9, 1995, Italo Calvino. Enciclopedia: arte, scienza e letteratura, a cura di M. Belpoliti. Testi di I. Calvino, E. Sanguineti, E. Montale, P.P. Pasolini, J. Updike, G. Vidal, M. Tournier, G. Perec, P. Citati, S. Rushdie, C. Fuentes, D. Del Giudice, Fruttero & Lucentini, L. Malerba, N. Ginzburg, H. Mathews, F. Biamonti, A. Tabucchi, G. Manganelli, G. Celati, P. Antonello, M. Belpoliti, R. Deidier, B. Falcetto, M. Porro, F. Ricci, M. Rizzante, D. Scarpa, F. De Leonardis, G. Paolini.

362

«Riga», 9, 1995, Italo Calvino. Enciclopedia: arte, scienza e letteratura, edited by M. Belpoliti. Texts by I. Calvino, E. Sanguineti, E. Montale, P.P. Pasolini, J. Updike, G. Vidal, M. Tournier, G. Perec, P. Citati, S. Rushdie, C. Fuentes, D. Del Giudice, Fruttero & Lucentini, L. Malerba, N. Ginzburg, H. Mathews, F. Biamonti, A. Tabucchi, G. Manganelli, G. Celati, P. Antonello, M. Belpoliti, R. Deidier, B. Falcetto, M. Porro, F. Ricci, M. Rizzante, D. Scarpa, F. De Leonardis, G. Paolini.

363

«europe», 815, Mars 1997, Italo Calvino. Contributi di J.-B. Para e R. Bozzetto, N. Ginzburg, S. Rushdie, G. Celati, M.-A. Rubat du Mérac, M. Fusco, J. Jouet, A. Asor Rosa, J. Updike, P. Citati, M. Lavagetto, D. Del Giudice, G. Manganelli, M. Belpoliti, J.-P. Manganaro, P. Braffort, M. Barenghi, C. Milanini.

363

«europe», 815, March 1997, Italo Calvino. Contributions by J.-B. Para and R. Bozzetto, N. Ginzburg, S. Rushdie, G. Celati, M.-A. Rubat du Mérac, M. Fusco, J. Jouet, A. Asor Rosa, J. Updike, P. Citati, M. Lavagetto, D. Del Giudice, G. Manganelli, M. Belpoliti, J.-P. Manganaro, P. Braffort, M. Barenghi, C. Milanini.

364

Recensioni, studi e interviste su «Una pietra sopra»

364

Reviews, Studies, and Interviews on «Una pietra sopra»

365

P. Bianucci, Calvino sogna un libro contro gli intellettuali (intervista), in «Gazzetta del Popolo», 14 aprile 1980.

365

P. Bianucci, Calvino sogna un libro contro gli intellettuali (interview), in «Gazzetta del Popolo», April 14, 1980.

366

N. Orengo, Una pietra per ricominciare (intervista), in «Tuttolibri», VI, 15, 19 aprile 1980, p. 4.

366

N. Orengo, Una pietra per ricominciare (interview), in «Tuttolibri», VI, 15, April 19, 1980, p. 4.

367

P. Citati, Calvino ravvolto dalla sua scrittura, in «Corriere della Sera», 8 maggio 1980.

367

P. Citati, Calvino Ravvolto dalla sua scrittura, in «Corriere della Sera», May 8, 1980.

368

G. Bonura, La battaglia «ragionevole» di Calvino, in «Avvenire», 14 maggio 1980.

368

G. Bonura, La battaglia «ragionevole» di Calvino, in «Avvenire», May 14, 1980.

369

A. Giuliani, Se Calvino mette il guinzaglio alla fantasia, in «la Repubblica», 14 maggio 1980.

369

A. Giuliani, Se Calvino mette il guinzaglio alla fantasia, in «la Repubblica», May 14, 1980.

370

G. Spagnoletti, Una pietra sopra, in «Giornale di Sicilia», 14 maggio 1980.

370

G. Spagnoletti, Una pietra sopra, in «Giornale di Sicilia», May 14, 1980.

371

P. Milano, Con la penna in prima persona, in «L’Espresso», XXVI, 20, 18 maggio 1980, pp. 119-20.

371

P. Milano, Con la penna in prima persona, in «L’Espresso», XXVI, 20, May 18, 1980, pp. 119-20.

372

R. Barilli, Calvino dentro il labirinto della letteratura artificiale, in «Tuttolibri», VI, 20, 31 maggio 1980, p. 11.

372

R. Barilli, Calvino dentro il labirinto della letteratura artificiale, in «Tuttolibri», VI, 20, May 31, 1980, p. 11.

373

D. Del Giudice, Tutti i progetti di Calvino, in «Paese Sera», 31 maggio 1980.

373

D. Del Giudice, Tutti i progetti di Calvino, in «Paese Sera», May 31, 1980.

374

G.C. Ferretti, La possibilità dell’italiano, in «Rinascita», 25, 20 giugno 1980, p. 19.

374

G.C. Ferretti, La possibilità dell’italiano, in «Rinascita», 25, June 20, 1980, p. 19.

375

V. Spinazzola, Vi dico i mali della nostra cultura, in «l’Unità», 6 luglio 1980.

375

V. Spinazzola, Vi dico i mali della nostra cultura, in «l’Unità», July 6, 1980.

376

R. Bruscagli, Autobiografia (perplessa) di Italo Calvino, in «Paragone» Letteratura, XXXI, 366, agosto 1980, pp. 82-87.

376

R. Bruscagli, Autobiografia (perplessa) di Italo Calvino, in «Paragone» Letteratura, XXXI, 366, August 1980, pp. 82-87.

377

C. Milanini, Una pietra sopra, in «Belfagor», XXXVI, 1, 31 gennaio 1981, pp. 117-19.

377

C. Milanini, Una pietra sopra, in «Belfagor», XXXVI, 1, January 31, 1981, pp. 117-19.

378

V. Maistrello, Calvino, o della letteratura per apocrifi, in «Italianistica», X, 3, settembre-dicembre 1981, pp. 443-45.

378

V. Maistrello, Calvino, o della letteratura per apocrifi, in «Italianistica», X, 3, September-December 1981, pp. 443-45.

379

G. Bertone, Le radici del «Midollo». Critica, letteratura e lingua nel primo Calvino, cap. I di Italo Calvino. Il castello della scrittura, Einaudi, Torino 1994, pp. 3-86.

379

G. Bertone, Le radici del «Midollo». Critica, letteratura e lingua nel primo Calvino, Chapter I of Italo Calvino. Il castello della scrittura, Einaudi, Turin 1994, pp. 3-86.

381

Una pietra sopra

381

Una pietra sopra

383

Presentazione

383

Presentation

384

In questo volume ho messo insieme scritti che contengono dichiarazioni di poetica, tracciati di rotta da seguire, bilanci critici, sistemazioni complessive del passato e presente e futuro, quali sono andato successivamente elaborando e mettendo da parte durante gli ultimi venticinque anni. La ricorrente inclinazione a formulare dei programmi generali, testimoniata da questi scritti, è stata sempre controbilanciata dalla tendenza a dimenticarmene subito e a non tornarci più sopra. Ci si può dunque chiedere per chi mai li formulassi, questi piani d’operazioni: non per me, dato che nel mio lavoro personale di scrittore quasi mai mettevo in pratica ciò che avevo predicato; non per gli altri, dato che non ho mai avuto la vocazione del caposcuola, del promotore e aggregatore. Direi che il mio obiettivo poteva essere quello di stabilire delle linee generali che facessero da presupposto al lavoro mio e degli altri; di postulare una cultura come contesto in cui situare le opere ancora da scrivere.

384

This volume gathers writings containing declarations of poetics, navigational charts for future routes, critical assessments, and comprehensive arrangements of past, present, and future—materials I successively drafted and set aside over the last twenty-five years. The recurring inclination to formulate grand programs, evidenced by these texts, has always been counterbalanced by a tendency to promptly forget them and never revisit them. One might ask, then, for whom these operational blueprints were intended: not for myself, since in my personal work as a writer I rarely practiced what I preached; nor for others, as I never aspired to the role of school leader, promoter, or rallying figure. I might say my aim was to establish general frameworks that could serve as premises for both my work and others', to postulate a cultural context in which unwritten works could find their place.

385

L’ambizione giovanile da cui ho preso le mosse è stata quella del progetto di costruzione d’una nuova letteratura che a sua volta servisse alla costruzione d’una nuova società. Quali correzioni e trasformazioni abbiano subito queste attese verrà fuori dalla successione dei testi qui raccolti. Certo il mondo che ho oggi sotto gli occhi non potrebbe essere più opposto all’immagine che quelle buone intenzioni costruttive proiettavano sul futuro. La società si manifesta come collasso, come frana, come cancrena (o, nelle sue apparenze meno catastrofiche, come vita alla giornata); e la letteratura sopravvive dispersa nelle crepe e nelle sconnessure, come coscienza che nessun crollo sarà tanto definitivo da escludere altri crolli.

385

The youthful ambition that set me in motion was the project of constructing a new literature that would, in turn, serve to build a new society. The corrections and transformations these expectations underwent will emerge from the sequence of texts collected here. Certainly, the world before my eyes today could not be more opposed to the image those well-meaning constructive intentions projected onto the future. Society manifests itself as collapse, as landslide, as gangrene (or, in its less catastrophic appearances, as living hand-to-mouth); literature survives fragmented in the cracks and fissures, a consciousness that no ruin will be so definitive as to preclude further collapses.

386

Il personaggio che prende la parola in questo libro (e che in parte s’identifica, in parte si distacca dal me stesso rappresentato in altre serie di scritti e di atti) entra in scena negli anni Cinquanta cercando d’investirsi d’una personale caratterizzazione nel ruolo che allora teneva la ribalta: «l’intellettuale impegnato». Seguendo le sue mosse sul palcoscenico, s’osserverà come in lui, visibilmente anche se senza svolte brusche, l’immedesimazione in questa parte viene meno a poco a poco col dissolversi della pretesa d’interpretare e guidare un processo storico. Non per questo si scoraggia l’applicazione a cercar di comprendere e indicare e comporre, ma prende via via più rilievo un aspetto che a ben vedere era presente fin da principio: il senso del complicato e del molteplice e del relativo e dello sfaccettato che determina un’attitudine di perplessità sistematica.

386

The figure who takes the stage in this book (partially identifying with, yet partially distancing itself from the "self" represented in other writings and actions) enters the scene in the 1950s seeking to invest itself with a personal characterization in the role then dominating the spotlight: "the engaged intellectual." Observing its movements on this stage, one notes how—visibly, though without abrupt shifts—its identification with this role gradually dissolves alongside the waning pretense of interpreting and guiding historical processes. This does not discourage efforts to comprehend, signal, and compose, but it increasingly foregrounds an aspect present from the start: a sense of the complicated, the multiple, the relative, and the multifaceted that fosters a posture of systematic perplexity.

387

È ponendosi come esperienza conclusa che la successione di queste pagine comincia a prendere una forma, a diventare una storia che ha il suo senso nel disegno complessivo. Stando così le cose, posso ora raccogliere questi saggi in volume, cioè accettare di rileggerli e farli rileggere. Per fermarli al loro posto nel tempo e nello spazio. Per allontanarli di quel tanto che permette d’osservarli nella giusta luce e prospettiva. Per rintracciarvi il filo delle trasformazioni soggettive e oggettive, e delle continuità. Per capire il punto in cui mi trovo. Per metterci una pietra sopra.

387

It is by presenting itself as a concluded experience that this sequence of pages begins to take shape, to become a story whose meaning lies in its overarching design. Given this, I can now collect these essays into a volume—that is, accept rereading them and having others reread them. To fix them in their temporal and spatial coordinates. To distance them just enough to observe them in proper light and perspective. To trace the thread of subjective and objective transformations, and of continuities. To understand where I stand. To close a chapter.

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Marzo 1980

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March 1980

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Il midollo del leone

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The Lion’s Marrow

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Conferenza letta a Firenze il 17 febbraio 1955 per la sezione fiorentina del «Pen Club» su invito di Anna Banti; ripetuta in seguito in varie città italiane. Pubblicata su «Paragone», n. 66, giugno 1955.

391

Lecture delivered in Florence on 17 February 1955 at the invitation of Anna Banti for the local PEN Club chapter; subsequently repeated in various Italian cities. Published in Paragone, no. 66, June 1955.

392

1. Si parla spesso d’un problema del personaggio nella nostra letteratura d’oggi: personaggio positivo o negativo, nuovo o vecchio. È una discussione che se a certuni può parere oziosa, starà invece sempre a cuore a coloro che non separano i loro interessi letterari da tutta la complessa rete di rapporti che lega tra loro i vari interessi umani. Perché, tra le possibilità che s’aprono alla letteratura d’agire sulla storia, questa è la più sua, forse la sola che non sia illusoria: capire a quale tipo d’uomo essa storia col suo molteplice, contraddittorio lavorio sta preparando il campo di battaglia, e dettarne la sensibilità, lo scatto morale, il peso della parola, il modo in cui esso uomo dovrà guardarsi intorno nel mondo; quelle cose insomma che solo la poesia – e non per esempio la filosofia o la politica – può insegnare.

392

1. The question of character in our contemporary literature—positive or negative, new or old—is frequently debated. While some may dismiss this discussion as idle, it remains vital to those who refuse to isolate literary concerns from the complex web of human relations. For among literature's potential means of acting upon history, this is perhaps its most authentic, perhaps the only non-illusory one: to discern what type of man this history, through its multifarious and contradictory labor, is preparing as its battlefield; to dictate his sensibility, moral reflexes, weight of speech, and manner of surveying the world—in short, those things that only poetry (not philosophy or politics, for instance) can teach.

393

È chiaro che questo tipo d’uomo che un’opera o un’intera epoca letteraria presuppone, sottintende, o meglio propone, inventa, può anche non essere uno di quei personaggi a tutto tondo che sono prerogativa del romanzo o del teatro, ma vive altresì e forse soprattutto in quella presenza morale, in quel protagonista non meno individuato che hanno pure le poesie liriche o le prose dei moralisti, quel vero protagonista che anche in tanti romanzieri, a cominciare dal Manzoni e dal Verga maggiore, non s’identifica con nessuno dei personaggi.

393

Clearly, this type of man presupposed or rather proposed, invented by a work or an entire literary epoch, need not be one of those fully rounded characters privileged by novels or plays. He lives equally, perhaps even predominantly, in the moral presence, the protagonist no less distinct found in lyric poetry or moralist prose—that true protagonist who, even in many novelists (starting with Manzoni and the major Verga), does not coincide with any individual character.

394

Prima dunque di chiederci se vi siano e quali siano i personaggi caratteristici della letteratura italiana d’oggi, dobbiamo cominciare a chiederci se vi sia e quale sia un vero protagonista, un tipo d’uomo ch’essa pur implicitamente presupponga o proponga.

394

Before asking whether characteristic characters exist in contemporary Italian literature and what they might be, we must first inquire whether there exists—and what might be—a true protagonist, a human type it implicitly presupposes or proposes.

395

2. La difficoltà a rispondere a questa domanda è la stessa in cui ci ritroviamo ogni volta che poniamo, sulla letteratura italiana d’oggi, un quesito generale, un giudizio sulla sua situazione, una previsione sulla sua linea di sviluppo. Questa stagione letteraria che molti considerano sotto l’approssimativa insegna del «neorealismo» e che comunque è caratterizzata da una ripresa d’interessi in un senso realistico e da un predominio – per quantità e risonanza – della narrativa sugli altri mezzi d’espressione, pare rifiuti di lasciarsi simboleggiare e riassumere in una fisionomia morale tipica, in un preciso carattere umano.

395

2. The difficulty in answering this question mirrors what we encounter whenever we pose general inquiries about contemporary Italian literature: judgments on its situation, predictions about its developmental trajectory. This literary season, which many classify under the approximate banner of "neorealism" and which is in any case characterized by a resurgence of realistic interests and the dominance (in quantity and resonance) of narrative over other expressive forms, seems to resist being symbolized or summarized in a typical moral physiognomy, in a precise human character.

396

E non è vero che sia stata soprattutto dell’Ottocento romantico l’attitudine ad esprimersi in compiute caratterizzazioni di uomini e di donne, con l’alone dell’eroe o il chiaroscuro del «figlio del secolo», e che da noi, dopo gli ultimi rampolli della progenie romantica, come «l’uomo dannunziano» o «l’uomo crepuscolare», la storia letteraria rifiuti di lasciarsi leggere in questo senso. Perché proprio la letteratura dell’immediato ieri, quella ermetica, quant’altre mai priva di persone, una letteratura di paesaggi, di oggetti, di umbratili stati d’animo, una letteratura dell’assenza, come si disse, perfino essa proponeva un’immagine d’uomo ben caratterizzata (sia pur negativamente caratterizzata, per rifarci a un verso famoso) e legata (sia pur negativamente) ai tempi. L’«uomo ermetico», l’uomo che non si lascia sopraffare da altre ragioni che non siano quelle dei suoi minimi trasalimenti scontati fino all’osso, che scopre la sua verità sempre al margine di quanto ingombra la scena, quest’uomo avaro di sentimenti e sensazioni ma senz’altra concretezza al di fuori d’essi, quest’uomo senza appigli, protetto da uno scabro guscio siliceo o sfuggente come un’anguilla, quest’uomo che sembrava costruito apposta per passare attraverso tempi infausti e realtà non condivise con un minimo di contaminazione e insieme con un minimo di rischio, fu proprio un caso tipico di proposta della letteratura per risolvere i problemi dei rapporti dell’uomo col suo tempo, in un’opposizione alla storia che il giudizio d’oggi ci rivela più complessa di quanto non sembrasse, ambivalente.

396

It is untrue that the Romantic 19th century held a monopoly on expressing itself through fully realized characterizations of men and women, with their heroic halos or the chiaroscuro of "children of the century." Even in our literature, after the last offshoots of Romantic lineage like the "D’Annununzian man" or the "crepuscular man," literary history refuses to be read in this light. Consider the literature of the recent past—the hermetic tradition—which, though seemingly devoid of people, filled instead with landscapes, objects, and shadowy states of mind, a literature of absence as it was called. Even this movement proposed a distinctly characterized image of man (albeit negatively defined, to borrow a famous verse), one intricately tied (if antagonistically) to its times. The "hermetic man"—who refuses to be overwhelmed by anything beyond his most pared-down, bone-deep tremors, who discovers truth always at the margins of the cluttered stage—this man, stingy with feelings yet grounding himself solely in them, this anchorless figure shielded by a flinty shell or slippery as an eel, was precisely literature’s proposed solution to navigating bleak times and unshared realities with minimal contamination and risk. He stands as a quintessential case of how literature addressed the problem of man’s relationship to his era, an opposition to history that today reveals itself as far more complex and ambivalent than it once seemed.

397

3. Dobbiamo dire che l’«uomo ermetico» è l’ultimo vero personaggio che la letteratura italiana ha saputo esprimere? Certo non faticheremo a scoprire la sua presenza al centro delle esperienze dei maestri della nuova narrativa, proprio nelle opere attraverso le quali s’attuò una sortita dal clima ermetico verso le nuove poetiche realistiche.

397

3. Must we conclude that the "hermetic man" marks the last true character Italian literature has managed to express? Certainly, we need not strain to find his presence at the core of our new narrative masters’ works—precisely those through which a breakout from the hermetic climate into new realist poetics was attempted.

398

L’astratto furore del Silvestro di Conversazione in Sicilia è quello dell’uomo che sente la tragedia della storia ma può muoversi solo al margine di essa, parteciparvi solo liricamente; e certo non più integrato nella realtà storica è l’Enne Due di Uomini e no, per quanto maneggi bombe e frequenti riunioni.

398

The abstract fury of Silvestro in Conversazione in Sicilia belongs to a man who feels history’s tragedy yet can engage with it only lyrically, from the periphery. No more integrated into historical reality is Enne 2 of Uomini e no, despite his handling of bombs and attendance at clandestine meetings.

399

E Pavese che per polemica antiermetica scrive poemetti con operai e barcaioli e bevitori, non ci fa mai dimenticare che il protagonista non è l’operaio o il barcaiolo o il bevitore, ma l’uomo che li sta guardando in tralice dal tavolo opposto dell’osteria, e vorrebbe esser come loro e non sa. È il confinato Stefano, è il professor Corrado di Prima che il gallo canti, l’uomo che sa di dover stare in margine a leggere la storia che gli altri vivono, con gli occhi metastorici del poeta intellettuale.

399

And Pavese, who in anti-hermetic polemic wrote verse featuring workers, boatmen, and drinkers, never lets us forget that the true protagonist is not the worker or boatman or drinker, but the man watching them sidelong from across the tavern table—the man who yearns to be like them yet cannot. He is the exiled Stefano, he is Professor Corrado in Before the Cock Crows, the man condemned to hover at history’s margins, reading it through the meta-historical eyes of the poet-intellectual.

400

E così in quello che definiremo il filone fiorentino o toscano della nostra nuova narrativa, non è tanto la minuta annotazione realistica che conta davvero, quanto lo schermo di memoria o di nostalgia, attraverso il quale essa è filtrata, la sottile amarezza della precarietà d’un possesso o d’un rapporto: è sempre l’uomo ermetico, appena più cordiale, con inquietudini più discrete di quelle di Vittorini e di Pavese, che domina il quadro.

400

Similarly, in what we might term the Florentine or Tuscan strain of our new narrative, what truly matters is not the meticulous realist notation but the scrim of memory or nostalgia through which it filters—the subtle bitterness of precarious possession or connection. Here too, the hermetic man dominates, now slightly more cordial, his disquiet more subdued than in Vittorini or Pavese.

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Non abbiamo ancora detto dello scrittore che prima di tutti costoro cominciò a scrivere romanzi e che più d’ogni altro ha esplicitamente puntato su di una rappresentazione tipica degli uomini del suo tempo: cioè Moravia. Ma anche in lui, come non avvicinare la non-partecipazione morale dei suoi protagonisti, la loro smorfia di abituale annoiato disgusto accettato come un dato ineliminabile, come non avvicinarla al tema che è proprio di tutta la sua generazione letteraria: il tema appunto della non-adesione, del rapporto negativo col mondo?

401

We have yet to discuss the writer who preceded all these authors in crafting novels and who more than any other explicitly aimed to typify the men of his time: Moravia. Yet even in him, how can we not connect his protagonists’ moral non-participation—their habitual grimace of bored disgust accepted as an inescapable given—to the defining theme of his literary generation: precisely that of non-adhesion, of a negative relationship with the world?

402

La narrativa italiana contemporanea è nata dunque sotto il segno d’una integrazione mancata: da una parte il protagonista lirico-intellettuale-autobiografico; dall’altra, la realtà sociale popolare o borghese, metropolitana o agricolo-ancestrale. I tentativi di Bildung-roman politico, le storie dei noviziati cospirativi o partigiani d’un protagonista lirico-intellettuale a contatto col proletariato, che s’affollarono nei primi anni dopo la Liberazione, sembrarono la più naturale via per testimoniare sulla Resistenza, ma non riuscirono a rappresentare con accento di verità né il travaglio interiore dei protagonisti né quello epico e collettivo del popolo.

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Contemporary Italian narrative was thus born under the sign of failed integration: on one side, the lyrical-intellectual-autobiographical protagonist; on the other, a social reality—popular or bourgeois, metropolitan or ancestrally rural. Attempts at political Bildungsromane, stories of a lyrical-intellectual protagonist’s conspiratorial or partisan apprenticeships among the proletariat—which proliferated in the early post-Liberation years—seemed the natural path to testify about the Resistance. Yet they failed to capture with authentic inflection either the protagonists’ inner turmoil or the people’s collective epic struggle.

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4. C’è stato anche chi, benché fosse letterato dalla testa ai piedi, pure non si è sentito complessi di inferiorità di fronte alla storia, ma anzi è stato sicuro d’esser lui a nutrirla e arricchirla di tutta la propria fantasia e cultura. È il caso di Carlo Levi, per cui il dissidio tra l’io-intellettuale e la scoperta della realtà italiana, tra mondo letterario e mondo reale, è affrontato con l’euforia di chi considera la sua interpretazione e trasfigurazione simbolica come la chiave sicura della realtà. E così anche nel dramma della sconfitta dell’illusione degli intellettuali di poter governare la realtà italiana, che Carlo Levi rappresentò descrivendo nell’Orologio la caduta del governo Parri, egli finisce per chiudere il suo bilancio in attivo, perché la verità è dalla parte della fantasia, anche se smentita dalla politica reale. Ma è chiaro che i termini del dissidio non sono mutati, anche se qui al posto del solito io-intellettuale corrucciato e maldestro c’è un intellettuale felice d’esser tale e che si muove a tutto suo agio nel mondo popolare e in quello della politica militante.

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4. There have been exceptions: figures who, though literati through and through, felt no inferiority complex toward history, convinced instead that they nourished and enriched it with their own imagination and culture. Such is Carlo Levi, for whom the conflict between the intellectual self and the discovery of Italian reality—between literary and real worlds—is met with the euphoria of one who considers his symbolic interpretation and transfiguration as reality’s master key. Thus, even when dramatizing the intellectuals’ defeated illusion of governing Italian reality—as Levi does in The Clock, depicting Parri’s fallen government—he closes his account in the black, for truth sides with imagination, however contradicted by realpolitik. Yet the terms of conflict remain unchanged: here, the usual awkward, brooding intellectual self is simply replaced by one delighting in his role, moving effortlessly between peasant life and militant politics.

404

Non è un caso che il giovane che più Carlo Levi ebbe caro e che più seppe imparare da lui, Rocco Scotellaro, avesse questa agilità straordinaria tra gli scrittori e i poeti italiani, di realizzarsi concretamente e non decorativamente nella vita politica; fosse sindaco, sia pur per pochi anni, del suo paese, non avesse problemi di comunicazione col popolo, di rottura d’un isolamento, perché in mezzo alla sua gente si trovava a perfetto agio, anzi realizzava se stesso parlando coi suoi paesani e facendoli parlare. Ma anche per lui, il tema vero della sua poesia come della sua narrativa è lo scacco sul terreno politico pratico e la rivalsa sul piano della trasfigurazione lirica. Anzi, il bel romanzo che egli ha lasciato incompiuto, L’uva puttanella, è proprio la storia delle sue dimissioni da sindaco, e il ritiro nella vigna del padre e il ripensamento della sua vita; cosicché Carlo Levi può ben dire che esso ha lo stesso schema e significato dell’Orologio.

404

It is no accident that the young man most cherished by Levi—Rocco Scotellaro, who learned profoundly from him—possessed an agility unique among Italian writers and poets, realizing himself concretely (not decoratively) in political life. As mayor of his town (if only briefly), he faced no barriers in communicating with the people, no rupture of isolation, for among his townsfolk he was utterly at home—indeed, he found fulfillment in conversing with them and letting them speak. Yet even for him, the true theme of his poetry and prose remains defeat on the practical political terrain and redemption through lyrical transfiguration. His beautiful unfinished novel, L’uva puttanella, precisely recounts his resignation as mayor, retreat to his father’s vineyard, and rethinking of life—prompting Levi to note its shared structure and meaning with The Clock.

405

5. Se in Francia la narrativa affronta ancora di petto le discussioni tra intellettuali, il loro rapporto con la direzione dei movimenti storici, e riesce a imporre alla generale attenzione la problematica dei suoi «mandarini», l’Italia che non ha mai conosciuto l’Intelligenzen-roman, il romanzo che racconta di scrittori e d’artisti e delle loro discussioni e idee, alla Mann o alla Huxley, pure ha una letteratura che tutta risente coscientemente o inconsciamente della precaria condizione dell’intellettuale nella società d’oggi. Si direbbe che in Italia il fatto d’essere un intellettuale sia sentito come un guaio, come una condizione negativa senza riscatto, che neppure ispira allegorie potenti come quelle di Kafka o di Joyce, ma resta un rodimento sordo e limitato. Pensiamo alla Russia di Dostoevskij e di Cechov, ma allora l’intellettuale era esplicitamente rappresentato in quanto tale, con tutto il bagaglio delle sue idee. Forse il Lukács che tanto si preoccupa della «fisionomia intellettuale del personaggio», non proverà interesse per una letteratura così poco caratterizzata in questo senso, ma pure essa costituirebbe certo un campo assai ricco per indagini come le sue.

405

5. If in France narrative still directly confronts intellectual debates and their relation to historical movements, successfully commanding attention through its "mandarins" problematics, Italy – which never developed the Intelligenzen-roman, that novel recounting writers' and artists' discussions and ideas à la Mann or Huxley – nevertheless possesses a literature wholly conscious or unconscious of intellectuals' precarious position in modern society. One might say that in Italy, being an intellectual is perceived as a curse, an irredeemable negative condition inspiring neither powerful allegories like Kafka’s or Joyce’s, but remaining a dull, circumscribed gnawing. Consider Dostoevsky’s and Chekhov’s Russia, where intellectuals were explicitly portrayed with their full ideological baggage. Perhaps Lukács – so concerned with the "intellectual physiognomy of the character" – would find little interest in such an underdefined literature, yet it would certainly offer rich terrain for his inquiries.

406

6. Noi, col timore che abbiamo si può dire congenito di cadere in schematizzazioni sociologiche, non ci avventureremo su questo terreno. Se non per osservare di sfuggita che le poche eccezioni a questo rifiuto di rappresentare non dico la cultura ma pur soltanto l’intelligenza, i pochi esempi di risolutezza intellettuale o morale o d’azione li troviamo nei personaggi femminili di alcuni nostri scrittori, e li troviamo con molta frequenza, ora realizzati poeticamente, ora solo sul piano delle intenzioni, nei libri delle scrittrici.

406

6. With our congenital fear of sociological schematization, we shan’t venture far here. Except to note in passing that the few exceptions to this refusal to represent culture – or even basic intelligence – emerge in female characters: resolute intellectual, moral, or active figures frequently realized (whether poetically or merely intentionally) in women writers’ works.

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Certo il personaggio più bello d’uno scrittore che non credeva nei personaggi, Pavese, è quella Clelia di Tra donne sole (nella Bella estate), che viene a impiantare un negozio di mode a Torino, quella donna lavoratrice, autosufficiente, amara, esperta, ancora curiosa e pietosa dei vizi e del valore della società che la circonda, ma corazzata dentro come chi si è fatta da sé, la padrona che sa riconoscere un uomo che vale in Beccuccio l’imbianchino e lo porta con sé a cena e a letto una sera sola e poi basta, perché sa che un rapporto così semplice e onesto è il massimo che si possa avere senza finire per guastar tutto; questa Clelia che può parere fredda e egoista ma cui pure tanto sta a cuore la sorte di Rosetta, la giovinezza e la purezza di cuore in un mondo che tutto contamina e devasta. Pavese che, per quella sua triste violenza autolesionista, era uso a dar di se stesso immagini limitative e contraffatte (fino a quelle crudeli del diario), certo mai seppe esprimersi in un personaggio autobiografico così compiuto (Clelia c’est moi!) così positivo e così pavesiano come in questa figura di donna. In nessun personaggio tranne che in Clelia Pavese seppe parlarci di quel che era l’elemento fondamentale della sua vita, la sua vera ancora di salvezza: il lavoro, il suo straordinario testardo divorante amore per il lavoro (l’altra faccia del diario), la sua sdegnosa fierezza di lavoratore provetto e instancabile, il suo realizzare se stesso nella creazione individuale come nella partecipazione a un processo produttivo.

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Certainly the finest character by an author distrustful of characters – Pavese – is Clelia from Tra donne sole (in La bella estate). This self-made Turin dressmaker, self-sufficient, bitter, worldly-wise yet still curious and compassionate toward surrounding vices and virtues, armored within like all self-fashioned people: the mistress who recognizes worth in Beccuccio the housepainter, taking him to bed for one night only, knowing such honest simplicity marks the limit before ruin. This Clelia, seeming coldly pragmatic yet deeply invested in Rosetta’s fate – youth and purity in a contaminating world. Pavese, through self-lacerating violence, habitually gave restrictive self-portraits (culminating in his diary’s cruelty), yet never expressed himself so fully in any autobiographical figure (Clelia c’est moi!) – so positive yet quintessentially Pavesean – as in this woman. Only through Clelia does he address life’s fundament: work, his extraordinary obstinate devouring love for labor (the diary’s flipside), his scornful pride in expert tireless craftsmanship, his self-realization through individual creation and productive participation.

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Ma questo personaggio positivo venuto fuori quasi suo malgrado, in un racconto che non possiamo dire d’amare, sotto quelle non descritte sembianze femminili che immaginiamo a fatica, tanto sotto di esse traspare il portamento secco, ruvido, legnoso dell’autore, se ha in sé qualcosa di nuovo, non fa per altri rispetti che ribadire i termini del nostro discorso. Cosa vuol dire che per creare un personaggio intero e non solamente impastato di lirismo, ce lo si debba immaginare in una figura di donna, se non una nuova riprova che la figura tradizionale dell’intellettuale è sconfitta, e l’incontro del poeta con la realtà proposto dalla generazione cresciuta nel clima dell’ermetismo ha rivelato il suo carattere volontaristico, non si è risolto in un’integrazione, ma in uno scacco?

408

Yet this positive character emerging almost despite itself in an unloved story – beneath barely described feminine features through which we glimpse the author’s brusque wooden bearing – while innovative, reinforces our discourse. What does it signify that creating a whole character (not merely lyrical paste) requires imagining a woman? Does it not confirm the intellectual’s traditional defeat? That the poet’s encounter with reality proposed by the Hermetic generation revealed its voluntaristic nature, ending not in integration but failure?

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7. Quasi a conferma di questo duro verdetto, ecco che nei narratori della generazione più giovane il personaggio dell’io-lirico-intellettuale non esiste più, sembra sia stato drasticamente abolito. Il mondo reale, il mondo degli «altri», viene in primo piano, ma non è quasi mai un mondo interpretato, studiato in modo da definire le ragioni direttrici, le linee di movimento, non è un mondo rispecchiato da una esperienza razionale, ma un mondo precedente la coscienza, grezzo, accettato nella sua totalità senza inventario, ora con l’esaltazione d’un violento trasporto affettivo, ora con la passività di chi non può che oggettivamente registrare. Non è che l’io non ci sia nei giovani narratori, ma è un io che si guarda bene dal formulare pensieri, dal mostrare altri interessi che non siano quelli elementari, poco più che fisiologici, dal partecipare a ciò che si svolge sotto i propri occhi con qualcosa che somigli a un giudizio morale: il punto di vista del narratore vuol essere quanto più lontano possibile da un punto di vista intellettualistico.

409

7. As if confirming this harsh verdict, younger writers have drastically abolished the lyrical-intellectual self. The real world of "others" takes center stage – yet rarely interpreted through guiding rationales or movement trajectories, but accepted pre-consciously: raw totality registered without inventory, through violent affective transport or passive objectivity. The self persists in young narrators, but avoids formulating thoughts, displaying interests beyond the physiological, or moral judgment – narrative perspective recoiling from intellectualism.

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In questo clima, Vittorini bandisce dai suoi «risvolti» la crociata per il trionfo del vitalismo vergine e irriflesso, della spontaneità non contaminata da schermi culturali, della testimonianza ancor calda di vita: poetica che ha una sua storia ben definita nella letteratura dell’ultimo mezzo secolo, e che pare proprio fatta apposta per esprimere l’annichilimento del poeta, dell’uomo, di fronte al sovrastare delle cose. Ma questa resa alla vitalità e all’incultura non è solo un postulato critico di Vittorini: è qualcosa che è nell’aria, un attuale male del secolo che dilaga nelle carte dei giovani, edite e inedite. E se vediamo i nuovi protagonisti muoversi tra carneficine, stupri e atroci storie di miseria, e a loro stessi capitare talvolta di spaccare crani o fendere grembi o chieder l’elemosina sempre con uniforme tranquilla ottusità di giovani bruti, non ci impressioniamo, sappiamo che questo non è che l’estremo travestimento del protagonista lirico-intellettuale, cui non resta ormai altra carta su cui puntare se non la cancellazione di se medesimo.

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In this climate, Vittorini’s book jackets crusade for raw unreflected vitalism, spontaneity untainted by cultural screens, life-warm testimony: a poetics with clear twentieth-century lineage, perfectly expressing poet and man’s annihilation before overwhelming reality. But this surrender to vitality and non-culture isn’t mere critical posturing – it’s zeitgeist, a modern malady flooding young writers’ pages (published and unpublished). When new protagonists commit massacres, rapes, atrocious poverty tales – cracking skulls, slitting wombs, begging with brutish equanimity – we remain unshocked, recognizing the lyrical-intellectual self’s last gambit: self-erasure.

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8. Occorre però osservare che non tutta questa narrativa che punta su una rappresentazione oggettiva del mondo popolare e su un linguaggio nutrito d’apporti dialettali, va ascritta alla poetica della felice ignoranza. Perché un’altra poetica opera con gli stessi strumenti, ed è quella della raffinata scaltrezza, che punta sulla utilizzazione squisita del materiale linguistico plebeo, sul pastiche stilistico gergale, sul rinsanguamento – attraverso un vocabolario denso e carico – dei mezzi d’espressione estenuati. Ma forse le due poetiche non sono opposte come sembrano: perché entrambe presuppongono una sensibilità coltivata, un gusto anzi una compiacenza per il primitivo: o nello scrittore – quella della raffinata scaltrezza – o nel lettore – quella della felice ignoranza. Corre sugli esili testi esemplari dell’una o dell’altra come un gioco di reciproci ammicchi, di inganni tesi dallo scrittore raffinato alle spalle del lettore ingenuo, presentandogli un’opera che sembra rozza e non lo è, o dal lettore raffinato alle spalle dello scrittore rozzo, gustando in lui qualcosa che egli non sapeva di esprimere. Si perpetua quindi in queste ambigue operazioni creative e critiche l’antitesi tra i due termini: coscienza intellettuale e mondo popolare, e qui più che mai la coscienza intellettuale si piega verso il mondo popolare come a un qualcosa di contrapposto e estraneo, proprio nell’accettarlo come un suggestivo spettacolo, nel compiacersi delle sue tinte aspre e mosse e nel ricercarne le nascoste finezze.

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8. However, it must be observed that not all this narrative focused on an objective representation of the popular world and a language nourished by dialectal contributions belongs to the poetics of blissful ignorance. Another poetics operates with the same tools – that of refined cunning, which relies on the exquisite utilization of plebeian linguistic material, on stylistic jargon pastiche, and on revitalizing exhausted expressive means through dense, charged vocabulary. Yet perhaps these two poetics are not as opposed as they appear: both presuppose a cultivated sensibility, indeed a relish for the primitive – whether in the writer (as with refined cunning) or in the reader (as with blissful ignorance). Across the slender exemplary texts of one or the other runs a game of reciprocal winks, of deceptions orchestrated by the refined writer behind the naive reader’s back – presenting a work that appears crude yet is not – or by the refined reader behind the crude writer’s back – savoring in him something he did not know he expressed. Thus, through these ambiguous creative and critical operations, the antithesis between the two terms persists: intellectual consciousness and the popular world. Here more than ever, intellectual consciousness bends toward the popular world as something opposed and alien, precisely by accepting it as a suggestive spectacle, reveling in its harsh, dynamic hues, and seeking its hidden refinements.

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9. La ripresa di voga della poesia dialettale e l’esperimento d’una narrativa pure in dialetto possono porsi anche esse sotto l’insegna dell’uno o dell’altro di questi atteggiamenti di gusto: ma nascono – noi crediamo – non come movimenti necessari ma come segni d’involuzione e stanchezza. La lingua letteraria deve sì continuamente tenersi attenta ai volgari parlati, e nutrirsene e rinnovarsene, ma non deve annullarsi in essi, né scimmiottarli per gioco. Lo scrittore deve poter dire più cose di quelle che normalmente dicono gli uomini del suo tempo: deve costruirsi una lingua la più complessa e funzionale possibile per il proprio tempo: non fotografare con compiacenza i dialetti, che sono sì pieni di sapore e vigore e saggezza, ma anche d’offese sopportate, di limitazioni imposte, d’abitudini di cui non ci si sa scrollare.

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9. The resurgence of dialect poetry and experiments with narrative in dialect may also align with either of these aesthetic attitudes. Yet we believe they emerge not as necessary movements but as signs of involution and weariness. Literary language must indeed remain attentive to vernacular speech, drawing nourishment and renewal from it, yet without dissolving into it or playfully aping it. The writer must be able to say more than what the people of their time normally say: they must forge a language as complex and functional as possible for their era – not photograph dialects with complacency, for while they brim with flavor, vigor, and wisdom, they also carry endured offenses, imposed limitations, and unshakable habits.

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10. Ma la ripresa dialettale va riguardata anche nel quadro più complesso della ripresa del regionalismo. Il verismo regionale che ebbe un chiaro senso storico negli anni dopo l’Unità d’Italia, come presa di coscienza delle realtà così diverse e incomunicanti della nuova nazione, ha avuto una nuova spinta, e anche questa ben motivata, quando – dopo che per tanti anni il fascismo aveva tenuto l’Italia come inguardabile e inconoscibile – si sentì il bisogno di una scoperta minuta e profonda del nostro paese. Lo strumento che sarebbe stato più idoneo a soddisfare questa nuova esigenza, cioè una letteratura di tipo saggistico e problematico, in cui lo scrittore ritornasse come tanti nostri antichi, ragionatore di storia e di politica, fu trascurato – dopo il pur fortunatissimo caso esemplare del Cristo si è fermato a Eboli – a favore d’un quasi esclusivo appuntarsi delle energie verso il romanzo e il racconto. Ma anche questo primato della narrativa, questa creazione fantastica d’impianto così complesso come il romanzo realista, non può nascere che da un terreno ben arato dalle idee. E prima di tanti romanzi d’intreccio regionali e sociali ci sarebbero utili libri di interpretazione e ragionamento su paesi e costumi e istituzioni e problemi. Oggi è al romanzo e al racconto invece che viene deputato il compito di rappresentare il «vero volto» di questa o quella località geografica. Ed è una richiesta sbagliata perché il romanzo vive nella dimensione della storia, non della geografia. Il vero tema d’un romanzo dovrà essere una definizione del nostro tempo, non di Napoli o di Firenze; dovrà essere un’immagine che ci spieghi il nostro inserimento nel mondo. I luoghi, i luoghi il più possibile precisi e amati sono necessari allo scrittore come concrete forme di ciò che nella storia si muove o su cui la storia scorre, ma non possiamo porli come contenuto del romanzo, questi luoghi e gli usi locali, e il «vero volto» di questa o quella città o popolazione. È sul «fare storia» che deve puntare lo scrittore, pur sempre partendo dalla realtà del paese che più ama e conosce: e la storia, ci è stato insegnato, è sempre storia contemporanea, è intervento attivo nella storia futura.

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10. Yet the dialectal resurgence must also be considered within the broader framework of regionalism’s revival. Regional verismo, which held clear historical significance in post-Unification Italy as an awakening to the nation’s diverse, fragmented realities, received new impetus – equally justified – after Fascism had rendered Italy unseeable and unknowable for so many years. The tool best suited to this renewed need – a literature of essayistic and problem-oriented writing where authors, like many of our forebears, might reason through history and politics – was neglected after the exemplary success of Christ Stopped at Eboli, overshadowed by an almost exclusive focus on novels and short stories. Yet even the primacy of narrative, the creation of such complex structures as realist novels, can only emerge from soil well-tilled by ideas. Before so many regional and social plot-driven novels, we would benefit from books interpreting and reasoning about towns, customs, institutions, and problems. Today, however, the task of representing the "true face" of this or that geographical locale falls to novels and stories. This is a misguided demand, for novels exist in the dimension of history, not geography. The true theme of a novel must be a definition of our time, not of Naples or Florence; it must offer an image that clarifies our place in the world. Precise, beloved locations are necessary to writers as concrete forms through which history moves or flows, but we cannot treat these places, their local customs, and the "true face" of cities or populations as the novel’s content. Writers must aim at "making history," always starting from the reality of the land they most love and know – and history, we have been taught, is always contemporary history, an active intervention in the history yet to unfold.

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Si dirà che a puntare su una descrittiva geografico-sociologica non c’è veramente nessuno: gli scrittori più legati ai luoghi cercano nell’espressione d’un sentimento, d’un ritmo di vita quello che è il segreto accento autoctono. Ma appunto in questo sovrappiù di commozione, in questo bisogno di eccitazione nostalgica è il primo vero rifiuto della storia: non è la commozione, non è il trasporto affettivo lo stato migliore per intendere il mondo d’oggi: siamo anche qui nel vitalismo romantico, nella vaga mistica corale. Alle ricerche d’un dio ignoto nel confuso ritmo delle città nuove e antiche, preferiamo la ricerca di qualche avaro seme di verità nel ritmo ben più scandito e lineare d’una esistenza, d’una avventura, d’un amore, su uno sfondo che resti dietro ai personaggi, non si sovrapponga a loro, e che proprio per questo suo esser dietro, essere in margine, esser di pochi segni, acquisti verità e evidenza.

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It might be argued that no one truly aims for geographic-sociological description: writers most tied to places seek the secret native accent in expressing a feeling, a rhythm of life. Yet precisely in this excess of emotion, this need for nostalgic excitation, lies the first true refusal of history: emotion and affective transport are not the optimal states for understanding today’s world. Here too we encounter romantic vitalism, vague choral mysticism. To explorations of an unknown god in the chaotic rhythm of ancient and modern cities, we prefer the search for scarce seeds of truth in the clearer, linear rhythm of an existence, an adventure, a love – against a background that remains behind the characters, never overshadowing them, gaining truth and vividness precisely through its marginality, its sparse traces.

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11. Le poetiche che abbiamo ultimamente passato in rassegna e che tendono a un’oggettività senza interventi d’ordine razionale, senza pretesa di giudicare, dimostrare, significare, sono sostenute da certuni come affermazioni d’un desiderio di superiore onestà, di un nolite judicare, come difesa dai pericoli d’un impegno che predetermini l’atteggiamento dello scrittore di fronte ai fatti, come polemica contro il volontarismo e particolarmente contro il volontarismo politico.

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11. The poetic approaches we have recently surveyed - those striving for objectivity without rational intervention, renouncing judgment, demonstration, or signification - are upheld by some as affirmations of superior honesty, a nolite judicare, defending against the dangers of predetermined political commitments while polemicizing against voluntarism, particularly political voluntarism.

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Noi crediamo che l’impegno politico, il parteggiare, il compromettersi sia, ancor più che dovere, necessità naturale dello scrittore d’oggi, e prima ancora che dello scrittore, dell’uomo moderno. Non è la nostra un’epoca che si possa comprendere stando au dessus de la mêlée ma al contrario la si comprende quanto più la si vive, quanto più avanti ci si situa sulla linea del fuoco. Ma non ci riconosciamo certo nel volontarismo espressionistico che inturgida le vene e il linguaggio in una spinta di lirismo irrazionale, quasi di mistica comunione con le forze collettive. Né ci riconosciamo di più negli esperimenti di una letteratura che con troppo ostentata modestia identifichi la sua funzione storica con quella esemplificativa e pedagogica.

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We maintain that political engagement, taking sides, and commitment constitute not just a duty but a natural necessity for today's writer - indeed, for modern individuals first and foremost. Ours is not an era to be understood from au dessus de la mêlée, but rather one that reveals itself most fully when lived intensely on the front lines. Yet we disavow both expressionistic voluntarism that swells veins and language with irrational lyrical impulses, and the ostentatiously modest literature equating its historical function with pedagogical exemplification.

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Chi conosce quanto complessa e delicata e difficile e ricca sia l’attività politica, e per questo l’ama e si studia di praticarla, chi sa i tesori d’ingegno, di finezza, di pazienza e di moralità che occorrono al successo d’una lotta del lavoro, resterà sempre insoddisfatto e infastidito dallo scrittore che imita dall’esterno le operazioni del dirigente politico e sindacale, o dal critico che – con ancor maggiore facilità – gli chiede di far ciò: di passare dalla analisi critica alla denuncia, alla indicazione dei rimedi, alla impostazione di lotta, alla critica delle deficienze, alla soluzione positiva e così via. Questa tendenza da parte della letteratura e dell’arte alla mimesi pura e semplice delle organizzazioni di partito e delle Camere del Lavoro, non è solo infantilismo politico, ma un residuo di presunzione intellettuale, in cui incontriamo ancora il vecchio dualismo: lo scrittore, quasi fosse geloso del dirigente politico, del rapporto pratico che egli ha con la realtà, cerca di ripetere le cose che il dirigente politico fa e il procedimento proprio del suo pensiero, di ripeterlo non nella realtà ma sulla carta, proponendosi problemi esemplari di lotta sindacale e di organizzazione e risolvendoli in quella che gli sembra la maniera più corretta ed efficiente, e s’illude di dar lezioni, di compiere un’opera che valga in qualche modo quella che il politico compie davvero. Questa illusione di scrittori e soprattutto di critici ha le sue radici nella tradizione di pensiero della vecchia socialdemocrazia, nella sua identificazione della predicazione con la pratica, della educazione con la rivoluzione, ed è anch’essa una via attraverso la quale si perpetua lo scacco dell’intellettuale di fronte alla realtà. I fatti reali sono sempre più grossi e veri e istruttivi di quelli raccontati; e i militanti rappresentati nei libri restano troppo inferiori per evidenza umana, per novità storica, rispetto ai militanti che via via faticosamente si formano nella realtà.

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Those who grasp the complexity of political praxis - who love it and strive to practice it, who recognize the ingenuity, subtlety, patience and morality required in labor struggles - will always find themselves vexed by writers aping political operators from without, or critics demanding they transition from critical analysis to denunciation, prescription of remedies, formulation of struggle, critique of deficiencies, and positive solutions. This literary tendency to mimic party organizations and Labor Chambers constitutes not merely political infantilism but residual intellectual presumption, perpetuating the old duality: writers envious of politicians' practical rapport with reality attempt to replicate their methods not in action but on paper, solving exemplary union struggles through idealized efficiency while deluding themselves about their instructive value. This illusion, rooted in old social democratic traditions conflating preaching with praxis, perpetuates intellectuals' historical impasse. Reality's facts always outweigh fictional representations, and literary militants remain pale shadows compared to those forged through actual historical struggle.

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12. Noi pure siamo tra quelli che credono in una letteratura che sia presenza attiva nella storia, in una letteratura come educazione, di grado e di qualità insostituibile. Ed è proprio a quel tipo d’uomo o di donna che noi pensiamo, a quei protagonisti attivi della storia, alle nuove classi dirigenti che si formano nell’azione, a contatto con la pratica delle cose. La letteratura deve rivolgersi a quegli uomini, deve – mentre impara da loro – insegnar loro, servire a loro, e può servire solo in una cosa: aiutandoli a esser sempre più intelligenti, sensibili, moralmente forti. Le cose che la letteratura può ricercare e insegnare sono poche ma insostituibili: il modo di guardare il prossimo e se stessi, di porre in relazione fatti personali e fatti generali, di attribuire valore a piccole cose o a grandi, di considerare i propri limiti e vizi e gli altrui, di trovare le proporzioni della vita, e il posto dell’amore in essa, e la sua forza e il suo ritmo, e il posto della morte, il modo di pensarci o non pensarci; la letteratura può insegnare la durezza, la pietà, la tristezza, l’ironia, l’umorismo, e tante altre di queste cose necessarie e difficili. Il resto lo si vada a imparare altrove, dalla scienza, dalla storia, dalla vita, come noi tutti dobbiamo continuamente andare ad impararlo.

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12. We too believe in literature as active historical presence, as irreplaceable ethical education. Precisely for those emerging historical protagonists - the new leadership classes forming through praxis - literature must orient itself. While learning from them, it must teach them: sharpening their intelligence, sensitivity, and moral fortitude. Literature's lessons are few but vital: how to regard others and oneself; relate particular to universal; value small and great things; confront personal and collective limits; grasp life's proportions - love's place and rhythm, death's presence or absence; instruction in harshness, pity, sadness, irony, humor. For other knowledge, we turn elsewhere - to science, history, lived experience - as we all must.

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13. Abbiamo detto che un rapporto affettivo con la realtà non ci interessa; non ci interessa la commozione, la nostalgia, l’idillio, schermi pietosi, soluzioni ingannevoli per la difficoltà dell’oggi: meglio la bocca amara e un po’ storta di chi non vuole nascondersi nulla della realtà negativa del mondo. Meglio sì, purché lo sguardo abbia abbastanza umiltà e acume per esser continuamente capace di cogliere il guizzo di ciò che inaspettatamente ti si rivela giusto, bello, vero, in un incontro umano, in un fatto di civiltà, nel modo in cui un’ora trascorre. Questa bocca amara e un po’ storta che la letteratura della negazione, la letteratura della crisi, del pessimismo programmatico, dell’esistenzialismo ha disegnato sul volto dell’uomo al cospetto d’un mondo di dissoluzione e di massacro, non ci sentiamo, noi che pur non crediamo alla negatività totale del mondo, di sostituirla con un’espressione più ilare o più melata o più radiosa. Questa coscienza di vivere nel punto più basso e tragico di una parabola umana, di vivere tra Buchenwald e la bomba H, è il dato di partenza d’ogni nostra fantasia, d’ogni nostro pensiero. Ma non possiamo sopportare la sufficienza, il cinismo freddo, lo sguardo di chi sa tutto e non si brucia, di chi non rispetta e ammira il fare, l’ardire, il durare degli uomini e delle donne. La coscienza acuta del negativo non vogliamo per nulla attenuarla, proprio perché essa ci permette d’avvertire come continuamente sotto di esso qualcosa si muove e travaglia, qualcosa che non possiamo sentire come negativo, perché lo sentiamo come nostro, come ciò che sempre finalmente ci determina.

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13. Affective relations with reality don't interest us - no place for nostalgia, idylls, or deceptive solutions to contemporary difficulties. Better the bitter, slightly twisted mouth refusing to obscure the world's negative reality - provided the gaze remains humble and acute enough to catch sudden revelations of justice, beauty, truth in human encounters, civilizational moments, fleeting hours. This existential grimace shaped by crisis literature - confronting Buchenwald and H-bomb realities - we won't replace with facile optimism. Awareness of inhabiting history's tragic nadir grounds all our thought. But we reject cold cynicism, the unburnt observer's smirk disrespecting human daring and endurance. Acute consciousness of negativity persists precisely because beneath it, we sense movement - something ours, something decisive.

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14. In un articolo di Gramsci abbiamo trovato, citata da Romain Rolland, una massima di sapore stoico e giansenista adottata come parola d’ordine rivoluzionaria: «pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà». La letteratura che vorremmo veder nascere dovrebbe esprimere nella acuta intelligenza del negativo che ci circonda la volontà limpida e attiva che muove i cavalieri negli antichi cantari o gli esploratori nelle memorie di viaggio settecentesche.

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14. In Gramsci's essay, we found Romain Rolland's revolutionary maxim: "pessimism of the intelligence, optimism of the will." Our desired literature would express through sharp negation-analysis that lucid willpower driving knights in ancient chivalric poems or Enlightenment explorers' travelogues.

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Intelligenza, volontà: già proporre questi termini vuol dire credere nell’individuo, rifiutare la sua dissoluzione. E nessuno più di chi ha imparato a porre i problemi storici come problemi collettivi, di masse, di classi, e milita tra coloro che seguono questi principî, può oggi imparare quanto vale la personalità individuale, quanto è in essa di decisivo, quanto in ogni momento l’individuo è arbitro di sé e degli altri, può conoscerne la libertà, la responsabilità, lo sgomento. I romanzi che ci piacerebbe di scrivere o di leggere sono romanzi d’azione, ma non per un residuo di culto vitalistico o energetico: ciò che ci interessa sopra ogni altra cosa sono le prove che l’uomo attraversa e il modo in cui egli le supera. Lo stampo delle favole più remote: il bambino abbandonato nel bosco o il cavaliere che deve superare incontri con belve e incantesimi, resta lo schema insostituibile di tutte le storie umane, resta il disegno dei grandi romanzi esemplari in cui una personalità morale si realizza muovendosi in una natura o in una società spietate. I classici che più ci stanno oggi a cuore sono nell’arco che va da Defoe a Stendhal, un arco che abbraccia tutta la lucidità razionalista settecentesca. Vorremmo anche noi inventare figure di uomini e di donne pieni d’intelligenza, di coraggio e d’appetito, ma mai entusiasti, mai soddisfatti, mai furbi o superbi.

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Intelligence, will: merely proposing these terms signifies a belief in the individual, a refusal of its dissolution. None more than those who have learned to frame historical problems as collective issues of masses and classes – and who align themselves with these principles – can today appreciate the worth of individual personality, its decisive elements, how at every moment the individual arbitrates both self and others, comprehending freedom, responsibility, existential dread. The novels we would wish to write or read are tales of action – not from residual vitalistic or energetic cults – but because what interests us above all are the trials humans endure and the manner of their overcoming. The mold of ancient fables – children abandoned in forests or knights confronting beasts and enchantments – remains the indispensable schema for all human stories, the blueprint for exemplary novels where moral personalities realize themselves through navigating pitiless natures or societies. The classics dearest to us span from Defoe to Stendhal, embracing eighteenth-century rationalist lucidity. We too would invent figures of men and women brimming with intelligence, courage, and appetite – yet never enthusiastic, never complacent, never cunning or prideful.

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15. Pensiamo a una rivincita dell’intelligenza umana e razionale sui due suoi maggiori nemici: la furbizia intellettualistica, avara e allusiva, e l’entusiasmo lirico irrazionalista, panteista e falsamente generoso. È nella poesia in versi – pensiamo – che dovrebbe avvenire questa operazione: ma essa non si compirà fino a che al concentrato rigore ermetico, che ora per certuni – ammainata la bandiera della civiltà delle lettere e innalzata quella della civiltà delle macchine – si traveste nella perfezione astratta e disumanizzata dell’ingranaggio industriale, del tubo cromato, si opporrà soltanto l’indiscriminata facilità d’entusiasmo corale degli epigoni whitmaniani. Già vediamo però qualche segno di una poesia diversa, come ci servirebbe oggi, fatta di componimenti più lunghi e complessi e costruiti, sostenuti da una trama d’idee, con apparizioni di personaggi e epoche e luoghi. Vorremmo che la poesia fosse più importante e robusta, che ristabilisse le sue proporzioni di fronte alla narrativa, proprio perché la narrativa possa essere anch’essa più importante e robusta.

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15. We envision a reclamation of human, rational intelligence against its two great adversaries: intellectualistic cunning – meager and allusive – and the irrationalist lyrical enthusiasm, pantheistic and falsely magnanimous. This operation should manifest in poetry, yet remains unrealized while hermetic rigor – having lowered the banner of Civilization of Letters and raised that of the Civilization of Machines – disguises itself in the abstract perfection of industrial gears and chrome-plated pipes, only to be countered by the indiscriminate choral effusiveness of Whitmanian epigones. Yet we discern signs of a different poetry – the kind we need today – composed of longer, more complex constructions sustained by ideological frameworks, with apparitions of characters, epochs, and places. We desire poetry to regain robust significance, restoring its proportions relative to fiction, precisely so that fiction itself might grow more substantial.

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16. Ritornare a una più calma considerazione del posto delle idee e della ragione nell’opera creativa vorrà dire la fine d’una situazione per cui l’io dello scrittore è sentito come una specie di maledizione, di condanna. E questo avverrà forse solo il giorno in cui l’intellettuale si accetterà come tale, si sentirà integrato nella società, parte funzionale d’essa, senza più dover sfuggirsi o sfuggirla, camuffarsi o castigarsi.

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16. Returning to calmer considerations of ideas and reason in creative work will signal the end of an era where the writer's ego is perceived as curse or condemnation. This may only occur when intellectuals accept themselves as such, feeling integrated into society – functional components rather than fugitives from self or world, no longer compelled to disguise or chastise.

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La nostra generazione – se questo termine ha un senso – è quella che si riconosce nell’esame e nel programma di Giaime Pintor: la nostra forza non potrà essere sete di trascendenza, non dramma interiore, alla presenza d’un dramma esteriore così imponente; la nostra forza può essere solo la esperienza di questo dramma, e quella estrema freddezza di giudizio, quella volontà tranquilla di difendere la propria natura di cui Pintor appunto ci diede un esempio così limpido, pur quando più si trasferì sul piano della lotta e dell’azione politica.

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Our generation – if the term holds meaning – recognizes itself in Giaime Pintor's examination and program: our strength cannot lie in transcendental thirst or inner drama before such imposing external tragedies, but rather in experiencing this drama with that extreme coldness of judgment, that tranquil will to defend one's nature which Pintor exemplified with crystalline clarity, even as he transitioned fully into political struggle and action.

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La ribellione contro la propria natura, caratteristica dell’intellettuale che non riesce a integrarsi, è il marchio di condanna di tanti che pure si credono, si vorrebbero, uomini nuovi, rinnovatori della storia: fragile falange di eautontimorumeni, di moralisti, di capovolgitori sistematici delle loro inclinazioni di gusto, che voglion far passare un’inappetente sufficienza snobistica per rigore ideologico, una gretta sufficienza strapaesana per culto delle tradizioni nazionali. Ma il rinnovamento della storia procede da uomini che con la propria natura ed educazione non hanno conti in sospeso, che sanno di far parte d’un tutto, sanno che anche i limiti e i difetti, se accettati come tali, si posson far tornare all’attivo, in un’economia di valori più complessa e movimentata.

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Rebellion against one's nature – hallmark of the unintegrated intellectual – marks the condemnation of many who fancy themselves innovators of history: fragile phalanxes of eautontimorumeni, moralists, systematic inverters of their aesthetic inclinations, mistaking snobbish inappetence for ideological rigor, provincial smugness for national tradition. True historical renewal proceeds from those reconciled with their nature and education, aware of being integral parts of a whole, knowing even limitations and defects – when acknowledged as such – can be leveraged within a more complex economy of values.

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17. Un certo atavico senso del risparmio, acuito dalla coscienza di vivere un’epoca di dissennato spreco, ci impone di non amputarci la minima parte di noi stessi, e di cercare d’utilizzare il più possibile di ciò che sta alle nostre spalle.

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17. An ancestral thriftiness, sharpened by living in an era of reckless waste, compels us to amputate no part of ourselves, seeking instead to utilize what lies behind us.

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L’esempio di Pintor, una delle tempre umane più estranee e opposte al decadentismo, all’evasione, all’ambiguità morale, e che pure veniva da un’educazione letteraria che era quella di tutto il decadentismo europeo, ci testimonia come i libri possano essere buoni o cattivi a seconda di come li leggiamo. In ogni poesia vera esiste un midollo di leone, un nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia. Il rigore di linguaggio, il rifiuto d’ogni compiacenza romantica, il senso della realtà scontata e difficile, la non adesione alle apparenze più vistose, l’avara presenza del bello e del bene, questo è il midollo di leone che Pintor, traduttore di Rilke, lettore di Montale, morse dalla civiltà letteraria che l’aveva preceduto, questa è la lezione di uno stile che trasferì nell’azione, nell’intelligenza storica. Noi consideriamo questa sua operazione come esemplare, e attraverso ad essa tutta quella «civiltà delle lettere» ci si presenta in una luce meno declinante, in un risalto più fermo e quasi fiero. Così vorremmo trovare attraverso tutta quella montagna di letteratura del negativo che ci sovrasta, a quella letteratura di processi, di stranieri, di nausee, di terre desolate e di morti nel pomeriggio, la spina dorsale che sostenga noi pure, una lezione di forza, non di rassegnazione alla condanna. Ma questo senza cercare d’edulcorare nulla, d’adattare al proprio gioco chi non vuol starci: perché quel che ci serve di questa letteratura è proprio quel tanto di agrume che ancora contiene, quei granelli di sabbia che ci lascia tra i denti.

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Pintor's example – a human temperament most alien to Decadentism, escapism, and moral ambiguity, yet emerging from the same literary education that shaped European Decadentism – demonstrates how books may be good or bad depending on our reading. Every true poem contains a lion's marrow – nourishment for rigorous morality, mastery of history. Linguistic rigor, rejection of romantic indulgence, awareness of stark reality, resistance to dazzling surfaces, sparse presence of beauty and goodness – this lion's marrow Pintor, translator of Rilke and reader of Montale, extracted from preceding literary civilization, translating it into historical intelligence and action. We consider his operation exemplary: through it, the entire "Civilization of Letters" appears less decadent, standing firm and almost proud. Thus we would mine that mountain of negative literature looming over us – literature of trials, foreigners, nausea, waste lands and afternoon deaths – seeking the backbone to sustain us, lessons in strength rather than resignation. Yet without sweetening or coercing unwilling participants – for what we require from this literature is precisely its remaining tartness, those grains of sand left between our teeth.

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18. Alieni da tentazioni per l’irrazionale e l’oscuro, pure ci interessa il cammino degli uomini che partirono in lotta contro i mostri, ora fronteggiandoli impassibili sul terreno nemico, ora travestendosi da mostri essi stessi, ora sfidandoli, ora soccombendo. Perciò continuiamo a frequentare Thomas Mann, Picasso, Pavese, continuiamo a segnare i punti delle loro vittorie e delle loro sconfitte: non è il loro «decadentismo» di cui ogni tanto qualcuno premurosamente ci avverte che ci interessa, ma ciò che in loro è nucleo d’umanità razionale, di classica chiarezza che tocca il fuoco e non brucia. Ci interessa il loro cercare di lavorare sulla base di tutta la problematica del loro tempo, il loro porre a confronto i termini delle antitesi più drammatiche, il loro situarsi nel punto nodale di una cultura e di un’epoca. Non sono la decadenza, l’irrazionalità, la crudeltà, la corsa alla morte dell’arte e della letteratura che devono farci paura; sono la decadenza, l’irrazionalità, la crudeltà, la corsa alla morte che leggiamo continuamente nella vita degli uomini e dei popoli, e di cui l’arte e la letteratura ci possono far coscienti e forse immuni, ci possono indicare la trincea morale in cui difenderci, la breccia attraverso cui passare al contrattacco. Siamo in un’epoca d’allarme. Non scambiamo la terribilità delle cose reali con la terribilità delle cose scritte, non dimentichiamo che è contro la realtà terribile che dobbiamo batterci anche giovandoci delle armi che la poesia terribile può darci. La paura per le cose scritte è una deformazione professionale degli intellettuali, che vogliamo lasciare tutta a loro. È sempre con curiosità e speranza e meraviglia che il giovane, l’operaio, il contadino che ha preso gusto a leggere, aprono un libro nuovo. Sempre così vorremmo che venissero aperti anche i nostri.

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18. Though alien to temptations for the irrational and obscure, we remain interested in the path of those who battled monsters – whether confronting them impassively on hostile terrain, disguising themselves as monsters, challenging them, or succumbing. This is why we continue to engage with Thomas Mann, Picasso, Pavese, charting their victories and defeats: what interests us is not their alleged "decadentism" that some zealously warn us about, but their core of rational humanity, that classical clarity which touches fire without burning. We care about their wrestling with their era’s most pressing questions, their confrontation of dramatic antitheses, their positioning at the nodal points of culture and history. It is not the decadence, irrationality, cruelty, or death-drive in art that should frighten us, but these same forces manifest in the lives of peoples – forces that art can render us conscious of, perhaps immune to, by revealing moral trenches for defense and breaches for counterattack. Ours is an age of alarm. Let us not confuse the terror of real things with the terror of written things. Our battle is against terrible realities, using weapons forged by terrible poetry. Fear of the written word is an intellectual’s professional deformation – let them keep it. The young worker or peasant who discovers reading still opens each new book with curiosity, hope, and wonder. May our works always be met with such eyes.

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Natura e storia nel romanzo

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Nature and History in the Novel

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Inedito. Conferenza con letture di pagine di romanzi famosi, tenuta per la prima volta a Sanremo il 24 marzo 1958 e ripetuta poi in varie città italiane. Il testo, che rielabora in parte altri miei scritti precedenti, ha subìto da una lettura all’altra vari rimaneggiamenti, e nelle ultime stesure anticipa, nella conclusione, i temi del mio saggio immediatamente successivo, Il mare dell’oggettività. Presento qui nella sistemazione la più organica possibile i vari materiali (che diversamente ordinati e sviluppati mi sono serviti anche per un’altra conferenza: La letteratura della violenza) in quanto rappresentano una fase di ricapitolazione dell’orizzonte letterario della mia formazione, fortemente ancorata alla tradizione ottocentesca, e insieme di passaggio all’orizzonte che sarà dominante negli anni Sessanta.

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Unpublished. Lecture with readings from famous novels, first delivered in Sanremo on March 24, 1958, and later repeated in various Italian cities. This text partially reworks earlier writings and underwent revisions across iterations. Its final versions prefigure themes from my subsequent essay The Sea of Objectivity. Presented here in its most cohesive form, these materials (which I also rearranged for another lecture: The Literature of Violence) represent both a recapitulation of my literary formation – deeply rooted in 19th-century traditions – and a transition toward the dominant concerns of the 1960s.

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1.

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Il principe Andrej, in quella chiara serata d’agosto, se ne stava sdraiato, appoggiandosi a un braccio, in una rimessa sconquassata del villaggio di Kniazkovo, sul limite dello schieramento del suo reggimento. Da un’apertura della muraglia diroccata guardava lontano, lungo la siepe, la fila delle betulle trentenni, coi rami bassi tagliati, il campo dei covoni d’avena disfatti e la boscaglia sulla quale appariva il fumo dei fuochi accesi per la cucina dei soldati.

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Prince Andrei, on that clear August evening, lay propped on one elbow in a dilapidated shed at the edge of his regiment’s position in Kniazkovo village. Through a breach in the crumbling wall, his gaze followed the hedge toward thirty-year-old birches with their lower branches trimmed, a field of scattered oat sheaves, and the woods where smoke rose from soldiers’ cooking fires.

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Vi sto leggendo una pagina di Guerra e pace di Tolstoj. Il principe Andrej è alla vigilia della battaglia di Borodino.

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I am reading you a passage from Tolstoy’s War and Peace. Prince Andrei faces the eve of the Battle of Borodino.

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Egli aveva dato e ricevuto gli ordini per la battaglia dell’indomani. Non aveva più nulla da fare. Ma i pensieri più semplici, più chiari, e perciò appunto più tremendi, non lo lasciavano in pace. Egli sapeva che la battaglia dell’indomani sarebbe stata la più terribile tra quelle alle quali aveva preso parte; e la possibilità della morte gli si presentò per la prima volta in vita sua, semplice e spaventevole, con vivacità e quasi con sicurezza.

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He had issued and received all orders for tomorrow’s battle. Nothing remained to be done. Yet the simplest, clearest – and therefore most terrifying – thoughts refused him peace. He knew this would be the fiercest engagement he’d ever witnessed, and for the first time, death’s possibility presented itself vividly, almost certainly.

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Guardò la fila di betulle che luccicavano al sole, col loro immobile fogliame giallo e verde e la loro scorza bianca, «Morire… che mi uccidano… domani… Che io non esista più… Che tutto questo esista e io non ci sia più…» Si rappresentò al vivo la sua assenza da questa vita. E quelle betulle con le loro ombre e le loro luci, e quelle nuvole a pecorelle, e quel fumo dei bivacchi, tutto intorno si trasformò ai suoi occhi e parve qualcosa di terribile e di minaccioso.

436

He studied the birch row gleaming in sunlight – their motionless yellow-green leaves, white bark. "To die… To be killed tomorrow… That I should cease to exist… While all this remains…" He vividly imagined life persisting without him. The birches with their play of light and shadow, the lamb-like clouds, the campfire smoke – everything transformed before him into something dreadful and threatening.

437

Alcuni capitoli più avanti, rivediamo il principe Andrej nel pieno della battaglia:

437

Chapters later, we rediscover Prince Andrei amid battle:

438

– Attenzione! – si udì gridare atterrito un soldato e, come un uccello che, fischiando nel suo rapido volo, si posi a terra, a due passi dal principe Andrej, accanto al cavallo del comandante di battaglione cadde una granata senza molto rumore. Il cavallo per primo, senza domandare se fosse bene o male mostrar paura, soffiò, s’impennò, per poco non buttò in terra il maggiore, e fece uno scarto. La paura del cavallo si propagò agli uomini.

438

"Look out!" cried a terrified soldier. Like a bird whistling through swift flight before alighting, a shell fell noiselessly two paces from Prince Andrei, near the battalion commander’s horse. The horse – unconcerned with proprieties of fear – snorted, reared, nearly unseating the major, then shied sideways. Equine terror infected the men.

439

– A terra! – gridò la voce dell’aiutante maggiore, che si stese al suolo. Il principe Andrej stava in piedi, indeciso. La granata, come una trottola fumante, girava tra lui e l’aiutante disteso, sul limite fra il campo e il prato, presso un cespo di assenzio.

439

"Hit the dirt!" shouted the adjutant, flattening himself. Prince Andrei stood undecided. Between him and the prone officer spun the smoldering shell, a top pivoting at the field’s edge near a wormwood clump.

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«Possibile che sia la morte? – pensava il principe Andrej, guardando con uno sguardo assolutamente nuovo e invidioso l’erba, l’assenzio e il filo di fumo uscente dalla palla nera che girava ancora. – Io non posso, non voglio morire, amo la vita, amo quest’erba, la terra, l’aria…» Pensava queste cose e nello stesso tempo si ricordò che era guardato.

440

"Can this be death?" Prince Andrei wondered, gazing with new, envious eyes at the grass, the wormwood, the smoke thread from the black spinning sphere. "I cannot, will not die. I love life – this grass, earth, air…" Even as he thought this, he remembered being observed.

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– Vergogna, signor ufficiale! – disse egli all’aiutante maggiore, – che co… – Non finì. Nello stesso momento si udì uno schianto, un tintinnio come di vetri infranti, un odore soffocante di polvere e il principe Andrej fu scaraventato da una parte e, alzando le braccia, cadde bocconi.

441

"For shame, lieutenant!" he rebuked the adjutant. But— A crash like shattering glass, choking powder stench – Prince Andrei was hurled sideways, arms flailing, to sprawl face down.

442

Lo ritroviamo nel bosco, tra i feriti al posto di medicazione.

442

We find him later in the woods among the wounded:

443

«Ma non è forse tutto eguale ora? – pensava. – Che accadrà laggiù? e che è accaduto qui? Perché mi rincresce tanto staccarmi dalla vita? C’era qualcosa in questa vita, che non capivo e non capisco.»

443

"Does anything matter now?" he pondered. "What awaits there? What transpired here? Why does parting with life grieve me so? There was something in life I neither understood nor understand."

444

Che cosa c’è in queste pagine di Tolstoj, che tanto ci affascina? C’è un uomo con la sua coscienza di sé, della finitezza della sua vita, c’è la natura, come un simbolo di vita ultraindividuale che c’è stata e ci sarà dopo di noi, c’è la storia, il suo trascorrere, il suo cercare un senso, il suo essere intessuta delle nostre vite individuali nelle quali continuamente entra a far parte.

444

What fascinates us in these Tolstoyan pages? A man’s consciousness of life’s finitude; nature as symbol of supra-individual existence persisting beyond us; history’s flow – seeking meaning, woven from individual lives it continually absorbs.

445

Individuo, natura, storia: nel rapporto tra questi tre elementi consiste quella che possiamo chiamare l’epica moderna. Il grande romanzo dell’Ottocento comincia questo discorso e la narrativa del Novecento, nelle sue forme più convulse e spigolose, lo continua. Varia il modo di considerare la coscienza individuale, la natura, la storia, variano i rapporti tra i tre termini: ma con tutte le differenze, le letterature dei due ultimi secoli presentano una perfetta continuità di discorso.

445

Individual, nature, history: the relationship between these three elements constitutes what we may call the modern epic. The great nineteenth-century novel initiates this discourse, and twentieth-century narrative, in its most convulsive and angular forms, continues it. The modes of considering individual consciousness, nature, and history vary, as do the relationships between these three terms. Yet despite all differences, the literatures of the last two centuries present a perfect continuity of discourse.

446

2. Nell’antichità, alle origini della poesia, l’epos era stato la prima consacrazione del fare umano. Per propiziare il successo alle loro imprese, gli uomini celebrarono il primo vincitore delle difficoltà, l’eroe: non dio ma uomo, sia pur imparentato con gli dèi: uomo in quanto il suo destino è sulla terra, è un percorso terrestre irto d’ostacoli. L’epica antica raccontava il primo atto dell’uomo per uscire dal caos dell’indistinto, la lotta contro una natura vergine, ancora popolata di mostri, una natura amica o nemica, a seconda se in essa si manifesta l’aiuto degli dèi favorevoli o l’ostilità degli dèi avversi. Anche l’urto contro gli altri uomini, le battaglie, la storia, non sono che manifestazioni terrestri di dissidi divini: ma i duelli degli eroi, i loro avventurosi itinerari, la materia insomma del racconto, è tutta umana, si svolge secondo le leggi della terra.

446

2. In antiquity, at the origins of poetry, the epic had been the first consecration of human endeavor. To propitiate success in their undertakings, men celebrated the first conqueror of difficulties, the hero: not a god but a man, albeit one related to the gods – human in that his destiny lies on earth, a terrestrial path fraught with obstacles. Ancient epic recounted humanity's inaugural act of emerging from the chaos of indistinction: the struggle against a virgin nature still populated by monsters, a nature friendly or hostile depending on whether it manifested the aid of favorable gods or the enmity of adverse deities. Even clashes with other men, battles, history itself, are but earthly manifestations of divine discord. Yet the heroes' duels, their adventurous itineraries – the very substance of the narrative – remain wholly human, unfolding according to earthly laws.

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L’epica moderna non conosce più dèi: l’uomo è solo, e ha di fronte la natura e la storia. E se a questo punto viene facile di dire che natura e storia sono gli dèi del mondo moderno, rinnovate incarnazioni delle antiche divinità, possiamo subito ribattere che questa divinizzazione s’incontra più facilmente nelle pagine dei filosofi che in quelle degli scrittori. E lo stesso si dica, per quanto riguarda la divinizzazione del primo termine: la coscienza, la ragione umana. I grandi romanzi sembra che nascano puntualmente apposta per correggere le idolatrie tentate dalla filosofia, per guardarle con l’occhio critico e relativo dell’uomo che non si considera più il centro dell’universo. Il romanzo dell’Ottocento non poteva certo nascere senza dietro le spalle il lavoro degli scrittori e dei filosofi del Settecento, che avevano fondato una nuova nozione dell’animo umano creando – si può dire – la dimensione dell’individuo, che avevano fondato una nuova visione della natura e una nuova coscienza della storia. Ma è pur vero che la generazione postnapoleonica che inaugura, con Stendhal e con Puškin, il nuovo romanzo, già dissolve la provvidenzialità della natura di Rousseau e quella della storia del nascente storicismo per campire su uno scenario naturale e storico che è solo teatro di occasioni per l’individuo, eroi per nulla esemplari nella complessità delle loro passioni, nella forte carica vitale del loro egotismo, in Puškin fondato sulla sincerità e l’esser se stessi, in Stendhal sul calcolo sottile segreto, e magari sull’ipocrisia coltivata col rigore di una virtù.

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Modern epic no longer knows gods: man stands alone, facing nature and history. If at this point it seems tempting to declare that nature and history are the gods of the modern world, renewed incarnations of ancient deities, we may immediately counter that this divinization appears more readily in the pages of philosophers than those of writers. The same applies to the divinization of the first term: human consciousness, human reason. Great novels seem invariably born to correct the idolatries attempted by philosophy, to regard them with the critical and relative eye of man who no longer considers himself the universe's center. The nineteenth-century novel could not have emerged without the groundwork of eighteenth-century writers and philosophers, who founded a new notion of the human soul – creating, one might say, the dimension of the individual – while establishing fresh visions of nature and new historical consciousness. Yet it remains true that the post-Napoleonic generation inaugurating the new novel with Stendhal and Pushkin already dissolves Rousseau's providential nature and the nascent historicism's providential history, instead framing individuals upon a natural and historical stage that serves merely as theater for occasions. These heroes, exemplary in no way through their complex passions or the vital force of their egotism, ground themselves in Pushkin's sincerity and selfhood, in Stendhal's secret subtle calculations, perhaps even in hypocrisy cultivated with the rigor of virtue.

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3. Qualcuno dirà che proprio negli stessi anni qui in Italia veniva scritto un grande romanzo in cui la conoscenza della natura e quella della storia – e conoscenza profonda, sia della prima che della seconda; più profonda che in ogni scrittore di quel tempo – vengono messe in gioco per vedere scorrere sotto le loro apparenze un disegno trascendente, una volontà che non è di questa terra. Andiamo a rileggere I Promessi Sposi e riapriamoli a quel capitolo XVII che è uno dei miei preferiti, il viaggio di Renzo verso l’Adda, di notte, per fuggire dal territorio milanese:

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3. Some may object that precisely in these same years here in Italy, a great novel was being written where profound knowledge of both nature and history – deeper than in any contemporary writer – is set in motion to reveal transcendent design beneath their surfaces, a will not of this earth. Let us reopen The Betrothed to Chapter XVII, one of my favorites: Renzo's nighttime journey toward the Adda to flee Milanese territory:

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Cammina, cammina; arrivò dove la campagna coltivata moriva in una sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio, almeno un certo qual argomento di fiume vicino, e s’inoltrò per quella, seguendo un sentiero che l’attraversava. Fatti pochi passi, si fermò ad ascoltare; ma ancora invano. La noia del viaggio veniva accresciuta dalla salvatichezza del luogo, da quel non veder più né un gelso né una vite, né altri segni di coltura umana, che prima pareva quasi che gli facessero una mezza compagnia. Ciò non ostante andò avanti; e siccome nella sua mente cominciavano a suscitarsi certe immagini, certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite raccontar da bambino, così, per discacciarle, o per acquietarle, recitava, camminando, dell’orazioni per i morti.

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On he walked and walked; he reached where cultivated fields gave way to scrubland dotted with ferns and brooms. This seemed to him, if not an indication, at least some argument for the river's proximity, and he pressed forward through it, following a path that crossed the waste. After a few steps, he paused to listen; still in vain. The journey's tedium grew with the land's wildness, no longer seeing mulberry trees or vines or other signs of human cultivation that had earlier seemed almost to keep him half-company. Nevertheless he advanced; and as certain images, apparitions stored since childhood tales began stirring in his mind, to dispel or quiet them he recited prayers for the dead as he walked.

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E poi il bellissimo brano dell’inoltrarsi nel bosco, e la paura di Renzo alle forme degli alberi nel buio, tanto che si ferma e quasi è sul punto di tornare indietro, quand’ecco:

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Then comes the magnificent passage of his penetration into the woods, Renzo's fear of tree shapes in darkness, until he halts, nearly turning back – when:

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E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorìo, un mormorìo d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: «è l’Adda!». Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore.

451

Standing thus motionless, his feet's rustling through leaves suspended, all silent around him, he began to hear a sound, a murmur, the murmur of flowing water. He listens; becomes certain; exclaims: "It's the Adda!" The discovery of a friend, a brother, a savior.

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Poi, la discesa verso il fiume, la vista della riva di là, un biancheggiare che dev’essere la città di Bergamo… Ma guadare l’Adda di notte è impossibile: e Renzo pensa d’arrampicarsi su un albero, o di passeggiare avanti e indietro per scaldarsi, poi si ricorda d’aver visto una capanna. V’entra, fa per buttarsi sulla paglia:

452

Next, the descent toward the river, sight of the far bank's whiteness that must be Bergamo... But fording the Adda by night proves impossible. Renzo thinks to climb a tree or pace to warm himself, then recalls having seen a hut. Entering, he prepares to throw himself on the straw:

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Prima però di sdraiarsi su quel letto che la Provvidenza gli aveva preparato, vi s’inginocchiò, a ringraziarla di quel benefizio, e di tutta l’assistenza che aveva avuta da essa, in quella terribile giornata.

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But before lying on this bed Providence had prepared him, he knelt there to give thanks for the benefit, and for all the assistance It had granted him through that terrible day.

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Che cosa ci trattiene dal porre pagine così belle nel numero delle più indicative di questa epica moderna che stiamo ora cercando di definire? Avevamo detto or ora che questo rapporto dell’uomo con la natura e la storia è contraddistinto dal fatto d’essere libero, non ideologico, non come di colui che vede nel mondo un disegno precostituito, trascendente o immanente che sia; insomma dev’essere un rapporto d’interrogazione. Non il cielo di Renzo Tramaglino dunque, ma quello del pastore errante nell’Asia; anche se Leopardi non può essere definito un epico, e non ha mai scritto un romanzo. Oppure il cielo di Cristoforo Colombo, ricordate? («Bella notte, amico. – Bella in verità») del Dialogo di Colombo e Gutierrez.

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What holds us back from placing such beautiful pages among the most indicative of this modern epic we seek to define? We had just stated that this relationship between man, nature and history is distinguished by being free – non-ideological, unlike one who sees the world through preordained design, transcendent or immanent. In short, it must be a relationship of interrogation. Not the sky of Renzo Tramaglino then, but that of the wandering shepherd in Asia – though Leopardi cannot be called an epic poet, having never written a novel. Or consider Columbus's sky, remember? ("Fair night, friend. – Fair indeed") from the Dialogue Between Columbus and Gutierrez.

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Da certi giorni in qua, lo scandaglio, come sai, tocca fondo; e la qualità di quella materia che gli vien dietro, mi pare indizio buono. Verso sera, le nuvole intorno al sole, mi si dimostrano d’altra forma e di altro colore da quelle dei giorni innanzi. L’aria, come puoi sentire, è fatta un poco più dolce e più tepida di prima. Il vento non corre più, come per l’addietro, così pieno, né così diritto, né costante; ma piuttosto incerto, e vario, e come fosse interrotto da qualche intoppo. Aggiungi quella canna che andava in sul mare a galla, e mostra essere tagliata di poco; e quel ramicello di albero con quelle coccole rosse e fresche. Anche gli stormi degli uccelli, benché mi hanno ingannato altra volta, nondimeno ora sono tanti che passano, e così grandi; e moltiplicano talmente di giorno in giorno; che penso vi si possa fare qualche fondamento; massime che vi si veggono intramischiati alcuni uccelli che, alla forma, non mi paiono dei marittimi. In somma tutti questi segni raccolti insieme, per molto che io voglia essere diffidente, mi tengono pure in aspettativa grande e buona.

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"For some days now, the plummet, as you know, touches bottom; and the quality of the matter that follows it seems to me a good sign. Toward evening, the clouds around the sun appear to me of different shapes and colors than those of previous days. The air, as you can feel, has grown somewhat milder and warmer than before. The wind no longer blows as full, straight, or steady as before, but rather uncertain, variable, as if interrupted by some obstacle. Add that reed floating on the sea's surface, clearly cut recently; and that tree branch with fresh red berries. Even the flocks of birds, though they've deceived me before, now pass in such numbers and size, multiplying day by day, that I think we can place some stock in them; especially since among them are birds whose shape doesn't seem marine to me. In short, all these signs gathered together, however distrustful I wish to be, still hold me in great and good expectation."

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E il pio Gutierrez:

456

And the pious Gutierrez:

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Voglia Dio questa volta, ch’ella si verifichi.

457

"May God will that this time it proves true."

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4. Si potrà obiettare che io sottolineo in tutti gli scrittori di cui vado parlando il termine natura, dando ad esso un peso maggiore di quello che in realtà esso ha nel complesso dell’opera. Risponderò che tendo a questo di proposito; è mio intento, infatti, correggere una limitazione di giudizio critico molto diffusa oggi, quella cioè che porta a definire la narrativa dell’Ottocento tout-court come romanzo sociale, che ha per tema la lotta o comunque i rapporti tra l’individuo e la società. I termini in questione allora sarebbero solo due: uomo e società, ossia uomo e storia. Il rapporto io-natura resterebbe dunque il grande tema della poesia lirica, dove il poeta, al confronto con l’immutabile vicenda delle stagioni e degli elementi, registra il proprio modo d’essere disperato o melanconico o sereno, (un modo che non può essere che relativo e storico; quindi il termine storia nella lirica è implicito nell’io del poeta). Nella narrativa si usa comunemente pensare che il rapporto uomo-natura continui ad essere il tema di una produzione minore, la narrativa d’avventura, che sviluppa la grande epopea settecentesca del Robinson Crusoe; oppure compaia come veste simbolica d’un contenuto metafisico, come nel Moby Dick di Melville.

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4. One might object that I emphasize the term nature in all the writers I discuss, giving it greater weight than it actually holds in the totality of their work. I would respond that I do this deliberately; my intent is to correct a widespread critical limitation today - namely, the tendency to define 19th-century narrative tout court as the social novel, concerned with the struggle or relations between individual and society. The terms in question would then be only two: man and society, or man and history. The I-nature relationship would thus remain the great theme of lyric poetry, where the poet, confronting the immutable cycle of seasons and elements, records his own desperate, melancholic, or serene mode of being (a mode that can only be relative and historical; hence the term history in lyric poetry is implicit in the poet's self). In narrative, it's commonly thought that the man-nature relationship persists as the theme of minor production: adventure fiction continuing the great 18th-century epic of Robinson Crusoe; or appearing as symbolic garb for metaphysical content, as in Melville's Moby Dick.

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Un’istintiva inclinazione m’ha sempre spinto verso gli scrittori di ieri e di oggi in cui i termini natura e storia (o società che dir si voglia) appaiono compresenti. Ma non è solo una scelta di gusto: io credo che il termine natura è sempre presente in ogni grande narratore. Anche in Balzac: pur tutto calato com’è nella scoperta del grande nuovo continente che gli s’apriva davanti, la città, l’infinita Parigi, i continui mutamenti di fortuna d’una società in movimento: Balzac infatti è colui che scopre la vitalità naturale, quasi biologica della grande città. Strade equivoche, saloni luminosi, sordidi entresols, prigioni, case d’affitto, sono descritti con la vigoria ammirata – che spesso trascende in retorica – con cui Bernardin de Saint-Pierre o Chateaubriand salutavano le foreste delle Americhe. La Parigi di Balzac è la vera città-giungla; in nessuno dei suoi tardi epigoni che hanno abusato di quest’ordine di similitudini, c’è quel senso di succhi terrestri, di linfa vegetale, di caverne o di profondità sottomarine che promana dagli itinerari di Vautrin o di Rubempré: veri uomini di natura questi suoi personaggi, uomini e donne dotati d’una vigoria atletica nelle virtù e nei vizi, per cui ogni azione od ogni esplosione di sentimenti paiono risolversi in una prova di salute o di robustezza. In Balzac la forza umana pare rifiutarsi ancora d’ammettere che la lotta con la società offre difficoltà ben diverse dalla lotta con la natura; eppure è già nell’aria la coscienza che le epopee di vittoria possono essere menzognere, che bisogna preparare l’uomo a sapere che egli non è meno uomo quando le sue battaglie sono senza speranze, che la dignità umana si realizza nel modo con cui affronta la vita, anche se sarà sconfitto.

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An instinctive inclination has always drawn me toward writers of yesterday and today where the terms nature and history (or society, as one may call it) appear coexistent. But this isn't merely a matter of taste: I believe the term nature is always present in every great novelist. Even in Balzac: though entirely immersed in discovering the great new continent opening before him - the city, infinite Paris, the shifting fortunes of a society in motion - Balzac in fact reveals nature's vitality, almost biological, within the metropolis. Equivocal streets, luminous salons, sordid entresols, prisons, rental houses are described with the vigorous admiration (often spilling into rhetoric) that Bernardin de Saint-Pierre or Chateaubriand reserved for American forests. Balzac's Paris is the true urban jungle; none of his later epigones who abused this order of similes ever captured that sense of terrestrial juices, plant sap, submarine depths or caverns emanating from the trajectories of Vautrin or Rubempré - true men of nature, these characters, endowed with athletic vigor in virtues and vices, where every action or emotional outburst seems a test of health or robustness. In Balzac, human strength still refuses to admit that social struggle poses different challenges than battling nature; yet already in the air is the awareness that victory epics may be deceitful, that we must prepare man to know he's no less human when fighting hopeless battles, that human dignity resides in how one confronts life, even when defeated.

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5. Nel Settecento, Voltaire, partendo da un totale pessimismo oggettivo, da una nozione di natura e di storia non illuminate dal raggio di alcuna provvidenza, aveva posto le basi d’un ottimismo soggettivo, fiducioso nelle sorti della battaglia ingaggiata dalla ragione umana. Dopo di lui, il pessimismo delle cose corrode sempre di più i margini di questo ottimismo della ragione, rende la posizione dell’uomo sempre più precaria.

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5. In the 18th century, Voltaire, starting from total objective pessimism - a notion of nature and history unillumined by providence - laid foundations for subjective optimism, trusting in reason's struggle. After him, material pessimism increasingly erodes this rational optimism, rendering man's position ever more precarious.

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La sconfitta, la vanità della storia, l’impossibilità di comprendere la vita in uno schema razionale, saranno il motivo di fondo che serpeggia nella grande narrativa dalla metà dell’Ottocento in poi, fino alla nostra epoca nella quale l’assurda atrocità del mondo diventerà un dato di partenza comune a quasi tutta la letteratura.

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Defeat, history's vanity, the impossibility of framing life in rational schemes, become the undercurrent flowing through great narrative from mid-19th century onward, until our era when the world's absurd atrocity becomes common starting ground for nearly all literature.

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È facile interpretare questa parabola – dal primo traboccare d’energie umane dei grandi scrittori delle generazioni romantiche al senso di vanità del tutto che prende vieppiù campo – riferendoci alla storia d’una classe borghese che va perdendo lo slancio iniziale della sua rivoluzione economica e politica e non sa ormai esprimere altri profeti se non quelli della propria crisi. Ma questo ci limiterebbe a una lettura appiattita e senza sorprese: il colore della concezione del mondo è quasi sempre quello che i tempi dànno allo scrittore, ma è solo uno sfondo, uno scenario: ciò che conta è cosa si chiede all’uomo, dato questo punto di partenza, a quali forze si fa appello. Del resto, Stendhal e Puškin e Balzac, con tutta la loro energia, non erano certo degli ottimisti; e allo stesso modo vorremmo dire che anche da scrittori i più negativi e desolati si può trarre una lezione di fermezza e di coraggio.

462

It's easy to interpret this trajectory - from the overflowing human energies of Romantic-era writers to the spreading sense of universal vanity - as reflecting a bourgeois class losing its revolutionary economic/political impetus, now only producing prophets of its own crisis. But this would limit us to flat, unsurprising readings: a worldview's hue usually mirrors its era's palette, yet remains mere background. What matters is what's asked of man from this starting point, what forces are invoked. After all, Stendhal, Puškin and Balzac, for all their energy, were hardly optimists; similarly, we might say even the most negative, desolate writers can offer lessons in steadfastness and courage.

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È un fatto che quando con Flaubert la letteratura realistica tocca la sua punta massima di fedeltà ai dati dell’esperienza, il senso che ne risulta è quello della vanità del tutto. Dopo aver accumulato minuziosi particolari e costruito un quadro di perfetta verità, Flaubert ci batte sopra le nocche e mostra che sotto c’è il vuoto, che tutto quel che succede non significa niente. La terribilità di quel grande romanzo che è L’éducation sentimentale consiste in questo: per centinaia e centinaia di pagine vedi scorrere la vita privata dei personaggi o quella pubblica della Francia, finché non senti disfarti tutto sotto le dita come cenere. E perfino in Tolstoj, nel più grande realista che sia mai esistito, perfino in Guerra e pace, nel libro più pienamente realistico che mai sia stato scritto, cos’è che veramente ci dà quel respiro d’immensità se non il passare dal cicaleccio d’un salone principesco alle rotte voci d’un accampamento di soldati come se queste parole ci giungessero attraverso gli spazi, da un altro pianeta, come un ronzio d’api in un bugno vuoto?

463

It is a fact that when with Flaubert realistic literature reaches its peak of fidelity to experiential data, the resulting sense is that of the vanity of all things. After accumulating minute details and constructing a framework of perfect truth, Flaubert raps his knuckles upon it to reveal the void beneath, showing that everything transpiring signifies nothing. The terrifying power of that great novel Sentimental Education lies precisely in this: through hundreds of pages, we witness the private lives of characters and the public life of France unfold until everything crumbles like ash beneath our fingers. And even in Tolstoy, the greatest realist who ever lived, even in War and Peace, the most comprehensively realistic book ever written, what truly grants us that breath of immensity if not the transition from the chatter of a princely salon to the hoarse voices of a soldiers' camp, as if these words reach us through vast spaces, from another planet, like the buzzing of bees in an empty hive?

464

Ecco che non sono più le azioni e le passioni umane la forza motrice della narrativa, ma l’impalpabile fluire della vita: i bisbigli e i fruscii che si levano nel limpido cielo tra le case dei pescatori di Aci Trezza nei Malavoglia, oppure lo snodarsi dei lunghi periodi di Proust, a inseguire la corsa delle sensazioni, dei desideri, degli affanni perduti, a cercar di fermare immagini di volti e luoghi e giornate che tremolano e s’allungano e cambiano dimensione come al guizzare d’un lume di candela. In questo fluire che è natura e storia insieme, l’individualità umana si sommerge, perde i contorni che la separano dal mare dell’altro.

464

Here, human actions and passions no longer drive the narrative, but rather the intangible flow of life: the whispers and rustlings rising in the clear sky among the fishermen’s houses of Aci Trezza in The House by the Medlar Tree, or the winding sentences of Proust chasing the rush of sensations, desires, and lost anxieties, striving to fix images of faces, places, and days that flicker, stretch, and shift dimension like candlelight. In this flow that is both nature and history, human individuality dissolves, losing the contours separating it from the sea of the Other.

465

6. Questo altro, per gli scrittori russi della seconda metà del secolo scorso, non è ancora un magma indifferenziato: ha un nome e un volto: è il prossimo, con la sua immagine di paziente dolore della tradizione cristiana. Nella Morte di Ivan Il’ic il mirabile racconto di Tolstoj, un burocrate russo giunge ai suoi estremi istanti e di fronte alla paura della fine s’accorge di quanto vacua e inutile e senza senso è stata la sua vita. E a vincere questo sgomento, basta la presenza e la rozza saggezza del contadino che attende agli umili servizi della camera del malato: Ivan Il’ic impara a riconoscersi nel prossimo, a perdersi in esso, e nel momento in cui si perde è salvo, la paura del nulla è vinta. In Guerra e pace Pierre Bezuchov, l’intellettuale che ha cercato di capire e di vivere il dramma della storia del suo tempo, può dire d’aver trovato la verità solo durante l’estenuante marcia dei prigionieri che le armate di Napoleone in ritirata si trascinano dietro: ed è l’umile verità del semplice soldato Platon Karataev che Pierre riesce a far sua. Il popolo incarna per Tolstoj una verità che è una cosa sola con la natura; la società o le classi che da questa verità si distaccano finiscono per appassire e solo questo è per Tolstoj il moto della storia, altrimenti apparenza fallace.

465

6. For 19th-century Russian writers, this Other is not yet an undifferentiated mass: it has a name and a face—the neighbor, bearing the image of patient suffering from Christian tradition. In Tolstoy’s remarkable tale The Death of Ivan Ilyich, a Russian bureaucrat in his final moments confronts his terror of death and realizes the vacuity and meaninglessness of his life. To overcome this dread, the mere presence and rough wisdom of the peasant tending to his sickroom suffices: Ivan Ilyich learns to recognize himself in his neighbor, to lose himself in it, and in that self-loss finds salvation, conquering the fear of nothingness. In War and Peace, Pierre Bezukhov, the intellectual who sought to comprehend and live through his era’s historical drama, claims to have found truth only during the exhausting march of prisoners dragged behind Napoleon’s retreating armies—the humble truth of the simple soldier Platon Karataev, which Pierre makes his own. For Tolstoy, the people embody a truth inseparable from nature; societies or classes deviating from this truth wither, and only this constitutes history’s motion—all else is illusory semblance.

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Se Tolstoj fa un grande passo di umiltà, di rinuncia individuale in direzione dell’altro, del prossimo, Dostoevskij si inoltra in questa direzione come in un mare aperto, tanto da perder di vista la terra. Quello di Dostoevskij non è un cristianesimo naturale e umanitario come quello di Tolstoj, non deve servire gli uomini ma una divinità terribile e inconoscibile. Non c’è più né natura né storia, ma una cosmogonia del dolore, dove la negatività della realtà storica viene assunta come una condanna assoluta o un’assoluta salvezza. L’uomo solo se calpestato può essere uomo. Solo se tocca il fondo si salva.

466

If Tolstoy takes a great step of humility, renouncing individuality toward the Other, the neighbor, Dostoevsky ventures further into this direction as into open sea, until land vanishes from sight. Dostoevsky’s Christianity is not the natural, humanitarian kind of Tolstoy’s; it serves not men but a terrible, unknowable deity. Here, neither nature nor history remains, only a cosmogony of suffering where historical reality’s negativity is assumed as absolute condemnation or salvation. Man can only be human when trampled. Only by touching bottom is he saved.

467

Più sommesso, più discreto, accanto a questi due titanici evangelisti, un terzo: Cechov. Non pronuncia assiomi o sentenze: si limita a sospirare o meglio a registrare i sospiri degli uomini, con una scrittura lieve, in cui l’ironia non distrugge l’adesione. I racconti di Cechov, pur maturati in un’epoca di crisi del pensiero razionale e umanitario, non ci vogliono affatto persuadere che tutto è inutile, che il male è invincibile, che la materia è vanità e il dolore è illusione: il medico Cechov registra queste tentazioni del pensiero moderno e insieme le condanna. Più egli sferza i piccoli uomini dei suoi racconti, più ne scopre egoismo e falsità e grettezze sotto la maschera della loro «dignità» apparente, più ci rivela un qualcosa che resiste alla degradazione, che è superiore alla generale bassezza, una qualità impalpabile che dobbiamo tornare a chiamare dignità umana, una dignità completamente opposta a quella, formale e ipocrita, del costume borghese.

467

More subdued, more discreet beside these two titanic evangelists stands a third: Chekhov. He pronounces no axioms or maxims—he merely sighs, or rather records the sighs of men, with prose so light that irony does not destroy empathy. Chekhov’s stories, though shaped in an era of rational and humanitarian crisis, never seek to persuade us that all is futile, evil invincible, matter vain, or pain illusory. The physician Chekhov documents these temptations of modern thought while condemning them. The more he lashes out at the petty men in his tales, exposing their selfishness, falsity, and pettiness beneath masks of apparent "dignity," the more he reveals something resisting degradation, superior to universal baseness—an intangible quality we must again call human dignity, diametrically opposed to the formal, hypocritical "dignity" of bourgeois convention.

468

Perciò, per quanto il grande afflato biblico di un Dostoevskij e di un Tolstoj non cessi d’ispirarci emozione e ammirazione, la nostra lezione di forza preferiamo trarla dall’agnosticismo del piccolo Cechov, come una limpida lente che non ci nasconde nulla della negatività del mondo ma non ci persuade a sentircene vinti.

468

Thus, though the biblical fervor of Dostoevsky and Tolstoy never ceases to inspire our emotion and admiration, we prefer to draw our lesson of strength from the agnosticism of humble Chekhov—a clear lens hiding none of the world’s negativity yet never persuading us to feel defeated by it.

469

7. Un altro scrittore a cavallo dei due secoli, slavo anch’egli, ma nemico dei russi e assimilato alla più pratica delle civiltà occidentali, Joseph Conrad, il polacco diventato inglese, rappresenta gli stessi conflitti spirituali in tutt’altro contesto: dall’ozio e dalla mancanza di prospettive dei proprietari di campagna russi, passiamo nel mondo di una marina mercantile in espansione.

469

7. Another writer straddling the two centuries, also Slavic yet hostile to Russians and assimilated into the most pragmatic Western civilization—Joseph Conrad, the Pole turned Englishman—embodies these same spiritual conflicts in an entirely different context: from the idleness and lack of perspective among Russian landowners, we move to the world of an expanding merchant navy.

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L’esperienza marinara di Conrad dà ai suoi romanzi già così densi di contenuto ideale e così preziosi per la fluidità della sua prosa, quel gusto della competenza, della precisione di chi parla di cose che conosce bene, che è una delle non ultime ragioni del suo fascino. La natura in Conrad è qualcosa che egli ben conosce: il mare a tutte le stagioni e a tutte le latitudini, e in particolare il clima torrido e sfatto delle coste tropicali. E rappresenta, questa natura, il puro irrazionale, contro il quale deve cimentarsi la morale e la ragione dell’uomo: è il tifone (nel racconto omonimo) in mezzo al quale non perde la calma il flemmatico capitano Mac Whirr, o l’interminabile bonaccia in mezzo alla quale (nel breve romanzo La linea d’ombra) si trova un giovane capitano al suo primo comando, al largo dell’Oceano Indiano, in un’atmosfera d’incantesimo, mentre il caldo tropicale e la febbre estenuano le forze e la resistenza nervosa dell’equipaggio.

470

Conrad’s seafaring experience lends his novels—already dense with ideological content and luminous for their fluid prose—that flavor of competence, of precision from one who speaks of things he knows intimately, a key element of their allure. Nature in Conrad is something he knows well: the sea in all seasons and latitudes, particularly the torpid, oppressive climate of tropical coasts. This nature represents pure irrationality against which human morality and reason must contend—the typhoon (in the eponymous tale) that fails to ruffle phlegmatic Captain MacWhirr’s calm, or the endless doldrums in The Shadow-Line, where a young captain on his first command drifts in the Indian Ocean under an enchanted atmosphere, as tropical heat and fever sap the crew’s strength and nerves.

471

L’uomo è per Conrad sospeso tra due immagini del caos; quella della natura, o del cosmo, un universo buio e senza senso; e quella del fondo oscuro dell’uomo, del suo inconscio, del suo senso del peccato. Conrad non si ferma a indagare l’una o l’altra; i suoi eroi sono coloro i quali, nonostante l’una o l’altra, riescono a portare in salvo la nave. Essere all’altezza della situazione, sulla tolda della nave come sulla pagina, è l’ideale morale di Conrad. Il protagonista della Linea d’ombra vi riesce, non si ferma davanti alla paura di non essere degno; affronta la prova della sua maturità e la vince. Lord Jim, il protagonista d’un altro romanzo, soccombe una volta a quest’insicurezza di sé, e vi soccomberà sempre. S’allinea nella lunga fila di quei personaggi conradiani che si lasciano completamente vincere dalla natura e dalle oscure forze interiori: sono gli outcasts dei Mari del Sud, i bianchi insabbiati nei piccoli porti indigeni delle isole. Uno d’essi, Kurtz, commerciante d’avorio tra i negri del Congo, arriva a una sorta d’illuminazione totale d’un universo irrazionale e negativo, e muore gridando «L’orrore! L’orrore!» (e il racconto s’intitola Cuore di tenebra).

471

For Conrad, man is suspended between two images of chaos: that of nature or the cosmos – a dark and senseless universe – and that of humanity’s dark abyss, its unconscious, its sense of sin. Conrad does not dwell on investigating either; his heroes are those who, despite both forces, manage to bring their ship to safety. To be equal to the situation, whether on the ship's deck or on the page, is Conrad's moral ideal. The protagonist of The Shadow Line succeeds in this, refusing to yield to self-doubt; he confronts the trial of his maturity and prevails. Lord Jim, the protagonist of another novel, once succumbs to this insecurity and will forever remain its victim. He joins the long procession of Conradian characters utterly conquered by nature and inner darkness: the outcasts of the South Seas, those white men stranded in indigenous ports of remote islands. One such figure, Kurtz, an ivory trader among Congo tribesmen, achieves a kind of total illumination of an irrational, negative universe, dying with the cry "The horror! The horror!" (in the novella titled Heart of Darkness).

472

La natura, si è detto. E la storia? Parrebbe d’essere in Conrad in un mondo puramente atemporale e simbolico. Invece, è da un senso acuto della storia che prende origine tutta la sua narrativa. Il suo tema storico fondamentale è la trasformazione della marineria mercantile dalla navigazione a vela a quella a vapore. Il mondo eroico del capitano Conrad è la civiltà dei velieri dei piccoli armatori, un mondo di chiarezza razionale, di disciplina nel lavoro, di coraggio e senso del dovere; e gli pare che la marineria dei piroscafi delle grandi compagnie sia mossa solo dal desiderio di guadagno e i porti si popolino d’una gente di mare improvvisata, volgare e senza scrupoli. Anche nel mondo dei traffici coloniali, alla civiltà della vecchia borghesia mercantile britannica, o magari al romanticismo dei primi mercanti-avventurieri, si sostituisce una schiuma di agenti commerciali disonesti e di burocrati corrotti. Ma in quest’aria di cupio dissolvi che spesso aleggia sulle pagine conradiane, non viene mai meno la fiducia nelle forze dell’uomo, nel suo ordine morale, nel suo coraggio. Conservatore accanito, anzi reazionario irriducibile in politica, Conrad è pure uno degli scrittori in cui più si dovrà riconoscere un’umanità che vanti la propria unica nobiltà nel lavoro.

472

Nature, we have said. And history? Conrad’s world might seem purely timeless and symbolic. Yet his entire narrative arises from a keen historical consciousness. His fundamental historical theme is the transition from sail to steam in merchant shipping. The heroic world of Captain Conrad belongs to the civilization of windjammer vessels and small shipowners – a realm of rational clarity, work discipline, courage, and duty. To him, the steamships of corporate fleets seem driven solely by profit, their ports teeming with vulgar, unscrupulous seafaring novices. Even in colonial trade, the old British mercantile bourgeoisie’s civility – or the romanticism of early merchant-adventurers – gives way to swarms of dishonest agents and corrupt bureaucrats. Yet within the Conradian atmosphere of cupio dissolvi, faith in human strength, moral order, and courage never falters. A staunch conservative, even an irredeemable reactionary in politics, Conrad remains among those writers whose work affirms a humanity whose sole nobility lies in labor.

473

8. Per trovare scampo dalla visione pessimistica incombente nella coscienza della società (s’avvicina l’epoca delle grandi guerre mondiali), la narrativa comincia a presentarci sempre più spesso dei protagonisti ragazzi. Questa narrativa sull’infanzia è continuata largamente fino ai nostri giorni ed è considerata da taluni come un morbido decadentismo, un rifiuto a considerare le responsabilità dell’uomo adulto, specie da quando – grazie alla nuova psicologia – il raccontare di bambini e ragazzi ha significato la possibilità di ripiegarsi sulla parte più aurorale e fragile del mondo interiore dell’uomo contemporaneo. Ma il personaggio del ragazzo era entrato nella letteratura dell’Ottocento per il bisogno di continuare a proporre all’uomo un atteggiamento di scoperta e di prova, una possibilità di trasformare ogni esperienza in vittoria, come è possibile solo al fanciullo.

473

8. To escape the encroaching pessimistic vision within society’s consciousness (as the era of world wars approaches), fiction increasingly presents adolescent protagonists. This literature of childhood persists widely into our own time, dismissed by some as sentimental escapism – a refusal to confront adult responsibilities – especially since modern psychology transformed tales of youth into explorations of humanity’s fragile, auroral inner world. Yet the boy-hero entered 19th-century literature to preserve for mankind an attitude of discovery and trial, a capacity to transform every experience into victory – a possibility reserved for the young.

474

Non dimentichiamoci che lo slancio del Risorgimento italiano ha avuto in letteratura una sola eco veramente poetica: e sono le giornate avventurose del Carlino di Nievo tra gli spalti e i fossi attorno al decrepito Castello di Fratta. Ed è quell’infanzia di Carlino e della Pisana a dar luce e movimento all’intero libro delle Confessioni d’un Italiano. Basti ricordare la pagina della prima scoperta del mare da parte di Carlino sul Bastione di Attila.

474

Let us not forget that Italy’s Risorgimento found its sole truly poetic literary echo in young Carlino’s adventurous days among ramparts and moors around the crumbling Castle of Fratta. It is Carlino’s and Pisana’s childhood that illuminates and animates the entire Confessions of an Italian. Recall the page where Carlino first beholds the sea from the Bastion of Attila.

475

Già Stendhal del resto, nel terzo decennio del secolo, aveva fatto vivere la battaglia di Waterloo al suo Fabrizio del Dongo diciassettenne, che ancora non sa sparare un colpo, e che si fa insegnare come comportarsi da una vivandiera. Quel miracoloso precursore dell’animo moderno già aveva capito che l’atteggiamento dell’adulto di fronte alla gloria militare non può reggere l’insidia della retorica, che la commozione dell’epica antica può essere ritrovata soltanto – temperata d’un’ironia che però non la distrugge – attraverso degli occhi che scoprono il mondo per la prima volta.

475

Earlier, in the 1820s, Stendhal had already let his seventeen-year-old Fabrizio del Dongo experience the Battle of Waterloo – a youth who cannot yet fire a musket, taught battlefield conduct by a vivandière. This miraculous precursor of modern sensibility understood that adult posturing before military glory cannot withstand rhetoric’s erosion, that ancient epic pathos could be recovered – tempered by irony yet undiminished – only through eyes discovering the world anew.

476

Ma verso la fine del secolo, il ripiegamento pessimistico che Stendhal aveva intuito diventa coscienza comune alla letteratura mondiale. Alcuni scrittori si dànno a inventare storie di ragazzi facendo finta di scriverle per i ragazzi, in realtà per esprimere qualcosa che vorrebbero dire agli uomini.

476

By century’s end, however, the pessimistic withdrawal intuited by Stendhal becomes literature’s common currency. Certain authors craft boyhood tales under the guise of children’s stories, covertly addressing adult concerns.

477

È Mark Twain, squinternato animo di poeta sotto la scorza d’un giornalista della provincia americana, che racconta la storia di Huckleberry Finn e di Tom Sawyer che navigano per l’immenso Mississippi tra le zattere cariche di legname e le piantagioni popolate da schiavi: è il romanzo che inaugura il linguaggio parlato che sarà poi di tutta la narrativa americana, ed è il poema più vero dell’America.

477

Take Mark Twain – poet’s soul cloaked in provincial American journalist – chronicling Huckleberry Finn and Tom Sawyer navigating the vast Mississippi among lumber rafts and slave-worked plantations: a novel inaugurating the vernacular voice of American fiction, and the truest epic of America.

478

Oppure è Robert Louis Stevenson che delle sue cinque anime (fu detto essere insieme un letterato, un puritano, un cockney, un pirata, un ragazzo) scelse quest’ultima per contenerle tutte e ci diede le sue storie di pirati oceanici o di ribelli scozzesi, le sue vittorie dell’intrepidezza e dell’ingegnosità, i suoi manichei confronti di virtù e crudeltà, con quella sorprendente levità e limpidezza che è quasi un’immagine capovolta del mondo, quale s’andava configurando alla coscienza degli uomini del suo tempo. Il suo rifiuto del mondo com’è, non è evasione, ma professione d’una fede in cui valore morale e valore poetico sono tutt’uno.

478

Or Robert Louis Stevenson, whose five reputed selves (literary man, Puritan, cockney, pirate, and boy) coalesce through the last, giving us tales of oceanic buccaneers and Scottish rebels, victories of daring and ingenuity, Manichean clashes of virtue and cruelty – all rendered with astonishing levity and clarity, an inverted mirror-image of the world taking shape in his contemporaries’ consciousness. His rejection of reality is no escapism, but a creed where moral and poetic value fuse.

479

Ma già in Kipling l’epica infantile si carica dei mali del secolo che sopravviene, nonostante che così volentieri siamo tentati di dimenticarcene, di fronte ai suoi Mowgli, ai suoi Kim, di non considerare che la loro agilità è mossa dalla carica energetica delle nuove mitologie vitaliste, dall’etica del nuovo credo imperialista.

479

Yet in Kipling, childhood epic already bears the coming century’s maladies. Despite our temptation to forget it when reading Mowgli or Kim, their vitality pulses with new vitalist mythologies – the ethics of emergent imperialist dogma.

480

Nel nostro secolo il mito epico dell’infanzia si ripiega nell’intricato giardino dell’interiorità che la nuova sensibilità psicologica ha dischiuso. Proust e Alain Fournier sono contemporanei del giovane Törless di Musil. Il vert paradis des amours enfantins apre la via a tutti gli inferni.

480

In our century, the epic myth of childhood withdraws into the labyrinthine garden of interiority opened by psychological sensibility. Proust and Alain-Fournier coexist with Musil’s young Törless. The vert paradis des amours enfantins becomes the gateway to all infernos.

481

Il mondo ha un volto feroce, e l’infanzia appare come una cruda iniziazione agli occhi meravigliati e impavidi del ragazzo Nick, il protagonista autobiografico dei primi racconti di Hemingway. Il padre di Nick, medico, dovendo assistere una partoriente al Campo indiano, la opera con un temperino da pesca, mentre il marito silenziosamente, non sopportando la vista della sofferenza, si sgozza. Nick ha visto tutto: il suo noviziato è un allenamento a sopportare la brutalità del mondo.

481

The world wears a ferocious face, and childhood appears as a raw initiation through the awestruck yet fearless eyes of Nick, the autobiographical protagonist in Hemingway’s early stories. Nick’s father, a doctor, must assist a woman in labor at the Indian Camp, performing the delivery with a fishing knife, while her husband silently slits his own throat, unable to bear the sight of suffering. Nick witnesses it all: his apprenticeship becomes a training in enduring the world’s brutality.

482

9. Anche per Hemingway ciò che conta è il confronto con la natura, il coraggio, il saper essere all’altezza della situazione, come per Conrad, ma sotto tutto questo c’è il vuoto. L’eroe di Hemingway vuole identificarsi con le azioni che compie, essere se stesso nella somma dei suoi gesti, nell’adesione a una tecnica manuale o comunque pratica; cerca di non aver altro problema, altro impegno che il saper far bene la cosa che sta facendo: pescare, cacciare, far saltare un ponte, far bene l’amore. Ma intorno, sempre, ha qualcosa cui vuole sfuggire, un senso di vanità del tutto, di disperazione, di sconfitta, di morte. Si concentra nella precisa osservanza del suo codice, di quelle regole sportive che in qualsiasi situazione egli sente il bisogno di porsi con un impegno che le fa identificare a regole morali, sia che si trovi a lottare con uno squalo, sia che resista a un assalto di falangisti su un’altura spagnola.

482

9. For Hemingway as well, what matters is the confrontation with nature, courage, and rising to the occasion, as with Conrad—yet beneath it all lies emptiness. The Hemingway hero seeks to identify himself through his actions, to exist solely in the sum of his gestures, in adherence to a manual or practical technique. He strives to have no other concern or commitment beyond mastering the task at hand: fishing, hunting, blowing up a bridge, making love skillfully. Yet surrounding him always is something he wishes to escape—a sense of universal futility, despair, defeat, death. He fixates on the meticulous observance of his code, those sporting rules he imposes on himself in every situation, elevating them to moral imperatives, whether grappling with a shark or resisting a Falangist assault on a Spanish hilltop.

483

Uno dei più tipici tra i 49 racconti di Hemingway, Il gran fiume dai due cuori (The Big Two-hearted River) non è altro che un resoconto minuzioso di tutto quel che fa un uomo che va a pescare da solo: risale il fiume, cerca il posto buono per alzare la tenda, fa da mangiare, entra nel fiume, arma la lenza, pesca delle trote piccole, le ributta in acqua, ne pesca una più grossa, e così via. Nient’altro che un nudo elenco di gesti, rapide e limpide immagini di paesaggio, e qualche generica, poco convinta notazione di stato d’animo, come «Era proprio felice». Ed è un racconto tristissimo, con un senso d’oppressione, d’angoscia indistinta che stringe da ogni parte, quanto più la natura è serena e l’attenzione impegnata nelle operazioni della pesca.

483

One of the most emblematic tales in Hemingway’s 49 Stories, The Big Two-Hearted River, is nothing but a meticulous account of a man fishing alone: he follows the river upstream, finds a spot to pitch his tent, prepares a meal, wades into the water, rigs his line, catches small trout, releases them, lands a larger one, and so on. A bare catalog of gestures, crisp images of landscape, and sparse, half-hearted notations of mood, like “He was truly happy.” Yet it is a profoundly somber story, suffused with an oppressive, indistinct anguish that tightens from all sides, even as nature remains serene and his attention stays fixed on the mechanics of fishing.

484

E l’atteggiamento degli eroi hemingwayani non muta se lo scenario è quello sanguinoso della prima guerra mondiale o della guerra civile spagnola. La realtà di violenza, di guerra, d’esplosione di barbarie del nostro secolo è presente agli eroi hemingwayani anche quando vanno pacificamente a pesca. Hemingway non parteggia mai per la violenza, però accetta questo scenario di massacro come lo scenario naturale dell’uomo contemporaneo. Il rituale simbolico che rappresenta per lui questo atteggiamento verso il mondo è quello barbarico e tutto esattezza tecnica della corrida.

484

The demeanor of Hemingway’s heroes does not waver whether the backdrop is the bloodshed of the First World War or the Spanish Civil War. The reality of violence, war, and barbaric upheaval in our century haunts Hemingway’s protagonists even as they fish peacefully. Hemingway never sides with violence, yet he accepts this slaughterhouse setting as the natural stage for modern humanity. The symbolic ritual embodying his worldview is the barbaric yet technically precise bullfight.

485

Ma la sua non è che una delle risposte contemporanee all’ondata di sangue che si è levata sul nostro secolo. Le domande che Tolstoj e Dostoevskij s’erano posti sul male d’un mondo che pareva in attesa d’una palingenesi, sono diventate ben più angosciose nella nostra epoca, da quando il cammino della civiltà è sboccato su un seguito di massacri che non accenna a finire, e ogni idea, ogni principio tende a trasformarsi in una mitologia irrazionale.

485

But his is merely one contemporary response to the tidal wave of blood that has engulfed our century. The questions Tolstoy and Dostoevsky posed about evil in a world awaiting palingenesis have grown far more anguished in our era, as civilization’s path has led to unending massacres, and every idea, every principle, risks morphing into an irrational mythology.

486

Due scrittori inglesi degli anni Venti, la cui omonimia prende oggi un suono simbolico, quasi di due trombe d’arcangeli posti simmetricamente alla soglia della nostra epoca, incarnano i due grandi motivi che la letteratura di tutto il mondo farà propri: D.H. Lawrence, il mito del sesso e della salute vitale e istintiva contro la civiltà della tecnica e dell’intellettualismo; T.E. Lawrence, il colonnello d’Arabia, l’etica di chi combatte guerre non sue come perseguendo una propria regola interiore, come un banco di prova stoico e virile.

486

Two English writers of the 1920s, whose shared surname now resonates symbolically—like twin archangelic trumpets at the threshold of our age—embody literature’s two great global themes: D.H. Lawrence, with his myth of primal sexuality and instinctive vitality against technological civilization and intellectualism; T.E. Lawrence, the colonel of Arabia, whose ethic lies in fighting foreign wars as a test of inner discipline, a stoic and virile proving ground.

487

Dopo il colonnello Lawrence, un altro archeologo si trasforma in narratore epico, André Malraux, che combatte e racconta le rivoluzioni di Cina e di Spagna, viste con l’occhio d’un individualista esteta, di cultore d’una grandezza assoluta e astorica nelle azioni, nelle persone come nelle opere d’arte del suo Museo immaginario.

487

After Colonel Lawrence, another archaeologist-turned-epic-narrator emerges: André Malraux, who fights and chronicles the revolutions of China and Spain through the eyes of an individualist aesthete, a connoisseur of absolute, ahistorical grandeur in actions, individuals, and the artworks of his Museum Without Walls.

488

Si direbbe che nel nostro secolo l’immagine della violenza fonde insieme storia e natura. Dal crogiolo della più vasta rivoluzione, Babel’ riprende la storia dei cosacchi di Gogol’ e di Tolstoj e vi aggiunge la coscienza moderna della violenza come d’una forza ineluttabile che racchiude il male e il bene.

488

One might say that in our century, the image of violence fuses history and nature. From the crucible of vast revolution, Babel revives the Cossack tales of Gogol and Tolstoy, infusing them with a modern awareness of violence as an inexorable force encompassing both good and evil.

489

Ma il discorso dei grandi russi, particolarmente di Dostoevskij, è in America che riprende, nello straziato Sud di William Faulkner, dove i delitti più atroci si colorano di fatalità, ed ognuno, vittima o assassino, è colpevole al di là della propria innocenza e innocente al di là delle proprie colpe.

489

Yet the discourse of the great Russians, particularly Dostoevsky, finds its echo in America—in the tormented South of William Faulkner, where the most heinous crimes take on an air of fatality, and each person, victim or killer, stands guilty beyond their innocence and innocent beyond their guilt.

490

La narrativa allegorica, il teatro, la pittura non fanno che completare il quadro tracciato dagli scrittori di romanzi. L’uomo di Kafka è condannato da un’autorità inconoscibile. La bontà degli uomini di Brecht per sopravvivere deve mascherarsi da cattiveria e da violenza. Con la grande tela di Guernica, Picasso fissa l’immagine dell’umanità stravolta dopo il primo bombardamento tedesco d’una città spagnola.

490

Allegorical fiction, theater, and painting only complete the portrait sketched by novelists. Kafka’s man is condemned by an unknowable authority. Brecht’s good men must cloak themselves in cruelty and violence to survive. With his monumental canvas Guernica, Picasso etches the image of humanity convulsed after Germany’s first aerial bombing of a Spanish town.

491

Una realtà di massacro sovrasta il mondo. È il mondo offeso, per chi ne sa ancora soffrire, e Vittorini incontra nella notte siciliana l’arrotino che cerca lame di coltelli, armi da affilare, denti da rendere aguzzi per ribellarsi al massacro. È il mondo assurdo per chi è arrivato a sentirsi estraneo alla logica del tutto, per l’Etranger di Camus; per lui ormai la violenza non ha più significato e l’assassinio è un gesto uguale a ogni altro gesto dell’esistenza.

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A reality of massacre looms over the world. It is the offended world for those who still suffer it—Vittorini encountering the knife-grinder in the Sicilian night, sharpening blades and teeth to rebel against the slaughter. It is the absurd world for those estranged from all logic—Camus’ Stranger, for whom violence has lost all meaning, and murder becomes a gesture indistinguishable from any other act of existence.

492

10. È sciocco pregiudizio e ipocrisia far colpa alla letteratura se il quadro che essa rappresenta di come vanno le cose del mondo non è conforme ai nostri desideri. Delle cose del mondo la letteratura che vale ci dà la coscienza: ci fa esplodere sotto gli occhi la carica morale dei fatti perché noi reagiamo. Se negli scrittori che ora ho nominato incontriamo talvolta il cinismo e la mostruosità è solo per svegliare le nostre reazioni morali impigrite dall’abitudine di accettare il mondo com’è. L’umanesimo del nostro tempo accetta la sfida del terrore che gli lancia l’epoca dei bombardamenti atomici, dei campi di concentramento, delle camere di tortura che ancora in questo momento in altre parti del mondo, risuonano delle urla dei suppliziati; l’umanesimo del nostro tempo si sforza di non chiudere gli occhi di fronte alle immagini peggiori e di tenersi in piedi stringendo i denti. Ma ecco, a lungo andare, anche quest’atteggiamento di freddo stoicismo può diventare assuefazione, indifferenza, non più una finta di cinismo in funzione di una pietà reale, ma cinismo davvero, di fondo, povertà morale.

492

10. It is foolish prejudice and hypocrisy to blame literature if the picture it presents of how the world's affairs unfold does not conform to our desires. The literature that matters gives us consciousness of the world's realities: it detonates the moral charge of facts before our eyes so that we may react. If we occasionally encounter cynicism and monstrosity in the writers I have just named, it is solely to awaken our moral reactions numbed by the habit of accepting the world as it is. The humanism of our time accepts the challenge of terror hurled by this era of atomic bombings, concentration camps, and torture chambers that still echo with the screams of victims elsewhere in the world; the humanism of our time strives not to shut its eyes to the worst images and to stand firm with gritted teeth. Yet over time, even this attitude of cold stoicism can become habituation, indifference — no longer a pretense of cynicism serving genuine compassion, but actual cynicism at its core, moral impoverishment.

493

Ecco che in questi ultimi mesi una voce diversa si è fatta sentire: il romanzo di Boris Pasternak Il dottor Živago, e noi in Italia – quasi per caso – siamo stati i primi a poterlo leggere, cosicché da qualche mese nelle nostre discussioni si può dire che non riusciamo a parlare d’altro: è una voce diversa che risuona echi di voci più antiche, eppure non potrebb’essere che scritta ora, in questi nostri anni travagliati, e ci giunge, dalla Russia, come ai tempi in cui i romanzi di Tolstoj e di Dostoevskij cominciavano a stupire l’Europa, ci giunge da una Russia molto diversa dalla sua immagine ufficiale, e ci parla con la semplice naturalezza che è stato il dono inimitabile degli scrittori russi di sempre. Anche Pasternak ci fa assistere a un susseguirsi di violenze, ma se negli scrittori di cui ora parlavo la violenza è accettata come un dato di fatto attraverso il quale si deve passare per superarlo poeticamente, per comprenderlo e purificarcene, egli la rifiuta costantemente ed esplicitamente.

493

In recent months, a different voice has emerged: Boris Pasternak’s novel Doctor Zhivago. We in Italy — almost by chance — were the first to read it, so that for months now our discussions have revolved around little else. This distinct voice resonates with echoes of older ones, yet it could only have been written now, in our own turbulent years. Reaching us from Russia, as in the days when Tolstoy and Dostoevsky’s novels began to astonish Europe, it comes from a Russia far removed from its official image, speaking with the simple naturalness that has always been the inimitable gift of Russian writers. Pasternak too makes us witness a succession of violences, but whereas in the writers I mentioned earlier, violence is accepted as a given fact through which one must pass to poetically transcend it, to comprehend and purify oneself, Pasternak rejects it constantly and explicitly.

494

Tra il Pasternak poeta lirico e il narratore del Dottor Živago c’è una stretta unità del nucleo mitico fondamentale: il muoversi della natura che contiene e informa di sé ogni altro avvenimento, atto o sentimento umano, uno slancio epico nel descrivere lo scorcio degli acquazzoni e lo sciogliersi delle nevi. Il romanzo è lo sviluppo logico di questo slancio: il poeta cerca d’inglobare in un unico discorso natura e storia umana privata e pubblica, per una definizione totale della vita: il profumo dei tigli e il rumore della folla rivoluzionaria mentre il treno di ©ivago nel 1917 va verso Mosca. Verso la Storia, Pasternak continua la polemica di Tolstoj: non sono i pochi grandi uomini a fare la storia ma neanche i molti piccoli uomini; la storia si muove come il regno vegetale, come il bosco che si trasforma in primavera. Da ciò derivano due aspetti fondamentali della concezione di Pasternak: il primo è il senso della sacralità della storia, vista come un farsi solenne, trascendente all’uomo, esaltante anche nella sua tragicità; il secondo è un’implicita sfiducia del fare degli uomini, nell’autocostruzione del loro destino, nella modificazione cosciente della natura e della società; l’esperienza di ©ivago approda nella contemplazione, nell’esclusivo perseguimento d’una perfezione interiore.

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Between Pasternak the lyric poet and the novelist of Doctor Zhivago, there is a tight unity of fundamental mythic core: the movement of nature that contains and informs all other human events, acts, and feelings — an epic thrust in describing cloudbursts and melting snows. The novel is the logical development of this impulse: the poet seeks to encompass nature and human history — both private and public — within a single discourse, for a total definition of life: the scent of linden trees and the noise of revolutionary crowds as Zhivago’s train heads toward Moscow in 1917. Engaging History, Pasternak continues Tolstoy’s polemic: history is made neither by a few great men nor by many small ones; it moves like the plant kingdom, like a forest transforming in spring. From this arise two key aspects of Pasternak’s conception: first, the sense of history’s sacredness, seen as a solemn becoming transcending man, exalting even in its tragedy; second, an implicit distrust in human action, in the self-construction of destiny, in the conscious modification of nature and society. Zhivago’s experience culminates in contemplation, the exclusive pursuit of inner perfection.

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11. L’angoscia della violenza di Pasternak ci richiama alla memoria uno dei più bei libri di Cesare Pavese, Prima che il gallo canti. Anche in Pavese, che scriveva all’indomani dell’ultima guerra, la stessa sbigottita pietà per il sangue versato, il sangue degli amici e dei nemici. Ma come la pietà di Pasternak è l’ultima incarnazione d’una tradizione russa di rapporto mistico col prossimo, la pietà di Pavese è l’ultima incarnazione d’una tradizione d’umanesimo stoico, che ha informato di sé tanta parte della civiltà d’Occidente.

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11. Pasternak’s anguish over violence recalls one of Cesare Pavese’s finest works, Before the Cock Crows. In Pavese, writing in the aftermath of the last war, we find the same bewildered pity for spilled blood — of friends and enemies alike. But while Pasternak’s compassion is the latest incarnation of a Russian tradition of mystical kinship with others, Pavese’s pity embodies a stoic humanism that has shaped much of Western civilization.

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Anche il senso della natura è diverso: nei racconti di Pavese c’è sempre un paesaggio, un dorso di colline, un colore di campagna che si lega nella memoria alle prime scoperte dell’infanzia, e rappresenta il momento perfetto, fuori dal tempo e dalla storia, il mito. Ma insieme ad esso, ecco la presenza d’un altro elemento, la traccia d’un fatto compiuto e irrevocabile, un atto di violenza, di sangue, un ricordo che non si può cancellare.

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Their sense of nature also differs: Pavese’s stories always feature a landscape — a hillside, a countryside hue — tied to childhood discoveries, representing the perfect moment outside time and history: the myth. Yet alongside this lies the presence of another element: the trace of an irrevocable deed, an act of violence, of blood, an indelible memory.

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Protagonista del racconto Prima che il gallo canti è un intellettuale, come il dottor ©ivago, che vuol sfuggire alle responsabilità della storia. Vive in collina perché è la sua collina di sempre, e crede che la guerra non lo riguardi. Ma la guerra popola quella natura della presenza degli altri, della storia. Gli sfollati che salgono la sera, mentre gli aerei bombardano Torino. E poi la guerra civile che compromette tutti, anche lui che non vorrebbe esser parte in causa. La natura che era per lui la fuga dalla storia è ora storia e sangue, dovunque egli posi gli occhi: la sua fuga è un’illusione. Scopre che anche la sua vita di prima era storia, con le sue responsabilità, le sue colpe.

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The protagonist of Before the Cock Crows, like Doctor Zhivago, is an intellectual seeking to evade historical responsibilities. He lives in the hills, his lifelong refuge, believing the war does not concern him. But war fills that nature with others’ presence — with history. Displaced persons climbing the slopes at dusk as bombers strike Turin. Then civil war entangles everyone, even him who wished to remain neutral. The nature that was his escape from history now is history and blood wherever he looks: his flight proves illusory. He discovers even his former life was history — with its responsibilities, its guilts.

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Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla; salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita. Dove questa illusione mi porti, ci penso sovente in questi giorni: a che altro pensare? Qui ogni passo, quasi ogn’ora del giorno e certamente ogni ricordo più inatteso, mi mette innanzi ciò che fui – ciò che sono e avevo scordato. Se gli incontri e i casi di quest’anno mi ossessionano, mi avviene a volte di chiedermi: «Che c’è di comune tra me e quest’uomo che è sfuggito alle bombe, sfuggito ai tedeschi, sfuggito ai rimorsi e al dolore?» Non è che non provi una stretta se penso a chi è scomparso, se penso agli incubi che corrono le strade come cagne – mi dico perfino che non basta ancora, che per farla finita l’orrore dovrebbe addentarci, addentare noi sopravvissuti, anche più a sangue – ma accade che l’io, quell’io che mi vede rovistare con cautela i visi e le smanie di questi ultimi tempi, si sente un altro, si sente staccato, come se tutto ciò che ha fatto, detto e subìto, gli fosse soltanto accaduto davanti – faccenda altrui, storia trascorsa. Questo insomma m’illude: ritrovo qui in casa una vecchia realtà, una vita di là dai miei anni, dall’Elvira, da Cate, di là da Dino e dalla scuola, da ciò che ho voluto e sperato come uomo, e mi chiedo se sarò mai capace di uscirne. M’accorgo adesso che in tutto quest’anno, e anche prima, anche ai tempi delle magre follie, […] quand’eravamo ancora giovani e la guerra una nube lontana, mi accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscire mai più.

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Now that the countryside lies barren, I wander through it again; I climb and descend the hill while revisiting the long-standing illusion that set this account of my life in motion. Where this illusion may lead me, I often ponder these days – what else is there to contemplate? Here, every footstep, nearly every hour of the day, and certainly every unexpected memory thrusts before me what I once was – what I am yet had forgotten. Though the encounters and events of this year haunt me, I sometimes ask: "What connects me to this man who evaded bombs, escaped Germans, dodged remorse and grief?" It's not that I feel no pang when recalling those lost or the nightmares prowling streets like rabid hounds – I even tell myself the horror hasn't bitten deep enough yet, that we survivors should bleed more profusely – yet the self observing me cautiously sift through the faces and frenzies of recent times feels detached, as if all my actions, words, and sufferings merely unfolded before me like another's affair, like archived history. This, ultimately, deceives me: here at home, I rediscover an old reality, a life predating my years with Elvira, Cate, Dino, school, and all I've willed and hoped as a man. I wonder if I'll ever emerge. I now realize that throughout this year – and even before, during our lean follies [...] when we were still young and war a distant cloud – I've dwelled in protracted isolation, a futile vacation, like a boy hiding in bushes who grows content gazing skyward through leaves, forgetting to ever emerge.

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Ma ora il personaggio di Pavese ci dice che la guerra, (che la storia) lo ha preso. «Ci sono giorni in questa nuda campagna che camminando ho un soprassalto: un tronco secco, un nodo d’erba, una schiena di roccia, mi paiono corpi distesi.» Il libro si chiude con la domanda che si leva dai tragici incontri nella campagna, dalla coscienza d’una riaffermata fraternità umana. Sono amici o nemici? A questo punto non conta. «Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.» La partecipazione attiva dell’uomo alla storia nasce dalla necessità di dare un senso al sanguinoso cammino degli uomini. «Dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo.» È in questo placare, in questo dare una ragione il vero impegno storico e civile. Non si può stare fuori della storia, non si può rifiutarci di fare tutto quello che possiamo per dare un’impronta ragionevole e umana al mondo, quanto più esso ci si configura davanti come insensato e feroce.

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But now Pavese's character tells us that war (that history) has claimed him. "There are days in this bare countryside when walking startles me: a dry trunk, a knot of grass, a rock's ridge seem prone bodies." The book closes with a question rising from tragic encounters in the countryside, from the awareness of rekindled human fraternity. Friend or foe? Here, it no longer matters. "Every fallen man resembles those who remain, demanding justification." Active participation in history springs from needing to make sense of humanity's bloody march. "After spilling blood, we must placate it." This placating, this providing reason, constitutes true historical and civic engagement. We cannot stand outside history, cannot refuse to imprint whatever reason and humanity we can upon a world increasingly senseless and savage.

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12. Negli aspetti più nuovi della letteratura e dell’arte degli ultimi anni assistiamo a una resa dell’uomo alla natura. Siamo nell’epoca della pittura informale, che vuole rappresentare il flusso della vita biologica che tutti ci percorre, la continuità tra il fluire della linfa, dei succhi terrestri, del sangue delle vene e del brusio e fragore umano. In poesia la natura non è più sentita come alterità, come è avvenuto fino – si può dire – a Montale; con Dylan Thomas il tessuto delle analogie distrugge ogni differenza tra l’uomo e il coacervo della materia vivente.

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12. In the newest aspects of recent literature and art, we witness humanity's surrender to nature. We inhabit the era of informal painting seeking to depict the biological life-flow coursing through us all – the continuity between sap's rise, earth's juices, venous blood, and human clamor. In poetry, nature is no longer perceived as Otherness, as it was even in Montale; with Dylan Thomas, analogical textures obliterate distinctions between humans and living matter's welter.

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Credo si possa stabilire una differenza coi movimenti d’avanguardia tra le due guerre: allora – nei surrealisti, in Joyce, nei primi astrattisti come Kandinskij – era il flusso della soggettività che pareva voler annegare tutto, contestare la cittadinanza dell’uomo in un mondo oggettivo per farlo navigare nel fiume ininterrotto del suo monologo interiore o del suo automatismo inconscio. Oggi invece vediamo irrompere da ogni parte una specie d’inondazione dell’oggettività. Già Sartre aveva suscitato l’immagine di quest’incubo, di questa calata nel mare dell’essere, quando il protagonista della Nausea, guardandosi allo specchio, perde la coscienza della propria individualità. Ma in Sartre questo non era che un punto di partenza negativo per postulare la coscienza di sé, la scelta, la libertà.

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A divergence emerges from interwar avant-garde movements: then – among surrealists, Joyce, early abstractionists like Kandinsky – subjective currents seemed intent on drowning all, contesting humanity's citizenship in an objective world to float it down the unbroken river of interior monologue or unconscious automatism. Today, we see objectivity's deluge breaching everywhere. Sartre had already conjured this nightmare of immersion in being's sea when his protagonist in Nausea, gazing into a mirror, loses self-awareness. But for Sartre, this marked a negative starting point to postulate self-consciousness, choice, freedom.

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Guardiamo ora questa nuova scuola di narratori che è sorta da pochi anni in Francia, quella di Alain Robbe-Grillet di cui è stato ora tradotto anche in italiano il romanzo La jalousie, e di Michel Butor di cui s’è molto parlato quest’anno perché il suo romanzo La modification ha vinto il Prix Renaudot: un processo di coscienza viene raccontato tutto attraverso gli oggetti, tutto attraverso le sensazioni esterne, le cose più insignificanti che cadono sotto l’occhio del protagonista, e nel succedersi di questi dati oggettivi consiste il processo mentale del personaggio, il racconto. È l’annullamento della coscienza o una via per la sua riaffermazione?

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Consider France's recent narrative school: Alain Robbe-Grillet, whose La Jalousie now appears in Italian, and Michel Butor, much-discussed this year as his La Modification won the Prix Renaudot. Here, mental processes unfold entirely through objects – through external sensations, trivialities catching the protagonist's eye. The character's psychological journey resides in these objective data's succession. Is this consciousness's annihilation or its reaffirmation?

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Possiamo far entrare in questo quadro dell’oggettività soverchiante anche il libro italiano di cui più s’è parlato negli ultimi mesi: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di C.E. Gadda. Protagonista del romanzo è la città di Roma, vista come un immenso e vischioso calderone di popoli, di linguaggi e dialetti, di civiltà, di sozzure e sublimità. Il linguaggio incrostato di tutti gli ingredienti di questo eterogeneo calderone ribolle in primo piano: non è il flusso soggettivo di Joyce ma un flusso d’oggettività nella quale l’individuo razionalizzatore e discriminante si sente assorbire come una mosca sui petali d’una pianta carnivora. Da questo sprofondamento dell’autore e del lettore nel ribollire della materia narrata nasce un senso di sgomento: ma questo sgomento è il punto di partenza d’un giudizio; il lettore può in grazia d’esso fare un passo in là, riacquistare il distacco storico, dichiararsi distinto e diverso dalla materia in ebollizione. Anche per questa strada potremo dunque ritrovare un rapporto tra la coscienza di sé e i dati della storia e della natura?

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Can we place within this overwhelming objectivity framework Italy's most debated recent novel: Carlo Emilio Gadda's That Awful Mess on Via Merulana? The protagonist is Rome herself – an immense, viscous cauldron of peoples, dialects, civilizations, filth, and sublimity. Language encrusted with this heterogeneous stew's ingredients boils foremost: not Joyce's subjective stream but an objective current where rationalizing individuals feel absorbed like flies on carnivorous petals. From this authorial/readerly plunge into narrative magma arises dread – yet this dread becomes judgment's starting point. Through it, might readers step back, regain historical detachment, declare themselves distinct from the seething matter? Could this path too restore self-awareness's rapport with history and nature's data?

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Una resa dell’individualità, e volontà umana di fronte al mare dell’oggettività, al magma indifferenziato dell’essere non può non corrispondere a una rinuncia dell’uomo a condurre il corso della storia, a una supina accettazione del mondo com’è. Per questo vogliamo richiamarci a una linea dell’ostinazione nonostante tutto che collega i più ardui esempi di atteggiamento verso il mondo che siamo andati tratteggiando, come alla lezione più priva d’illusioni e più carica ancora d’una forza positiva che possiamo trarre oggi dai libri e dalla vita.

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A surrender of individuality and human will before the sea of objectivity, before the undifferentiated magma of being, cannot but correspond to humanity's renunciation of steering history's course - a supine acceptance of the world as it is. For this reason, we wish to invoke a lineage of persistence despite everything that connects the most arduous examples of attitudes toward the world we have outlined, as well as the most illusion-free yet still positively charged lesson we can draw today from books and life.

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Il mare dell’oggettività

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The Sea of Objectivity

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«Il menabò di letteratura», diretto da Elio Vittorini e Italo Calvino, n. 2, Einaudi, Torino 1960. (Scritto nell’ottobre 1959.)

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"Il Menabò di letteratura," edited by Elio Vittorini and Italo Calvino, no. 2, Einaudi, Turin 1960. (Written in October 1959.)

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I romanzi della école du regard raccontati attraverso gli oggetti; la calata del mistilinguismo italiano nella babele dei linguaggi parlati; la registrazione scritta delle testimonianze di vita della gente semplice; la musica seriale che si propone di rendere esplicite le leggi interne del «materiale sonoro»; la pittura biomorfa che ci annega nel fluire della linfa, dei succhi terrestri, del sangue delle vene e del brusio e fragore umano: un significato comune lega questi e molti altri aspetti della cultura letteraria e artistica d’oggi. Non mi pare che ci siamo ancora resi conto della svolta che si è operata, negli ultimi sette o otto anni, nella letteratura, nell’arte, nelle attività conoscitive più varie e nel nostro stesso atteggiamento verso il mondo. Da una cultura basata sul rapporto e contrasto tra due termini, da una parte la coscienza la volontà il giudizio individuali e dall’altra il mondo oggettivo, stiamo passando o siamo passati a una cultura in cui quel primo termine è sommerso dal mare dell’oggettività, dal flusso ininterrotto di ciò che esiste.

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Novels of the école du regard narrated through objects; the descent of Italian multilinguism into the Babel of spoken dialects; written records of life testimonies from ordinary people; serial music seeking to explicate the internal laws of "sonic material"; biomorphic painting drowning us in the flow of sap, earthly juices, venous blood, and human clamor - these and many other aspects of contemporary literary and artistic culture share a common meaning. We have not yet fully grasped the turning point that occurred in literature, art, diverse cognitive activities, and our very attitude toward the world over the last seven or eight years. From a culture based on the relationship and contrast between two terms - individual consciousness, will, and judgment on one side, and the objective world on the other - we are transitioning (or have transitioned) to a culture where that first term is submerged by the sea of objectivity, by the uninterrupted flow of what exists.

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Diciamo subito che un mutamento di questo genere non entrava nei nostri piani, nelle nostre profezie, nelle nostre aspirazioni; ma ormai non si tratta più di accettarlo o di rifiutarlo; già ci siamo dentro; la geografia del nostro continente culturale è profondamente cambiata sotto quest’alluvione imprevista e che pure ha preso forma lentamente e ben visibilmente sotto i nostri occhi; il riconoscerlo però non vorremmo equivalesse per noi a un arrenderci, a un lasciarci annegare anche noi nel magma, come coloro che credono di capirlo e contenerlo identificandosi con esso. I termini del discorso etico-poetico che ci è sempre stato a cuore, quella tensione tra individuo storia e natura che usavamo come filo conduttore per scegliere e ordinare il nostro albero genealogico letterario, continuiamo a ritenerli validi anche sullo scenario di questo silenzioso cataclisma.

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Let us state immediately that such a transformation did not figure in our plans, prophecies, or aspirations. Yet now it is no longer a matter of accepting or rejecting it; we are already immersed in it. The geography of our cultural continent has profoundly changed beneath this unforeseen deluge - one that nevertheless took shape slowly and visibly before our eyes. However, recognizing this should not equate to surrender, to letting ourselves drown in the magma like those who believe they understand and contain it through identification. The terms of the ethical-poetic discourse that has always concerned us - that tension between individual, history, and nature we used as a guiding thread to select and order our literary genealogy - we continue to consider valid even against the backdrop of this silent cataclysm.

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Già appaiono remoti i temi fondamentali del dibattito culturale degli anni da cui prese le mosse il nostro lavoro: diciamo all’ingrosso gli anni della guerra spagnola, della Seconda guerra mondiale e del suo dopoguerra. Si discuteva allora se il poeta doveva rinchiudersi nella propria interiorità, difendendola dalle contingenze storiche, oppure partecipare e dar battaglia. Erano entrambi modi del tutto volontari, individuali, aristocratici di concepire il rapporto col mondo, tanto che ora non ci paiono neppur più così dissimili tra loro, improntati com’erano l’uno e l’altro a un riconoscere, a un patire la ferita della realtà esterna e ad entrare con essa in un rapporto di resistenza passiva o attiva, a opporre ad essa un duro guscio. Né più che il rapporto con la storia variava tra le due tendenze il rapporto con la natura, vista sempre come alterità, come necessario termine di confronto: per gli uni era la sola controparte possibile del dialogo con l’io, l’inesauribile repertorio delle metafore interiori; per gli altri era innanzitutto il diverso dalla storia, con un’accentuazione ora negativa (contemplarla, così immune dal travaglio umano, era un evadere) ora positiva (sull’esempio della sua armonia e pienezza, la storia, redenta dalla mostruosità presente, avrebbe dovuto modellarsi).

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Already remote seem the fundamental themes of cultural debate from the years that launched our work - roughly speaking, the era of the Spanish Civil War, the Second World War, and its aftermath. Back then, we argued whether poets should cloister themselves in their interiority, shielding it from historical contingencies, or instead participate and join the fray. Both were thoroughly voluntary, individualistic, and aristocratic ways of conceiving the relationship with the world - so much so that now they no longer even appear so dissimilar, both being stamped by a recognition of, and suffering from, the wound of external reality, entering into a relationship of passive or active resistance with it, opposing it with a hardened shell. Nor did the relationship with nature vary more than with history between these two tendencies: nature was always seen as otherness, as a necessary term of comparison. For some, it was the sole counterpart in the dialogue with the self, the inexhaustible repertoire of inner metaphors; for others, primarily as distinct from history, with either negative emphasis (contemplating it, so immune to human travail, amounted to escapism) or positive (following its model of harmony and plenitude, history - redeemed from present monstrosity - should have shaped itself).

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La perdita dell’io, la calata nel mare dell’oggettività indifferenziata, fu proprio allora, vent’anni fa, sperimentata per la prima volta, da Sartre, nella Nausée, ma era una discesa agli inferi. Il protagonista vedeva a poco a poco svanire la distinzione tra sé e il mondo esterno, la sua faccia allo specchio diventare cosa, e un’unica viscosità coinvolgere l’io e gli oggetti. Ma questa rappresentazione già completa del processo è compiuta da Sartre restando al di qua, dal punto di vista della coscienza, della scelta, della libertà. Oggi si è dato il giro: il punto di vista è quello del magma.

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The loss of self, the descent into the sea of undifferentiated objectivity, was first experienced precisely then, twenty years ago, by Sartre in Nausea - but as a descent into hell. The protagonist gradually saw the distinction between himself and the external world vanish, his mirror-image becoming thing-like, a single viscosity engulfing both ego and objects. Yet Sartre accomplished this complete representation of the process while remaining on this side - from the viewpoint of consciousness, choice, freedom. Today the perspective has reversed: the viewpoint is that of the magma itself.

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Forse è nella poesia di Dylan Thomas che si compie uno dei passaggi fondamentali: la natura non è più sentita come alterità, il tessuto delle analogie distrugge la distinzione tra l’uomo e il coacervo della materia vivente. Il passo più in là è quello della pittura informale, che affonda nella continuità della vita biologica che tutti ci percorre.

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Perhaps one of the fundamental transitions occurs in Dylan Thomas's poetry: nature is no longer perceived as otherness; the fabric of analogies destroys the distinction between humans and the chaotic mass of living matter. The further step belongs to informal painting, which immerses itself in the continuity of biological life coursing through us all.

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È indubbio che tra il primo astrattismo e l’informel o tra l’Ulysses di Joyce e il Molloy di Beckett, è successo un capovolgimento di termini. Nell’ossessione di purezza e d’ordine di Mondrian, nel nervosismo inventivo di Kandinskij, era una corrente soggettiva che cercava d’esprimersi allo stato puro, evitando l’attrito col mondo oggettivo. La pittura di Pollock o di Wols è invece l’identificazione con l’esterno, con la totalità esistenziale indifferenziata dall’io: cosmo, mondo naturale e febbre meccanica della città moderna racchiusi nello stesso segno. Così la spinta che muoveva tutta l’avanguardia del primo quarantennio del secolo ha invertito la sua direzione. Allora era il flusso della soggettività prorompente, – espressionismo, Joyce, surrealismo, – che pareva voler inondare tutto, contestare la cittadinanza dell’uomo in un mondo oggettivo per farlo navigare nel fiume ininterrotto del monologo interiore o dell’automatismo inconscio. Ora è il contrario: è l’oggettività che annega l’io; il vulcano da cui dilaga la colata di lava non è più l’animo del poeta, è il ribollente cratere dell’alterità nel quale il poeta si getta.

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Undoubtedly, between early abstractionism and informel, or between Joyce's Ulysses and Beckett's Molloy, a reversal of terms has occurred. In Mondrian's obsession with purity and order, in Kandinsky's inventive restlessness, it was a subjective current seeking expression in its pure state, avoiding friction with the objective world. Pollock's or Wols' painting instead identifies with externality, with existential totality undifferentiated from the ego - cosmos, natural world, and modern city's mechanical fever all enclosed within the same stroke. Thus the driving force behind the avant-garde of the century's first four decades has inverted its direction. Back then, it was the irruptive flow of subjectivity - Expressionism, Joyce, Surrealism - that seemed intent on flooding everything, contesting humanity's citizenship in an objective world to make it navigate the uninterrupted river of interior monologue or unconscious automatism. Now the opposite occurs: objectivity drowns the ego; the volcano spewing lava flows is no longer the poet's soul but the seething crater of otherness into which the poet hurls himself.

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Come noi ci ponevamo in posizione critica rispetto all’inondazione soggettiva, e contrapponevamo ad essa gli scrittori i poeti i pittori i moralisti dell’attrito con la durezza del mondo, così ora facciamo opposizione alla resa incondizionata all’oggettività. Ma la nostra opposizione è pure intesa a coglierne il perché e il momento di verità (quello che esiste in ogni concezione del mondo) e le vie che essa ancora apre a una ripresa dell’intervento attivo dell’uomo. Questa è infatti la tensione ideale che s’è logorata, aprendo le dighe all’alluvione oggettiva; per dirlo con una parola che potrà essere considerata troppo parziale e assoluta: è la crisi dello spirito rivoluzionario.

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Just as we positioned ourselves critically against the subjective deluge, countering it with writers, poets, painters, and moralists who emphasized friction with the world's harshness, so now we oppose the unconditional surrender to objectivity. Yet our opposition also seeks to grasp its underlying motives and moments of truth (present in every worldview), as well as the pathways it still opens for a resurgence of active human intervention. This is precisely the ideal tension that has eroded, unleashing the objective deluge. To put it in terms some may deem too partial and absolute: this is the crisis of the revolutionary spirit.

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Rivoluzionario è chi non accetta il dato naturale e storico e vuole cambiarlo. La resa all’oggettività, fenomeno storico di questo dopoguerra, nasce in un periodo in cui all’uomo viene meno la fiducia nell’indirizzare il corso delle cose, non perché sia reduce da una bruciante sconfitta, ma al contrario perché vede che le cose (la grande politica dei due contrapposti sistemi di forze, lo sviluppo della tecnica e del dominio delle forze naturali) vanno avanti da sole, fanno parte d’un insieme così complesso che lo sforzo più eroico può essere applicato solo al cercar di avere un’idea di come è fatto, al comprenderlo, all’accettarlo.

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Revolutionary is one who refuses to accept the given - natural or historical - and seeks to transform it. The surrender to objectivity, a historical phenomenon of this postwar era, emerges when humanity loses confidence in steering the course of events. This occurs not due to searing defeat, but paradoxically because we see that things (the grand politics of opposing power systems, technological advancement, and the domination of natural forces) progress autonomously. They belong to a system so complex that even the most heroic efforts can only strive to comprehend it, to accept it.

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È da uno scrittore rimasto tagliato fuori da tutti questi travagli di idee e di forme, Pasternak, che ci viene una definizione-chiave di questa rinuncia alla spinta rivoluzionaria, una teorizzazione che si attaglia – a parte l’accentuazione tragica dell’esperienza storica a cui egli si riferisce – proprio a questo momento di rinuncia storica – a lui peraltro ignoto – della cultura d’Occidente. Pasternak sostiene nel suo romanzo che la storia non è l’uomo a farla (neanche le migliaia di piccoli uomini di Tolstoj) ma che essa è un farsi, trascendente all’uomo, come la natura; natura e storia sono un’unica entità, senza distinzione, un solo flusso solenne e spietato, cui è vano opporsi attivamente. Anche qui, se vogliamo rintracciare la sua verità dobbiamo cercarla forse al di là delle sue intenzioni in un avvertimento che la storia non è ancora abbastanza storia, non è abbastanza una costruzione cosciente guidata dall’intelletto, ma è ancora troppo uno svolgersi di accadimenti biologici. L’accento che egli vi mette è di rinuncia a ogni intervento, a ogni cambiamento se non interiore: ed è questo un atteggiamento diffuso in quest’epoca di contrasto stridente tra la potenza degli strumenti tecnici e organizzativi e la faciloneria e approssimazione dei criteri di guida della storia.

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A key definition of this renunciation of revolutionary impetus comes unexpectedly from a writer isolated from these ideological and formal struggles: Pasternak. In his novel, he theorizes - with tragic emphasis on his specific historical experience yet uncannily applicable to Western culture's current historical resignation - that history is not made by humans (not even Tolstoy's thousands of small men), but rather exists as a becoming, transcendent to humanity like nature itself. Nature and history merge into a single entity - a solemn, pitiless flow against which active resistance proves futile. To trace its truth, we must perhaps look beyond his intentions: a warning that history remains insufficiently historical, not yet a conscious construct guided by intellect, but still too much a unfolding of biological happenings. His emphasis lies in renouncing all intervention except inner change - an attitude widespread in this era of glaring contrast between technical-organizational power and the crudeness of historical steering mechanisms.

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Tra conoscere il mondo e cambiarlo, cent’anni fa pareva ci fosse solo un breve salto; adesso pare si sia perso ogni rapporto fra i due termini. La filosofia e la metodologia scientifica s’affrettano a escludere ogni tendenzialità della ricerca; la sociologia descrive ed enumera impassibile e minuziosa lo sterminato formicaio umano; e se esiste il moralista del rifiuto, della critica arrabbiata alla civiltà contemporanea, il suo approdo, come per il nostro Elémire Zolla, è la cancellazione dell’individualità, l’autoidentificazione contemplativa, buddistica con l’armonia del tutto.

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A century ago, knowing the world and changing it seemed separated by a brief leap; now all relation between these terms appears lost. Philosophy and scientific methodology hasten to expunge any tendentiousness from inquiry; sociology impassively describes and catalogues humanity's endless anthill. Even the moralist of refusal, raging against contemporary civilization - exemplified by our own Elémire Zolla - arrives at erasing individuality through contemplative, Buddhist-like identification with the harmony of the whole.

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La fortuna che oggi incontra uno scrittore tutto intellettuale, tutto razionalizzante come Musil, smentisce questo quadro? Al contrario: se il tipo di romanziere saggista che aveva avuto corso fin qui s’attuava nella scelta d’un punto di vista ideologico, d’un metodo d’interpretazione cui sottometteva la materia del racconto, Musil è colui che anziché scegliere vuole far suoi tutti insieme gli strumenti di interpretazione che gli offre la cultura del suo tempo. La marea oggettiva è per lui questa cultura plurima, stratificata, divaricante, perentoria in ogni sua direzione; la paralizzante saggezza cui attinge il suo eroe è la coscienza simultanea di questa pluralità sempre più capillarmente ramificata.

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Does the current popularity of a hyper-intellectual, hyper-rationalizing writer like Musil contradict this picture? On the contrary: if the traditional essayistic novelist operated by selecting an ideological viewpoint or interpretive method to impose on narrative material, Musil seeks to simultaneously wield all interpretive tools offered by his era's culture. The objective tide manifests here as this pluralistic, stratified, divergent culture - peremptory in every direction. His hero's paralyzing wisdom stems from simultaneous awareness of this ever-ramifying plurality.

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L’oggettività della ragione ci stringe in un assedio non meno letale dell’oggettività dell’assurdo. Nel teatro, che da decenni si attarda a spiegarci il contrasto tra ciò che si dice e ciò che è, ora, con Jonesco, non resta che l’intrecciarsi delle parole dette e ridette senza più possibilità di contrasto con nulla.

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The objectivity of reason besieges us no less lethally than the objectivity of the absurd. In theater, which for decades lingered in explaining the gap between words and reality, Ionesco now presents only the interweaving of repeated phrases, devoid of any counterpoint.

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A completare questo quadro non mancava che una critica letteraria che ponesse il suo ideale non in un criterio normativo o in una scala di valori, ma nella descrizione, addirittura nella mimesi dell’opera creativa. Quest’ideale che già aveva in Italia la sua scuola, oggi afferma la sua attualità nella giovane generazione attraverso la penna di un critico che ha meritato d’un balzo una autorità pari alla sdegnosa sicurezza dei suoi rifiuti e delle sue evocazioni: Pietro Citati. Ma la funzione della critica da lui teorizzata nella prefazione a Spitzer è aliena da ogni scatto attivo, è esornativa, pleonastica. Il mondo della letteratura come Citati lo vagheggia è privo di tensione storica, non ha direzione neppur provvisoria, non ha passione etico-culturale se non come in un disincantato assaporare di aromi. E nella pratica giornaliera di critico Citati ha i suoi risultati migliori quando non si ferma al libro ma lo attraversa con una sorta di febbre conoscitiva e amorosa verso il tutto, verso il continente immensamente variegato e irto e misterioso che è la vita. I suoi autori sono quelli che cercano di riprodurre con più ricchezza e duttilità una carta geografica di quella totalità; e la sua critica vuol essere a sua volta carta della totalità attraverso lo schermo del libro, descrizione di quel paesaggio compiuta facendo capolino sopra le spalle del poeta. Ma tenendo così accuratamente scostato da sé ogni criterio storico o classificatorio o ideologico o comunque di propria scelta e proposta e pressione etica o poetica, l’operazione conoscitiva di Citati si trasforma in operazione mistica, di rivelazione, di comunione cosmica. Anche qui è il mare del tutto che dilaga e la poesia non può essere che mimesi extrasoggettiva della totalità, come la critica mimesi della poesia. Se il tutto diventa metro e ragione dell’uno, se la ragione dell’universo trionfa su quella dell’uomo, è la fine del fare, della storia. Il barbaglio della ragione dell’universo è luce quando giunge a illuminare la vicenda limitata e ostinata del fare umano; ma se si sostituisce ad essa è ritorno all’indistinto crogiuolo originario.

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Completing this panorama, we encounter a literary criticism that idealizes not normative criteria or value hierarchies, but description - even mimetic reproduction - of creative works. This ideal, already present in Italy's critical schools, finds contemporary expression through a critic who has swiftly gained authority matching the scornful certainty of his rejections and evocations: Pietro Citati. Yet the critical function he theorizes in his Spitzer preface rejects all active engagement, becoming ornamental and pleonastic. Citati's literary world lacks historical tension, provisional direction, or ethico-cultural passion beyond disenchanted savoring of flavors. His finest journalistic criticism emerges when he traverses the book itself with a feverish cognitive and amorous urge toward the whole - toward life's immensely variegated, jagged, mysterious continent. His favored authors attempt to map that totality with maximal richness and ductility; his criticism aspires to become itself a map of totality through the poet's mediating lens. But by meticulously avoiding historical, classificatory, or ideological criteria - indeed any assertion of personal choice, ethical pressure, or poetic proposal - Citati's cognitive operation transforms into mystical revelation, cosmic communion. Here too the sea of totality floods in, where poetry can only be extrasubjective mimesis of totality, as criticism becomes mimesis of poetry. When totality becomes measure and reason of the individual, when cosmic reason triumphs over human reason, making and history end. The flash of cosmic reason illuminates only when it lights humanity's limited, obstinate making; substituting itself for this, it becomes regression to the primal indistinct crucible.

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Cinque anni fa, in polemica con un nostro scritto, Citati dichiarava in un suo saggio (Fine dello stoicismo, «Paragone», n. 68, agosto 1955) finito il compito di quella tradizione che si concretò in un ideale stilistico e morale di ostinazione volontaria, di riduzione all’essenziale, di rigore autocostruttivo; i demoni romantici, i gorghi irrazionali contro cui quella tradizione aveva preso forza erano svaniti; lo «stoicismo» non era più che una inattuale scelta di gusto. Rieccoci, Pietro Citati, sulla riva d’un gorgo, tale da mettere a prova scafi ben più saldi dei nostri; un gorgo privo stavolta d’aloni tragici o demoniaci ma più difficile da attraversare che una distesa di sabbie mobili. Stiamo guardinghi; molte formule stanno cambiando di segno; nello stesso rigore stilistico riduttivo ora si cela il trabocchetto: a consegnarci più disarmati nel labirinto delle cose non è proprio l’estremo riduttore della tecnica narrativa ai nudi dati visivi, Robbe-Grillet, colui che mutua dalla metodologia scientifica e filosofico-operativa il suo credo letterario?

521

Five years ago, in polemic with one of our essays, Citati declared in his writing Fine dello stoicismo (The End of Stoicism, «Paragone», no. 68, August 1955) that the task of that tradition - which had crystallized into a stylistic and moral ideal of voluntary obstinacy, reduction to essentials, and self-constructive rigor - was now exhausted; the Romantic demons and irrational vortices against which that tradition had fortified itself had vanished; "stoicism" had become merely an anachronistic aesthetic choice. Here we stand again, Pietro Citati, on the shore of a vortex capable of testing far sturdier vessels than ours - a vortex devoid this time of tragic or demonic halos yet more treacherous to navigate than quicksand. Let us remain vigilant; many formulas are shifting in meaning. Even the reductive stylistic rigor now conceals a trap: is it not precisely the ultimate reducer of narrative technique to bare visual data - Robbe-Grillet, who borrows his literary creed from scientific and philosophical-operational methodology - that delivers us defenseless into the labyrinth of things?

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Ma soffermiamoci un momento a riflettere prima di concludere su una prospettiva così negativa. Questo seguito di dati oggettivi che diventano racconto, svolgimento d’un processo mentale, è necessariamente l’annullamento della coscienza o non può essere visto pure come una via per la sua riaffermazione, per esser certi di che cosa veramente la coscienza è, di qual è il posto che occupiamo nella sterminata distesa delle cose? Già Michel Butor esplicitamente si propone di rappresentare la coscienza, la volontà, la scelta, attraverso il suo rovescio, il di fuori di quell’invisibile e inafferrabile dentro. In mezzo alle sabbie mobili dell’oggettività potremo trovare quel minimo d’appoggio che basta per lo scatto di una nuova morale, d’una nuova libertà?

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But let us pause for reflection before concluding with such a negative perspective. Must this sequence of objective data becoming narrative, the unfolding of a mental process, necessarily annihilate consciousness? Or might it instead be viewed as a path toward consciousness's reaffirmation, a way to ascertain what consciousness truly is and what place we occupy within the boundless expanse of things? Michel Butor explicitly aims to represent consciousness, will, and choice through their reverse: the outside of that invisible and ungraspable inside. Amid the quicksand of objectivity, might we find that minimal foothold sufficient for the leap toward a new morality, a new freedom?

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Roma, vischioso calderone di popoli, dialetti, gerghi, lingue scritte, civiltà, sozzure, magnificenze, non è mai stata così totalmente Roma come nel Pasticciaccio di Gadda dove la coscienza razionalizzatrice e discriminante si sente assorbire come una mosca sui petali di una pianta carnivora. Ma da questo sprofondamento dell’autore e del lettore nel ribollire della materia narrata nasce un senso di sgomento: e questo sgomento è il punto di partenza di un giudizio, il lettore può in grazia d’esso fare un passo in là, riacquistare il distacco storico, dichiararsi diverso e distinto dalla materia in ebollizione.

523

Rome, that viscous cauldron of peoples, dialects, jargons, written languages, civilizations, filth, and magnificence, has never been so utterly Rome as in Gadda's Pasticciaccio (That Awful Mess on Via Merulana), where the rationalizing, discriminating consciousness feels itself absorbed like a fly on the petals of a carnivorous plant. Yet from this submersion of author and reader into the seething narrative matter arises a sense of dismay - and this dismay becomes the starting point for judgment. Through it, the reader may step back, regain historical detachment, declare themselves distinct from the boiling matter.

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Pasolini narratore esperimenta un’umanità grado zero, che ha a disposizione per pensare e per esprimersi il monotono lessico di poche decine d’espressioni d’un dialetto imbastardito. Si comincia ad attraversare come una folla di cinesi, tutti uguali e irriconoscibili, una marmellata umana spalmata sugli squallidi bordi della città: ma a un certo punto c’è l’attrito d’un pensiero, d’un sentimento, d’un affiorare di coscienza, d’una scelta che prende forma forzando la miseria dello strumento lessicale, elevandosi di qualche centimetro dal livello a cui scorre l’ininterrotta spinta esistenziale: di qualche centimetro soltanto, ma, raggiungendola attraverso questa via, – se non ci sono trucchi, di cui è subito spia il dosaggio della densità linguistica – dovrebb’essere coscienza vera, tagliente come una lama.

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Pasolini the narrator experiments with a umanità grado zero (humanity at degree zero), equipped for thought and expression only with the monotonous lexicon of a few dozen phrases from a bastardized dialect. We begin traversing a crowd of Chinese-like figures, all identical and unrecognizable, a human jam smeared across the squalid city fringes. But at a certain point emerges the friction of thought, feeling, the surfacing of consciousness - a choice taking shape by forcing against the poverty of lexical means, rising a few centimeters above the ceaseless existential current. Merely a few centimeters, yet if achieved without tricks (immediately betrayed by linguistic density manipulation), this ought to be true consciousness, sharp as a blade.

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Dalla letteratura dell’oggettività alla letteratura della coscienza: così vorremmo orientare la nostra lettura d’una ingente zona della produzione creativa d’oggi, ora secondando ora forzando l’intenzione degli autori. Non da ieri ci siamo fatti una regola del cercare anche nei testi più lontani le ragioni di forza d’un nostro discorso, d’una nostra fedeltà. E oggi, il senso della complessità del tutto, il senso del brulicante o del folto o dello screziato o del labirintico o dello stratificato, è diventato necessariamente complementare alla visione del mondo che si vale di una forzatura semplificatrice, schematizzatrice del reale. Ma il momento che vorremmo scaturisse dall’uno come dall’altro modo di intendere la realtà, è pur sempre quello della non accettazione della situazione data, dello scatto attivo e cosciente, della volontà di contrasto, della ostinazione senza illusioni.

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From the literature of objectivity to the literature of consciousness: this is how we would orient our reading of a significant portion of today's creative production, alternately following or straining authorial intent. For years now, we have made it our rule to seek in even the most alien texts the vital forces for our own discourse, our own fidelity. Today, the sense of the totality's complexity - its teeming, dense, mottled, labyrinthine, stratified nature - has become necessarily complementary to worldviews employing reality's forceful simplification and schematization. Yet the moment we would have emerge from both approaches remains that of non-acceptance: the conscious active leap, the will to opposition, illusion-free obstinacy.

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Tre correnti del romanzo italiano d’oggi

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Three Currents in Today's Italian Novel

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Conferenza letta in inglese il 16 dicembre 1959 alla Columbia University di New York, e nei primi mesi del 1960 alla Harvard University di Cambridge (Massachusetts), alla Yale University di New Haven (Connecticut), alla University of California di San Francisco e di Los Angeles. Pubblicato in inglese dall’«Italian Quarterly» di Los Angeles, nel numero IV, 13-14, primavera-estate 1960. In italiano, nell’«Annuario commemorativo del Liceo-Ginnasio “G.D. Cassini” nel primo centenario di fondazione», Sanremo 1960.

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Lecture delivered in English on December 16, 1959 at Columbia University, New York, and in early 1960 at Harvard University (Cambridge, MA), Yale University (New Haven, CT), and the University of California (San Francisco and Los Angeles). Published in English in «The Italian Quarterly» (Los Angeles), vol. IV, 13-14, Spring-Summer 1960. In Italian, in «Commemorative Yearbook for the Centennial of Liceo-Ginnasio "G.D. Cassini"», Sanremo 1960.

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Da quando sto visitando gli Stati Uniti, spesso mi si domanda di parlare della letteratura italiana d’oggi, in pubblico e in privato. Ogni volta sento il bisogno d’impostare un nuovo discorso, di formulare una definizione diversa. Ho fatto diverse conferenze su questo tema e ogni volta ho sentito il bisogno di ristudiare e riscrivere la mia conferenza da capo. Ogni passo che faccio nell’addentrarmi in questo paese così lontano dal nostro, approfondendomi nel confronto quotidiano con un’altra civiltà, nel cercare spunti d’un discorso comune tra noi e voi, trovo qualcosa da cambiare nella mia analisi: un aspetto che mi pareva essenziale mi si rivela secondario, un dato che trascuravo diventa la chiave per interpretare tutto il resto. Eppure, io credo che la letteratura italiana sia una delle più ricche e vitali d’oggi, ma più ci credo e meno riesco a descriverla, come l’araba fenice.

529

Since arriving in the United States, I have often been asked to discuss contemporary Italian literature, both publicly and privately. Each time, I feel compelled to frame a new discourse, formulate a different definition. I have delivered multiple lectures on this theme, each requiring complete restudy and rewriting. Every step deeper into this country so distant from ours - through daily immersion in another civilization, through seeking common ground between our worlds - reveals aspects to revise: elements I deemed essential prove secondary; neglected details become interpretive keys. Yet I remain convinced Italian literature ranks among today's richest and most vital - but the more I believe this, the harder it becomes to describe, like the Arabian phoenix.

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Mi capita spesso d’invidiare un collega francese che sta visitando l’America con lo stesso mio programma della Ford Foundation. Quando gli chiedono di parlare della letteratura francese, egli ha una cosa ben precisa di cui parlare: il nouveau roman, l’école du regard, può definire con esattezza la teoria della scuola letteraria cui appartiene. Come debbo fare io che non appartengo a nessuna scuola? come debbo fare a parlare d’una letteratura come quella italiana, che oggi non si può dire che abbia delle vere e proprie scuole letterarie, ma solo personalità di scrittori molto complesse e diverse tra loro? Forse potrei far finta che la mia personale idea della letteratura sia una scuola, (di cui io sarei l’unico adepto): ma come fare a definirla se finora la mia prima preoccupazione è stata sempre quella di smentire le definizioni che i critici hanno dato di me?

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I often envy a French colleague visiting America under the same Ford Foundation program. When asked about French literature, he has something precise to discuss: the nouveau roman, the école du regard, articulating his school's exact theoretical framework. What am I to do, belonging to no school? How to discuss an Italian literature that currently lacks proper literary movements, presenting instead complex and divergent writerly personalities? Perhaps I could pretend my personal literary idea constitutes a school (with myself as sole adherent) - but how to define it when my primary concern has always been refuting critics' definitions of me?

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Insomma nella fiera internazionale della letteratura, i francesi hanno sempre imposto i loro prodotti con etichette che diventano subito popolari: quindici anni fa era l’esistenzialismo, venticinque anni fa il surrealismo; mentre gli italiani vogliono vendere una merce che non si lascia definire. Direi che questa merce non si lascia definire quanto più è concreta e solida. Quando la letteratura italiana voleva essere letteratura dell’ineffabile, venticinque o venti anni fa, un’etichetta di scuola ce l’aveva: ermetismo. Quando, una quindicina d’anni fa, voleva essere letteratura del mondo istintivo ed elementare, un’etichetta di scuola ce l’aveva: neorealismo.

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In short, at the international literary fair, the French have always promoted their products with labels that immediately gain popularity: fifteen years ago it was existentialism, twenty-five years ago surrealism; while Italians wish to sell merchandise that defies definition. I would argue that this merchandise resists definition precisely because of its concrete and solid nature. When Italian literature sought to be a literature of the ineffable twenty-five or twenty years ago, it had a school label: Hermeticism. When, about fifteen years ago, it aimed to be a literature of the instinctive and elemental world, it had another school label: neorealism.

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Il neorealismo si può dire che è uno dei rari movimenti italiani di cui il pubblico internazionale ha avuto cognizione (soprattutto attraverso il cinema, più che attraverso la letteratura) e possiamo prendere le mosse da esso per il nostro esame. È questo anche un inizio autobiografico, perché è appunto in quell’atmosfera che ho mosso i miei primi passi e ogni mio discorso deve rifarsi a quel punto di partenza. Deve rifarsi soprattutto alla presenza attiva negli «anni ’40» di due scrittori: Cesare Pavese ed Elio Vittorini. Parlare di neorealismo a proposito dell’uno e dell’altro è improprio: Cesare Pavese negli ultimi anni finì per accettare quella definizione, Elio Vittorini la usò sempre solo in senso negativo. Il mio punto di partenza è quindi non una scuola ma un’epoca e un clima, e l’ascendente che su me e molti giovani della mia generazione ebbero questi due scrittori molto diversi fra loro ma che avevano in comune alcune scelte fondamentali di stile e di contenuto e in primo luogo proprio l’interesse per la letteratura americana.

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Neorealism can be considered one of the rare Italian movements recognized internationally (primarily through cinema rather than literature), and we can take it as our starting point for this examination. This beginning is also autobiographical, as it was precisely within that atmosphere that I took my first steps, and every discourse of mine must return to that origin. It must particularly revisit the active presence in the "1940s" of two writers: Cesare Pavese and Elio Vittorini. Speaking of neorealism in reference to either is somewhat misplaced: Cesare Pavese eventually accepted that label in his final years, while Elio Vittorini always used it only pejoratively. My starting point, therefore, is not a school but an era and a climate, and the influence these two very different writers – who nonetheless shared fundamental stylistic and thematic choices, beginning with their interest in American literature – exerted on me and many young peers of my generation.

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La definizione più chiara di quel clima letterario posso dunque darvela cercando di definire che cosa l’America – l’America di Melville, di Hawthorne, di Whitman, di Mark Twain, di Sherwood Anderson, di Hemingway, di Faulkner – significava per loro, e per noi più giovani che leggevamo le loro traduzioni e i loro saggi critici.

533

The clearest definition of that literary climate can be given by attempting to define what America – the America of Melville, Hawthorne, Whitman, Mark Twain, Sherwood Anderson, Hemingway, Faulkner – meant for them, and for us younger writers who read their translations and critical essays.

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Per Pavese l’America era il paese che aveva fondato una letteratura legata al fare degli uomini, alla pesca delle balene o ai campi di granoturco o alle città industriali, creando miti nuovi della vita moderna che avevano la forza di simboli primordiali della coscienza, creando dalla lingua parlata un nuovo linguaggio poetico tutto cose.

534

For Pavese, America was the nation that had founded a literature tied to human labor – whale hunting, cornfields, industrial cities – creating new myths of modern life with the force of primordial symbols of consciousness, forging from spoken language a new poetic lexicon rooted entirely in concrete reality.

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Per Vittorini la letteratura americana era una sterminata riserva di vitalità naturale, un ideale campo di battaglia per la lotta tra le nuove invenzioni stilistiche e le tradizioni accademiche, tra la sincerità delle passioni, della fatica, del furore e il peso delle ipocrisie e delle morali consacrate.

535

For Vittorini, American literature represented an inexhaustible reserve of natural vitality, an ideal battleground for the clash between new stylistic innovations and academic traditions, between the sincerity of passions, toil, and fury versus the weight of sanctified hypocrisies and moralities.

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Per l’uno e per l’altro, la letteratura americana, così lontana dalla nostra tradizione, era un termine di confronto che ci permetteva di riaccostarci alla nostra tradizione con spirito nuovo: e con occhi diversi rileggevamo Giovanni Verga, il romanziere siciliano della fine del XIX secolo dalla miracolosa modernità di linguaggio.

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For both, American literature – so distant from our tradition – served as a counterpoint that allowed us to reapproach our own tradition with fresh eyes. With this altered perspective, we reread Giovanni Verga, the Sicilian novelist of the late 19th century whose language possessed miraculous modernity.

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I motivi politici negli ultimi anni del fascismo si intrecciarono ai motivi letterari: l’America era una gigantesca allegoria dei problemi nostri, di noi italiani d’allora, del nostro male e del nostro bene, del nostro conservatorismo e del nostro bisogno di ribellione, del nostro Sud e del nostro Nord, del nostro mosaico di genti e di dialetti, del Piemonte di Pavese e della Sicilia di Vittorini, era un teatro dove si rappresentava in forme esplicite ed estreme un dramma non dissimile al nostro dramma nascosto, di cui ci era proibito parlare.

537

In the final years of fascism, political motives intertwined with literary ones: America became a gigantic allegory of our own problems – we Italians of that time – of our maladies and virtues, our conservatism and rebellious impulses, our South and North, our mosaic of peoples and dialects, Pavese's Piedmont and Vittorini's Sicily. It was a stage where our hidden drama – forbidden from discussion – played out in explicit and extreme forms not dissimilar to our own.

538

A quest’immagine dell’America ci sentiamo legati noi più giovani che iniziammo la nostra formazione letteraria negli ultimi anni del fascismo in opposizione con l’atmosfera ufficiale. Crescevamo in anni di tragedia ed era naturale che la nostra passione per la letteratura diventasse una cosa sola con la nostra passione per le sorti del mondo. Ma che letteratura e politica non dovessero confondersi, questo è stato sempre per noi altrettanto chiaro. Cercavamo delle immagini del mondo, cercavamo qualcosa che nel mondo delle parole e delle immagini valesse la forza e la tragicità del nostro tempo.

538

This image of America binds us younger writers who began our literary formation during fascism's twilight in opposition to the official cultural atmosphere. We matured in years of tragedy, and thus our passion for literature naturally fused with our concern for the world's destiny. Yet it remained equally clear to us that literature and politics should not be conflated. We sought images of the world, we searched for something in the realm of words and images that could match the force and tragedy of our era.

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La mia analisi sarebbe parziale se non dicessi che la nostra generazione ha tratto la sua lezione anche da quel periodo della letteratura italiana noto col nome di «ermetismo». Non per nulla il poeta della nostra giovinezza è stato Eugenio Montale: le sue poesie chiuse, dure, difficili, senza alcun appiglio a una storia se non individuale e interiore, erano il nostro punto di partenza: il suo universo pietroso, secco, glaciale, negativo, senza illusioni, è stato per noi l’unica terra solida in cui potevamo affondare le radici. Il rigore delle poesie di Montale e di Ungaretti, il rigore degli scarni racconti provinciali di Bilenchi, il rigore dei quadri di Giorgio Morandi, le sue nature morte di bottiglie con la fredda esattezza della luce che avvolge l’umile realtà delle cose, sono stati l’eredità che abbiamo tratta dall’«ermetismo». E non è un’eredità da poco: essi ci hanno insegnato in ogni cosa a tenerci all’osso, ci hanno insegnato che ciò di cui possiamo esser sicuri è pochissimo e va sofferto fino in fondo dentro di noi: una lezione di stoicismo.

539

My analysis would be incomplete without acknowledging that our generation also drew lessons from the period of Italian literature known as "Hermeticism." Unsurprisingly, the poet of our youth was Eugenio Montale: his hermetic, dense, difficult poems, devoid of any foothold beyond individual and interior history, became our starting point. His stony, arid, glacial, negative universe – stripped of illusions – was the only solid ground where we could sink our roots. The rigor of Montale's and Ungaretti's poetry, the austerity of Bilenchi's provincial tales, the precision in Giorgio Morandi's paintings – his still lifes of bottles rendered with the cold exactitude of light enveloping humble materiality – formed the legacy we inherited from Hermeticism. This was no small inheritance: they taught us to pare everything down to the bone, to recognize that what we can truly know is minimal and must be endured fully within ourselves – a lesson in stoicism.

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Questo ideale di stoicismo come stile morale e politico ha improntato di sé tutto il clima della cultura italiana più giovane: anche della lezione di Benedetto Croce, ciò che i giovani hanno fatto proprio, più che il Croce filosofo e teorico dell’estetica, è stato il Croce moralista, degli scritti minori di morale e vita pratica: anche questa una morale tutta terrena, stoica, senza illusioni.

540

This ideal of stoicism as both moral and political style permeated the entire climate of Italy's younger culture. Even regarding Benedetto Croce's influence, what the youth embraced was not Croce the philosopher and aesthetic theorist, but Croce the moralist from his minor writings on practical ethics – another earthly, stoic morality devoid of illusions.

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Con questo scarno bagaglio di valori da salvare della nostra ultima tradizione, ci buttavamo con impazienza nel crogiuolo della letteratura mondiale del nostro secolo: Proust, Joyce, Kafka. E la letteratura americana. Il nostro ideale era una letteratura saldata con la civiltà produttiva, che portasse una forte carica fantastica e morale, mitica, direttamente nelle cose, nelle parole, nei gesti della vita moderna.

541

With this sparse baggage of values salvaged from our recent tradition, we threw ourselves impatiently into the crucible of 20th-century world literature: Proust, Joyce, Kafka. And American literature. Our ideal was a literature fused with productive civilization, one that could inject a potent charge of fantasy and morality – mythical force – directly into the objects, words, and gestures of modern life.

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Non erano problemi nuovi per la cultura italiana. Anche da noi come in tutto il mondo il tema generale della letteratura e della cultura del nostro secolo è la risposta ai problemi posti dalla civiltà industriale e meccanica. La nostra prima battaglia fu di opporci a quella larga parte della cultura italiana che dava a questi problemi una risposta di puro rifiuto, di richiamo a un’anacronistica nozione di tradizione. Ma c’erano pure stati negli anni del primo dopoguerra dei pensatori italiani, come Antonio Gramsci, come Piero Gobetti, la cui voce era stata soffocata, la cui stessa vita fisica era stata spezzata dal fascismo, che avevano, partendo da concezioni diverse, segnate le linee d’un nuovo umanesimo della civiltà industriale, le forme di nuove libertà, e una integrazione della tradizione italiana nella vita civile moderna. Gramsci era morto in carcere, Gobetti era morto giovanissimo dopo una bastonatura degli squadristi, e la nostra generazione conobbe i loro scritti solo dopo la fine della guerra, ma subito essi divennero patrimonio di tutta la giovane cultura italiana e la loro influenza sui giovani di tutte le tendenze ideologiche e politiche è sempre molto forte.

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These were not new problems for Italian culture. As elsewhere in the world, the central theme of 20th-century literature and culture here has been the response to challenges posed by industrial and mechanical civilization. Our initial battle opposed those cultural forces offering only nostalgic rejections of modernity through anachronistic appeals to tradition. Yet even during fascism's stranglehold, thinkers like Antonio Gramsci and Piero Gobetti – whose lives were physically crushed by the regime – had outlined from divergent perspectives a new humanism for industrial civilization. Their visions of modern civic freedoms and Italy's integration into contemporary life reached our generation only post-1945, but immediately became foundational for Italy's young intellectuals across political spectrums.

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Ma, per seguire la storia dei giovani letterati della mia generazione, devo dire che fu muovendo da un retroterra essenzialmente letterario, più che ideologico, che essi si trovarono a vivere una stagione straordinaria dello spirito italiano, quella che accompagnò e seguì la Resistenza, la vittoriosa lotta popolare contro il fascismo. Fu un periodo crudo e miracoloso, un risveglio unico nella nostra storia, che neanche durante il Risorgimento aveva conosciuto una così generale partecipazione di popolo, tali esempi d’abnegazione e di coraggio, tanto fervore di rinnovamento nella cultura. La Resistenza fece credere possibile una letteratura come epica, carica d’un’energia che fosse insieme razionale e vitale, sociale ed esistenziale, collettiva e autobiografica. Quella sorta di tensione mitica che anima le opere di Pavese e di Vittorini è il frutto più prezioso e irripetibile di quel clima: per Pavese, una tensione mitica tutta interiore, di sofferenza intima, segreta, che trasfondeva il suo fuoco a vicende della vita cittadina di tutti i giorni, a un linguaggio parlato gergale; per Vittorini una tensione tutta spinta verso l’esterno, verso l’invenzione di figure mitiche del nostro tempo, d’un linguaggio carico d’un mordente nuovo sulla realtà. L’opera creativa di Cesare Pavese, una serie di brevi romanzi che sono il ciclo narrativo più denso e drammatico dell’Italia moderna, è stata interrotta dalla morte dell’autore, suicida nel 1950. L’opera creativa di Elio Vittorini – che è stato soprattutto l’autore d’un romanzo che possiamo considerare il manifesto della nuova letteratura, Conversazione in Sicilia (scritto tra il 1937 e il 1939) – è interrotta da un lungo silenzio dell’autore che da diversi anni interviene soltanto in funzione critica e come scopritore di nuovi scrittori.

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To trace my literary generation's trajectory, however, we must begin not with ideology but literature itself. Emerging from essentially literary roots, we found ourselves swept into Italy's extraordinary spiritual awakening during and after the Resistance – that crucible of popular antifascist struggle. This raw yet miraculous period, unmatched even in Risorgimento history for collective courage and cultural renewal, made us believe in literature as living epic. It pulsed with energy both rational and visceral, collective yet autobiographical. The mythic tension animating Pavese and Vittorini's works remains that climate's most precious legacy: Pavese's inward-turning fire transmuting everyday urban language into secret suffering; Vittorini's outward thrust forging new mythic figures and reality-biting idioms. Pavese's suicide in 1950 silenced his cycle of taut modern novels – Italy's most dramatic narrative achievement. Vittorini, after his seminal 1937-39 novel Conversazione in Sicilia (our literary manifesto), retreated into critical silence, emerging only as discoverer of new voices.

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L’assenza di queste due voci dalla produzione creativa ha coinciso con la fine d’un clima generale della letteratura italiana del dopoguerra. Bisogna dire che in questo clima le poche voci di veri scrittori furono soverchiate da una fiumana di libri grezzi, di voci anonime, di testimonianze sulle esperienze più crude, di nudi documenti della vita popolare, di tentativi letterari immaturi, di bozzetti naturalistici regionali, di una retorica popolaresca che si sovrapponeva alla realtà: tutti questi aspetti, buoni e cattivi insieme, caratterizzarono quello che è stato chiamato il neorealismo italiano, e che fu, pur con tutti i suoi difetti, un’epoca letteraria piena di vita, che coincide all’ingresso col primo decennio o forse solo col primo quinquennio del dopoguerra. Tra i suoi frutti migliori ricorderemo, per esempio, i racconti napoletani di Domenico Rea. Se questa ondata di vitalità popolare si è fermata lo si deve un po’ al cambiamento di clima storico e un po’ anche a un bisogno d’approfondimento che si è fatto vivo nei giovani scrittori.

544

The fading of these two creative forces marked the end of postwar Italian literature's first climate. We must acknowledge that era's paradox: scattered genuine voices drowned in a flood of crude testimonies – anonymous chronicles of popular life, immature experiments, regional sketches, and folksy rhetoric overlaying reality. This messy vitality, for better and worse, defined Italian Neorealism. Among its finest fruits: Domenico Rea's Neapolitan stories. The movement's decline stemmed both from historical shifts and young writers' need for deeper reflection.

545

Eccoci dunque ad oggi: come si configurano oggi le vie di sviluppo della letteratura italiana, e più particolarmente nel campo che mi è più familiare, nel romanzo?

545

So we arrive at today's question: How is Italian literature – particularly the novel, my primary terrain – currently evolving?

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Direi che sono presenti tre principali correnti, tutte e tre con radici profonde nella tradizione italiana, e tutte e tre che proseguono e trasformano l’iniziale spinta epica della letteratura della Resistenza; e sono tre vie di soluzione in un momento di prospettive storiche incerte.

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I discern three main currents, all deeply rooted in tradition yet transforming the Resistance literature's initial epic impulse. They represent solutions forged in an age of uncertain historical prospects.

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La prima via potrei definirla quella del ripiegamento dell’epica nell’elegia, ossia nell’approfondimento sentimentale e psicologico in chiave di malinconia. È una situazione tradizionale nella letteratura italiana, a cui essa viene spinta nei momenti di riflusso della nostra storia, trovando talvolta su questa via una maggiore verità. Nel caso attuale possiamo definirla un’elegia quotidiana, prosastica, senza aloni lirici e sublimi, e qui sta la sua forza. È significativo intanto il fatto che l’unico scrittore italiano d’oggi la cui opera si configura come una «commedia umana» popolare, come un’epopea dei quartieri poveri di Firenze, Vasco Pratolini, è (se i volumi che seguiranno a Metello non smentiranno questa immagine) uno scrittore di natura sentimentale, idillica, elegiaca.

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The first path converts epic into elegy – a psychological deepening through melancholy's key. This traditional Italian response to historical ebb tides occasionally achieves greater truth. Our present version prosaically inhabits daily life, drawing strength from rejecting lyrical sublimation. Tellingly, Vasco Pratolini – sole contemporary author attempting a Balzacian "human comedy" through Florence's working-class epics – remains (unless future volumes of his Metello cycle prove otherwise) fundamentally an elegiac, idyllic writer by nature.

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Questa vena si fa più esplicita in un altro scrittore toscano, Carlo Cassola. Il suo racconto più bello: Il taglio del bosco, è la storia d’un carbonaio che, da poco rimasto vedovo, va con una squadra di compagni a tagliare un bosco nell’Appennino: ed è una nuda cronaca di giornate di lavoro, ma sotto, implicita, quasi taciuta, c’è sempre la sensazione d’un dolore assoluto, espresso con la discreta levità d’un lirico greco.

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This tendency sharpens in Tuscan writer Carlo Cassola. His masterwork The Cutting of the Woods chronicles a widowed charcoal-burner's days laboring in the Apennines. Beneath its stark work diary surface pulses absolute grief, voiced with the discreet lightness of Greek lyric poets.

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È significativo che i due più importanti scrittori italiani oggi sui quarant’anni, Carlo Cassola e Giorgio Bassani, abbiano come nota comune dei loro racconti e romanzi la malinconia della vita di provincia che si richiude sulle esistenze dopo il grande momento di verità rappresentato dalla Resistenza. Cassola è toscano di Volterra, il suo mondo è quello degli artigiani e della piccola borghesia provinciale: un mondo semplice, di semplici sentimenti, di semplici frasi della conversazione di tutti i giorni registrate con scrupolosa fedeltà. Il segreto di Cassola sta in questo tono grigio, in questo suo parlare a bassa voce, in questa sua rigorosa cronaca di giornate qualsiasi; ed è di lì che nasce il senso di disperazione e nello stesso tempo la forza che sostengono i suoi romanzi.

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It is significant that Italy's two most important writers now in their forties, Carlo Cassola and Giorgio Bassani, share a common thread in their stories and novels: the melancholy of provincial life closing back over existences after the great moment of truth represented by the Resistance. Cassola, a native of Volterra in Tuscany, inhabits the world of artisans and provincial petty bourgeoisie - a simple world of basic emotions and everyday conversational phrases recorded with scrupulous fidelity. Cassola's secret lies in this gray tone, this soft-spoken manner, this rigorous chronicle of uneventful days; from this emerges both the sense of despair and the sustaining strength underlying his novels.

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Giorgio Bassani scrive invece sempre della borghesia israelita della città di Ferrara; attraverso le loro vicende individuali e familiari, gli anni delle persecuzioni razziali dell’occupazione tedesca, della Resistenza, sono riflessi nel microcosmo d’una società provinciale e la tragedia affiora come dalla melanconia d’una vecchia fotografia sbiadita. Nel racconto Una lapide in via Mazzini, un giovane ebreo torna dal campo di sterminio tedesco e subito vuol dimenticare tutto, tornare il ragazzo benestante ed elegante che era stato, scandalizza anzi la sua città per il suo rifiuto di ricordare il passato; ma appena si accorge che è tutta la città che dimentica, che è tutta la città che vuol vivere come se quelle cose non fossero successe, ecco che tutt’a un tratto riveste la sua casacca da prigioniero e compare così per le vie domenicali ed eleganti, impone la sua immagine come quella d’un fantasma ai concittadini tornati al loro placido egoismo.

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Giorgio Bassani conversely writes exclusively about the Jewish bourgeoisie of Ferrara. Through their individual and familial vicissitudes, the years of racial persecutions under German occupation and the Resistance are refracted through the microcosm of provincial society, with tragedy emerging like the melancholy of a faded old photograph. In the story A Plaque on Via Mazzini, a young Jew returns from Nazi extermination camps and immediately seeks to forget everything, to resume being the elegant, well-off youth he once was. He scandalizes his city by refusing to remember the past - until he realizes the entire city is forgetting, wanting to live as if those events never happened. Suddenly he dons his prisoner's uniform and appears in Sunday-best streets, imposing his ghostly image upon townspeople returned to placid egoism.

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Sia in Cassola che in Bassani il romanzo nasce dal contrasto tra l’elemento epico e tragico, di tensione morale che la Resistenza ha rappresentato nelle esistenze individuali e nella storia collettiva, e l’elemento lirico, elegiaco del tempo che tutto seppellisce, addormenta, cancella; ed è questo secondo elemento il vero vincitore. Dietro a questi scrittori la voce di poeta più vicina è quella triste e classica di Umberto Saba, il suo opporre una malinconica intelligenza al male del mondo.

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Both Cassola and Bassani build their novels on the contrast between the epic, tragic element - the moral tension embodied by the Resistance in individual lives and collective history - and the lyrical, elegiac element of time that buries, numbs, erases everything. In this duel, the latter emerges as the true victor. Behind these writers resonates the closest poetic voice - the sad, classical tone of Umberto Saba, opposing melancholy intelligence to the world's evils.

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Un’intelligenza invece ottimistica in cui la malinconia è riscattata dal cosmico amore per tutte le cose è il segreto della densa e dolce prosa di Carlo Levi. Carlo Levi, primo scrittore del Nord a interpretare il Sud, ha avuto una forte influenza sulla stessa letteratura meridionale. La tradizionale vena lirica, elegiaca meridionale, che già aveva trovato voci moderne nella prosa di Corrado Alvaro e nella poesia di Salvatore Quasimodo, assume ora toni più riflessivi e raziocinanti. Questo elemento è comune a due figure di scrittori meridionali che possono dirsi opposte e i cui libri sono usciti solo dopo la loro morte: Rocco Scotellaro e Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

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A different kind of intelligence - optimistic, where melancholy is redeemed by cosmic love for all things - animates the dense, sweet prose of Carlo Levi. This northern writer who first interpreted the South has profoundly influenced southern literature itself. The traditional southern lyrical-elegiac vein, already modernized in Corrado Alvaro's prose and Salvatore Quasimodo's poetry, now assumes more reflective, rational tones. This element unites two contrasting southern writers whose works emerged posthumously: Rocco Scotellaro and Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

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Scotellaro è stato un giovane scrittore e poeta che nella sua breve vita (fu stroncato dal mal di cuore a trent’anni) ha racchiuso le varie possibilità di espressione della nostra generazione. Era un ragazzo di famiglia contadina d’un piccolo paese dell’Italia meridionale, Tricarico, aveva studiato, era diventato insieme un fine poeta, uno scrittore, un organizzatore sindacale dei contadini, uno studioso di problemi della sua terra, ed era stato eletto sindaco del suo paese. Ha lasciato un libro di versi, una impressionante raccolta di vite di contadini raccontate da loro stessi, e un romanzo incompiuto. Un romanzo incompiuto ha lasciato anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa, anziano e colto principe siciliano, di straordinaria finezza e modestia e mitezza. Il suo Gattopardo è un romanzo storico ambientato nella Sicilia al tempo del Risorgimento, un romanzo d’impianto ottocentesco ma che ha fatto proprie molte raffinate esperienze della letteratura moderna. L’anziano principe siciliano ci dice con intelligenza e finezza che non crede nel moto della storia, la sua elegia è tutta scetticismo e rinuncia. E anche Scotellaro ci racconta la storia d’una sconfitta, la sua sconfitta come sindaco dei contadini e anch’egli reclina nell’elegia della memoria, ma come cenere incandescente la sua elegia serba intatto il fuoco della sua passione morale.

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Scotellaro embodied in his brief life (cut short by heart disease at thirty) the multiple expressive possibilities of our generation. A peasant's son from Tricarico in southern Italy, he became through education both a refined poet and writer, a peasant trade union organizer, a scholar of his land's problems, and finally his village's mayor. He left a poetry collection, a striking compilation of peasant life narratives, and an unfinished novel. Similarly unfinished was the novel left by Giuseppe Tomasi di Lampedusa, an elderly, cultured Sicilian prince of extraordinary refinement and modesty. His The Leopard, a historical novel set in Risorgimento-era Sicily with nineteenth-century scaffolding, assimilates many refined techniques of modern literature. The aging Sicilian prince expresses through intelligence and subtlety his disbelief in historical progress, his elegy all skepticism and renunciation. Though Scotellaro too chronicles defeat - his failure as peasants' mayor - his elegiac memory preserves incandescent embers of moral passion.

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Accanto alla via dell’elegia, ecco invece un’altra soluzione sperimentata da altri scrittori italiani: cioè di recuperare quella tensione esistenziale e storica da cui abbiamo preso le mosse, cercandola nel linguaggio, immettendo il linguaggio popolare parlato, il dialetto, nella lingua letteraria. È una letteratura di tensione linguistica, attuata non più con la pubblicazione di rozzi testi di scrittori popolari – come pure si è tentato di fare – ma con il lavoro di lima dello scrittore colto, che usa il dialetto come un particolare mezzo espressivo, con tutte le risorse d’una consumata sensibilità formale. È anche questa una via tradizionale della letteratura italiana, che nei suoi momenti di crisi si è sempre rinnovata affondando con un taglio netto nella lingua parlata. Ma qui ci domandiamo se il ritorno a espressioni rozze e semplici e limitate come quelle del dialetto sia la giusta via per dare un’immagine del sempre più complesso mondo in cui viviamo.

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Alongside the elegiac path, other Italian writers explore different solutions: recovering the existential and historical tension of our starting point through linguistic experimentation, injecting spoken popular language and dialect into literary Italian. This literature of linguistic tension no longer relies on publishing crude texts by popular writers - though such attempts were made - but on the polished work of cultured authors using dialect as expressive medium through formal sophistication. This too represents a traditional Italian path - in moments of crisis, our literature renews itself through radical engagement with spoken language. Yet we must ask whether returning to crude, simple dialectal expressions constitutes the right path for depicting our increasingly complex world.

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Il mio giudizio è negativo in linea generale e teorica, ma questo non deve impedirci di riconoscere le singole riuscite individuali. È intanto significativo il fatto che l’eredità della prima esplosione di neorealismo grezzo e incolto è ora raccolta da uno scrittore tra i più letterati e razionali della nuova generazione: Pier Paolo Pasolini. Pasolini scrive i suoi romanzi nel dialetto o meglio nel gergo del sottoproletariato dei sobborghi di Roma, ma il suo vero interesse per questo linguaggio è quello d’un filologo e d’un sociologo linguistico, e insieme quello d’un raffinato e colto poeta lirico. Con ostinata volontà razionale, Pasolini contrappone nei suoi romanzi e soprattutto nelle sue poesie in lingua (per le quali ha resuscitato invece le forme metriche e le rime della poesia civile del nostro Ottocento) una sua idea di popolo come istintiva gioia sensuale e una sua idea di severa morale politica di riscatto sociale. Nell’una e nell’altra idea e soprattutto nella loro contrapposizione, c’è ancora una buona parte di ostinazione intellettuale e una buona parte di fervore romantico: ma anche per questo la sua figura è oggi una delle più rappresentative della giovane letteratura italiana.

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My judgment remains generally and theoretically negative, yet this should not prevent us from recognizing individual achievements. It is significant that the legacy of neorealism's initial crude and artless explosion is now being carried forward by one of the most erudite and rational writers of the new generation: Pier Paolo Pasolini. Pasolini writes his novels in the dialect or rather the jargon of Rome's suburban underclass, but his true interest in this language lies in that of a philologist and linguistic sociologist, as well as a refined and cultured lyric poet. With obstinate rational will, Pasolini contrasts in his novels – and especially in his Italian-language poetry (for which he has revived the metrical forms and rhymes of 19th-century civic poetry) – his idea of the people as instinctive sensual joy against his notion of a severe political morality of social redemption. Both these concepts, and particularly their opposition, still contain a strong dose of intellectual stubbornness and romantic fervor: yet for this very reason, his figure remains one of the most representative in contemporary Italian literature.

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Il maestro a cui Pasolini si richiama nei suoi esperimenti linguistici è uno scrittore ora già anziano, Carlo Emilio Gadda, che pur rappresenta nella letteratura italiana quasi direi l’unica punta d’avanguardia nella ricerca formale, che possa affiancarsi a consimili esempi stranieri. Il linguaggio di Gadda è la Babele, o meglio la stratificazione, di tutti i linguaggi: dialetti (milanese e romanesco soprattutto), linguaggio dell’antica tradizione letteraria, formule burocratiche, con mille modulazioni e inflessioni che paiono i virtuosismi d’un grande musicista o gli scatti d’insofferenza d’un nevrastenico. Più che a Joyce, a cui molti lo paragonano, Gadda può essere avvicinato a Rabelais. Il suo romanzo maggiore Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, a cui lavora da vent’anni, è una specie di storia poliziesca in cui tutta Roma ribolle come un immenso calderone. In modo paradossale e ossessionato, si compone in Gadda un’immagine dell’Italia d’oggi, sospesa tra umore popolaresco, tradizione, razionalità e nevrosi. In una recente conversazione alla radio sulla edilizia moderna, Gadda, che di professione è ingegnere, descriveva con la chiarezza d’un prosatore scientifico del Seicento come sono costruite le case di cemento armato e come esse non possono isolarci dai rumori, poi passava a descrivere le reazioni fisiologiche dei rumori sull’encefalo e sul sistema nervoso, ed infine esplodeva contro i rumori della vita cittadina in uno dei suoi più personali sfoghi di misantropia attraverso una serie di fuochi d’artificio verbali. Sarà in questo bizzarro e solitario e ipersensibile stilista la voce italiana che più risponde allo spirito del nostro tempo?

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The master Pasolini references in his linguistic experiments is the now elderly writer Carlo Emilio Gadda, who represents in Italian literature perhaps the sole avant-garde peak in formal experimentation comparable to foreign counterparts. Gadda’s language is Babel – or rather, the stratification of all languages: dialects (primarily Milanese and Romanesco), archaic literary traditions, bureaucratic formulas, modulated through a thousand inflections that resemble the virtuosity of a great musician or the outbursts of a neurasthenic. More than Joyce, to whom many compare him, Gadda aligns with Rabelais. His major novel Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, on which he has worked for twenty years, is a kind of detective story where all of Rome seethes like an immense cauldron. Through paradoxical and obsessive means, Gadda composes an image of contemporary Italy suspended between popular humor, tradition, rationality, and neurosis. In a recent radio discussion on modern architecture, Gadda – a professional engineer – described with the clarity of a 17th-century scientific writer how reinforced concrete buildings are constructed and why they fail to insulate us from noise, then analyzed noise’s physiological effects on the encephalon and nervous system, finally erupting against urban clamor in one of his characteristic misanthropic tirades through verbal pyrotechnics. Could this eccentric, hypersensitive stylist be the Italian voice most attuned to our time?

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Anche il nostro romanziere più famoso, Alberto Moravia, si situa adesso in questa linea di ricerca dialettale. Nei suoi Racconti romani e nell’ultimo romanzo La Ciociara, la lingua di Moravia segue con appena qualche correzione grafica la parlata dialettale romana. Ma se per Gadda e Pasolini abbiamo parlato di tensione dialettale, il dialetto di Moravia è caratterizzato all’opposto dalla mancanza di tensione, è la voce della gente pigra e abulica; e se questo è il suo limite questo è pure il suo valore: egli ci rappresenta di solito condizioni di pigrizia morale, e sa esprimere questo modo con una fredda fedeltà che è la sua grande dote.

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Even our most renowned novelist, Alberto Moravia, now positions himself within this dialectal exploration. In his Roman Tales and recent novel La Ciociara (Two Women), Moravia’s language follows Roman dialect speech with only minor orthographic adjustments. But whereas we spoke of dialectal tension for Gadda and Pasolini, Moravia’s dialect is conversely defined by its lack of tension – it voices the lazy and apathetic masses. If this constitutes his limitation, it also forms his merit: he typically portrays states of moral inertia, expressing this condition through cold fidelity that marks his great talent.

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A questo punto qualcuno di noi penserà che sia giunto il momento che io spieghi come la penso io. Eccomi giunto al punto. Accanto alle due vie che ho descritto, quella elegiaca e quella dialettale, possiamo raggruppare altri scrittori in una terza corrente: quella della trasfigurazione fantastica.

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At this juncture, some may expect me to clarify my own position. Here it is. Alongside the two paths I’ve described – the elegiac and the dialectal – we can group other writers into a third current: that of fantastical transfiguration.

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Non vi parlerò dei precedenti di una sulfurea letteratura d’illuminazioni fantastiche nella letteratura italiana del nostro secolo, da Palazzeschi a Landolfi, né di esempi di una fantasia estremamente sorvegliata e razionale che possiamo trovare in opere diversissime come i primi gelidi racconti di Buzzati e i razionalmente appassionati romanzi di Elsa Morante. Qui ci si trova di fronte a scrittori troppo diversi per esser accomunati nello stesso discorso, e – se permettete – mi riferirò soltanto all’esperienza che conosco meglio, cioè la mia.

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I shall not recount the precedents of a sulphurous literature of visionary fantasy in 20th-century Italian writing, from Palazzeschi to Landolfi, nor examples of rigorously rational fantasy found in works as diverse as Buzzati’s early chilling tales and Elsa Morante’s rationally impassioned novels. These writers prove too dissimilar for collective discussion, so – with your permission – I’ll focus on the experience I know best: my own.

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Anch’io sono tra gli scrittori che hanno preso le mosse dalla letteratura della Resistenza, ma quello a cui non ho voluto rinunciare è stata la carica epica e avventurosa, di energia fisica e morale. Poiché le immagini della vita contemporanea non soddisfacevano questo mio bisogno, mi è venuto naturale di trasferire questa carica in avventure fantastiche, fuori dal nostro tempo, fuori dalla realtà. Un signore del Settecento che passa la vita arrampicato sugli alberi, un guerriero spezzato in due da una palla di cannone che continua a vivere dimezzato, un guerriero medievale che non esiste ma è solo un’armatura vuota. Perché? Da tutto il mio discorso avrete capito che l’azione mi è sempre piaciuta più dell’immobilità, la volontà più della rassegnazione, l’eccezionalità più della consuetudine.

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I too am among the writers who began with Resistance literature, but what I refused to relinquish was the epic and adventurous charge of physical and moral energy. As contemporary life’s images failed to satisfy this need, I naturally transferred this energy into fantastic adventures outside our time and reality. An 18th-century gentleman spending his life climbing trees, a knight split in two by a cannonball who continues living halved, a medieval warrior who doesn’t exist but is merely an empty suit of armor. Why? From my entire discourse you’ll have gathered that I’ve always preferred action to stasis, willpower to resignation, exceptionality to routine.

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Anch’io ho scritto e scrivo storie realistiche. Le mie prime novelle e il mio primo romanzo trattavano della guerra partigiana: era un mondo colorato, avventuroso, dove la tragedia e l’allegria erano mescolate. La realtà intorno a me non mi ha più dato immagini così piene di quell’energia che mi piace d’esprimere. Di scrivere storie realistiche non ho mai smesso, ma per quanto io cerchi di dar loro più movimento che posso e di renderle deformi attraverso l’ironia e il paradosso, mi riescono sempre un po’ troppo tristi; e sento il bisogno allora nel mio lavoro narrativo di alternare storie realistiche a storie fantastiche.

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I too have written – and still write – realistic stories. My early tales and first novel dealt with the partisan war: a colorful, adventurous world where tragedy and joy intermingled. The reality around me no longer provided images so saturated with the energy I wish to express. Though I never ceased writing realistic stories, however much I try to inject movement and distort them through irony and paradox, they always emerge somewhat too mournful; thus I feel compelled to alternate realistic narratives with fantastic ones in my work.

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Ho anche studiato le fiabe popolari, e ho pubblicato una raccolta di fiabe italiane di tutte le regioni. Mi interessa della fiaba il disegno lineare della narrazione, il ritmo, l’essenzialità, il modo in cui il senso d’una vita è contenuto in una sintesi di fatti, di prove da superare, di momenti supremi. Così mi sono interessato del rapporto tra la fiaba e le più antiche forme di romanzo, come il romanzo cavalleresco del Medioevo e i grandi poemi del nostro Rinascimento.

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I’ve also studied folktales, publishing a collection of Italian tales from all regions. What interests me in the folktale is its linear narrative design, rhythm, essentiality, the way life’s meaning is condensed into a synthesis of events, trials to overcome, and supreme moments. This led me to explore connections between folktales and ancient novelistic forms like medieval chivalric romances and our Renaissance epics.

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Tra tutti i poeti della nostra tradizione, quello che sento più vicino e nello stesso tempo più oscuramente affascinante è Ludovico Ariosto, e non mi stanco di rileggerlo. Questo poeta così assolutamente limpido e ilare e senza problemi, eppure in fondo così misterioso, così abile nel celare se stesso; questo incredulo italiano del Cinquecento che trae dalla cultura rinascimentale un senso della realtà senza illusioni, e mentre Machiavelli fonda su quella stessa nozione disincantata dell’umanità una dura idea di scienza politica, egli si ostina a disegnare una fiaba…

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Among all the poets of our tradition, the one I feel closest to and yet most obscurely fascinating is Ludovico Ariosto, whom I never tire of rereading. This poet, so absolutely limpid and cheerful and untroubled, yet ultimately so mysterious, so skilled at concealing himself; this skeptical Italian of the sixteenth century who derives from Renaissance culture a sense of reality stripped of illusions, and while Machiavelli founds upon this same disenchanted notion of humanity a harsh idea of political science, Ariosto persists in weaving a fairy tale...

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Senza volerlo, mi accadde fin dagli inizi, mentre mi ponevo come maestri i romanzieri dell’appassionata e razionale partecipazione attiva alla Storia, da Stendhal a Hemingway e a Malraux, di trovarmi verso di loro nell’atteggiamento (non parlo si capisce di valori poetici ma solo d’atteggiamento storico e psicologico) in cui Ariosto si trovava verso i poemi cavallereschi: Ariosto che può vedere tutto soltanto attraverso l’ironia e la deformazione fantastica ma che pure mai rende meschine le virtù fondamentali che la cavalleria esprimeva, mai abbassa la nozione di uomo che anima quelle vicende, anche se a lui ormai pare non resti altro che tramutarle in un gioco colorato e danzante. Ariosto così lontano dalla tragica profondità che un secolo dopo avrà Cervantes, ma con tanta tristezza pur nel suo continuo esercizio di levità ed eleganza; Ariosto così abile a costruire ottave su ottave con il puntuale contrappunto ironico degli ultimi due versi rimati, tanto abile da dare talora il senso d’una ostinazione ossessiva in un lavoro folle; Ariosto così pieno d’amore per la vita, così realista, così umano…

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Unintentionally, from my very beginnings—even as I took as my masters novelists of passionate and rational engagement with History, from Stendhal to Hemingway and Malraux—I found myself adopting toward them the stance (I am not speaking, of course, of poetic values but only of historical and psychological posture) that Ariosto held toward chivalric epics: Ariosto, who could view everything solely through irony and fantastical distortion yet never diminished the fundamental virtues chivalry expressed, never lowered the conception of humanity animating those tales, even if to him it now seemed these could only be transmuted into a colorful, dancing game. Ariosto, so distant from the tragic depth Cervantes would achieve a century later, yet carrying such sorrow beneath his continuous exercise of levity and elegance; Ariosto, so adept at building octave upon octave with the punctual ironic counterpoint of the final rhyming couplets, so skillful that at times he gives the impression of an obsessive, almost mad persistence in his craft; Ariosto, so full of love for life, so realist, so human...

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È evasione il mio amore per l’Ariosto? No, egli ci insegna come l’intelligenza viva anche, e soprattutto, di fantasia, d’ironia, d’accuratezza formale, come nessuna di queste doti sia fine a se stessa ma come esse possano entrare a far parte d’una concezione del mondo, possano servire a meglio valutare virtù e vizi umani. Tutte lezioni attuali, necessarie oggi, nell’epoca dei cervelli elettronici e dei voli spaziali. È un’energia volta verso l’avvenire, ne sono sicuro, non verso il passato, quella che muove Orlando, Angelica, Ruggiero, Bradamante, Astolfo…

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Is my love for Ariosto mere escapism? No, he teaches us how intelligence thrives precisely—and above all—on imagination, irony, and formal precision, how none of these qualities exist for their own sake but can instead form part of a worldview, can serve to better evaluate human virtues and vices. All lessons urgently needed today, in the age of electronic brains and space flights. The energy driving Orlando, Angelica, Ruggiero, Bradamante, Astolfo... is one oriented toward the future, I am certain, not the past.

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Pavese: essere e fare

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Pavese: Being and Doing

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Commemorazione di Pavese alla Casa della Cultura di Milano, il 26 novembre 1960. Pubblicato su «L’Europa letteraria», I, n. 5-6, dicembre 1960, insieme a uno scritto di Giansiro Ferrata, per il decimo anniversario della morte dello scrittore.

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Commemoration of Pavese at the Casa della Cultura in Milan, November 26, 1960. Published in «L’Europa letteraria», I, no. 5-6, December 1960, alongside an essay by Giansiro Ferrata, marking the tenth anniversary of the writer’s death.

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A dieci anni dal 1950, possiamo tentare una definizione. Il senso dell’operazione poetica e morale di Pavese sta nel faticoso passaggio tra due modi di essere al mondo: partendo da un dato di passività e anonimità esistenziale, arrivare a far sì che tutto ciò che viviamo sia autocostruzione, coscienza, necessità. Operazione poetica e morale, diciamo. In quanto poetica, essa vorrà dire uscire da una concezione di creazione come abbandono alla confessione lirica o al piacere del gusto compositivo o della ricognizione naturalistica del mondo esterno, per giungere attraverso un’ardua via d’esclusioni e riduzioni a immagini che siano noccioli d’esperienza insostituibili, comunicazioni assolute su tutti i livelli. Come scelta creativa questo vorrà dire scavare nella quotidianità di immagini grige, di presenze senza volto, di grezzo e sbadato parlare, quale si presenta nell’impoetica città industriale, nell’impoetico Piemonte agricolo e paesano, finché non se ne cava uno spazio e un colore interno alla pagina, un sistema di rapporti che acquista spessore, un linguaggio calibrato. Insomma: uno stile. Stile – e già parlare di stile suona come un discorso invecchiato, perché tra le cose che paiono esser morte in questi dieci anni è il concetto di stile, nella pratica e nella problematica letteraria e artistica – stile non è sovrapposizione d’una cifra e d’un gusto, ma scelta d’un sistema di coordinate essenziali per esprimere il nostro rapporto col mondo. Costruire uno stile nell’espressione poetica come nella coscienza morale fu il compito che Pavese si prefisse, perché comune ad entrambi i piani fu l’operazione che egli condusse, di riduzione e di scelta e approfondimento all’interno d’un dato di partenza grezzo e sordo e negativo.

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Ten years after 1950, we may attempt a definition. The essence of Pavese’s poetic and moral operation lies in the laborious passage between two modes of being in the world: moving from a state of existential passivity and anonymity toward ensuring that everything we experience becomes self-construction, consciousness, necessity. A poetic and moral operation, we might say. As a poetic endeavor, this would mean transcending a conception of creation as surrender to lyrical confession, to the pleasure of compositional flair, or to naturalistic reconnaissance of the external world—instead arriving, through an arduous path of exclusions and reductions, at images that become irreducible kernels of experience, absolute communications across all levels. As a creative choice, this entails excavating the gray quotidian of industrial cities, the unpoetic agrarian Piedmontese countryside—images of faceless presences, of crude and careless speech—until one extracts a spatial and chromatic depth within the page, a system of relationships gaining substance, a calibrated language. In short: a style. Style—and even speaking of style now sounds antiquated, for among the casualties of these past ten years is the very concept of style in literary and artistic practice and discourse—style is not the superimposition of a signature or aesthetic, but the selection of an essential coordinate system to express our relationship with the world. To construct a style in poetic expression as in moral consciousness was the task Pavese set himself, for the operation he conducted—of reduction, selection, and deepening within a raw, mute, negative starting point—was common to both planes.

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Pavese non era poeta per natura né per grazia; la prima immagine di lui che ci consegnano gli scritti giovanili o che fa da presupposto autobiografico agli scritti maturi è quella d’un giovane il cui travaglio non si distingue dal travaglio comune all’età, alla condizione sociale e all’epoca, se non per una ostinazione nell’autodefinirsi. Quando egli riuscì ad esprimere, – cioè a guardare dal di fuori, senza lirismo, – questa immagine di se stesso, ne fece una delle immagini sue in cui oggi meglio riconosciamo un sapore tipico di quel tempo: una gioventù che soffre il fatto d’esser giovane più di quanto non lo goda, le brigate di giovani di città, che camminano a piedi, solitari, nottambuli a vuoto, cui l’inesperienza, la mancanza di quattrini, la non appartenenza a una società ben definita, la mancanza di prospettive, sembrano far brancolare in un vuoto incolore e insapore. Accanto a questo termine ce n’è sempre in Pavese un altro, il vagheggiamento di come si dovrebbe essere, ma sempre con una certa imprecisione volontaristica: l’uomo pratico, che ci sa fare, che sa il male e il bene della vita, dal cugino dei Mari del Sud ad Amelio il motociclista, o le donne risolute e un po’ maschili, o il mondo della politica operaia clandestina: ma si tratta sempre d’un dato esterno, d’un traguardo da raggiungere, e pure d’un omaggio alla letteratura dell’epica fattiva, di Defoe e Melville e Whitman e via via fino ai duri provinciali di quel Middle West che poteva anche essere Piemonte. Quel che Pavese vuole rappresentare davvero è il cammino di chi questa durezza, – questo stile, – ha ancora da conquistarsela, e forse non sarà nella applicazione pratica che la conquisterà ma solo nel modo di essere. Forse il vero ideale pavesiano è chi ha tutta la triste saggezza di chi sa e la sicura autosufficienza di chi fa: come Clelia, la modista di Tra donne sole. Ma in genere nelle narrazioni di Pavese, imparare vuol dire imparare anche e soprattutto come si soffre, come ci si comporta di fronte alle ferite che si ricevono; e chi non ha imparato soccombe.

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Pavese was not a poet by nature or by grace; the initial image of him conveyed by his early writings, or serving as the autobiographical premise of his mature works, is that of a young man whose struggles differ from the common tribulations of youth, social condition, and era only in his obstinate self-definition. When he succeeded in expressing—that is, in observing from without, without lyricism—this image of himself, he shaped one of those figures in which we now best recognize the distinctive flavor of that time: a youth that suffers the fact of being young more than they enjoy it, those bands of urban adolescents wandering on foot, solitary nocturnal drifters, for whom inexperience, lack of means, absence of defined social belonging, and dearth of prospects seem to leave them groping in a colorless, flavorless void. Alongside this element, there is always in Pavese another: the yearning for how one ought to be, yet perpetually tinged with a certain voluntaristic vagueness—the practical man who knows his way around life’s evils and goods, from the cousin in Mari del Sud to Amelio the motorcyclist, or resolute, slightly masculine women, or the world of clandestine workers’ politics. Yet these remain external data, goals to be reached, even as homages to the literature of active epic—from Defoe and Melville and Whitman down to the hard-bitten provincials of a Middle West that could just as well be Piedmont. What Pavese truly aims to represent is the journey of those who must still conquer this toughness—this style—and who may attain it not through practical application but through their mode of being. Perhaps the true Pavesean ideal is one who possesses all the sorrowful wisdom of the knowing and the self-sufficient assurance of the doer: like Clelia, the dressmaker in Tra donne sole. Yet generally in Pavese’s narratives, to learn means learning above all how to suffer, how to comport oneself in the face of life’s wounds; and those who fail to learn succumb.

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D’altronde quel che la letteratura può insegnarci non sono i metodi pratici, i risultati da raggiungere, ma solo gli atteggiamenti. Il resto non è lezione da trarre dalla letteratura: è la vita che deve insegnarlo. Ma non è da dire che anche sul piano dell’esempio pratico, della lezione di vita, l’immagine di Pavese non ci soccorra. Troppo si parla d’un Pavese alla luce del suo gesto estremo e troppo poco alla luce della battaglia vinta giorno per giorno sulla propria spinta autodistruttiva. La morale dei suoi classici, la morale del fare, Pavese riuscì a renderla operante anche nella propria vita, nel proprio lavoro, nella partecipazione al lavoro degli altri. Per noi che lo conoscemmo negli ultimi cinque anni della sua vita, Pavese resta l’uomo dell’esatta operosità nello studio, nel lavoro creativo, nel lavoro dell’azienda editoriale, l’uomo per cui ogni gesto, ogni ora aveva una sua funzione e un suo frutto, l’uomo la cui laconicità e insocievolezza erano difesa del suo fare e del suo essere, il cui nervosismo era quello di chi è tutto preso da una febbre attiva, i cui ozi e spassi parsimoniosi ma assaporati con sapienza erano quelli di chi sa lavorare duro. Questo Pavese non è men vero dell’altro, del Pavese negativo e disperato, e non è solo consegnato ai ricordi degli amici, e a un’attività al di fuori delle pagine scritte; era quello l’uomo che «faceva», l’uomo che scriveva i libri; i libri della maturità portano questo segno di vittoria e addirittura di felicità, sia pur sempre amara. C’è pure una storia della felicità di Pavese, d’una difficile felicità nel cuore della tristezza, d’una felicità che nasce con la stessa spinta dell’approfondirsi del dolore, fin che il divario è tanto forte che il faticoso equilibrio si spezza.

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Yet what literature can teach us are not practical methods or achievable results, but rather attitudes. The rest is not a lesson to be drawn from literature: life itself must teach that. But it cannot be denied that even on the plane of practical example, of life lessons, Pavese's image comes to our aid. Too often we speak of Pavese in the shadow of his final act and too seldom in the light of the daily battles won against his self-destructive impulses. The morality of his literary classics, the morality of doing, Pavese managed to render operative even in his own life, his own work, his participation in collective labor. For those of us who knew him during the last five years of his life, Pavese remains the man of meticulous industry in study, creative work, and publishing house labor - the man for whom every gesture, every hour held its function and fruit, whose laconicism and unsociability shielded his doing and being, whose nervous energy belonged to one wholly consumed by active fervor, whose sparingly measured leisure - savored with wisdom - belonged to one who knows hard work. This Pavese is no less real than the other, the negative and desperate Pavese. Nor is he confined to friends' memories or extracurricular activities; this was the man who "did," the man who wrote books. The works of his maturity bear this mark of victory and even happiness, however perpetually bitter. There exists a history of Pavese's happiness - of a difficult joy at the heart of sorrow, a joy born from the same impulse that deepened his pain, until the divergence grew so acute that the labored equilibrium shattered.

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La lezione dell’autocostruzione pavesiana – come ce la pongono i libri e la vicenda umana – che pur avrebbe ambito d’implicare una conquista pratica, una trasformazione dei termini della propria battaglia, una vittoria sulla negatività, ha la vera attuazione sul piano della coscienza interna di ciò che si vive, nel riuscire a vivere qualcosa anziché esser vissuto da qualcosa, pur anche se questo qualcosa non muta. L’acquisizione pavesiana che conta è quella della consapevolezza, anche se dovessimo considerarla la sola, anche se dalle notizie esteriori della sua vita e della sua morte dovessimo inferire che per lui nulla era mutato nei termini del suo dramma. La sua morale, il suo «stile», non fu per lui una corazza esterna contro il dolore: fu un ferreo guscio interno, per poter contenere il dolore come il fuoco d’una fornace.

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The lesson of Pavese’s self-construction - as presented through both his works and human trajectory - while aspiring to imply practical conquest, a transformation in the terms of one’s struggle, a victory over negativity, finds its true realization on the plane of internal consciousness regarding lived experience. It resides in succeeding to live something rather than being lived by something, even if that something remains unchanged. The essential Pavesean acquisition is that of awareness, even were we to consider it his sole attainment, even if from external accounts of his life and death we must infer that for him, nothing had altered in the terms of his drama. His morality, his "style," was not an external armor against pain: it became an ironclad inner shell to contain suffering like the fire of a furnace.

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Già tutto il programma d’un’opera e d’una vita è deciso in una delle prime pagine del diario (20 aprile 1936). «La lezione è questa: costruire in arte e costruire nella vita, bandire il voluttuoso dall’arte come dalla vita, essere tragicamente.» Qui è il tema dell’opera creativa di Pavese come della sua ricerca teorica; e qui è pure il tema del diario: contrapposizione del vivere tragico al vivere voluttuoso. Cosa è il «vivere voluttuoso»? Cerchiamo di definirlo con le sue parole: «è considerare gli stati d’animo quali scopo a se stessi…, è abbandonarsi alla sincerità, annullarsi in qualcosa di assoluto…, è vivere a scatti, senza sviluppo e senza principî…» E che cosa è l’«essere tragicamente»? La definizione di Pavese in quella pagina pare riguardi solo la freddezza utilitaria del poeta che dà senso allo stato d’animo accettandolo in vista della sua universalizzazione poetica (come doveva apparire al giovane cui riuscire in un’opera di poesia sembra ancora un eroismo sovrumano, un miracolo di concentrazione morale), ma è chiaro che possiamo allargare il concetto: essere tragicamente vuol dire condurre il dramma individuale – anziché spenderlo come moneta spicciola – a una forza concentrata che impronti di sé ogni tipo d’azione, d’opera, ogni fare umano, vuol dire trasformare il fuoco d’una tensione esistenziale in un operare storico, fare della sofferenza o della felicità privata, queste immagini della nostra morte (ogni felicità individuale, in quanto porta in sé la sua fine, ha una controparte di dolore), degli elementi di comunicazione e di metamorfosi, cioè delle forze di vita.

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The entire program for a life's work is already decided in one of the diary's earliest pages (April 20, 1936). "The lesson is this: to construct in art and construct in life, banish the voluptuous from art as from life, to exist tragically." Here lies the theme of Pavese's creative work as well as his theoretical research; and here too lies the diary's central motif: the opposition between tragic living and voluptuous living. What is "voluptuous living"? Let us define it through his words: "it is considering emotional states as ends in themselves..., abandoning oneself to sincerity, dissolving into something absolute..., living in fits and starts, without development or principles..." And what is "existing tragically"? Pavese's definition in that page seems to concern only the utilitarian coldness of the poet who gives meaning to emotional states by accepting them as vehicles for poetic universalization (as might appear to the young man for whom poetic achievement still seemed superhuman heroism, a miracle of moral concentration). But we can broaden the concept: to exist tragically means to channel individual drama - rather than spending it like petty cash - into a concentrated force imprinting every form of action, work, human doing. It means transforming the fire of existential tension into historical operation, transmuting private suffering or happiness - these intimations of our mortality (all individual happiness, containing within itself its own end, bears a counterpart of pain) - into elements of communication and metamorphosis, that is, into life-forces.

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Se confrontiamo il diario di Pavese all’altro importante documento contemporaneo d’un itinerario interiore, il diario di André Gide, vediamo che l’operazione di Gide si muove nel senso diametralmente opposto. Gide parte da un lato di singolarità individuale perfettamente costruita nel suo guscio di cultura e di ragione, di classicità insomma, per raggiungere una identificazione con il flusso spontaneo della vita, per toccare uno stato d’indeterminazione dove sia possibile captare volta a volta ogni aspetto della varietà del mondo, dove la sincerità non sia più dolorosa, dove neppure il dolore faccia attrito.

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If we compare Pavese's diary with another crucial contemporary document of inner journeying - André Gide's journals - we see Gide's operation moving in diametrically opposite directions. Gide starts from an individuality perfectly constructed within its shell of culture and reason, of classicism, seeking to achieve identification with life's spontaneous flow, to attain a state of indetermination where every aspect of worldly variety might be captured, where sincerity ceases to wound, where not even pain creates friction.

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Quella di Gide e quella di Pavese sono le due vie che la letteratura moderna propone al nostro atteggiamento conoscitivo e pratico. L’una di identificazione col tutto, d’abbandono al fluire vitale e cosmico; l’altra di scelta e di attrito, di riduzione all’osso, di trasferimento di valori dell’essere nel fare, dalla vita nell’opera, dall’esistenza nella storia.

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Gide's path and Pavese's represent the two routes modern literature proposes for our cognitive and practical orientation. One of identification with the All, abandonment to vital and cosmic flux; the other of choice and friction, reduction to bare bones, transfer of being's values into doing, from life into work, from existence into history.

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Pavese appartiene a una stagione della cultura mondiale tesa a integrare l’esperienza esistenziale con l’etica della storia. Una stagione di cui la morte dello scrittore piemontese pare segnare un limite cronologico. Difatti, dobbiamo dire che in questi dieci anni, se la fortuna di Pavese ha continuato ad allargarsi, le possibilità d’influsso della sua lezione sulla letteratura contemporanea paiono essersi rapidamente ristrette. Il cammino della coscienza letteraria e artistica pare oggi svolgersi tutto dalla parte di Gide. Ma dieci anni sono una misura che può essere anche trascurabile: la storia della letteratura è fatta di discorsi che paiono interrotti e poi vengono inaspettatamente ripresi, di appuntamenti procrastinati. Oggi i termini del discorso di Pavese sembrano allontanati, anche nelle sue componenti di ricerca formale, prima di tutto l’ostinazione ascetica dello stile. Ma questo vuol dire solo che la sua presenza tornerà a farsi sentire tra non molto attraverso lo schermo dell’allontanamento prospettico dell’epoca, e questo basterà a riproporcelo in una nuova vicinanza, e vi potremo vedere più cose, come sempre quando riusciamo a riaccostare un autore staccandolo dalla contemporaneità, illuminandolo con la luce di un tempo che è stato ma non è già più il nostro.

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Pavese belongs to a season of world culture intent on integrating existential experience with the ethics of history. A season whose chronological limit appears marked by the Piedmontese writer's death. Indeed, we must acknowledge that in these ten years, while Pavese's reputation has continued to expand, the potential influence of his lesson on contemporary literature seems to have rapidly diminished. The trajectory of literary and artistic consciousness now appears to unfold entirely within Gide's domain. Yet ten years is a span that may prove negligible: literary history consists of discourses seemingly interrupted only to be unexpectedly resumed, of appointments postponed. Today, the terms of Pavese's discourse seem distant, even in their formal research components - primarily his ascetic stylistic obstinacy. But this simply means his presence will soon reassert itself through the screen of historical perspective, bringing him into renewed proximity where we'll discern more dimensions, as always occurs when we reconnect with an author by distancing them from contemporaneity, illuminating them with the light of an era that was but is no longer ours.

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L’attenzione dei pavesisti si è in questi ultimi anni accentrata più che sulle opere, sulla ricostruzione della figura di Pavese: il diario, gli inediti che egli non aveva voluto pubblicare, le pagine saggistiche, le testimonianze biografiche. Anche questo mio discorso risente di una tale polarizzazione d’interessi. È stata una fase necessaria, ma insistere sarebbe squilibrare la ragione stessa dell’interesse per questa figura. Tutta la carica di Pavese gravitava sull’opera, su ciò che dell’esperienza esistenziale e conoscitiva si fa opera compiuta, ed è sulle opere che dobbiamo riportare il fuoco della nostra lente, soprattutto su quelle che portano il segno di Pavese più completo e maturo.

577

In recent years, Pavese scholars have focused less on the works than on reconstructing Pavese's persona: the diary, unpublished writings he chose not to release, his essayistic pages, biographical testimonies. My own discourse here reflects this polarization of interest. While necessary, persisting in this approach would unbalance the very reason for engaging with this figure. Pavese's entire charge gravitated toward the work, toward what transforms existential and cognitive experience into completed opus. We must redirect our critical lens to the works themselves, particularly those bearing Pavese's most complete and mature signature.

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Sui romanzi, dunque; e se parlo dei romanzi non è per mettere in secondo piano due libri unici nella letteratura italiana, tra loro quasi direi opposti come poetica ed entrambi libri «totali» di Pavese: la raccolta di poesie Lavorare stanca e i Dialoghi con Leucò; ma perché è sulla narrativa, sull’invenzione d’un particolare genere di romanzo che Pavese ha appuntato il grosso delle sue energie. I nove romanzi brevi di Pavese costituiscono il ciclo narrativo più denso e drammatico e omogeneo dell’Italia d’oggi, e, anche – dirò per coloro che giudicano importante questo fattore – il più ricco sul piano della rappresentazione degli ambienti sociali, della Commedia Umana insomma, della cronaca di una società. Ma essi sono soprattutto testi d’uno straordinario spessore, in cui non si cessa di trovare nuovi piani, nuovi significati. Credo che tre di essi vadano messi in una posizione di risalto, La casa in collina, Il diavolo sulle colline, Tra donne sole, che corrispondono a una stagione di pienezza del lavoro di Pavese, tra il ’47 e il ’49. La casa in collina è la meditazione che nasce dal confronto tra storia e morale umana metastorica, Il diavolo sulle colline è tutto il groppo di problemi morali ed esistenziali di Pavese fatto romanzo, Tra donne sole è una esemplificazione d’atteggiamenti verso la vita. Sono tre esempi di romanzo di contenuto, di romanzo dirò addirittura ideologico, tutti espressi in una perfetta medesimezza tra tensione lirica e oggettività strutturale, in cui trionfa la tecnica pavesiana della laconicità reticente, della comunicazione indiretta, del coinvolgere il lettore nello sforzo conoscitivo e valutativo della realtà. Avete visto che ho lasciato fuori l’ultimo romanzo breve scritto da Pavese, La luna e i falò, perché oggi ho qualche dubbio che in esso la condensazione di lirismo, verità oggettiva e groppo di significati culturali si sia attuata appieno; così come ho voluto isolare quei tre romanzi brevi della maturità dai precedenti, i quali sono, pur con tutto il valore delle loro riuscite, gradini di approccio a una forma d’espressione totale.

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Let us focus on the novels - though in doing so I don't mean to diminish two unique works in Italian literature, virtually antithetical in poetics yet both representing Pavese's "total" books: the poetry collection Hard Labor and Dialogues with Leucò. Rather, because Pavese concentrated his greatest energies on narrative, on inventing a particular novelistic form. His nine short novels constitute the most dense, dramatic, and cohesive narrative cycle in contemporary Italy - and, for those who value this aspect, the richest in social panorama, in Human Comedy, in chronicling a society. But above all, they are texts of extraordinary density where new layers and meanings continually emerge. Three deserve particular emphasis: The House on the Hill, The Devil in the Hills, and Tra donne sole, products of Pavese's creative plenitude between 1947 and 1949. The House on the Hill meditates on history's confrontation with meta-historical human ethics; The Devil in the Hills novelizes the entire knot of Pavese's moral and existential concerns; Tra donne sole exemplifies life attitudes. These three demonstrate the ideological novel par excellence, each achieving perfect fusion between lyrical tension and structural objectivity through Pavese's technique of reticent concision, indirect communication, and engaging readers in reality's cognitive and evaluative labor. You'll note I've excluded Pavese's final short novel The Moon and the Bonfires, as I now doubt its full realization of condensed lyricism, objective truth, and cultural signification - just as I've distinguished these three mature works from earlier novels that, despite their merits, represent steps toward total expressive form.

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Pavese ci sollecita a un modo di lettura di cui purtroppo la letteratura contemporanea ci dà occasioni più uniche che rare: cioè vuole essere letto come si leggono i grandi tragici, che in ogni rapporto, in ogni movimento dei loro versi condensano una pregnanza di motivazioni interiori e di ragioni universali estremamente compatta e perentoria. È un modo di inserirci nel reale e viverlo e giudicarlo che abbiamo completamente perduto; e nell’averlo – per sue vie laboriose e solitarie – raggiunto, sta il valore unico di Pavese oggi nella letteratura mondiale.

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Pavese compels a mode of reading rarely afforded by contemporary literature: he demands to be read as we read great tragedians, whose every line condenses an ultra-compact pregnancy of interior motivations and universal truths. This approach to inhabiting, experiencing, and judging reality has been utterly lost; Pavese's unique value in world literature lies precisely in having achieved it through solitary, laborious paths.

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Dialogo di due scrittori in crisi

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Dialogue Between Two Writers in Crisis

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Da una conferenza letta nel marzo e aprile 1961 in varie città della Svizzera, Svezia, Norvegia, Danimarca. Inedita.

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From a lecture delivered March-April 1961 in various Swiss, Swedish, Norwegian, and Danish cities. Previously unpublished.

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Giorni fa ho incontrato un collega scrittore. Mi ha detto: – Sono in crisi –. Ho risposto: – Ah! Anche tu? Sono contento.

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Recently I met a fellow writer. He told me: "I'm in crisis." I replied: "Ah! You too? I'm glad."

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Ci vediamo di rado, io e questo amico, una volta all’anno sì e no, ma ci scriviamo ogni tanto. E sempre, per lettera e a voce, siamo di parere contrario. Lui mi dice che la letteratura del nostro secolo ha sbagliato tutto, che è una letteratura intellettualistica, arida, falsata alle radici dalle premeditazioni polemiche; mi dice che bisogna tornare ai sentimenti, all’adesione diretta alla vita dei grandi scrittori dell’Ottocento. Io gli controbatto che si deve esprimere la vita moderna, nella sua durezza, nel suo ritmo, e anche nella sua meccanicità e disumanità, per trovare le fondamenta vere dell’uomo d’oggi.

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We rarely meet, this friend and I – perhaps once a year at most – yet we correspond periodically. In both letters and conversation, we invariably hold opposing views. He tells me that 20th-century literature has erred entirely, becoming intellectualized, arid, and distorted at its roots by polemical premeditations; he insists we must return to the emotions, to the direct engagement with life characteristic of great 19th-century writers. I counter that we must express modern life in its harshness, its rhythm, even in its mechanization and dehumanization, to uncover the true foundations of contemporary humanity.

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Nella discussione siamo portati entrambi a rendere estreme le nostre posizioni: io mi accanisco soprattutto per far arrabbiare lui e anche un po’ perché credo a quello che dico, lui si accanisce ancora di più soprattutto perché crede in quello che dice, e anche un po’ per farmi arrabbiare.

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Our discussions tend to polarize our positions: I argue vehemently partly to provoke him and partly from genuine conviction; he argues even more vehemently, driven primarily by sincere belief and secondarily to provoke me in turn.

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Dunque, giorni fa incontrandomi mi disse: – Sono in crisi – e io ribattei: – Ah, bene, anche tu! – e non perché io sia così crudele da gioire delle sofferenze altrui; ma perché per uno scrittore la situazione di crisi, – quando un dato rapporto col mondo, sul quale egli ha costruito il suo lavoro, si rivela inadeguato, ed è necessario trovare un altro rapporto, un altro modo di considerare le persone, la realtà delle cose, la logica delle storie umane, – è la sola situazione che dia frutto, che permetta di toccare qualcosa di vero, che permetta di scrivere proprio quello che gli uomini hanno bisogno di leggere, anche se non si rendono conto d’averne bisogno.

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Thus, when he recently told me, "I'm in crisis," I retorted, "Ah, good – you too!" – not from cruel delight in others' suffering, but because for a writer, this state of crisis – when a given relationship with the world, upon which their work has been built, reveals itself as inadequate, necessitating a new relationship, a new way of considering people, the reality of things, the logic of human stories – is the only fertile ground. It allows touching truths that people need to read, even if unaware of this need.

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– Quando scriviamo forziamo la vita, per moralismo o per intellettualismo, il che è lo stesso, – diceva il mio amico. – Tutti: anch’io, costringiamo i nostri personaggi a comportamenti assurdi –. Era un’ammissione strana per il mio interlocutore, che al contrario è famoso per l’estrema semplicità della sua scrittura, per i sentimenti modesti, quotidiani, mai forzati dei suoi personaggi.

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"When we write, we distort life through moralism or intellectualism – which amount to the same," my friend contended. "All of us – myself included – force our characters into absurd behaviors." This admission surprised me, coming from one renowned for his writing's extreme simplicity and characters' modest, unforced everyday emotions.

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– Assurdi, l’hai detto. È così che si deve fare, – rispondevo io. – Rappresentare la vita del nostro tempo vuol dire portare alle estreme conseguenze quello che in essa è implicito, sviluppare tutti i nodi drammatici, magari fino alla tragedia –. L’amico mi rivolse un’occhiata storta, e io sapevo quello che pensava: che per vedere il lato tragico della vita io non ho mai dimostrato molta disposizione, che la mia vocazione è piuttosto la deformazione grottesca, o magari comica della realtà.

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"Absurd – you said it. That's precisely how it must be done," I countered. "To represent our era's life means pushing its implicit contradictions to extremes, developing all dramatic tensions, even to the point of tragedy." My friend shot me a sidelong glance. I knew his thoughts: that I've never shown much inclination for tragedy, that my vocation leans rather toward grotesque or even comic distortion of reality.

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Ma non lo disse. Seguiva un suo filo: – Alla tragedia, – disse, – si arriva solo con un’adesione totale alla vita, alla realtà umana, un’adesione gioiosa, senza riserve, senza nessuna delle nostre polemiche intellettuali. Non può darsi tragedia senza il senso della felicità. Riusciremo a essere veramente tragici solo se riusciremo a esprimere la gioia di vivere dell’umanità –. Questo elogio del piacere di vivere veniva pronunciato dal mio interlocutore in tono grave, come suo solito. Egli è un uomo cupo, melanconico, che non sorride mai.

589

But he held his tongue, pursuing his own thread: "Tragedy," he said, "can only emerge from total adherence to life, to human reality – a joyful adherence without reservations or intellectual polemics. There can be no tragedy without a sense of happiness. We'll achieve true tragedy only by expressing humanity's joy of living." This paean to life's pleasures was delivered in his customary grave tone. He is a somber, melancholic man who never smiles.

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– Ma la vita è terribile! – protestavo io, scoppiando a ridere.

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"But life is terrible!" I protested, bursting into laughter.

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Ci guardammo intorno. Ci eravamo dati appuntamento in un luogo che non è consueto né a lui né a me: uno dei caffè di via Veneto, a Roma, la strada che è diventata famosa per la «dolce vita» internazionale, e dove tutto sa di imbecillità e di noia, luogo dove s’intrecciano gli scandali brillanti e tutto invece sembra insapore e lontano dai sensi, come un limbo innocente e funereo, un paese dei morti, dai colori illusoriamente allegri. Parlavamo della tragedia e della felicità, e intorno avevamo questo scenario di finta gioia di vivere, di finta eccitazione, di finta ricchezza; un fiume d’auto immobilizzate dal solito ingorgo del traffico impazziva a frizione schiacciata in un concerto di clackson, le donne più belle del mondo andavano incontro ad amori stolti, le vetrine esponevano merci inutilmente perfette.

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We glanced around. We'd chosen an uncharacteristic meeting place: one of Via Veneto's cafés in Rome, the street made famous by international "dolce vita," where everything reeks of imbecility and boredom – a limbo of innocuously funereal cheer, its bright colors illusory, where glittering scandals intertwine yet everything feels insipid and sensually remote. We discussed tragedy and happiness against this backdrop of counterfeit joie de vivre, counterfeit excitement, counterfeit wealth – a river of cars immobilized in habitual traffic chaos blaring horns, the world's most beautiful women pursuing foolish romances, shop windows displaying pointlessly perfect merchandise.

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Sotto di noi si spalancava un abisso vuoto. E lì seduto, in quel pomeriggio romano, con questo scrittore, che si chiama Carlo Cassola, l’autore di Fausto e Anna e di La ragazza di Bube, lo scrittore che in mezzo a questa nostra Italia che esplode d’euforia e di modernità, continua a scrivere magre e austere storie provinciali di sottile malinconia.

592

Beneath us yawned an empty abyss. There we sat on that Roman afternoon – myself and this writer named Carlo Cassola, author of Fausto e Anna and La ragazza di Bube, who amidst Italy's explosion of euphoric modernity persists in writing spare and austere provincial tales of subtle melancholy.

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– Il nostro tempo… Riuscirà a esprimere veramente il nostro tempo chi saprà voltargli le spalle, chi cercherà le cose profonde, non le apparenti, le cose che restano, non gli aspetti passeggeri… – diceva Cassola.

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"Our time..." Cassola mused. "Those who truly express our time will be those who turn their backs on it, seeking profound rather than apparent realities, enduring truths rather than fleeting aspects..."

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– Ma bisogna viverlo, questo tempo, buttarcisi dentro, patirlo… – dicevo io.

594

"But one must live this time, plunge into it, suffer it..." I insisted.

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– No, bisogna opporgli un rifiuto, non accettare le sue ragioni, non leggere nemmeno il giornale, – diceva Cassola.

595

"No," Cassola objected. "One must reject it, refuse its reasons, not even read newspapers..."

596

E io: – La letteratura di domani sarà quella che potrà nascere da noi continuamente distratti, ansiosi, divoratori di carta stampata, innervositi dagli ingorghi del traffico stradale…

596

I countered: "Tomorrow's literature will emerge from us – perpetually distracted, anxious, devourers of print, frayed by traffic jams..."

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E Cassola: – Tutti gli scrittori in cui noi abbiamo trovato una vera immagine dei loro tempi erano invece considerati dai loro contemporanei come scrittori fuori del tempo, solo perché erano fuori dalle mode…

597

Cassola parried: "All writers who later embodied their era's true image were considered untimely by contemporaries precisely because they transcended fashion..."

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Così continuiamo a discutere, lentamente ma ostinatamente, io per far arrabbiare Cassola ma anche un po’ credendo a quello che dico, Cassola perché crede a quello che dice, ma anche un po’ per farmi arrabbiare. Poi ci separiamo, lui torna alla piccola città toscana dove fa il professore, alla sua vita tranquilla, solitaria, assorta, a leggere e rileggere i suoi classici; io torno alla grande casa editrice dell’Italia del Nord dove lavoro, a divorare il mare di carta che si stampa nel mondo spesso inutilmente, torno alla vita sempre in movimento e a nervi tesi dell’attività industriale, senza mai un minuto di pausa, di concentrazione. Lui per raggiungere eterne verità umane ritorna a raccontare i lunghi pomeriggi casalinghi delle ragazze di campagna; io per esprimere il ritmo della vita moderna non trovo di meglio che raccontare battaglie e duelli dei paladini di Carlomagno.

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Thus we debate, slowly yet obstinately – I provoking Cassola yet half-believing my arguments, Cassola believing his yet half-provoking me. Then we part: he returns to his Tuscan provincial town where he teaches, to his tranquil, solitary life of rereading classics; I return to northern Italy's major publishing house where I work, devouring the world's torrent of often futile print, to the perpetually mobile, high-strung existence of industrial productivity without pause for concentration. He pursues eternal human truths through tales of country girls' drawn-out domestic afternoons; I strive to express modernity's rhythm through battles and duels of Charlemagne's paladins.

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Chi di noi è fuori dalla realtà? O lo siamo tutti e due? O nessuno dei due lo è? L’Italia paese delle contraddizioni, l’Italia paese dai molti volti, ha tutto per essere il luogo da cui può nascere il romanzo di domani, ma ciò che possiamo dirne oggi è solo questo: il romanzo di domani sarà proprio quello che meno siamo oggi in grado di prevedere. L’Italia è oggi in parte un paese modernissimo, industrializzato, con un alto livello di benessere, in parte un paese antiquato, immobile, poverissimo. Quale situazione migliore per avere un’idea complessiva del mondo? Abbiamo insieme a portata di mano Detroit e Calcutta, tutto è ormai mescolato assieme, Nord e Sud, tecnica avanzata e aree depresse, e le ideologie più diverse convivono, si contaminano, s’abbarbicano le une alle altre. Mai forse s’era data situazione più adatta alla sintesi d’un romanziere che volesse rappresentare in tutta la sua complessità il travaglio del nostro secolo. Eppure, proprio ora, proprio qui, la domanda è questa: c’è ancora bisogno di scrivere romanzi?

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Which of us is out of touch with reality? Or are we both? Or neither? Italy - land of contradictions, Italy - country of many faces - contains everything needed to birth tomorrow's novel, yet all we can say today is this: the novel of tomorrow will be precisely what we're least able to foresee. Modern Italy is partly an ultra-modern, industrialized nation with high living standards, partly an antiquated, stagnant, impoverished land. What better situation for grasping the world's complexity? We have both Detroit and Calcutta within reach, everything now blended together - North and South, advanced technology and depressed areas, diverse ideologies coexisting, contaminating, clinging to each other. Never before has there been a setting more suited for a novelist's synthesis capturing our century's struggles. And yet, here and now, the pressing question arises: do we still need to write novels?

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Al bisogno di raccontare storie che esemplifichino i casi della nostra società, che segnino i mutamenti di costume, e mettano in linee i problemi sociali, bastano e avanzano il cinema, il giornalismo, la saggistica sociologica.

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Cinema, journalism, sociological essay-writing already suffice - and exceed - the need for stories exemplifying societal cases, marking cultural shifts, and outlining social problems.

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Il cinema ormai sa raccontare bene, sa cogliere bene l’essenziale nei rapporti sociali, descrive gli ambienti, pone e risolve problemi di comportamento pratico, di sentimenti, di morale. Certo, dobbiamo dire che l’evidenza di verità che il cinema proietta così facilmente su volti e ambienti è illusoria, che sotto i proiettori del cinema ogni verità si trasforma presto in maniera, in retorica, in menzogna. Se il cinema restringe molto il campo del romanzo non è perché in qualche modo lo valga, ma perché dove passa il cinema non può più crescere un filo d’erba. Ancora tanti scrittori insistono nello scrivere romanzi in concorrenza con i film: e non raggiungono che risultati poetici minimi. Ambienti, personaggi, situazioni che il cinema ha fatto propri non possono più essere accostati dalla letteratura: come se fossero stati rosi all’interno dalle termiti, appena gli s’avvicina la mano non ne resta che polvere.

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Cinema now tells stories effectively, captures social relations' essence, describes environments, addresses practical behavioral and moral issues. Admittedly, the cinematic projection of truth onto faces and settings is illusory - under studio lights, truth soon becomes mannerism, rhetoric, falsehood. If cinema narrows the novel's domain, it's not through equivalence but through sterilization: where cinema passes, not a blade of grass can grow. Yet many writers persist in crafting novels competing with films, achieving minimal poetic results. Settings, characters, situations claimed by cinema crumble like termite-ridden wood when literature approaches - mere dust remains at touch.

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La stampa quotidiana ed ebdomadaria segue e registra giorno per giorno i fenomeni di costume, sgrava la letteratura da quel compito di rappresentazione minuta del proprio tempo che fu suo onere e sua gioia nell’Ottocento. Ma a cosa ci porta il nostro continuo nervoso sfogliare giornali freschi d’inchiostro? Solo ad essere informati di tutto ciò che non conta. E se molti romanzieri pure ci sono ancora che si mettono in concorrenza con questa interpretazione dell’attualità sperando d’arrivare a qualcosa di più profondo, e cercano di segnare nei loro romanzi i cambiamenti del costume, le mode e la conversazione, la vita delle classi alte, vediamo che essi non vanno più in là della cronaca giornalistica d’una stagione, della registrazione quasi da magnetofono dei modi di dire, non vanno più in là d’un moralismo ambiguo, troppo complice di quello stesso mondo che pretende di castigare. Illustri esempi di romanzo mondano e pettegolo che si trasfigura in alta poesia non sono mancati, nella letteratura internazionale, proprio nel nostro secolo: ma ormai, anche su questo terreno, pare che non possa più crescere erba fresca.

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Daily and weekly press documentation relieves literature from its 19th-century burden/joy of minute temporal representation. But what does our nervous page-flipping through fresh-printed journals achieve? Only awareness of irrelevant matters. Novelists still competing with current affairs interpretation - hoping to probe deeper, marking fashion shifts, high society life - barely surpass seasonal journalism, tape-recorder-like dialogue transcription, ambiguous moralism complicit with the world it claims to chastise. International literature saw luminous examples of society novels transfigured into high poetry this very century, but even this ground now lies barren.

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Anche il «romanzo di denuncia» sui problemi sociali ha i giorni contati. La politica e l’economia ora hanno bisogno d’inchieste documentate e d’analisi basate su dati e su cifre, non di reazioni sentimentali ed emotive. Sempre più appare come una presuntuosa fatuità quella dello scrittore che pretende d’affrontare con le sue approssimazioni letterarie problemi che esigono urgentemente tutt’altro tipo di conoscenza e di studio. Ma dobbiamo pur dire che anche queste vie di conoscenza scientifica della realtà sociale restano, se considerate da sole, ben limitate e delusorie. La sociologia o si limita ad accumulare montagne di dati che non si possono sommare, cioè a riprodurre sulla carta il magma umano che cerca invano di decifrare, oppure quando propone delle definizioni sintetiche lo fa esercitando sulla realtà una forzatura non meno arbitraria di quelle che può operare la letteratura, un’esclusione di tutto ciò che non serve al convalidamento della propria tesi. Ma l’urgenza dei problemi sociali del mondo continua ad esigere l’intervento e la guida della cultura, ed è scrivendo un saggio o un’inchiesta o un pamphlet su di un problema sociale che si è portati a dare alle proprie pagine un suggello di praticità, d’immediatezza d’intervento, mentre la costruzione d’un romanzo appare un peso anacronistico, che non tien conto dell’urgenza dei compiti storici, della stessa economia delle energie. Dove l’azione è possibile, una vera passione sociale si esprime nell’azione, o nell’elaborazione di scritti e studi legati direttamente all’azione, alla pratica. Perché attardarci a scrivere un romanzo?

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The social protest novel too faces extinction. Politics and economics now demand documented inquiries and data-driven analysis, not sentimental reactions. Increasingly pretentious appears the writer claiming to address through literary approximations problems requiring urgent specialized study. Yet we must note sociology's limitations: either accumulating unsummable data-mountains reproducing indecipherable human magma on paper, or imposing thesis-driven reality distortions rivalling literature's arbitrariness. Still, global social problems demand cultural guidance - writing essays or pamphlets stamps pages with practical interventionism, while novel-writing seems anachronistic ballast ignoring historical urgency and energy economy. Where action is possible, true social passion expresses through deeds or action-linked texts. Why linger on novels?

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Insomma, se gran parte dei temi che parevano precipui del romanzo ora sono fatti propri da altri strumenti di conoscenza, nessuno di questi strumenti dà quello che la letteratura dava: però il romanzo è una pianta che non cresce sul terreno già battuto; deve trovare una terra vergine per piantare le sue radici. Il romanzo non può più pretendere d’informarci su come è fatto il mondo; deve e può scoprire però il modo, i mille, i centomila nuovi modi in cui si configura il nostro inserimento nel mondo, esprimere via via le nuove situazioni esistenziali.

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Thus, while other tools appropriate former novelistic themes, none provides literature's offerings: novels can't grow on trodden soil, needing virgin ground for roots. Novels can no longer claim to explain the world's workings, but must discover new configurations of our worldly insertion - express emerging existential situations.

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Qui soltanto forse possiamo riconoscere che la poesia non avrà mai fine, e così quel caso particolare della poesia che chiamiamo romanzo: la poesia come primo atto naturale di chi prenda coscienza di se stesso, di chi si guarda attorno con lo stupore d’essere al mondo.

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Here perhaps we recognize poetry's endlessness, and its particular case called novel: poetry as primal natural act of self-awareness, of looking round with astonishment at being in the world.

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La «belle époque» inaspettata

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The Unexpected «Belle Époque»

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«Tempi moderni», n. 6, luglio-settembre 1961. Risposta a un’inchiesta (iniziata nel n. 4) su Valori e miti nella società italiana dell’ultimo ventennio (1940-1960).

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Modern Times, no. 6, July-September 1961. Response to an inquiry (begun in no. 4) on Values and Myths in Italian Society of the Last Twenty Years (1940-1960).

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Quindici anni fa prevedevamo tutto, tranne una cosa: che il mondo sarebbe entrato in una fase di «belle époque». Adesso ci siamo dentro in pieno. C’è il boom economico, un’aria di cuccagna, ognuno bada ai suoi interessi. Quella intransigente tensione ideale che ieri animava propositi e azioni (buone o cattive che fossero) di uomini di governo e intellettuali, ora ha ceduto il posto a un modo di parlare e agire più possibilista e utilitario. Tutti, apertamente o sotto sotto, sono convinti che questa cuccagna durerà chissà quanto, anzi (e questo è tipico di ogni «belle époque») che non finirà mai. C’è sì la guerra fredda che non è finita, e continuano anche alcuni spargimenti di sangue locali, ma la gente che è al riparo li guarda come grandinate estive in un giorno di sole. C’è sì lo squilibrio tra i paesi privilegiati e quelli arretrati che s’accresce; ma l’immagine della folla stracciata e affamata fuor dalla porta del festino fa proprio parte dell’iconografia classica della «belle époque».

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Fifteen years ago, we foresaw everything except one thing: that the world would enter a phase of "belle époque." Now we are fully immersed in it. There’s an economic boom, an air of Cockaigne, everyone minds their own interests. That unyielding ideological fervor which yesterday animated the intentions and actions (whether good or bad) of statesmen and intellectuals has now given way to a more pragmatic and utilitarian mode of speech and conduct. Everyone, openly or covertly, believes this Cockaigne will last who knows how long—indeed (and this is typical of every "belle époque"), that it will never end. True, the Cold War persists, and localized bloodshed continues, but those sheltered from it view these events like summer hailstorms on a sunny day. Yes, the imbalance between privileged and underdeveloped nations grows; but the image of ragged, starving crowds outside the banquet hall has become part of the classic iconography of the "belle époque."

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Questo è ciò che è veramente cambiato in noi: non le idee o i «valori» che non c’è ragione di cambiare (la vita è già tanto breve; se uno si mette a cambiare le sue idee frantuma quel poco di continuità e di significato che la sua esistenza può avere; meglio pensare sempre in una direzione, e se è sbagliata ci saranno ben degli altri prima o poi che penseranno più giusto e renderanno «utile» il tuo errore); è che prima vedevamo la vita come qualcosa di teso e guerreggiato e spinoso in cui dovevamo esercitare la nostra scelta del bene o del male, la nostra saldezza di nervi e ragionevolezza e ironia demistificatrice, e adesso invece la vediamo come uno spettacolo nelle grandi linee prevedibile e rassicurante, di cui vorremmo godere tutti i particolari, qualcosa di comodo e ben fornito e stabile in cui sfogare la nostra fretta e ansia e rabbia. Il tempo, prima, ci pareva procedesse di grande urgenza, e noi in mezzo ad esso ci sentivamo calmi, non pensavamo mai alla nostra morte individuale, ansiosi solo di quanta parte della storia del mondo avrebbe fittamente riempito lo spazio delle nostre esistenze. Adesso che il tempo fuori di noi ci pare batta pulsazioni più rade e lente, è una fretta e scontentezza individuale che ci prende, e il pensiero degli anni della giovinezza passati d’improvviso e di tutto quel che potevamo fare e non abbiamo fatto e non faremo.

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This is what has truly changed within us—not our ideas or "values," which there’s no reason to alter (life is already so brief; if one starts changing their ideas, they shatter what little continuity and meaning their existence can hold. Better to think consistently in one direction, even if flawed; others will eventually correct us and render our errors "useful"). What has changed is that we once saw life as something tense, combative, and thorny, demanding our choice between good and evil, our nerve and reason and demystifying irony. Now we view it as a largely predictable and reassuring spectacle whose details we wish to savor—something comfortable, well-appointed, and stable where we can vent our haste, anxiety, and rage. Time, before, seemed to rush with great urgency, and within it we felt calm, never contemplating our individual deaths, concerned only with how much of the world’s history would densely fill our lifespans. Now that time outside us seems to pulse more slowly and sparsely, we are gripped by personal impatience and dissatisfaction, haunted by thoughts of youth suddenly gone and all we could have done but didn’t—and never will.

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Parlo del mondo capitalista, ma credo che lo stesso discorso possa valere anche per il mondo socialista, almeno per quella parte d’esso che ha accettato (e forse deciso e sancito anche per noi) il «cambiamento di marcia» della storia (cioè la linea «kruščëviana» in contrapposto a quella «cinese», se vogliamo prendere per buone le formule dei giornali). All’euforia del consumo effettivo che regna da noi, corrisponde, di là, l’euforia d’un consumo possibile, posto come obiettivo raggiungibile e quasi principale, l’euforia di poter finalmente sognare il consumo senza sentirsi in colpa. (Situazione privilegiata su tutte, perché ha insieme la salute morale dell’edonismo e quella dell’ascesi; laddove noi abbiamo la nausea dell’edonismo obbligatorio mentre l’ascesi è concepibile solo come passione masochista.)

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I speak of the capitalist world, but I believe the same applies to the socialist world—at least that part which has accepted (and perhaps even decided and sanctioned for us) history’s "shift in gears" (the "Khrushchevian" line versus the "Chinese," to borrow newspaper shorthand). To our euphoria of actual consumption corresponds, over there, a euphoria of possible consumption—posited as an attainable, even primary goal, the euphoria of finally being able to dream of consumption without guilt. (A uniquely privileged position, combining the moral health of hedonism and asceticism. We, meanwhile, endure the nausea of obligatory hedonism, while asceticism remains conceivable only as masochistic passion.)

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In ogni «belle époque» s’accentua – dicevo – il contrasto tra paesi industriali e paesi arretrati, cioè ci si occupa molto di colonie. Come la prima «belle époque» è stata il momento culminante dell’espansione coloniale europea, così oggi la seconda «belle époque» segna il movimento inverso: le nazioni europee si ritirano dalle colonie con le buone o con le cattive; si formano nuove nazioni ex coloniali; la politica mondiale sembra improvvisamente decuplicata di volume; la molteplicità di atteggiamenti delle politiche nazionali che pareva ormai definitivamente soffocata dalla polarizzazione del mondo in due campi opposti ora viene recuperata al livello del «terzo mondo» che ha ereditato la frantumazione di confini del colonialismo; ricomincia il gioco delle diplomazie e chi ci ha più filo fa più rete.

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In every "belle époque," I noted, the contrast between industrial and underdeveloped nations intensifies—that is, colonies become a central concern. Just as the first "belle époque" marked the zenith of European colonial expansion, today’s second "belle époque" signals the reverse movement: European nations withdraw from colonies, willingly or not; new postcolonial nations form; world politics suddenly seems tenfold in complexity; the multiplicity of national attitudes, once thought definitively stifled by the world’s polarization into two opposing blocs, reemerges through the "Third World," which has inherited colonialism’s shattered boundaries. The diplomatic game resumes: those with the most thread weave the largest nets.

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I paesi arretrati più vicini al complesso industriale europeo si sottraggono alla necrosi con migrazioni in massa, spinte come da una forza biologica. Le rive del Mediterraneo non conoscevano dal Medioevo spostamenti di popoli così vasti e incontrollati: gli spagnoli puntano sulla Svizzera francese, gli arabi nordafricani sulla Provenza e Parigi, i calabresi sulla Liguria, i siciliani su un triangolo che sta tra Torino Milano e il lago di Lucerna, i greci su Zurigo, i turchi su Francoforte e Monaco. Mentre il concetto borghese ottocentesco di nazione continua ad alimentare la retorica dei generali francesi e degli italiani organizzatori di centenari, la carta etnografica d’Europa è nel giro degli ultimi dieci anni profondamente cambiata. La classe lavoratrice di quasi tutte le grandi città è – fisicamente e storicamente – altra da quella che era prima: lingue, tradizioni, modi di reagire, da un anno all’altro tutto muta. Il movimento operaio europeo, sorto supponendo nel proletariato industriale una continuità e una crescita uniforme, si trova di fronte, nel bel mezzo del suo discorso, una folla d’interlocutori diversi e incomprensibili.

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The most backward nations adjacent to Europe’s industrial complex escape necrosis through mass migrations, driven as if by biological force. The Mediterranean shores haven’t witnessed population movements this vast and uncontrolled since the Middle Ages: Spaniards flock to French Switzerland, North African Arabs to Provence and Paris, Calabrians to Liguria, Sicilians to the triangle between Turin, Milan, and Lake Lucerne, Greeks to Zurich, Turks to Frankfurt and Munich. While the 19th-century bourgeois concept of nation fuels the rhetoric of French generals and Italian centenary organizers, Europe’s ethnographic map has radically shifted in the last decade. The working class of nearly every major city is—physically and historically—distinct from what it was before. Languages, traditions, ways of reacting—everything changes year by year. The European labor movement, born from the assumption of industrial proletarian continuity and uniform growth, now faces a crowd of diverse and incomprehensible interlocutors mid-discourse.

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Ciò che è cambiato, anche nel movimento operaio, più che le idee o i valori, è il rapporto tra quadri e masse, tra direzione e spontaneità (da ciò le frequenti sorprese per casi di vitalità e combattività imprevisti), tra volontà e natura, tra progettazione e attesa. Anche qui un «cambiamento di marcia», prima di tutto nelle prospettive, e quindi un diverso investimento di energie nella milizia politica e sindacale. Il funzionario politico o sindacale o l’attivista rientra nella produzione: e siccome la fabbrica gli chiude la porta in faccia, tenta iniziative economiche in prima persona, di solito con successo, perché è più intelligente e attivo e di buon senso di tutti gli altri, e dotato di quella particolare attitudine umana di dare il meglio di sé nelle varie circostanze: nei sacrifici e negli strazi così come nel boom economico. L’allontanamento dall’attività politica dei quadri operai differisce da quello degli intellettuali in questo: che per il quadro operaio il diventare per esempio un piccolo imprenditore è un naturale adattamento alle circostanze che non implica di solito crisi ideali, mentre l’intellettuale si crede in dovere di far corrispondere una crisi d’idee a un semplice spostamento sociologico e operativo.

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What has changed within the labor movement, more than ideas or values, is the relationship between cadres and masses, between leadership and spontaneity (hence frequent surprises at unforeseen vitality and militancy), between will and nature, planning and waiting. Here too, a "shift in gears"—first in perspectives, then in the allocation of energies for political and union activism. The political or union official or activist reenters production; when the factory slams its door, they launch personal economic ventures, often successfully, being more intelligent, active, and pragmatic than others, endowed with that human knack for excelling in any circumstance—amid sacrifices and torments as well as economic booms. The departure of worker cadres from politics differs from that of intellectuals: for the worker, becoming a small entrepreneur is a natural adaptation requiring no ideological crisis, while the intellectual feels compelled to mirror a mere sociological shift with an upheaval of ideas.

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Nasce quell’atteggiamento ideologico che tende a considerare il boom economico dell’Europa industriale d’oggi come una condizione naturale e stabile e a giudicare ogni cosa col metro di questa condizione privilegiata. (Quando nel pensiero revisionista si sente sottinteso quest’atteggiamento, ecco che in ogni proposizione pur ragionevole e sensata e accettabile si avverte che manca qualcosa: manca il senso di quello strazio che è il pensare in mezzo a un mondo straziante: il solo suggello di verità che sappiamo riconoscere nei prodotti del pensiero.)

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An ideological attitude emerges that tends to view the economic boom of today’s industrial Europe as a natural and stable condition, judging everything through the lens of this privileged state. (When revisionist thought implicitly carries this attitude, even in otherwise reasonable and sensible propositions, we sense something missing: the anguish of thinking amidst an anguished world – the only seal of truth we recognize in intellectual products.)

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Allo stesso tempo, ogni periodo di «belle époque» è pur sempre tempo di estremismi rivoluzionari e nichilismi ideologici: il rifiuto della prosperità presente in quanto illusoria e ingiusta porta a rifiutare ogni godimento e ogni bene che da essa possa sia pur provvisoriamente e limitatamente toccarci; l’ascetismo rivoluzionario non è più una possibile necessità funzionale, ma voluttà di rinuncia e di purezza, quindi passione interessata, condizionamento psicosomatico, che predetermina ogni scelta e invalida la chiarezza di giudizio. (Come da noi, chi ragiona «cinese» magari non sbaglia su un piano di assoluta logica storica, però la morale dell’uomo sano è quella che non si cura di preservare la propria purezza ad ogni costo ma rischia se stessa e vince in mezzo alle contaminazioni della pratica, e tende a raggiungere il massimo possibile dei suoi obiettivi con un minimo di rinunce e sofferenze, e prepara a procedere in un avvenire ancora fitto di incognite godendo il meglio e fronteggiando il peggio ad ogni passo.)

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At the same time, every "belle époque" period remains an era of revolutionary extremisms and ideological nihilisms: rejecting present prosperity as illusory and unjust leads to renouncing any enjoyment or good that might provisionally touch us through it. Revolutionary asceticism is no longer a functional necessity but a voluptuous renunciation of purity – an interested passion, a psychosomatic conditioning that predetermines every choice and clouds clear judgment. (Among us, those reasoning in a "Chinese" mode may not err in absolute historical logic, yet the morality of the healthy person lies not in preserving purity at all costs but in risking oneself to prevail amidst the contaminations of practice – striving to achieve maximal objectives with minimal sacrifices, preparing to advance into a future thick with unknowns while savoring the best and confronting the worst at each step.)

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La «belle époque», quell’altra, durò (pressapoco) dal 1870 al 1914: quasi un cinquantennio. E non sapevano che li aspettava Serajevo; credevano nel Ballo Excelsior; eppure tutto era già chiaro. Noi sappiamo di Serajevo; facciamo il conto, se la «belle époque» durasse tanto anche per noi, magari un po’ di più, dato il progresso, se si riuscisse a spostare Serajevo di là della possibile nostra morte naturale di longevi, e magari s’allontanasse tanto da diventare improbabile anche per i nostri figli e nipoti; magari si potesse passare senza soluzione di continuità dal mondo diviso e alienato al mondo integrato e universale, e – senza colpo ferire – socialista.

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The previous "belle époque" lasted (roughly) from 1870 to 1914: nearly half a century. They didn’t know Sarajevo awaited them; they believed in the Ballo Excelsior; yet everything was already clear. We know about Sarajevo; we calculate – if this "belle époque" lasts as long for us, perhaps longer given progress – whether we might push Sarajevo beyond our natural lifespans, even render it improbable for our children and grandchildren. Could we transition seamlessly from a divided, alienated world to an integrated, universal one – even a socialist one – without bloodshed?

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Invece no: il peggio è sempre possibile. Non abbiamo nessun mezzo per prevedere se questo stato d’incerto equilibrio e prosperità e ottimismo durerà ancora poche ore, o qualche mese, o alcuni lustri, o cinquant’anni e più. Serajevo potrebb’essere tutti i momenti, anche domani. Non sappiamo quale immagine avrà: se quella della guerra atomica (ma forse le cose troppo previste e paventate non succedono) o un’altra. Forse prenderà la forma di qualcuno dei vecchi mostri mai estinti, forse forme nuove, che non sapremo riconoscere.

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But no: the worst remains possible. We have no means to predict whether this state of precarious equilibrium, prosperity, and optimism will last hours, months, decades, or half a century. Sarajevo could come at any moment, even tomorrow. We don’t know its guise: atomic war (though overly anticipated horrors often don’t materialize) or some new form. Perhaps old, unvanquished monsters will resurface; perhaps unprecedented shapes we’ll fail to recognize.

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Quello che sappiamo è che la nostra condizione di cittadini della «belle époque» dobbiamo viverla come fosse temporanea, sia pur muovendoci in essa con perfetto agio e naturalezza. Il mondo dello sterminio e della minaccia nel quale siamo cresciuti a età virile è ancora possibile, può ricominciare in qualsiasi momento, e in qualsiasi momento possiamo riprendervi il nostro ruolo di vittime o di carnefici, per il quale siamo da tempo perfettamente preparati. Noi siamo sempre gli stessi e niente è in fondo cambiato intorno a noi di ciò che conta: né le strutture, né le idee, né le coscienze. Certo oggi ci sentiamo particolarmente legati ai segni esteriori del piacere della vita individuale; ma già quando questi segni intorno a noi erano esigui li consideravamo un «valore» e ci rifiutavamo di disprezzarli come vanità. Così come oggi, nell’euforia di questa immeritata cuccagna, sappiamo che non possediamo veramente nulla, che tutto è un castello di carte e può crollare al primo soffio. Qualcosa soltanto non può esserci tolta: la facoltà di fissarci volta per volta un discrimine tra l’agire bene e l’agire male, di meravigliarci alle nuove immagini del mondo, di proiettare su noi stessi la pietà e l’ironia del futuro.

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What we do know is that we must live our condition as "belle époque" citizens as temporary – even while moving through it with perfect ease. The world of extermination and threat in which we came of age remains possible; it could restart at any moment, and at any moment we might resume our roles as victims or executioners, for which we’ve long been perfectly prepared. We remain unchanged, and nothing fundamental around us has shifted: not structures, ideas, or consciousness. True, we now feel particularly attached to outward signs of individual pleasure, but even when these were scarce, we considered them a "value" and refused to scorn them as vanity. Just as today, amid this unearned Cockaigne’s euphoria, we know we truly possess nothing – all is a house of cards that could collapse at the first breath. Only one thing can’t be taken: our ability to discern good from bad in each act, to marvel at the world’s new images, to project onto ourselves the future’s pity and irony.

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I beatniks e il «sistema»

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Beatniks and the "System"

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Conferenza tenuta nel marzo 1962 a Torino, Milano, Roma, Napoli col titolo Beatniks, «arrabbiati», eccetera e pubblicata in «Le conferenze dell’Associazione Culturale Italiana», fasc. VIII, 1961-62. Tralascio la parte centrale della conferenza, consistente in una rassegna internazionale d’atteggiamenti letterari, più legata all’attualità immediata. Parti di questo testo sono state pubblicate come articoli su «Il Giorno» del 18 maggio e del 6 giugno 1962.

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Lecture delivered in March 1962 in Turin, Milan, Rome, and Naples under the title Beatniks, "Angry Young Men," Etc., published in "Le conferenze dell’Associazione Culturale Italiana," Vol. VIII, 1961-62. I omit the lecture’s central section – an international survey of literary attitudes tied to immediate current affairs. Parts of this text appeared as articles in Il Giorno on May 18 and June 6, 1962.

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I libri dei sociologi, dei moralisti, dei critici della civiltà contemporanea occupano da alcuni anni a questa parte un posto di rilievo nelle letture di noi tutti, e il vocabolario con cui interpretiamo la nostra vita quotidiana si è arricchito di espressioni divenute presto familiari come alienazione, industria culturale, persuasori occulti, uomini dell’organizzazione, folla solitaria, e così via. Il quadro che ne salta fuori non è roseo. Io che sono ostinatamente ottimista, penso che la civiltà umana ne ha passate anche di peggio, e per rassicurarmi cerco dei paralleli storici che facciano al nostro caso. Di veramente calzante, ho trovato solo questo, e non so se varrà a consolarvi: stiamo vivendo al tempo delle invasioni barbariche.

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Books by sociologists, moralists, and critics of contemporary civilization have occupied prominent space in our reading for years, enriching our interpretive vocabulary with now-familiar terms: alienation, cultural industry, hidden persuaders, organization men, lonely crowd, etc. The emerging picture isn’t rosy. As a stubborn optimist, I believe human civilization has endured worse. To reassure myself, I seek historical parallels – only one truly fits, though its consoling power is doubtful: we’re living through the barbarian invasions.

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È inutile che vi guardiate intorno cercando di identificare i barbari in qualche categoria di persone. I barbari questa volta non sono persone, sono cose. Sono gli oggetti che abbiamo creduto di possedere e che ci possiedono; sono lo sviluppo produttivo che doveva essere al nostro servizio e di cui stiamo diventando schiavi; sono i mezzi di diffusione del nostro pensiero che cercano di impedirci di continuare a pensare; sono l’abbondanza dei beni che non ci dà l’agio del benessere ma l’ansia del consumo forzato; sono la febbre edilizia che sta imponendo un volto mostruoso a tutti i luoghi che ci erano cari; sono la finta pienezza delle nostre giornate in cui amicizie affetti amori appassiscono come piante senz’aria e in cui si spegne sul nascere ogni colloquio, con gli altri e con noi stessi.

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Don’t bother looking around to identify barbarians among people. This time, barbarians aren’t people – they’re things. Objects we thought we owned that now own us; productive development meant to serve us that enslaves us; thought-dissemination tools conspiring to stop us thinking; abundant goods delivering not comfort but compulsive consumption anxiety; construction fever imposing monstrous faces on beloved places; counterfeit fullness of days where friendships, affections, and loves wither like plants without air, where dialogue – with others and ourselves – dies at birth.

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Ed è chiaro che l’elenco delle cose barbare e assoggettatrici non può culminare che con l’evocazione di quella che tutte le comprende, le simboleggia e le vanifica, la cosa barbara e assoggettatrice per eccellenza, la bomba che può porre fine alla storia umana.

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And it is clear that the catalogue of barbaric and subjugating things can only culminate in the evocation of that which encompasses, symbolizes and nullifies them all – the barbaric and subjugating thing par excellence: the bomb that could bring human history to an end.

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Come di fronte alle infiltrazioni degli Unni e dei Goti nei territori dell’Impero, la resistenza delle coscienze si fa sempre più debole, la cultura è quasi affascinata dall’apparente vitalità della barbarie, dalla sua spinta che pare fatale come una forza della natura, e così ogni giorno ci accorgiamo di meno che le nostre province sono invase, e il mattino in cui il giornale porterà in fondo ad una pagina di fatti di cronaca la notizia in corpo sei che Odoacre ha deposto Romolo Augustolo, volteremo il foglio senza farci attenzione.

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As with the infiltration of Huns and Goths into imperial territories, the resistance of consciences grows ever weaker. Culture becomes almost fascinated by barbarism’s apparent vitality, by its thrust that seems as fatal as a force of nature. Thus each day we notice less that our provinces are being invaded, and on the morning when newspapers bury in the back pages a six-point headline about Odoacer deposing Romulus Augustulus, we’ll turn the page without a second glance.

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E gli illuminati, i monaci, gli eremiti? Quelli che di fronte alla devastazione del mondo antico si staccavano, a turbe, dal consorzio civile, vestivano abiti di saio, si aggregavano nelle tebaidi, si isolavano nei deserti, assumevano come unica realtà quella celeste, compivano flagellazioni e digiuni e altre follie, predicando il rifiuto di tutti i valori terreni e l’avvento dell’Apocalisse?

627

And what of the enlightened ones, the monks, the hermits? Those who, facing the devastation of the ancient world, detached themselves from civil society in flocks, donned sackcloth, congregated in thebaids, isolated themselves in deserts, embraced celestial reality alone, practiced flagellations and fasts and other follies while preaching the rejection of all earthly values and the advent of the Apocalypse?

628

Ci risiamo, anche stavolta, pressapoco come allora. Proseguendo nelle nostre letture recenti passiamo dallo scaffale dei saggisti a quello degli scrittori d’invenzione e dei poeti, degli autori più giovani d’America e d’Europa. Cosa troviamo?

628

Here we are again, more or less as before. Continuing through our recent readings, we move from the shelf of essayists to that of fiction writers and poets – the younger authors of America and Europe. What do we find?

629

Ecco turbe di giovani che, alla scoperta che l’impero dell’uomo sta cadendo in mano alle cose, rifiutano d’integrarsi, dichiarano guerra alla civiltà dei frigoriferi e dei televisori, dicono no a tutti i valori costituiti d’Occidente o d’Oriente, assumono come sola realtà la liberazione dell’inconscio e il rapimento cosmico, portano barbe incolte, vestono in fogge quasi fratesche, fondano le loro colonie nei quartieri a buon prezzo delle varie metropoli, si drogano e fanno o dicono di fare altre sciocchezze, ed evocano l’apocalisse del fungo atomico come il loro scenario naturale.

629

Flocks of youths who, discovering that humanity’s empire is falling into the hands of things, refuse integration, declare war on the civilization of refrigerators and televisions, say no to all established values of West or East, embrace as sole reality the liberation of the unconscious and cosmic rapture. They wear unkempt beards, dress in quasi-monastic garb, establish colonies in cheap metropolitan neighborhoods, take drugs and do or claim to do other foolish things, while evoking the apocalypse of the atomic mushroom as their natural backdrop.

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Un momento. Non perdiamo la calma. Stavo solo descrivendo la situazione: non volevo affatto invitarvi a seguirli. E nemmeno volevo farvi spargere lacrime sulle sconfitte dell’umanesimo e sulla vittoria fatale della barbarie meccanica. Di queste geremiadi se ne sentono ogni giorno e non c’è nessun bisogno che anch’io mi unisca al coro. Un passato da rimpiangere francamente non c’è. L’impero che va difeso dalla barbarie è un impero che non è mai esistito, cioè che non è esistito ancora: è il dominio dell’intelligenza umana sullo sviluppo caotico e potenzialmente catastrofico di questa civiltà della tecnica e dell’organizzazione e della produzione di massa in cui ci troviamo a vivere e che riconosciamo come nostra. Le frontiere che il nemico insidia non sono ancora state tracciate su questa terra ma solo nelle nostre idee, nei nostri sogni, nelle nostre volontà. Si tratta dunque di un impero che ha sull’antico impero romano questo grande vantaggio: non essendo mai esistito nella realtà non ha mai raggiunto il suo apogeo né la sua decadenza. Quindi non è detto che non possa vincere.

630

Wait. Let’s not lose our composure. I was merely describing the situation – I didn’t mean to invite you to follow them. Nor did I intend to elicit tears over humanism’s defeats and mechanical barbarism’s fatal victory. These lamentations are heard daily; there’s no need for me to join the chorus. Frankly, there’s no past to mourn. The empire needing defense from barbarism is one that never existed – or rather, never existed yet: it is the dominion of human intelligence over the chaotic and potentially catastrophic development of this technological civilization of mass production and organization in which we find ourselves living, and which we recognize as our own. The frontiers under siege by the enemy haven’t yet been drawn on this earth, but only in our ideas, our dreams, our wills. This empire therefore holds one great advantage over ancient Rome: having never existed in reality, it never reached either its zenith or decline. Thus its victory remains possible.

631

Da circa un secolo l’atteggiamento verso questo aspetto del mondo che chiamiamo civiltà industriale caratterizza la posizione d’ogni scrittore e pensatore e d’ogni movimento di cultura. Sono state in gran parte proposte di rifiuto e di evasione: estetismo, spiritualismo, culto del primitivo e dell’inconscio, e così via. Tra queste proposte ce n’erano di cattive e di pessime ma anche magari di buone o di ottime in sé e per sé, per esempio andarcene a vivere nelle isole dell’Oceano Pacifico, però non erano vere soluzioni, non risolvevano il problema. Forse per questo le nostre esigenze sono state diverse e si può dire che in Italia, dalla fine dell’ultima guerra in poi, la cultura del rifiuto e dell’evasione dal mondo moderno non ha più avuto molta fortuna. La nostra spinta è stata a entrare nella storia, a spingersi dentro questo mondo della civiltà industriale, ad accettarlo per poterlo trasformare e guidare. Le nostre scelte nel campo delle idee filosofiche, morali, politiche, estetiche sono sempre state compiute in vista d’una trasformazione di questo mondo da irrazionale in razionale, da assoggettatore e «alienante» in sottoposto alla nostra volontà, strumento della libertà umana.

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For about a century, attitudes toward what we call industrial civilization have characterized every writer, thinker and cultural movement. These have largely been proposals of refusal and escape: aestheticism, spiritualism, cult of primitivism and the unconscious, etc. Among these proposals were some bad and terrible ones, but also possibly good or excellent in themselves – like fleeing to live on Pacific islands – yet they weren’t real solutions. Perhaps this is why our demands have been different, and why in Italy since the last war, the culture of refusal and escape from modernity has found little favor. Our drive has been to enter history, to thrust ourselves into this industrial civilization, to accept it in order to transform and guide it. Our choices in philosophy, ethics, politics and aesthetics have always been made with a view to rendering this world rational rather than irrational, making it an instrument of human freedom rather than an alienating force.

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E quando vedevamo una parte della gioventù in vari paesi muoversi nella direzione opposta, della negazione totale, della ribellione individuale senza prospettive storiche, consideravamo questi fenomeni come marginali e ritardatari, nuove versioni d’un atteggiamento di evasione e di irresponsabilità che aveva già avuto il suo posto nella storia della cultura. Invece, voi vedete che oggi ho scelto questi aspetti come tema della mia conversazione. Qualche cosa è cambiato? No, non che la pensi molto diversamente da prima, nel merito di queste forme di nichilismo giovanile. Ma c’è questo: ho capito che non sono un fatto marginale ed epidermico, ma sostanziale e intrinseco di questo momento di contraddittorio sviluppo della civiltà; ho capito che anche quando si servono di materiale ideologico e poetico usato e preso a prestito, esprimono qualcosa che è solo di oggi. […] Il problema che la beat generation ha posto è come vivere fino in fondo la nostra natura umana in un mondo che sarà sempre più perfettamente artificiale. I beatniks sono venuti a cose fatte, accettano questo mondo costruito interamente dall’uomo come se fosse uno scenario naturale, ma non comprendono perché dovrebbero condividere i principî e le regole del gioco su cui si regge. La civiltà industriale, lussureggiante come una giungla, tende ad inglobare tutto e a far crescere tutto con il suo ritmo, anche i fermenti di ribellione. Credo che una parte predominante, nella formazione della mentalità beat, più ancora del pericolo atomico, l’abbia la tranquilla certezza nella prosperity della affluent society. Un’economia perfettamente organizzata elargisce i suoi frutti come un’indifferente natura. Non verrà forse il giorno in cui la produzione sarà mandata avanti da automi, il giorno in cui il lavoro manuale consisterà nello schiacciare un bottone una volta tanto? I beatniks sono i nuovi selvaggi d’una giungla meccanica ed estranea.

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When we saw youth in various countries moving in the opposite direction – toward total negation, individual rebellion without historical perspective – we considered these phenomena marginal and backward, new versions of escapism and irresponsibility already seen in cultural history. Yet today I’ve chosen these aspects as my lecture topic. Has something changed? No, my essential judgment on these forms of youthful nihilism remains. But I’ve realized they’re not marginal or superficial, but intrinsic to this moment of civilization’s contradictory development. Even when using borrowed ideological and poetic material, they express something uniquely contemporary. [...] The problem posed by the beat generation is how to live our humanity fully in an increasingly artificial world. Beatniks arrived late to the game, accepting this entirely human-built world as natural scenery, yet refusing to share its founding principles and rules. Industrial civilization, flourishing like a jungle, tends to engulf everything – even rebellious ferment – making it grow at its own rhythm. I believe the beat mentality owes more to the quiet certainty of prosperity in the affluent society than to atomic peril. A perfectly organized economy distributes its fruits like indifferent nature. Won’t the day come when production is managed by automatons, when manual labor means pushing a button occasionally? Beatniks are the new savages of a mechanical, alien jungle.

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[…] Cosa succede in Italia è più difficile da capire perché ci siamo dentro. Si direbbe che l’Italia sia completamente fuori da tutto questo. I libri che escono e che hanno più fortuna portano anch’essi come segno dell’epoca un accentuarsi della sfiducia nella storia, ma ad affermarlo non sono voci di arrabbiati o di nichilisti, ma caso mai sono le quete ragazze casalinghe di Carlo Cassola.

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[...] Understanding Italy’s situation proves harder because we’re inside it. Italy seems completely removed from all this. The most successful books here also bear our era’s mark of historical distrust, but it’s not the voices of angry rebels or nihilists making this claim – rather, Carlo Cassola’s quiet housewifely girls.

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L’unico vero arrabbiato italiano è Elémire Zolla, ma il suo disgusto e odio per la volgarità del mondo istupidito dall’industria culturale viene dalla coscienza offesa d’un esteta.

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The only true angry Italian is Elémire Zolla, yet his disgust and hatred for the vulgarity of a world stupefied by the cultural industry stems from the wounded conscience of an aesthete.

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Così povera di ribelli è la letteratura italiana che i nostri benpensanti avendo bisogno che ce ne fosse almeno uno per additarlo all’esecrazione pubblica, hanno scelto il più classico, il più virgiliano, il più appassionatamente professore di tutti noi, Pier Paolo Pasolini, l’unico per cui la tradizione è carne della sua carne, l’unico che riporta ad onore proprio le forme letterarie che erano solo i benpensanti ad amare ancora – la poesia delle odi civili e quella del popolaresco dialettale –, l’unico che in fatto di morale ancora crede che tutto sia questione di peccato e di redenzione.

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Italian literature is so impoverished in rebels that our respectable citizens, needing at least one to hold up for public condemnation, have chosen the most classical, most Virgilian, most passionately professorial among us: Pier Paolo Pasolini. He alone embodies tradition as flesh of his flesh; he alone restores dignity to literary forms still beloved only by the respectable — civic odes and dialectal folk poetry; he alone in matters of morality still believes everything revolves around sin and redemption.

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Come caratterizzare allora il nostro atteggiamento? Già ve ne accennavo prima qualche linea. La nostra generazione, la generazione che si è affacciata alla vita pubblica nel dopoguerra, è stata caratterizzata non da eccentricità, non da qualche speciale tipo di bohème, ma dal sapere quello che voleva, dal preferire le idee ben definite, dal porsi problemi da classe dirigente. Gli esemplari tipici della generazione sono soprattutto dirigenti sindacali o politici, uomini degli uffici studi di grandi aziende, docenti universitari, architetti. Alcuni si erano dichiarati fin da principio «rivoluzionari», e altri invece hanno puntato sempre sull’«inserimento nel sistema». Ma non c’è mai stata una grande differenza esteriore né psicologica tra gli uni e gli altri. Sia gli uni che gli altri sono cauti, riflessivi, possibilisti, vestono completi «fumo di Londra» o «Principe di Galles», hanno in casa scaffali di libri a elementi scomponibili e riproduzioni di Van Gogh alle pareti, hanno il gusto della concretezza e insieme quello delle idee generali, hanno sense of humour ma anche una certa pedanteria, ogni gruppo ha una sua terminologia poco comprensibile ai non iniziati, ma molti termini vengono rapidamente scambiati da un gergo di gruppo all’altro, così come da un gruppo all’altro avvengono passaggi di persone, senza provocare alcun mutamento sostanziale. Anche quelli tra noi che hanno scelto di fare gli scrittori o gli artisti si sono modellati su questo tipo umano, si sono considerati degli specialisti d’un particolare «servizio» necessario a una società che voglia valersi di tutti gli strumenti di conoscenza e d’interpretazione più perfezionati, hanno tenuto presente come loro pubblico ideale una possibile classe dirigente nuova e moderna.

636

How then to characterize our attitude? I touched on some outlines earlier. Our generation — emerging into public life postwar — was defined not by eccentricity or bohemian affectations, but by knowing what we wanted, preferring well-defined ideas, addressing issues as a ruling class would. Our archetypes are chiefly union leaders, politicians, corporate research directors, academics, architects. Some declared themselves "revolutionaries" from the start; others always bet on "system integration." Yet outwardly and psychologically, there was never much difference between them. Both camps are cautious, reflective, pragmatic. They wear "London Fog" or "Prince of Wales" suits, furnish homes with modular bookshelves and Van Gogh reproductions, value both concreteness and abstract ideas, possess sense of humour tinged with pedantry. Each group cultivates jargon opaque to outsiders, yet terms migrate between these lexicons as fluidly as people shift allegiances, leaving no substantial change. Even those of us who became writers or artists molded ourselves to this human type — specialists providing a particular "service" to a society requiring refined instruments of knowledge. We envisioned our ideal audience as a new, modern ruling class.

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La vocazione della nostra generazione è stata il «dirigere». È ora giunto il momento di domandarci: è arrivata a dirigere davvero qualcosa? È riuscita a cambiare qualcosa all’interno del sistema governato dai grandi complessi industriali o nella organizzazione dell’opposizione al sistema? A prima vista, verrebbe da rispondere di sì: molte cose sono cambiate in un campo e nell’altro, come sono cambiate anche nel panorama culturale. La nostra generazione ha visto molti dei suoi ideali affermarsi, molti dei suoi uomini conquistare posti chiave. Ma proprio nel momento che ci congratuliamo con noi stessi per aver in fondo previsto tutto ed aver seguito la linea giusta, vediamo che le cose sono diverse, molto diverse da come ce le aspettavamo.

637

Our generation's vocation was "steering." Now we must ask: Have we truly steered anything? Did we manage to alter the system governed by industrial conglomerates, or the opposition's organization? Superficially, one might say yes: much has changed in both spheres, culturally too. Our generation saw many ideals realized, many reaching key positions. Yet precisely as we congratulate ourselves for foreseeing and following the right path, reality reveals itself profoundly different from expectations.

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Alla spinta del consumo culturale sempre più forte fa da corrispettivo una sempre più marcata immobilità creativa; la società della produzione di massa e delle prospettive di benessere può cominciare a rivelarsi una trappola anche per noi; la tensione morale che volevamo salvare stagna nella palude dei compromessi quotidiani; gli uomini degli uffici studi delle grandi industrie s’accorgono d’aver vinto troppo presto, d’essere stati assimilati nel sistema che volevano trasformare dall’interno; gli uomini dell’opposizione rivoluzionaria al sistema s’accorgono che l’antitesi che propongono è ancora parziale, che le due parti in lotta si condizionano a vicenda, che la linea divisoria tra ciò che combattiamo e ciò che auspichiamo è ancora frastagliata e incerta; gli scrittori e gli artisti che volevano dare uno stile alla propria epoca si trovano immersi in un’eclettica coesistenza di tutti gli stili e di tutte le poetiche; i mariti e le mogli hanno tutti divorziato e si sono risposati con mogli e mariti da cui vorrebbero ancora divorziare.

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The growing momentum of cultural consumption finds its counterpart in deepening creative stagnation. The mass-production society with its welfare promises begins to feel like a trap even for us. The moral tension we sought to preserve stagnates in daily compromises. Corporate researchers realize they triumphed too soon, absorbed by the system they aimed to transform from within. Revolutionary opponents grasp that their antithesis remains partial — that battling forces mutually condition each other, that the line between what we combat and what we hope for stays jagged and uncertain. Writers and artists who sought to imprint style on their epoch drown in an eclectic coexistence of all styles and poetics. Husbands and wives divorce, remarry, and already eye new divorces.

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Anche se a conti fatti quello di cui abbiamo da lamentarci non è molto, l’atteggiamento dominante è l’insoddisfazione. Anzi, il guaio è che non sappiamo se sia peggio essere insoddisfatti o soddisfatti. L’insoddisfazione può essere il segno d’una vita perduta. La soddisfazione il segno della perdita dell’anima.

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Even if our grievances amount to little, prevailing sentiment is dissatisfaction. The rub is not knowing whether dissatisfaction or contentment is worse. Dissatisfaction may signal a wasted life. Contentment, a lost soul.

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Si direbbe che il mobilio svedese che per anni ha contraddistinto l’arredamento dei nostri appartamenti prima di diventare d’uso generale, ci abbia lentamente svedesizzato. Siamo una generazione svedese nel paese meno svedese del mondo.

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One might say the Swedish furniture that long distinguished our interiors before becoming ubiquitous has slowly Swedified us. We are a Swedish generation in the least Swedish country.

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E una nuova generazione di giovani apre gli occhi su questo paesaggio artificiale come se fosse naturale, come se questo labirinto che abbiamo visto chiudersi pezzo per pezzo attorno a noi con i materiali delle provenienze più eterogenee fosse qualcosa che c’è sempre stato, qualcosa su cui lo sguardo scorre come su una superficie uniforme. E ci viene la paura che anche loro nello stesso modo in cui accetteranno tutto rifiuteranno tutto, ne negheranno i valori proclamati e i valori riposti, negheranno che ci sia una direzione, un punto di partenza e dei punti di arrivo, e in questo rifiuto e in questa indistinzione accomuneranno noi pure, noi appena più anziani di loro, come se già per loro fossimo entrati a far parte del paesaggio, come i sopraelevamenti freschi d’intonaco in cima ai vecchi palazzi, sormontati da una siepe d’antenne della televisione.

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A new generation of youth opens its eyes on this artificial landscape as if natural — as if the labyrinth we watched enclose us piecemeal from heterogeneous materials had always existed, their gaze gliding over it like uniform surface. We fear they'll accept everything only to reject everything, denying both proclaimed and hidden values, refusing direction, origins, destinations. In this refusal and indistinction, they'll lump us — barely their seniors — into the scenery: like fresh stucco extensions atop old buildings, crowned by TV antenna hedges.

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Anche da noi, dunque? Oppure troveremo una via diversa, una via che valga anche per l’Europa, per l’America…?

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Here too, then? Or shall we find a different path — valid for Europe, America...?

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Qualcuno mi ha accusato di recente di fare dei quadri disastrosi della situazione, molto ricchi di particolari, e poi rimettere tutto a posto, sbrigandomi in poche battute a spiegare come si fa a uscirne.

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Some recently accused me of painting disastrous scenarios rich in detail, then hastily resolving everything with pat explanations.

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Stavolta non farò così, vorrei che tornaste a casa con qualche preoccupazione su cui rimuginare, almeno per questa sera.

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This time I won't. I want you returning home with unease to ponder, at least tonight.

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Vi dirò solo che non vorrei che la nuova generazione fosse una beat generation, ma vorrei che ereditasse insieme al nostro atteggiamento positivo verso la vita anche la nostra insopprimibile, amareggiante, sacrosanta insoddisfazione.

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I'll only say: I don't want the new generation to be a beat generation, but wish them to inherit both our positive engagement with life and our irrepressible, bitter, righteous dissatisfaction.

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La sfida al labirinto

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The Challenge to the Labyrinth

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«Il menabò 5», Einaudi, Torino 1962. Il saggio contiene rimandi ad altri scritti contenuti nello stesso n. 5 del «Menabò» (tutti interventi nella discussione aperta da Elio Vittorini nel «Menabò 4» col suo scritto Industria e letteratura): Franco Fortini, Astuti come colombe (ora in: Verifica dei poteri, Il Saggiatore, Milano 1965); Francesco Leonetti, Un supplemento di società; Umberto Eco, Del modo di formare come impegno sulla realtà. Con La sfida al labirinto polemizzò Angelo Guglielmi nel «Menabò 6»; al suo intervento faceva seguito una mia lettera e una sua replica (ora in: Angelo Guglielmi, Avanguardia e sperimentalismo, Feltrinelli, Milano 1964).

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"Menabò 5", Einaudi, Turin 1962. The essay references other works contained in the same issue of Menabò 5 (all contributions to the discussion initiated by Elio Vittorini in Menabò 4 with his essay Industry and Literature): Franco Fortini, Cunning as Doves (now in: Verification of Powers, Il Saggiatore, Milan 1965); Francesco Leonetti, A Social Supplement; Umberto Eco, On Formative Method as Commitment to Reality. Angelo Guglielmi critiqued The Challenge to the Labyrinth in Menabò 6, followed by my letter and his rebuttal (now in: Angelo Guglielmi, Avant-garde and Experimentalism, Feltrinelli, Milan 1964).

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1. Dalla rivoluzione industriale, filosofia letteratura arte hanno avuto un trauma dal quale non si sono ancora riavute. Dopo secoli passati a stabilire le relazioni dell’uomo con se stesso, le cose, i luoghi, il tempo, ecco che tutte le relazioni cambiano: non più cose ma merci, prodotti in serie, le macchine prendono il posto degli animali, la città è un dormitorio annesso all’officina, il tempo è orario, l’uomo un ingranaggio, solo le classi hanno una storia, una zona della vita non figura come vita davvero perché anonima e coatta e alla fine ci s’accorge che comprende il novantacinque per cento della vita.

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1. Since the Industrial Revolution, philosophy, literature, and art have endured a trauma from which they have yet to recover. After centuries spent defining humanity's relationship with self, objects, places, and time, all connections shifted: objects became commodities, mass-produced goods replaced handmade crafts, machines supplanted animals, cities morphed into dormitories annexed to factories, time became a schedule, humans mere cogs. Only classes retained history; entire swaths of existence ceased to register as "real life" because anonymous and coerced, until we realized they comprised ninety-five percent of living.

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Ora siamo entrati nella fase dell’industrializzazione totale e dell’automazione. (E non importa se una grossa parte del mondo è ancora fuori; ormai dappertutto si va a salti; appena ci si muove si è già lì.) Ci siamo entrati molto prima d’avere un ordinamento razionale all’altezza della situazione (un sistema socialista mondiale); le macchine sono più avanti degli uomini; le cose comandano le coscienze; la società zoppica e inciampa da tutte le parti cercando di tener dietro al progresso tecnologico; lo sviluppo della tecnica e della produzione spingono come forze biologico-sismiche; il risveglio delle società coloniali ed ex coloniali spinge dall’altra parte; la classe operaia dell’Ovest non è più sicura d’essere l’antitesi fondamentale del capitalismo perché ora le forze decisive sembra possano essere altre (e non più solo i «rapporti di forza» Est-Ovest ma il «terzo mondo» come antitesi e problema fondamentale degli altri due); il capitalismo sente finalmente d’essere vecchio e cerca, sotto il suffisso «neo», di convincersi che altro non è che un paterno organismo di servizi produttivo-distributivi; il socialismo sente più che mai d’essere giovane, adolescente con la voce che sta cambiando, e un po’ se ne vergogna un po’ fa apposta a imporre i suoi stridori, motore non ben rodato, anzi sottoposto a un rodaggio di sforzi strappi e grattate; e la cultura in questa situazione così complessa e cangiante si dispone su tanti piani che la critica storicista, lineare e semplificatrice, non basta più e deve chiedere il soccorso degli strumenti d’indagine stratigrafica e microscopica dell’etnografo e del sociologo.

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Now we've entered the phase of total industrialization and automation. (It matters little that much of the world remains excluded; progress now leaps forward—the first step already lands us there.) We arrived far before achieving a rational framework equal to these circumstances (a global socialist system); machines outpace humans; objects dictate consciousness; society staggers clumsily to keep up with technological progress; technical and productive forces surge like biological-seismic energies. The awakening of colonial and postcolonial societies exerts counterpressure; the Western working class can no longer claim to be capitalism's fundamental antithesis, as decisive forces now lie elsewhere (no longer just East-West "power dynamics" but the "Third World" as the core antithesis and challenge for both blocs). Capitalism finally feels its age, donning the "neo-" prefix to pose as a paternalistic service organism; socialism feels more adolescent than ever—voice cracking, partly ashamed, partly flaunting its unpolished engine through screeches and jolts. Culture, amid this complex flux, stratifies across planes where linear historicist critique fails, requiring instead the ethnographer's layered analysis and the sociologist's microscopic tools.

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Insomma non siamo ancora capaci di tener testa a tutto questo, non abbiamo né gli strumenti di direzione pubblica (non siamo neppure in grado d’impedire che la giungla edilizia faccia dell’Italia un paese mostruoso), né gli strumenti individuali, di direzione della vita privata (abbiamo giornate piene, affannose, attivissime ma resta il dubbio di perdere il tempo macinando a vuoto, la paura della vita sprecata). Però ormai possiamo vedere abbastanza chiaro che sono solo nostre incapacità contingenti, che le prospettive che si aprono sono almeno altrettanto ricche di quelle che si chiudono, che potremo vivere in dimensioni dilatate, che i quaresimalisti della «cultura di massa» hanno ragione immediatamente ma non in prospettiva, che l’umanità che si svilupperà in un mondo di relazioni extrafamiliari di culture extranazionali, di morali extrareligiose sarà – non dico meglio o peggio di quella di prima, che non ha senso – ma sarà varia, diversa, complicata, significante, con valori, non insulsa, felice-infelice, insomma sarà.

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In short, we remain unequal to these challenges. We lack public governance tools (unable even to halt Italy's monstrous urban sprawl) and private life management skills (days overflow with frantic activity yet leave us fearing wasted time). Still, we now see clearly these are temporary inadequacies. The horizons opening before us rival those closing behind. We may yet inhabit expanded dimensions. The Lenten preachers of "mass culture" hold immediate truth but lack foresight. Humanity developing in a world of extrafamilial relations, extranational cultures, and extareligious morals will—not better or worse, such terms mean nothing—become varied, complex, significant: a humanity with values, neither vacuous nor uniformly happy/unhappy, but one that simply will exist.

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Nonostante che quest’era pan-meccanica, questo «duemila» avesse avuto innumerevoli profezie sia negative – alla Huxley –, sia positive – alla Majakovskij –, si può dire che ci ritroviamo in essa inaspettatamente, e non finiamo di sorprenderci. Per limitarci alla più grande e complessiva interpretazione del futuro, quella di Marx, vediamo che della sua profezia negativa (sugli sviluppi del capitalismo) non si è avverata l’immagine – proletarizzazione generale in una nera Londra dickensiana – ma la sostanza – nessuno sfugge all’ingranaggio dell’industria in nessun’ora della sua vita pubblica o privata – mentre della sua profezia positiva (sulle prospettive del socialismo) non s’è avverata ancora la sostanza – la liberazione dell’uomo – ma l’immagine – il «livello di vita americano» come obiettivo dei sovietici, un gigantesco apparato produttivo-distributivo-creditizio che sembra già pronto per affrancarci dal bisogno materiale.

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Though this pan-mechanical era, this "2000," spawned countless prophecies—dystopian Huxleyan or utopian Mayakovskian—we find ourselves here unexpectedly, ceaselessly astonished. Considering Marx's grand synthesis: his negative prophecy (capitalism's Dickensian London with universal proletarianization) materialized not in form but essence—none escape industry's gears in any hour of public or private life. His positive vision (socialist liberation) remains unrealized in substance but prefigured in image—the Soviet pursuit of an "American standard of living," a colossal productive-distributive apparatus poised to free us from material want.

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Se dunque la cultura non s’è ancora riavuta dal trauma della rivoluzione industriale non c’è nemmeno da aspettarsi che si riabbia tanto presto. Il processo continua, guai se si ferma a mezzo, ha un senso (cioè ci libera) solo se va avanti fino alle estreme conseguenze, e l’uomo quindi è sottoposto a sempre nuovi sforzi d’adattamento e ridimensionamento, e la cultura gli serve a questo, guai a chi s’illude di aver trovato un equilibrio di tipo classico, di sapere che le cose vanno così e così (l’apologetica capitalista o socialista): crede d’essere un realista ed è un bugiardo. Insomma quel che prima avevo detto un trauma non ha affatto il carattere accidentale del trauma, è una condizione fuor della quale non ci riuscirebbe d’immaginarci, fuor della quale non c’è storia né scienza né poesia. Già l’atteggiamento scientifico e quello poetico coincidono: entrambi sono atteggiamenti insieme di ricerca e di progettazione, di scoperta e di invenzione. L’atteggiamento politico anche (in senso lato: cioè del far storia, culturale e civile). La via per rendere una la cultura del nostro tempo, altrimenti così divergente nei suoi discorsi specifici, è proprio in questo comune atteggiamento.

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If culture hasn't recovered from the Industrial Revolution's trauma, we shouldn't expect recovery soon. This process mustn't stall midcourse—it liberates only by reaching extreme conclusions. Humans must perpetually adapt and recalibrate; culture serves this end. Beware those claiming classical equilibrium, who declare "this is how things are" (capitalist or socialist apologists)—self-declared realists become liars. What I earlier called "trauma" isn't accidental but foundational—the condition beyond which we cannot imagine history, science, or poetry. Scientific and poetic attitudes now converge: both entail research and design, discovery and invention. So too the political attitude (broadly: making cultural and civil history). The path to unifying our era's culture—otherwise fragmented into specialized discourses—lies precisely in this shared approach.

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2. Di fronte allo scandalo della prima rivoluzione industriale, antiumanistica e impoetica, le risposte della cultura potevano essere due: accettarla per restituirla alla storia umana, rifiutarla per contrapporre ad essa un altro mondo di valori su di un altro piano. La cultura filosofica trova subito la prima via, con Marx: l’estrema alienazione e reificazione si rovescerà in una nuova libertà per tutto il genere umano; la cultura poetica trova subito la seconda via con l’estetismo: contro l’orrore poncif del progresso borghese, la religione della bellezza fuori dallo spazio e dal tempo. Sono entrambe risposte perfettamente logiche nel loro ordine rispettivo: l’estetismo non si propone la redenzione della bruttezza del capitalismo su un piano storico – il suo compito è solo quello di creare delle immagini che siano fuori, che siano altre –; il socialismo non si propone di fornire oggi forme e cose da contrapporre a quelle dell’alienazione, – il suo compito è dare prospettiva storica ai gesti dell’oggi e quindi una dimensione etico-teleologica.

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2. Faced with the scandal of the first Industrial Revolution - antihumanistic and unpoetic - culture could respond in two ways: accept it to restore it to human history, or reject it by opposing another world of values on a different plane. Philosophical culture immediately found the first path with Marx: extreme alienation and reification would flip into new freedom for all humankind. Poetic culture found the second path through aestheticism: against the bourgeois progress's poncif horror, a religion of beauty outside space and time. Both responses remain perfectly logical within their respective orders: aestheticism does not propose redeeming capitalism's ugliness on a historical plane - its task is solely to create images that exist outside, that are other - while socialism does not aim to provide forms and objects today to counter those of alienation - its task is giving historical perspective to today's gestures, thus an ethical-teleological dimension.

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Se di questo atteggiamento che chiamiamo estetismo poniamo come figura paradigmatica Baudelaire (non solo come poeta e personaggio, ma per l’autorità del critico e del rinnovatore della cultura letteraria e artistica, che non ha confronti ancor oggi), possiamo dire che Baudelaire è stato l’unico corrispettivo di Marx sul piano letterario. Artiglierie di tipo diverso sparano ognuna sul proprio bersaglio: ma questo bersaglio si trova ad essere la stessa persona per gli uni e per gli altri: il bourgeois con il suo mondo artificiale, mostruoso e inabitabile. (Chi volesse poi sviluppare un parallelo tra Marx e Baudelaire dovrebbe tener conto delle suggestioni ellenizzanti-rinascimentali sull’ideale umano di Marx, come del fascino – non solo infernale – della moderna città industriale su Baudelaire; sia pur senza spingere lo scambio fino a supporre un Marx «estetizzante» e un Baudelaire «socialista».) E non si tarderà a trovare estetismo e socialismo congiunti soprattutto nella cultura inglese (Morris, Ruskin, Wilde).

655

If we take Baudelaire as the paradigmatic figure of this attitude we call aestheticism (not only as poet and persona but for his authority as critic and renewer of literary-artistic culture, still unmatched today), we might say Baudelaire was literature's sole counterpart to Marx. Different artilleries firing at separate targets, yet both aimed at the same entity: the bourgeois with their artificial, monstrous, uninhabitable world. (Anyone pursuing a Marx-Baudelaire parallel should consider Hellenic-Renaissance influences on Marx's human ideal alongside Baudelaire's fascination - not merely infernal - with the modern industrial city; though without pushing this exchange to imagine an "aestheticizing" Marx or "socialist" Baudelaire.) We soon find aestheticism and socialism conjoined in English culture (Morris, Ruskin, Wilde).

656

Tutto questo è detto solo per stabilire che se si comincia a presumere che una certa zona della letteratura – quella che richiama le etichette di «estetismo», «escapismo», «esotismo» o nella sua accezione più negativa «decadentismo» – non ha una sua cittadinanza nell’epoca industriale, si è già fuori strada. L’estetismo – e tutto ciò che seguirà sulla sua scia – non solo è un frutto della civiltà industriale, ma ne è il frutto primo e il più diretto. Si «evade» nei Mari del Sud perché pare l’unico modo di affermare qualcosa riguardo all’industrialismo, si fa del simbolismo o si scopre l’arte negra o si recupera l’infanzia e il tempo perduto o s’instaura il culto della parola pura o quello dell’inconscio o quello della disponibilità alla contraddittoria varietà della vita, sempre in funzione d’un rapporto – di lotta, o di riforma, o d’adattamento – con l’ambiente in cui si vive. Ma qui finisco per dire delle ovvietà o delle tautologie, come spesso succede nei discorsi di sociologia letteraria.

656

All this merely establishes that dismissing certain literary zones - labeled "aestheticism," "escapism," "exoticism," or pejoratively "decadentism" - as illegitimate in the industrial age already leads us astray. Aestheticism - and all that follows in its wake - is not just a product of industrial civilization but its first and most direct fruit. One "escapes" to the South Seas because it seems the only way to assert something about industrialism; whether through Symbolism, African art rediscovery, childhood/time regained cults, pure word worship, unconscious veneration, or receptiveness to life's contradictory variety - all function through a relationship (combative, reformist, adaptive) with one's environment. Here I risk stating tautologies or platitudes, as often occurs in literary sociology discourses.

657

Mi premeva di parlare dell’altra possibilità di contestazione che si apre alla letteratura di fronte alla prima rivoluzione industriale: accettarne la realtà anziché rifiutarla, assumerla tra le immagini del proprio mondo poetico, col proposito – che già la cultura filosofico-politica ha fatto proprio – di riscattarla dalla disumanità e inverarne il significato finale di progresso (in senso storicista o positivista; dapprincipio – e spesso anche poi – le due accezioni s’accavallano).

657

I wanted to address literature's other contestation possibility facing the first Industrial Revolution: accepting its reality rather than rejecting it, incorporating it among poetic world-images with the aim - already adopted by philosophical-political culture - of redeeming its inhumanity and actualizing its ultimate progressive meaning (in historicist or positivist terms; initially - and often thereafter - these meanings overlap).

658

Ma m’accorgo che avrei dovuto situare, già in principio di questo capitolo – prima d’una cultura di contestazione –, una cultura formativa e apologetica della prima rivoluzione industriale, precedente o contemporanea ad essa. Possiamo individuarne le ascendenze più nobili e solide nell’ottimismo illuminista, nell’utilitarismo inglese, nell’economia liberale classica, e le manifestazioni immediate e presto mistificatorie nel romanticismo borghese, vittoriano, e nel primo positivismo.

658

But I realize I should have positioned - at this chapter's outset, before contestation culture - a formative, apologetic culture preceding or concurrent with early industrial revolution. We trace its noblest, sturdiest roots to Enlightenment optimism, English utilitarianism, classical liberal economics, with more immediate (and soon mystifying) manifestations in bourgeois Victorian Romanticism and early positivism.

659

La letteratura che si propone di rappresentare criticamente i primi aspetti dell’industrialismo nasce da questa couche culturale borghese così compromessa, e ne eredita molti atteggiamenti. La condanna estetico-ideologica che pesa oggi su di essa è stata confermata si può dire unanimemente dai giurati delle più diverse tendenze critiche. Per limitarci al romanzo francese nel periodo compreso tra George Sand e Zola, si salvano i due meno compromessi con l’ideologia umanitaria del tempo, Stendhal e Balzac, i quali per vie diverse occupano un posto sempre più importante nei discorsi della critica d’oggi; e poi si salta fino a Flaubert, altro non compromesso, mentre cade Victor Hugo. E cade Zola che si documenta sulle miniere e sulle halles per ambientarvi le scene a effetto della sua immaginazione ancora victorhughiana. Insomma essere insieme progressista e poeta è sempre più difficile. Il fatto è che la discussione «all’interno della sinistra» – cominciata già dai tempi della Rivoluzione francese – occupa d’ora in avanti tutto l’orizzonte della cultura ideologica e non solo ideologica. E che la linea romantico-umanitario-positivista dimostra di non reggere al di là della prima fase dell’industrializzazione.

659

Literature aiming to critically represent industrialism's first aspects emerges from this compromised bourgeois cultural couche, inheriting many of its attitudes. The aesthetic-ideological condemnation weighing on it today has been nearly unanimously confirmed by critics of all stripes. Limiting ourselves to French novels between George Sand and Zola, only the least compromised figures survive - Stendhal and Balzac, ascending through different paths in today's critical discourse - followed by Flaubert (another uncompromised figure), while Victor Hugo falls. Zola too falls, documenting mines and halles merely to stage his still Victor Hugo-esque sensationalism. In short, being both progressive and poet grows ever harder. The "internal left" debate - begun during the French Revolution - now dominates ideological (and not just ideological) culture's entire horizon. The Romantic-humanitarian-positivist line proves unsustainable beyond industrialization's first phase.

660

(Non saprei far entrare nel quadro il caso di Walt Whitman, apologeta della rivoluzione industriale e della libertà democratica, apologeta di tutto: della natura e del lavoro e dell’individuo, vera espressione poetica d’una esplosione di forze generale, e come tutti i grandi poeti difficile a inquadrare in un’interpretazione storico-sociologica, ma capace di suscitare e inglobare tutte le interpretazioni. E una ben maggiore difficoltà si presenta a inquadrare Rimbaud, l’altro e ancor più complesso poeta rivoluzionario della rivoluzione industriale.)

660

(I struggle to fit Walt Whitman into this framework - apologist of industrial revolution and democratic freedom, panegyrist of nature, labor, and individual; poetic expression of general force explosion, resisting historical-sociological framing like all great poets yet inviting endless interpretations. Even greater difficulty arises with Rimbaud, industrial revolution's other, more complex revolutionary poet.)

661

Nel suo scritto Industria e letteratura («Menabò 4», cfr. pp. 14-17) Vittorini ha già definito – così compiutamente che è inutile io vi insista – l’inadeguatezza a rappresentare il mondo industriale della poetica della «fetta di vita» com’è continuata, dopo Zola e gli americani della «scuola di Chicago», un po’ in tutto il mondo fino ad oggi, anche attraverso la precettistica del «realismo socialista» che si portava dietro tutti i vizi d’una cattiva tradizione, compreso il romanticismo, il pedagogismo e la pruderie. (E, aggiungerò, anche attraverso certi tentativi d’affresco sociale con una tecnica «a livello industriale» – Dos Passos, Döblin – che è solo una cromatura sotto la quale spunta la ruggine naturalistica.)

661

In his Industry and Literature essay («Menabò 4», cf. pp. 14-17), Vittorini already defined - so thoroughly that my elaboration proves unnecessary - the inadequacy of Zola-esque "slice of life" poetics (continued post-Zola by American "Chicago School" and worldwide through socialist realism' dogmas carrying naturalism's worst vices: romanticism, pedagogism, pruderie) in representing the industrial world. (I'll add that even attempts at "industrial-scale" social frescoes - Dos Passos, Döblin - merely chrome-plate naturalistic rust.)

662

Il punto che ho fretta di raggiungere è un’altra biforcazione di strade, che possiamo datare come subito seguente a Zola, pensando a quel suo compaesano e compagno di scuola, venuto insieme a lui a Parigi, Paul Cézanne, il quale si mette a fare, mentre Zola scrive ancora i Rougon-Macquart, una pittura che sembra di cento anni dopo, tutta scomposizione di piani e di luci, masse colorate che si bilanciano geometricamente, il mondo della campagna come lo rivede, tornandoci, chi s’è abituato a guardare altre cose, altri oggetti, a muoversi in un altro spazio. Possiamo dire che, se fino a quel punto il termine d’antitesi alla impoeticità-disumanità dell’industria avanzante era cercato in una concezione umanistica precedente o meglio in un’immagine del mondo naturalistico-umanitaria in cui si cercava d’inglobare anche la realtà industriale, di qui in poi si va verso l’assunzione – cubismo, futurismo – d’un nuovo termine d’antitesi, cioè l’immagine di un futuro industriale che abbia ritrovato bellezza e pregnanza morale, ma non quelle di prima: diverse; cioè abbia trovato – abbia espresso – uno stile.

662

The point I am eager to reach is another fork in the road, which we can date as immediately following Zola, considering his compatriot and schoolmate who came to Paris with him - Paul Cézanne. While Zola was still writing the Rougon-Macquart series, Cézanne began painting works that seemed a century ahead of their time, with their decomposition of planes and light, geometrically balanced colored masses, reimagining the countryside through the eyes of someone accustomed to observing different objects moving through altered space. We might say that whereas earlier antitheses to industrialism's poetic void and dehumanization had been sought in preexisting humanistic conceptions - or rather in a naturalistic-humanitarian worldview attempting to absorb industrial reality - from this point onward we move toward the adoption (through Cubism, Futurism) of a new antithesis: the image of an industrial future rediscovering beauty and moral significance, but of a different kind - that is, establishing a style.

663

Questa non rappresentazione ma mimesi formale-concettuale della realtà industriale comincia dalle arti della visione e direi anzi dalle arti che cercano la forma da dare agli oggetti della vita quotidiana. È nella rivoluzione architettonica, da Morris e dall’art nouveau al costruttivismo alla bauhaus al razionalismo all’industrial design, che ne possiamo trovare la sua direttrice di sviluppo più lineare. E si può subito notare che questa preminenza del visuale s’avverte anche nelle pagine dei poeti capostipiti del movimento in letteratura, come Apollinaire e Majakovskij, che sentono il bisogno d’esprimersi anche attraverso invenzioni tipografiche.

663

This shift from representation to formal-conceptual mimesis of industrial reality begins in the visual arts, particularly those concerned with shaping everyday objects. The clearest developmental line runs through architectural revolution - from Morris and Art Nouveau to Constructivism, Bauhaus, Rationalism, and industrial design. We immediately note this visual primacy even in the works of literary pioneers like Apollinaire and Mayakovsky, who felt compelled to express themselves through typographical innovations.

664

Caratteristica fondamentale di questo atteggiamento stilistico che potremmo chiamare la «linea razionalista dell’avanguardia», è l’ottimismo storicista: contro le posizioni di rifiuto e dell’evasione, s’afferma il riscatto estetico-morale del mondo meccanizzato. Che in questa linea si situino tendenze e forme e spiegazioni teoriche intese al perpetuamento e al mascheramento dello sfruttamento capitalistico, non ne invalida il senso generale storicamente positivo, il suo tendere a una sintesi delle ragioni dell’estetismo e di quelle dell’ideologia socialista: la creazione d’una bellezza altra e l’imposizione della bellezza alla realtà questa. (Uso «bellezza» come un termine comprensivo di valori estetico-storico-morali, come avrei potuto anche dire «libertà».) È questa linea che salva, nella cultura artistico-letteraria del nostro secolo, una carica morale di non rassegnazione, nell’amore per le cose della vita e del lavoro, nell’urgenza di vederle come in un anticipato mondo nuovamente umano: sto pensando a un vero pittore marxista, Léger, al suo atteggiamento verso il mondo meccanico, al suo inventarne un’imprevedibile gaiezza pur accettandone tutta la durezza.

664

The fundamental characteristic of this stylistic approach - what we might call "the rationalist line of the avant-garde" - is its historicist optimism: rejecting both refusal and escapism, it asserts the aesthetic-moral redemption of mechanized society. That this current includes tendencies and theoretical justifications serving capitalist exploitation's perpetuation and masking does not invalidate its overall historically positive thrust - its attempt to synthesize aestheticism's reasons with socialist ideology's reasons: creating an other beauty while imposing beauty upon this reality. (I use "beauty" as a term encompassing aesthetic-historical-moral values, much as I could have used "freedom.") This current preserves within our century's artistic-literary culture a moral charge of non-resignation - love for life's objects and labor, urgency to see them as inhabiting an anticipated rehumanized world. I think here of a truly Marxist painter like Léger, his attitude toward the mechanical world, his invention of unforeseen gaiety while accepting its harshness.

665

A chi si chiede ogni momento: «Ma non farò il gioco del capitalismo?» preferisco chi affronta tutti i problemi di trasformazione del mondo con la fiducia che ciò che è meglio serve per il meglio. Del resto, in questo stesso numero lo scritto di Fortini è un documento di come una tensione rivoluzionaria, se alimentata solo dalla passione per la teoria e non per l’operare pratico umano (e per le cose che di questo operare sono strumento e prodotto), si risolve nella scelta del nulla.

665

To those perpetually asking "But am I not playing capitalism's game?" I prefer those who confront all problems of world transformation trusting that what is better serves the better. Moreover, Fortini's essay in this very issue demonstrates how revolutionary tension, when nourished solely by passion for theory rather than practical human action (and for the tools and products of such action), resolves into the choice of nothingness.

666

L’ottimismo storicista che l’«avanguardia» esprime al suo momento iniziale può prendere esiti ideologici molto diversi, corrispondenti agli esiti diversi dello storicismo stesso: dall’illuminismo degli architetti, al panteismo rivoluzionario di Majakovskij, al nazionalismo bellicista del futurismo italiano, allo sberleffo anarchico dei dadà, all’«oplà, noi viviamo» dell’espressionismo politico, seguendo un arco che da un certo punto in là non è più né razionalista né storicista e tanto meno ottimista. Una spinta visceral-esistenzial-religiosa accomuna l’espressionismo, Céline, Artaud, una parte di Joyce, il monologo interiore, il surrealismo più umido, Henry Miller e giunge fino ai nostri giorni. Su questa corrente viscerale dell’avanguardia il mio discorso non vorrebbe mai essere di sottovalutazione o di condanna perché è una linea che continua a contare, e costituisce la chiave di possibilità espressive attuali che contano anche per me, però non posso proprio farci niente se non riesco a parlarne con simpatia e adesione. Non che io non creda alle rivoluzioni interiori, esistenziali: ma il grande avvenimento del secolo, in questo senso – e forse condizione necessaria della nuova fase industriale –, è stata la rivoluzione contro il padre, compiuta nei territori del paterno impero di Francesco Giuseppe, da un medico alienista e da un giovane visionario, Freud e Kafka. Ebbene, io non considero né Freud né Kafka «viscerali»: li considero due maestri perché – ognuno a suo modo – sono entrambi duri, asciutti, secchi come chiodi.

666

The historicist optimism expressed by the "avant-garde" in its initial phase can lead to highly diverse ideological outcomes, corresponding to the varied trajectories of historicism itself: from the Enlightenment of architects, to Mayakovsky’s revolutionary pantheism, to the bellicose nationalism of Italian Futurism, to the anarchic mockery of Dada, to the Expressionist political cry of "Opla, we’re alive!"—following an arc that beyond a certain point ceases to be rationalist, historicist, or even optimistic. A visceral-existential-religious impulse unites Expressionism, Céline, Artaud, aspects of Joyce, the interior monologue, the more visceral Surrealism of Henry Miller, and extends to our own day. Regarding this visceral current of the avant-garde, my intention is never to underestimate or condemn it, for it remains a vital lineage and constitutes key expressive possibilities even for me. Yet I cannot help my inability to discuss it with sympathy or alignment. This is not to dismiss interior, existential revolutions: but the great event of the century in this regard—and perhaps a necessary condition of the new industrial phase—was the revolution against the father, accomplished within the paternal empire of Franz Joseph by an alienist physician and a visionary young man: Freud and Kafka. Now, I do not consider Freud or Kafka "visceral": I see them as two masters because—each in their own way—they are hard, dry, austere as nails.

667

Il problema espressivo e critico per me resta uno: la mia prima scelta formal-morale è stata per le soluzioni di stilizzazione riduttiva, e per quanto tutta la mia esperienza più recente mi porti a orientarmi invece sulla necessità di un discorso il più possibile inglobante e articolato, che incarni la molteplicità conoscitiva e strumentale del mondo in cui viviamo, continuo a credere che non ci siano soluzioni valide esteticamente e moralmente e storicamente se non si attuano nella fondazione di uno stile.

667

The expressive and critical problem for me remains singular: my first formal-moral choice leaned toward solutions of reductive stylization. And though my recent experience increasingly orients me toward the necessity of an all-encompassing, articulated discourse that embodies the cognitive and instrumental multiplicity of our world, I continue to believe that no solutions are valid aesthetically, morally, or historically unless they realize themselves in the foundation of a style.

668

Lo Hemingway delle mie prime scelte giovanili non è affatto diminuito di statura: resta il migliore di tutti, per esattezza e secchezza nella parola e nel gesto e nei rapporti umani (anche se la giovane generazione americana gli preferisce quel suo fratello assolutamente opposto che è Henry Miller, torrentizio, vaticinante e stilisticamente indiscriminato). Ma intanto è cresciuta sempre di più anche per me un’esigenza stilistica più complessa, che si attui attraverso l’adozione di tutti i linguaggi possibili, di tutti i possibili metodi d’interpretazione, che esprima la molteplicità conoscitiva del mondo in cui viviamo.

668

The Hemingway of my youthful preferences has not diminished in stature: he remains, through precision and terseness in word, gesture, and human relations, the greatest of them all (even if the younger American generation prefers his absolute opposite—Henry Miller, torrential, oracular, and stylistically indiscriminate). Yet within me, a demand for more complex stylistic expression has grown—one that adopts all possible languages and interpretive methods to articulate our world’s cognitive multiplicity.

669

Il nome che qui occorre è naturalmente quello di Joyce: purtroppo uno scrittore che non sono mai riuscito ad amare, perché troppi lati suoi mi riescono privi di interesse: il fisiologico, il cattolico blasfemo, l’irlandese.

669

The name that naturally arises here is Joyce’s: unfortunately, a writer I’ve never managed to love, as so many facets of his work strike me as uninteresting—the physiological, the blasphemous Catholic, the Irishman.

670

C’è per fortuna, a esempio di come i linguaggi si inventano e si sviluppano e si vivono e non se ne resta schiavi, Picasso, che ha vissuto tutta la cultura visuale del passato e del presente, secondo vie che in letteratura andrebbero dalla lirica all’epica al diario al nonsense, Picasso che ha detto tutto quello che si poteva dire nel senso di storia del segno grafico e pittorico, di storia pubblica mondiale, di storia autobiografica. Insomma: l’unico uomo dopo Shakespeare che ha espresso il mondo e se stesso in modo totale.

670

Fortunately, we have Picasso as an example of how languages are invented, developed, lived, and not merely enslaved. Picasso, who absorbed the entire visual culture of past and present through modes that in literature would range from lyric to epic, diary to nonsense. Picasso, who said everything possible in terms of graphic and pictorial sign history, global public history, autobiographical history. In short: the only man since Shakespeare to express both the world and himself totally.

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Il nome di Picasso ci rimanda a un momento della storia culturale del nostro secolo in cui i limiti dell’avanguardia parevano superati: la stagione che s’apre intorno alla guerra di Spagna e s’estende ai primi anni del secondo dopoguerra. Ci furono anche lì equivoci e fuochi di paglia, è naturale: ma quel che conta ancor oggi è come una spinta che era insieme stilistica, storica ed esistenziale riuscisse a creare un’immagine di quell’epoca che ingrandisce anziché affievolirsi.

671

Picasso’s name returns us to a moment in our century’s cultural history when the limits of the avant-garde seemed transcended: the era opening around the Spanish Civil War and extending into the early postwar years. There were misunderstandings and flash-in-the-pan moments, naturally: but what still matters today is how a drive simultaneously stylistic, historical, and existential managed to create an image of that epoch which magnifies rather than fades.

672

Sarebbe sbagliato se oggi noi ci fermassimo a farne un mito; ma ancor oggi il richiamo a quel clima (come il dire – per la letteratura italiana – «Vittorini e Pavese») vale come esempio d’una ricerca formale che non era mai formalistica ma folta d’implicazioni culturali su tutti i piani.

672

It would be wrong to mythologize this today; yet even now, invoking that climate (or naming, for Italian literature, "Vittorini and Pavese") serves as an example of formal research that was never merely formalistic but thick with cultural implications across all planes.

673

Guardiamo Pavese nella sua preoccupazione di una letteratura del mondo industriale: il lavoro continuo per definirsi uno stile (il rigore nello stabilire lo spazio poetico dei suoi romanzi – la cancellazione del personaggio, della descrittiva pittorica, della psicologia – che oggi passano per scoperte del «nuovo romanzo» francese), il riferimento all’interpretazione antropologica delle esperienze esistenziali e poetiche più arcaiche (che ora la voga sociologica ha divulgato), la persistente irreducibilità alla storia della più segreta e feroce interiorità individuale (che ora è il tema quasi esclusivo d’una vasta zona di letteratura in tutto il mondo). Certo, se in fondo Pavese si può valutare completamente soltanto ora, il suo aver vissuto questi temi come precorritore isolato fa sì che sentiamo quanto siano stati lunghi e decisivi i dodici anni che ci separano dalla sua morte e già tanti suoi aspetti (la lingua, per noi ormai abituati a impasti più complessi; il contrasto tra mondo interiore e politica, che ormai ci pare rudimentale; il contrasto campagna-città, selvaggio-civile, dove persiste l’accentuazione filoprimitiva di tutta la cultura «frazeriana») ci appaiono ormai con l’inconfondibile colore dell’epoca; e già il fatto di poterlo ora riconoscere e definire ci prova che siamo entrati in un’epoca diversa.

673

Consider Pavese’s preoccupation with a literature of the industrial world: his continuous labor to define a style (the rigor in establishing the poetic space of his novels—the erasure of character, painterly description, psychology—now claimed as discoveries by the French "New Novel"); his reference to anthropological interpretations of archaic existential and poetic experiences (since popularized by sociological trends); his persistent insistence on the historical irreducibility of the most secret and ferocious individual interiority (now the near-exclusive theme of vast literary territories worldwide). While Pavese can only be fully assessed today, his having lived these themes as an isolated precursor means we feel acutely the twelve decisive years since his death. Many aspects now strike us as period pieces: his language, to readers accustomed to more complex amalgams; the rudimentary contrast between inner world and politics; the country-city, savage-civilized dichotomy retaining the pro-primitive emphasis of all "Frazerian" culture. Yet the very fact that we can now recognize and define this proves we’ve entered a different epoch.

674

3. Qual è la situazione letteraria di fronte alla «seconda rivoluzione industriale»? Viviamo in un tempo di stratificazione culturale tale da rendere giustificato il rilancio del concetto d’«avanguardia» ma anche da rendere più vistose le ragioni della sua crisi. È difficile ormai sceverare un prima e un dopo nella morfologia letteraria e tracciare una linea netta tra «tradizione» e «avanguardia». Invidio la sicurezza di Umberto Eco nel credere che le «forme aperte» siano più nuove delle «forme chiuse», quando anche le forme metriche, la rima (la rima!), da un anno all’altro possono tornare ad avere un significato nuovo. Le forme classiche della poesia e quelle ottocentesche del romanzo sono entrate in crisi già da parecchi decenni – diciamo tra il 1880 e il 1930 – e di là in poi s’allarga un ventaglio di ricerche e di possibilità che possiamo considerare tutte contemporanee, tutte ancora in corso, e quelle che condanniamo le condanniamo perché significano un contenuto che condanniamo, non per un semplice bisogno d’avvicendamento formale. Anche Vittorini usa «meno arretrato» e «più arretrato» come categorie di giudizio, cioè riecheggia la certezza propria dell’avanguardia nella rivoluzione permanente delle forme, basata su una fede storicistica che oggi appare troppo semplice. Ma quando egli passa a giustificare le ragioni dell’«arretratezza» vediamo che il giudizio polemico sulle forme è sempre giudizio polemico di contenuto, giudizio culturale.

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3. What is literature's stance toward the "second industrial revolution"? We live in an era of cultural stratification that justifies reviving the concept of "avant-garde," yet simultaneously highlights its crisis. Today, it's increasingly difficult to separate chronological phases in literary morphology or draw clear boundaries between "tradition" and "avant-garde." I envy Umberto Eco's confidence in believing "open forms" to be newer than "closed forms," when even metrical structures and rhyme (rhyme itself!) may regain fresh significance from one year to the next. The classical forms of poetry and nineteenth-century novelistic structures entered crisis decades ago – roughly between 1880 and 1930 – since when a spectrum of experiments has unfolded. All remain contemporary, still in progress; those we condemn earn disapproval for their content rather than mere formal obsolescence. Even Vittorini employs "less backward" and "more backward" as evaluative categories, echoing avant-garde faith in permanent formal revolution rooted in historicist certainty – a perspective now appearing oversimplified. Yet when he justifies "backwardness," we see how formal critiques always conceal cultural judgments about content.

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Così cercherò di fare io pure, continuando ad applicare alla situazione presente le due definizioni di linea «razionalista» e linea «viscerale» dell’avanguardia che ho usato fin qui. Anche oggi è possibile distinguere le due linee (sebbene non sempre in maniera netta), ma la prima impressione è che gli sviluppi della seconda siano in netta prevalenza sugli sviluppi della prima. La linea «razionalista», o della stilizzazione riduttiva e matematico-geometrizzante ha segnato una relativa vittoria nell’esser riuscita a imporre il gusto dei suoi designers e dei suoi architetti all’interno del mondo industriale, ma l’ha pagata con un indebolimento della sua forza creativa e combattiva. Il monopolio dell’opposizione all’ideologia industriale sembra assunto dagli sviluppi della linea «viscerale» (Beckett, Burri, l’informel, la musica e la pittura del «caso», la beat generation, eccetera), ma è un’opposizione così poco dialettica che potrebb’essere considerata anche una tranquilla spartizione di territori.

675

I shall proceed similarly, applying to our present situation the two definitions of avant-garde lines I've used thus far: "rationalist" and "visceral." These distinctions remain possible today (though not always sharply), yet visceral developments clearly dominate. The "rationalist" line – with its reductive stylization and geometric-mathematical rigor – achieved partial victory by imposing its designers' and architects' tastes upon industrial society, but paid through weakened creative vitality. Opposition to industrial ideology now seems monopolized by visceral developments (Beckett, Burri, informel, chance-based music/painting, beat generation, etc.), though this opposition proves so undialectical it might be seen as mere territorial division.

676

Oggi l’ipermeccanizzazione, l’iperproduzione, l’iper-organizzazione sono un dato che le nuove generazioni non si sognano più di discutere. Non c’è un prima come termine di paragone (ormai remoto alla esperienza) né un dopo (la prospettiva del capovolgimento dei rapporti di proprietà non ha più immagini che stacchino visivamente sull’oggi, se non nei paesi sottosviluppati; nessuno è più in grado di assicurare che il mondo industriale del socialismo futuro non sarà esteriormente identico al mondo industriale del capitalismo futuro).

676

Today's hyper-mechanization, hyper-production, and hyper-organization form an accepted reality unchallenged by new generations. No before exists for comparison (now beyond lived experience), nor convincing after (visions of post-property relations lack visual distinction from the present except in underdeveloped nations; none can guarantee socialist industrial futures won't mirror capitalist ones outwardly).

677

È in questa situazione che la rappresentazione delle trasformazioni del mondo esterno – il tema sia del naturalismo che dell’avanguardia razionalista – viene perdendo d’interesse: ed è l’interiorità che domina il campo. L’uomo della seconda rivoluzione industriale si rivolge all’unica parte non cromata, non programmata dell’universo: cioè l’interiorità, il self, il rapporto non mediato totalità-io. E questo non è solo un atteggiamento del poeta e dell’artista e del beatnik, ma anche del semplice soggetto pensante e comportamentante.

677

Within this context, representing external transformations – theme of both naturalism and rationalist avant-garde – loses relevance: interiority dominates. The second industrial revolution's human turns to the universe's sole unchromed, unprogrammed sector – interiority, the self, the unmediated totality-self relationship. This attitude characterizes not just poets, artists, and beatniks, but every thinking/acting subject.

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Il nuovo individualismo approda a una perdita completa dell’individuo nel mare delle cose; la dilatazione dell’io mira, attraverso il buddismo beat, la sensualità diffusa, le esperienze mistico-stupefacenti, alla perdita dell’opposizione dialettica tra soggetto e oggetto. Il giudizio negativo che diamo di questo atteggiamento non vuol dire che lo si consideri gratuito, privo d’una sua ragione storico-culturale. La letteratura, puntando su questa zona interna all’individuo, cerca di far breccia là dove la cultura ideologica presenta una lacuna. Oggi le ideologie che reggono il mondo industriale – da una parte la filosofia anglosassone della scienza e della comunicazione, dall’altra il materialismo storico – puntano sul «pubblico» e fuggono il «privato», in una specie di corsa centrifuga dal loro nucleo di preoccupazioni antropologiche. Resta una zona vacante, nella quale esistenzialismo, fenomenologia, psicoanalisi tentano d’inglobarsi in un discorso organico. Ma questo discorso organico non ha finora trovato una sua linea, pare non riesca ancora a liberarsi dall’invischiamento nel vecchio fondale mistico-limaccioso. Manca quel «supplemento di società» di cui parla in questo stesso «Menabò» Leonetti; l’ideologia militante lascia sguernite le trincee dell’individuale; e il territorio che due secoli e più di storia del pensiero laico sono riusciti a sottrarre al dominio dei teologi è sul punto di cadere in mano ai negromanti.

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New individualism culminates in complete dissolution within materiality; ego expansion through beat Buddhism, diffused sensuality, and drug-mystic experiences seeks to erase subject-object dialectics. Our negative judgment doesn't deem this attitude baseless, but recognizes its historical-cultural logic. Literature breaches where ideological culture shows lacunae. Today's governing industrial ideologies – Anglo-Saxon philosophy of science/communication versus historical materialism – focus on "public" spheres while fleeing the "private," centrifugally escaping anthropological concerns. Vacant zones remain where existentialism, phenomenology, and psychoanalysis attempt organic discourse – yet this discourse still wallows in mystical residue. Missing is the "social supplement" Leonetti mentions in this same Menabò; militant ideology abandons individual trenches; territories secular thought wrested from theologians over two centuries now risk falling to necromancers.

679

I principali elementi di questa negromanzia forniscono il retroterra ideologico di molti movimenti dell’ultima avanguardia. Nasce il «selvaggio della civiltà industriale» di cui la beat generation e molti altri «arrabbiati» e neonichilisti ci dànno un’ampia esemplificazione internazionale che include ora anche l’Urss. Non è un «ritorno alla natura», al contrario: è una naturalizzazione dell’industria. Lo sfondo storico conscio o inconscio di questi atteggiamenti è un’economia perfettamente organizzata che elargirà i suoi frutti come un’indifferente natura. Non verrà forse il giorno in cui la produzione sarà mandata avanti da automi, il giorno in cui il lavoro manuale consisterà nello schiacciare un bottone una volta tanto? I beatniks sono i nuovi selvaggi d’una giungla meccanica ed estranea.

679

This necromancy's elements form the ideological backdrop for recent avant-garde movements. The "savage of industrial civilization" emerges, exemplified internationally (now including USSR) by beat generation and various "angry" neonihilists. Not a "return to nature," but industry's naturalization. Their historical context – conscious or not – is perfectly organized economies yielding fruits like indifferent nature. When production becomes automaton-run, manual labor reduced to button-pushing, beatniks become new savages of a mechanical and alien jungle.

680

La linea «viscerale» dell’avanguardia ci porta oggi dunque di fronte all’alternativa tra la soggezione biologica e la soggezione industriale. Doveva essere necessariamente così? Non è detto. Nata dal mondo della reificazione generale, questa rivendicazione della natura-uomo che diventa rivendicazione del poeta come fatto di natura, poteva e può avere altri esiti, nella direzione d’una poesia complessa come la morfologia biologica, d’un senso lirico-vitale che sia all’altezza della nostra conoscenza intellettuale del mondo. Sto pensando a due figure diverse come il giorno e la notte, ma che ci comunicano entrambe questo senso, e scaturite entrambe dalla coscienza più straziante della nostra civiltà negli anni della seconda guerra mondiale: Dylan Thomas e Jean Genet.

680

The avant-garde's visceral line now confronts us with biological versus industrial subjection. Must this be? Born from universal reification, this human-nature reclamation – asserting poet as natural fact – could yield different outcomes: poetry complex as biological morphology, lyrical-vital sense matching intellectual world-knowledge. I envision two night-and-day figures both radiating this awareness, emerging from WWII's cultural convulsions: Dylan Thomas and Jean Genet.

681

4. A ben vedere, anche la linea razionalistica dell’avanguardia, geometrizzante e riduttiva, nella sua esperienza letteraria più recente ed estrema, quella di Robbe-Grillet, ripiega verso un’interiorizzazione, e lo fa proprio col suo massimo sforzo di spersonalizzazione oggettiva: il processo di mimesi delle forme del mondo tecnico-produttivo si fa interiore, diventa sguardo, modo di mettersi in rapporto con la realtà esterna.

681

4. Upon closer examination, even the rationalistic line of the avant-garde – geometrizing and reductive – in its most recent and extreme literary manifestation, that of Robbe-Grillet, retreats into an internalization, achieving this precisely through its maximal effort toward objective depersonalization: the process of miming the forms of the techno-productive world turns inward, becoming gaze, a mode of relating to external reality.

682

Il libro intitolato Nel labirinto ci può servire a una valutazione di Robbe-Grillet nei suoi aspetti positivi e negativi. Già nei libri precedenti egli ci aveva dato uno dei più straordinari e positivi risultati della cultura letteraria contemporanea con la qualità della sua prosa: quest’assoluta abolizione d’ogni alone attorno alle parole. Pensiamo al persistente spiritualismo della cultura francese d’ogni tendenza, e al linguaggio con cui esso s’esprime; pensiamo a come anche da noi non si riesce a usare le parole senza risonanze suggestive; e forse avremo scoperto il perché – altrimenti incomprensibile – sia toccato a Robbe-Grillet di suscitare tante polemiche ed avversioni in un tempo in cui il potere di scandalo dell’avanguardia è più che mai esaurito e tutto passa senza provocare un battere di ciglio: cioè il fatto che l’impiego oggettuale delle parole colpisce uno dei vizi fondamentali della tradizione letteraria. Il guaio è che – appunto qui Nel labirinto – gli aloni spiritualistici eliminati attorno alle parole si ricreano attorno alla misteriosità dell’affabulazione, al piacere romantico della misteriosità che è altra cosa dal piacere scientifico delle strutture complicate.

682

The book titled In the Labyrinth may serve us in evaluating Robbe-Grillet’s positive and negative aspects. Even in his earlier works, he had given us one of the most extraordinary and positive achievements of contemporary literary culture through the quality of his prose: this absolute abolition of any aura around words. Consider the persistent spiritualism of French culture across all tendencies, and the language through which it expresses itself; consider how even we Italians cannot use words without suggestive resonances; and perhaps we will have discovered why – otherwise incomprehensible – it fell to Robbe-Grillet to provoke so much polemic and aversion in an era when the avant-garde’s power to scandalize has been exhausted, and everything passes without provoking so much as a blink: namely, that the objectual use of words strikes at one of the fundamental vices of literary tradition. The problem is that – precisely here in In the Labyrinth – the spiritualist auras eliminated from words reconstitute themselves around the mysteriousness of storytelling, around the romantic pleasure of enigma, which differs entirely from the scientific pleasure of intricate structures.

683

La contraddizione della figura di Robbe-Grillet è questa: c’è in lui una radice razionalistica (di grande originalità e forza poetica) e una radice irrazionalistica (debole proprio nell’ambito della cultura irrazionalistica). Questo vale sia per l’opera creativa – specialmente Voyeur e Jalousie – sia per gli scritti teorici, che io non sottovaluterei in blocco. Pochi, anche tra i sostenitori più convinti dello scrittore, se la sentono di avallare le sue dichiarazioni di poetica, spesso grezze e provocatorie; ma io credo che certe sue pagine teoriche (il saggio Natura, umanesimo, tragedia), se non sul piano d’un pensiero rigoroso su quello delle sollecitazioni poetiche e morali, siano molto importanti, come proposta d’una visione del mondo antitragica, priva di vibrazioni religiose e di suggestioni antropomorfe e antropocentriche. È questa una proposta che potrà essere sviluppata dalla letteratura a venire; mentre i romanzi grilletiani sono casi-limite di cui è difficile prevedere sviluppi da parte di discepoli e seguaci, se non nel senso dell’esigenza generale di un nuovo «spazio letterario».

683

The contradiction in Robbe-Grillet’s figure lies here: there exists in him a rationalistic root (of great originality and poetic force) and an irrationalistic root (weak precisely within the sphere of irrationalistic culture). This applies both to his creative work – particularly The Voyeur and Jealousy – and to his theoretical writings, which I would not dismiss en bloc. Few, even among his most ardent supporters, feel able to endorse his poetic declarations, often crude and provocative; yet I believe certain theoretical pages (the essay Nature, Humanism, Tragedy), if not on the plane of rigorous thought then on that of poetic and moral provocations, hold great importance as proposals for a worldview antithetical to tragedy, devoid of religious vibrations and anthropomorphic or anthropocentric suggestions. This is a proposal that future literature may develop; whereas the Grilletian novels remain limit-cases from which it is difficult to foresee disciples deriving further developments, except in the general direction of demanding a new "literary space."

684

Lo spazio non antropocentrico che Robbe-Grillet configura, ci appare come un labirinto spaziale di oggetti al quale si sovrappone il labirinto temporale dei dati d’una storia umana. Questa forma del labirinto è oggi quasi l’archetipo delle immagini letterarie del mondo, anche se dall’esperienza di Robbe-Grillet, isolata nel suo ascetismo espressivo, passiamo a una configurazione su molti piani ispirata alla molteplicità e complessità di rappresentazioni del mondo che la cultura contemporanea ci offre.

684

The non-anthropocentric space Robbe-Grillet configures appears to us as a spatial labyrinth of objects overlaid by the temporal labyrinth of human historical data. This labyrinth form has become nearly the archetype of literary images of the world today, even if we move from Robbe-Grillet’s experience – isolated in its expressive asceticism – to configurations on multiple planes inspired by the multiplicity and complexity of world-representations offered by contemporary culture.

685

Anche qui è la forma del labirinto che domina: il labirinto della conoscenza fenomenologica del mondo in Butor, il labirinto della concrezione e stratificazione linguistica in Gadda, il labirinto delle immagini culturali di una cosmogonia più labirintica ancora, in Borges. Ho dato tre esempi che corrispondono ad altrettanti filoni della letteratura contemporanea, tendenti tutti a una summa dei modi conoscitivi ed espressivi, e che possono presentarsi variamente mescolati e intrecciati: il filone neorabelaisiano-babelico-goticobarocco (che comprende Queneau e Gadda ma arriva fino a Nabokov e Günter Grass) si innesta in quello babelico-enciclopedico-intellettuale (la tentazione del romanzo globale, pan-saggistico si farà certo sempre più forte; Musil è arrivato a noi oggi con l’armamentario culturale di un’altra epoca, ma nel momento giusto per l’ambizione che lo muove), e questo nel pastiche «stravinskiano», geometrizzante anch’esso ma solo nelle linee interne della composizione, mentre i materiali fantastici sono tratti dalla cultura letteraria (come Borges che cerca di comporre una immagine dell’universo non mistica anche se desunta da teologi e visionari; o come Brecht che muove delle maschere in costume per mostrare il meccanismo morale della società contemporanea senz’essere distratto dalla rappresentazione degli aspetti esteriori). Vediamo come quest’insieme d’intuizioni fruttifichi nei più giovani: la Germania divisa in due immagini speculari ed estreme del nostro tempo, è presa da Uwe Johnson come tema del suo realismo a rifrazioni multiple, attraverso un freddo caleidoscopio di frantumazioni linguistico-ideologico-morali.

685

Here too the labyrinth form dominates: the labyrinth of phenomenological knowledge of the world in Butor, the labyrinth of linguistic concretion and stratification in Gadda, the labyrinth of cultural images within an even more labyrinthine cosmogony in Borges. I have given three examples corresponding to as many strands of contemporary literature, all tending toward a summa of cognitive and expressive modes, which may present themselves variously blended and intertwined: the neo-Rabelaisian-Babelic-Gothic-Baroque strand (encompassing Queneau and Gadda but extending to Nabokov and Günter Grass) grafts onto the Babelic-encyclopedic-intellectual strand (the temptation of the global, pan-essayistic novel will undoubtedly grow stronger; Musil reaches us today with the cultural arsenal of another epoch, yet arrives at the right moment for the ambition driving him), and this into the "Stravinskian" pastiche, itself geometrizing but only in the internal lines of composition, while fantastical materials are drawn from literary culture (as with Borges, who seeks to compose a non-mystical image of the universe even if sourced from theologians and visionaries; or Brecht, who manipulates costumed masks to reveal the moral machinery of contemporary society without being distracted by representing exterior aspects). We see how this cluster of intuitions bears fruit among younger writers: a Germany split into two specular and extreme images of our time is taken up by Uwe Johnson as the theme for his realism of multiple refractions, filtered through a cold kaleidoscope of linguistic-ideological-moral fragmentations.

686

Questa letteratura del labirinto gnoseologico-culturale (e quella che ho passato in rassegna nel capitolo precedente, e che possiamo definire del coacervo biologico-esistenziale) ha in sé una doppia possibilità. Da una parte c’è l’attitudine oggi necessaria per affrontare la complessità del reale, rifiutandosi alle visioni semplicistiche che non fanno che confermare le nostre abitudini di rappresentazione del mondo; quello che oggi ci serve è la mappa del labirinto la più particolareggiata possibile. Dall’altra parte c’è il fascino del labirinto in quanto tale, del perdersi nel labirinto, del rappresentare questa assenza di vie d’uscita come la vera condizione dell’uomo. Nello sceverare l’uno dall’altro i due atteggiamenti vogliamo porre la nostra attenzione critica, pur tenendo presente che non si possono sempre distinguere con un taglio netto (nella spinta a cercare la via d’uscita c’è sempre anche una parte d’amore per i labirinti in sé; e del gioco di perdersi nei labirinti fa parte anche un certo accanimento a trovare la via d’uscita).

686

This literature of the gnoseological-cultural labyrinth (and that which I surveyed in the preceding chapter, which we might define as the biological-existential morass) contains within itself a double possibility. On one hand, there is the attitude now necessary to confront reality’s complexity, resisting simplistic visions that merely confirm our habitual representations of the world; what we need today is the most detailed possible map of the labyrinth. On the other hand, there is the fascination of the labyrinth as such, of losing oneself in the labyrinth, of representing this absence of exits as humanity’s true condition. In disentangling these two attitudes, we wish to focus our critical attention, while recognizing that they cannot always be cleanly separated (the drive to seek an exit always contains some love for labyrinths in themselves; and the game of losing oneself in labyrinths involves a certain doggedness in finding the way out).

687

Resta fuori chi crede di poter vincere i labirinti sfuggendo alla loro difficoltà; ed è dunque una richiesta poco pertinente quella che si fa alla letteratura, dato un labirinto, di fornirne essa stessa la chiave per uscirne. Quel che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita, anche se questa via d’uscita non sarà altro che il passaggio da un labirinto all’altro. È la sfida al labirinto che vogliamo salvare, è una letteratura della sfida al labirinto che vogliamo enucleare e distinguere dalla letteratura della resa al labirinto.

687

Those who believe they can conquer labyrinths by evading their difficulty remain excluded; hence the demand made of literature – given a labyrinth – to provide its own key for escape becomes rather misplaced. What literature can do is define the best attitude for finding the exit, even if this exit will be nothing more than a passage from one labyrinth to another. It is the challenge to the labyrinth we wish to preserve; it is a literature of challenge to the labyrinth that we seek to isolate and distinguish from the literature of surrender to the labyrinth.

688

Così soltanto si supera quell’«atteggiamento disperato» che Vittorini («Menabò 4», p. 19) rimprovera alla vecchia avanguardia e all’eredità che essa ha lasciato alla nuova: la non-speranza nel potere determinante della cultura.

688

Thus alone can we overcome that "desperate attitude" which Vittorini («Menabò 4», p. 19) reproaches the old avant-garde and the legacy it has bequeathed to the new: the absence of hope in culture's determining power.

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Oggi cominciamo a richiedere dalla letteratura qualcosa di più d’una conoscenza dell’epoca o d’una mimesi degli aspetti esterni degli oggetti o di quelli interni dell’animo umano. Vogliamo dalla letteratura un’immagine cosmica (questo termine è il punto di convergenza del mio discorso con quello di Eco), cioè al livello dei piani di conoscenza che lo sviluppo storico ha messo in gioco.

689

Today we begin to demand from literature something more than an understanding of our era or a mimesis of external object appearances or internal human emotions. We want literature to provide a cosmic image (this term converges my discourse with Eco's), operating at the level of cognitive planes that historical development has set in motion.

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E a chi vorrebbe che in cambio rinunciassimo (e a chi è pronto ad accusarci di rinunciare) alla nostra continua esigenza di significati storici, di giudizi morali, risponderò che anche di ciò che ora si pretende (e forse ha le sue ragioni per pretendersi) metastorico, quel che conta per noi è la sua incidenza nella storia degli uomini; che anche di ciò che ora si rifiuta (e forse ha le sue ragioni per rifiutarsi) a un giudizio morale, quel che conta per noi è quello che ci insegna.

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To those who would have us renounce - and to those ready to accuse us of renouncing - our persistent demand for historical meanings and moral judgments, I shall respond that even what now claims (and perhaps has grounds to claim) metahistorical status matters to us through its impact on human history; that even what now refuses (and perhaps has grounds to refuse) moral judgment teaches us through its very refusal.

692

Un’amara serenità

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A Bitter Serenity

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«Il menabò 7 – Una rivista internazionale», Einaudi, Torino 1964. Questo quaderno del «Menabò» conteneva i materiali d’una rivista internazionale progettata nel 1963, insieme a un gruppo di scrittori italiani, francesi e tedeschi, ma infine non realizzata. Questo testo, pubblicato col titolo I giusti, doveva far parte d’una rubrica di testi brevi di riflessione su aspetti della vita attuale.

693

«Il menabò 7 – An International Review», Einaudi, Turin 1964. This issue of «Menabò» contained materials for an international review planned in 1963 with a group of Italian, French, and German writers, ultimately unrealized. This text, published under the title The Just, was intended for a column of brief reflections on aspects of contemporary life.

694

Beati quelli il cui atteggiamento verso la realtà è dettato da immutabili ragioni interiori! Ad essi va l’invidia di quanti, come noi, abituati a reagire agli stimoli mutevoli del mondo, viviamo esposti a contraccolpi continui, e non finendo mai di decifrare il corso della multiforme realtà, portiamo nei nostri atteggiamenti stabiliti volta per volta la coscienza del rischio di sbagliare. E quant’è difficile da vivere, per quelli come noi, l’Italia! Altrove in Europa i tempi ostentano con protervia il loro volto negativo; di fronte al quale, il chiudersi in un’opposizione totale è atteggiamento chiaro e attendibile; e pure il lasciar margine a un’apologia del reale assume significati precisi: di pragmatica inversione di valori o di paradossale ottimismo dialettico. Ma l’Italia, proprio per la sua apparenza soddisfatta e normale sopra a ogni altro paese, proprio per il suo sembrare oggi il più esente da grandi drammi, quello in cui un accrescimento quasi biologico del benessere industriale e lo sviluppo di strutture anche sociali e politiche più moderne e civili paiono correre strade non troppo divergenti, è pure il più difficile al commento della ragione critica, quello in cui le previsioni se rosee vengono subito date per banali – per arretrate se buie.

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Blessed are those whose attitude toward reality springs from immutable inner convictions! They inspire envy in those of us accustomed to reacting to the world's shifting stimuli, perpetually exposed to continuous repercussions, who never cease deciphering the course of multifaceted reality while carrying in our provisional stances the awareness of potential error. How difficult Italy makes this existence for our kind! Elsewhere in Europe, the times brazenly flaunt their negative aspects - against which total opposition becomes a clear and credible stance, while even partial justification of reality assumes precise meanings: pragmatic value inversion or paradoxical dialectical optimism. But Italy, precisely through its appearance as the most satisfied and normal nation, seemingly exempt from great dramas, where industrial welfare's almost biological growth and modern sociopolitical structures develop along not overly divergent paths, becomes most resistant to critical reason's commentary - where rosy predictions immediately seem banal, dark ones retrograde.

695

L’uomo che vuol vedere più in là dell’oggi, sospetta dell’euforia dei tanti, che paghi di sguazzare nel fiume della produzione e del consumo, e per di più con la coscienza a posto perché anche dal punto di vista democratico e antifascista le cose sembrano avviarsi verso il meglio («certo c’è ancora tanto da fare, ma a poco a poco…»), corrono nel ritmo facilmente febbrile degli affari e delle vacanze, e si giocano l’anima («qualche compromesso si deve pur fare…») troppo sicuri di non perderla. Ma altrettanto diffida di chi, abituato a trattenere il fiato per non aspirare i microbi dell’aria, e ad atteggiare la bocca a disgusto per non compiacersi inavvertitamente di cose impure, ogni cosa in più che vede la segna nella colonna delle perdite e mai in quella dei guadagni, ogni passo avanti lo considera un passo indietro (magari in quanto, volendo fare un salto, prima si aveva più rincorsa) e non impara che è quasi sempre nel disordine e nella mescolanza che la storia in atto invera il proprio logos.

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The man who looks beyond today suspects both the euphoria of the masses - content to wallow in production/consumption streams with clear consciences because democratic and antifascist progress seems underway ("of course much remains, but step by step...") as they rush through business and leisure's febrile rhythms, gambling their souls ("some compromise is inevitable...") too assured of not losing them - and the perpetual skeptics who, holding their breath against microbial air and pursing lips in perpetual disgust at impurity, record every gain as loss, every advance as retreat (perhaps because wanting to leap requires longer run-up), never learning that history's logos realizes itself precisely through disorder and admixture.

696

Un atteggiamento non fa in tempo a consolidarsi ed è già frusto: essere pro o contro la motorizzazione universale, i grattacieli al mare, le trasmissioni culturali per televisione, pro o contro perché conservatori o perché progressisti, gli uni e gli altri a pari ragione, essere pro ma avendo fatto proprie tutte le ragioni di chi è contro, essere contro ma nell’interesse di chi è pro, e intanto le cose continuano la loro corsa a muso basso come un bufalo.

696

No attitude consolidates before becoming obsolete: being pro or contra universal motorization, seafront skyscrapers, cultural TV programming - as conservatives or progressives, both sides equally justified; being pro while embracing contra arguments, contra in pro's interest - while reality charges ahead like a buffalo.

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Così viviamo noi, in Italia, adesso. Si va, si incontra gente, e ad ogni incontro le opinioni hanno un sobbalzo, il più delle volte per bisogno di contraddizione; più raramente per consenso (e anche in quei casi oscillando: ottimismo, pessimismo), quando riusciamo a parlare con un giusto: uno che lavorando al centro del suo settore ha la sensazione di mandare avanti qualcosa, e anche se non si nasconde gli ostacoli e la difficoltà di avanzare in un punto solo, in una situazione generale contraddittoria, tuttavia ha del futuro un’immagine chiara e immanente alle cose; oppure uno che lavora in un ambiente marginale, e vede tutto il negativo, il rovescio della medaglia, la corruzione che sale, l’andazzo facile, il dimettersi degli ideali, e nel suo pessimismo trova la forza di insistere, di perseverare nella propria linea di condotta, e vi raggiunge come un’amara serenità. I rari uomini giusti: limitati e giusti, giusti in quanto limitati: come diciamo noi che non osiamo pretendere d’essere giusti ma ci sforziamo solo di non essere limitati, noi ormai tanto connaturati al nostro incerto stato da non volerlo cambiare per nessun altro.

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Thus we live in Italy today. We move through encounters where opinions lurch, mostly from contradiction's need, rarely through consensus (even then oscillating: optimism/pessimism). When meeting the just: those working at their sector's core feel progress' momentum, undeterred by obstacles in advancing specific points within contradictory wholes, seeing clear futures immanent in things; or those laboring at margins, seeing all negatives - corruption's rise, easy compromises, ideals' abandonment - persisting in their pessimism, achieving bitter serenity through perseverance. These rare just men: limited and just, just through limitation - unlike us who dare not claim justice but strive against limitation, now so naturalized to uncertainty we'd trade it for nothing.

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L’antitesi operaia

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The Worker Antithesis

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«Il menabò 7 – Una rivista internazionale», Einaudi, Torino 1964. Questo saggio, scritto per la progettata rivista internazionale – che sollecitava il discorso letterario a farsi carico di tutti i problemi della vita attuale – è stato un tentativo d’inserire nello sviluppo del mio discorso (quello dei miei precedenti saggi sul «Menabò») una ricognizione delle diverse valutazioni del ruolo storico della classe operaia e in sostanza di tutta la problematica della sinistra di quegli anni. Il proposito era evidentemente ambizioso e la sistemazione che tentavo complicata. In campo letterario, a differenza dei due saggi precedenti (Il mare dell’oggettività e La sfida al labirinto) che avevano suscitato molte discussioni, gli echi furono scarsi («Questa volta il tema è troppo superiore alle sue forze» scrisse Aldo Rossi, «Paragone», n. 174, giugno 1964). In campo politico, le mie riserve verso le posizioni di quella che sarebbe diventata tra breve la «nuova sinistra» fecero sì che gli amici allora impegnati a formulare le nuove teorizzazioni operaiste (erano gli anni dei «Quaderni Rossi» di Raniero Panzieri) mi guardassero con sufficienza e sarcasmo. (Solo Rossana Rossanda dedicò all’Antitesi operaia un commento critico molto attento, «Il contemporaneo», n. 73, giugno 1964.) Ho creduto giusto comunque includere questo testo nella presente raccolta trattandosi d’una tappa del mio percorso, strettamente legata alle precedenti, e rappresentando forse l’ultimo mio tentativo di comporre gli elementi più diversi in un disegno unitario e armonico. Ripubblico quindi i brani essenziali del saggio, – una premessa letteraria, una rassegna delle prospettive teoriche aperte e le conclusioni – omettendo il cap. 2 che già allora dichiaravo come in qualche modo estraneo al tono del resto: esso conteneva una rassegna d’osservazioni sulla realtà italiana, di tono più giornalistico, legata al tempo e in qualche punto più superficiale.

700

"Menabò 7 - An International Review", Einaudi, Turin 1964. This essay, written for the proposed international journal - which urged literary discourse to address all problems of contemporary life - represented an attempt to integrate into the development of my critical trajectory (as outlined in my previous essays for Menabò) an examination of diverse evaluations of the working class's historical role and essentially the entire problematic of the Left during those years. The ambition of this project was evident, and the systematization I attempted proved complex. In literary circles, unlike my two preceding essays (The Sea of Objectivity and Challenge to the Labyrinth) which had sparked extensive debate, the response was muted ("This time the theme exceeds his capacities," wrote Aldo Rossi in Paragone, no. 174, June 1964). Politically, my reservations toward positions that would soon define the "New Left" led friends then formulating new workerist theories (these were the years of Raniero Panzieri's Quaderni Rossi) to regard me with condescension and sarcasm. (Only Rossana Rossanda offered a particularly attentive critical commentary on The Worker Antithesis in Il contemporaneo, no. 73, June 1964.) I nonetheless deemed it appropriate to include this text in the present collection, as it marks a stage in my intellectual journey, closely linked to prior developments and perhaps representing my final attempt to synthesize disparate elements into a unified, harmonious framework. I therefore republish the essential sections of the essay - a literary preface, a survey of emerging theoretical perspectives, and conclusions - omitting Chapter 2, which I had already noted as somewhat discordant in tone: it contained journalistic-style observations on Italian reality, temporally bound and at points superficial.

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Da più d’un secolo a questa parte, il termine «operaio» da denominazione d’una condizione sociale o professionale è diventato elemento esplicito o implicito d’ogni discorso culturale generale. In questo lungo periodo, la realtà sociale dell’operaio ha conosciuto trasformazioni, distinzioni e oscillazioni; trasformazioni, distinzioni e oscillazioni ancora maggiori ha conosciuto il termine «operaio» nella storia della cultura. Oggi, in un momento di cambiamenti esteriori vistosi e di necessaria verifica di concetti acquisiti, vorrei segnare qualche appunto per un riesame di quel che significa per la cultura la presenza dell’operaio nella società. Queste note riguarderanno più la storia della cultura contemporanea che la storia sociale: ma in esse, accanto alle osservazioni su correnti ideologiche e indirizzi di pensiero, cercherò di utilizzare il più possibile confronti, osservazioni e dati sulla realtà sociale, sui suoi sviluppi e le sue tendenze.

701

For over a century, the term "worker" has transcended its origins as a social or professional designation to become an explicit or implicit element in all general cultural discourse. During this extended period, the worker's social reality has undergone transformations, distinctions, and fluctuations; even greater metamorphoses have characterized the term "worker" within cultural history. Today, amid conspicuous external changes and necessary reassessments of acquired concepts, I wish to outline some notes toward reexamining the worker's significance for culture within society. These observations will concern contemporary cultural history more than social history: yet alongside remarks on ideological currents and schools of thought, I shall strive to incorporate comparisons, observations, and data regarding social reality, its developments, and tendencies.

702

L’operaio è entrato nella storia delle idee come personificazione dell’antitesi; cioè come estremo oggetto della disumanizzazione del sistema industriale e al tempo stesso – in potenza o già in atto – estremo soggetto della liberazione e della riumanizzazione del sistema. Non c’è bisogno di soffermarsi su questa classica formula; piuttosto occorre distinguere gli atteggiamenti a cui questa presenza ha dato forza nella cultura del nostro secolo. Si possono indicare, sinteticamente, due modi di considerare l’antitesi operaia da parte della cultura contemporanea:

702

The worker entered the history of ideas as the personification of antithesis - that is, as both the ultimate object of industrial system dehumanization and, potentially or already actively, the ultimate subject of the system's liberation and rehumanization. This classical formulation requires little elaboration; rather, we must distinguish the stances this presence has fortified in twentieth-century culture. We may succinctly identify two modes of considering the worker antithesis in contemporary culture:

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I) come forza motrice d’una rivoluzione totale, anche o soprattutto interiore all’individuo, cioè che non si limita alle istituzioni della proprietà e dello Stato ma che sostituisce la scala tradizionale (religiosa e proprietaria) dei valori, trasformando morale, famiglia, costume e il modo stesso di ordinare i pensieri e le immagini. Questo è stato il sogno delle avanguardie letterarie e artistiche, sogno finora sempre deluso all’indomani dei momenti di punta rivoluzionari, e sempre alla ricerca di una sistemazione teorica e istituzionale del suo legame col movimento operaio (o almeno con una sua ala estrema, come nell’alleanza Trockij-Breton);

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I) As the driving force of total revolution, particularly internal to the individual - one not confined to institutions of property and state but supplanting the traditional (religious and proprietary) value system to transform morality, family, customs, and the very organization of thoughts and images. This has been the dream of literary and artistic avant-gardes, perpetually disillusioned in revolutions' aftermaths, ever seeking theoretical and institutional frameworks to cement their ties with the worker movement (or at least its extreme wing, as in the Trotsky-Breton alliance);

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II) come inglobatrice e inveratrice di tutti i valori positivi (conoscitivi, morali, estetici, ecc.) espressi e lasciati cadere dalle classi dominanti precedenti, e particolarmente dalla borghesia, cioè erede e depositaria di tutto ciò che può esser salvato dal deperimento storico. Questa visione d’una cultura insieme rivoluzionaria e conservatrice è quella che ha ispirato anche la politica culturale ufficiale comunista, pur non esaurendosi in essa e nelle sue esperienze più infelici, come non si esaurisce nelle proposte di sistemazione teorica tentate finora (Lukács).

704

II) As the assimilator and fulfiller of all positive values (cognitive, moral, aesthetic, etc.) expressed and abandoned by preceding dominant classes, particularly the bourgeoisie - thus becoming heir and repository of all that historical decay might salvage. This vision of a culture simultaneously revolutionary and conservative inspired official Communist cultural policy, though not exhausting itself in such manifestations or their more unfortunate experiments, just as it transcends prior theoretical systematizations (Lukács).

705

Questi due modi hanno caratterizzato soprattutto la situazione dagli anni precedenti la Prima guerra mondiale agli anni seguenti la Seconda, pur estendendo largamente la loro influenza anche oltre, così come le loro origini vanno rintracciate in eredità culturali che ritroviamo variamente contrapposte nelle epoche del passato.

705

These two modes predominantly characterized the cultural landscape from the years preceding the First World War through the post-Second World War era, though their influence extends far beyond, their roots traceable to cultural legacies variably opposed throughout earlier epochs.

706

Occorre però dire che se esaminiamo gli atteggiamenti tendenziali dominanti la cultura d’oggi, una tale bipartizione ci appare meno centrale e caratterizzante. Volendo rappresentare in una contrapposizione sintetica la situazione d’oggi, potremmo indicare da una parte la cultura che ha il suo asse nelle metodologie scientifiche e tecniche e che punta sulla costruzione di modelli di struttura del reale (senza un immediato interesse a una «trasformazione del mondo» e pure senza una particolare preoccupazione a salvare valori obliterati), dall’altra parte la cultura che ha il suo polo in quella zona che a tentoni psicologia, storia delle religioni, antropologia scandagliano, cioè la spinta dell’umanità a trovare la sua pienezza attraverso violente lacerazioni del rapporto con le cose, attraverso configurazioni della vita individuale e collettiva diverse da quelle che un’idea razionale di «progresso» parrebbe implicare (qui è al recupero di valori non solo pre-borghesi ma addirittura pre-storici che si dirige la carica eversiva esplicita o implicita nel programma di ricerca).

706

Yet examining dominant tendencies in today's culture, such bipartition appears less central and defining. To schematize current oppositions, we might contrast on one side culture anchored in scientific and technical methodologies focused on constructing structural models of reality (indifferent to immediate "world transformation" and unconcerned with salvaging obsolete values), and on the other, culture oriented toward zones probed tentatively by psychology, religious history, and anthropology - humanity's thrust toward fulfillment through violent ruptures with material relations, through individual and collective life configurations defying rational "progress" (here the subversive charge, explicit or implicit in research programs, targets the recovery of not just pre-bourgeois but prehistoric values).

707

In letteratura questi due atteggiamenti sono rintracciabili il primo nelle poetiche conoscitivo-obiettive, o di problematica del linguaggio e della struttura dell’opera; il secondo nelle poetiche dell’espressione esistenziale immediata, dell’esplosione di ribellione della natura umana come condizione stabile. Ed è proprio in queste estreme esemplificazioni letterarie – diciamo: da una parte il nouveau roman e dall’estremo opposto la beat generation – che le due tendenze culturali manifestano la loro contraddizione fondamentale: entrambe hanno bisogno per esistere d’un ambiente storico-sociale dominato dal principio contrario.

707

In literature, these attitudes manifest respectively in objectivist-cognitive poetics concerned with linguistic and structural problematics, versus poetics of immediate existential expression celebrating permanent rebellion of human nature as condition. Precisely through such extreme literary exemplars - say, nouveau roman at one pole and beat generation at the other - these cultural tendencies reveal their fundamental contradiction: both require for their existence a sociohistorical environment dominated by opposing principles.

708

La beat generation, ribellione dei giovani contro la civiltà della produzione e del consumo, ha come sottinteso una tranquilla sicurezza nel mondo contro cui si ribella, nel sentirsi al riparo dal bisogno, all’interno d’un meccanismo che si può non accettare senza che per questo cessi di funzionare. Solo un grado elevato di razionalizzazione dell’economia, una società con margini per la spesa improduttiva e l’inutilizzazione delle energie può dare alla beat generation la base pratica per esprimere la priorità dell’umano sulla produzione. È sintomatico che l’atteggiamento di ribellione beat compaia non solo in America ma dovunque una società crede in qualche misura giunto il momento di proporsi come modello l’americanizzazione (comprese, pare, le grandi città sovietiche, ma esclusa l’Italia dove l’americanizzazione è solo di superficie più che di sostanza economica).

708

The beat generation, a youth rebellion against the civilization of production and consumption, presupposes a quiet confidence in the very world it rejects – a sense of being sheltered from material need within a machinery that continues functioning even when unaccepted. Only a high degree of economic rationalization, a society with margins for unproductive expenditure and the idle use of energies, can provide the practical foundation for the beat generation to assert the primacy of human concerns over production. It is symptomatic that this beat attitude emerges not only in America but wherever societies aspire – even partially – to model themselves on Americanization (including, it seems, major Soviet cities, though excluding Italy where Americanization remains superficial rather than rooted in economic substance).

709

Per il nouveau roman il discorso è parallelo in senso contrario, sebbene più complesso. Ci basti accennare che l’impassibilità linguistica del nouveau roman, la sua sospensione d’ogni giudizio sul mondo hanno senso solo in un mondo ormai apertamente problematico, grondante significati, giunto quasi a essere l’allegoria di se stesso. Non è un caso che il nouveau roman si sviluppi non in una situazione di stasi storica, ma contemporaneamente e quasi direi gomito a gomito con una situazione storica di lotte palesi, scatenate, feroci, nella quale pare siano chiaramente marcati e separati i campi d’operazione diversi dei diversi linguaggi e delle diverse metodologie.

709

For the nouveau roman, the discourse runs parallel though inverted, albeit more complex. Let us simply note that the linguistic impassivity of the nouveau roman, its suspension of all judgment on the world, gains meaning precisely within a world now overtly problematic – dripping with signification, having nearly become an allegory of itself. It is no accident that the nouveau roman develops not in historical stasis but contemporaneously, almost elbow to elbow, with manifest historical struggles – fierce, unleashed conflicts where distinct operational fields for different linguistic and methodological approaches appear clearly demarcated.

710

In un quadro di tendenze definito tra questi termini, la funzione storica dell’antitesi operaia perde il suo rilievo culturale: e a questa eclisse d’un elemento che incarni una direzione e una finalità storiche corrisponde una generale eclisse del senso della storia. Carenza di senso della storia equivale oggi a carenza di senso dei valori: l’atteggiamento neopositivista-strutturalistico tende programmaticamente a prescindere dai valori, a sospendere il reale in un limbo disincagliato da binari storici, fuori dalla portata d’ogni giudizio; mentre l’atteggiamento esistenziale, nella sua fame di recuperi assoluti o primariamente umani, tende a escludere dalla scala dei valori ciò che è intriso della morchia e del carbone della pratica, ciò che porta l’impronta sempre diversa del fare.

710

Within this framework of tendencies, the historical function of the worker antithesis loses its cultural prominence. To this eclipse of an element embodying historical directionality and purpose corresponds a broader eclipse of historical consciousness. The absence of historical sense today equates to an absence of value-sense: the neo-positivist-structuralist attitude programmatically disregards values, suspending reality in a limbo detached from historical tracks, beyond the reach of judgment; while the existential attitude, in its hunger for absolute or primal human recoveries, tends to exclude from its value scale anything stained by the dregs and coal dust of praxis – anything bearing the ever-shifting imprint of material doing.

711

Queste mie note, che partono da un senso di insoddisfazione di fronte a tali carenze della cultura attuale, si propongono appunto di vedere se e come la presenza dell’antitesi operaia si configuri oggi, e quali implicazioni ne derivino nel discorso culturale generale.

711

These notes of mine, arising from dissatisfaction with such deficiencies in contemporary culture, aim precisely to examine whether and how the presence of worker antithesis manifests today, and what implications arise for broader cultural discourse.

712

1. Parallelamente alla storia dei modi in cui la definizione iniziale d’antitesi operaia è stata accettata e compresa, si svolge la storia dei modi in cui essa è stata rifiutata o criticata. Per fare il punto della situazione d’oggi, cominciamo appunto cercando d’elencare le principali obiezioni e varianti che alla definizione iniziale di antitesi operaia si sono proposte recentemente, e gli interrogativi lasciati aperti.

712

1. Parallel to the history of how the initial definition of worker antithesis has been accepted and understood runs the history of its rejections and critiques. To map today's situation, let us begin by enumerating the principal objections and variants recently proposed to this initial definition, along with the open questions they raise.

713

(Si tratta d’un semplice elenco indicativo, in cui mi asterrò da esprimere giudizi miei, e forse solo estremizzerò leggermente i termini di ogni proposizione, quando questo mi servirà a dare più evidenza allo schema che sto tracciando.)

713

(This constitutes a simple indicative list, from which I shall refrain from personal judgments, perhaps slightly sharpening certain propositions when useful for schematic clarity.)

714

a) La subordinazione dell’uomo alla macchina si è fatta sempre più grave, la classe operaia è ridotta sempre più a semplice ingranaggio del sistema e la sua possibilità di costituire un’antitesi si allontana quindi sempre di più. Si aggiunga che, anche capovolta la sostanza di classe del sistema, la vita dell’operaio in quanto operaio non può cambiare di molto. L’immagine d’una «condizione operaia» come condanna non riscattabile (di cui Simone Weil dette un’esemplificazione famosa) è una delle ultime incarnazioni della tradizionale polemica antindustriale. Ad essa si può appaiare, come correlativo ottimista, l’utopia tecnologica dell’automazione totale, secondo la quale la classe operaia è una specie destinata all’estinzione, o almeno a diventare un’entità trascurabile come peso numerico e come incidenza storica.

714

a) The subordination of man to machine has grown increasingly severe, the working class reduced to mere cogs in the system, rendering its capacity to constitute an antithesis ever more remote. Add that even if the class substance of the system were inverted, the life of workers as workers could not fundamentally change. The image of the "worker condition" as an inescapable condemnation (famously exemplified by Simone Weil) represents one of the last incarnations of traditional anti-industrial polemic. Its optimistic counterpart appears in the technological utopia of total automation, positing the working class as a species destined for extinction – or at least historical irrelevance through numerical shrinkage and diminished impact.

715

b) La coercizione del sistema non si attua solo sull’operaio in quanto tale, nelle ore di lavoro, ma continua fuori della fabbrica sull’operaio in quanto consumatore, costretto a soddisfare bisogni artificiali che lo allontanano sempre di più dalla realizzazione di se stesso. Desiderare o pensare o immaginare altra cosa da quella che il sistema impone diventa un’impresa disperata. La «cultura di massa» è un’uniforme marmellata gelatinosa che il sistema emette per inglobare le classi antagoniste senza più distinzione tra dominatori e dominati. Una coscienza di classe autonoma non riesce a staccarsi dal viluppo di questa pasta collosa. Quasi corollario della tesi a, questa formula è ampiamente esemplificata dalla critica sociologica ed economica della società americana, e, sul piano della cultura, da T.W. Adorno e altri critici dell’«industria culturale».

715

b) The system's coercion operates not only on workers during labor hours but persists beyond the factory gates, shaping workers as consumers compelled to satisfy artificial needs that increasingly alienate them from self-realization. Desiring, thinking, or imagining beyond the system's dictates becomes a desperate endeavor. "Mass culture" functions as a uniform gelatinous jam emitted by the system to engulf antagonistic classes, erasing distinctions between rulers and ruled. Autonomous class consciousness struggles to detach from this viscous tangle. As a corollary to thesis a, this formula finds ample illustration in sociological and economic critiques of American society, and culturally in T.W. Adorno's analyses of the "cultural industry."

716

c) Nella affluent society l’avvenire della classe operaia sembra caratterizzato – come in America – da una forza sindacale efficacissima in quanto a potere rivendicativo economico, ma aliena dal proporsi cambiamenti strutturali sia pur minimi. Dato che la pauperizzazione crescente non si è attuata, dato che il movimento sindacale ha imposto alla borghesia un orientamento economico e distributivo basato sull’allargamento dei consumi di massa, la classe operaia si trova a partecipare pienamente del sistema, la sua antitesi diventa un’antitesi interna, la sua pressione rivendicativa un elemento necessario della dinamica produttiva. Concordano su questa previsione opinioni riformiste (sia operaie che padronali) e opinioni estremiste: le une considerandola una prospettiva positiva, e le altre considerandola una jattura, ma entrambe d’accordo nel sostenere sulla base di essa l’invecchiamento delle forme tradizionali d’organizzazione politica e sindacale dei lavoratori. Le prime si fanno forti della coincidenza d’interessi del sistema industriale più avanzato e della classe operaia nella liquidazione delle situazioni economiche e politiche più arretrate. Le seconde invece pongono in primo piano una rigenerazione anche morale della società, inscindibile dall’immagine d’una rottura rivoluzionaria, dal che consegue una valutazione sistematicamente negativa dei fenomeni di «progresso» economico e di tutto ciò che si muove in senso diverso da un inasprimento della lotta frontale: evoluzione del capitalismo tradizionale in «neocapitalismo», sostituzioni del capitalismo di Stato al capitalismo privato in alcuni settori, interventi statali in direzione d’una pianificazione o razionalizzazione economica.

716

c) In the affluent society, the working class's future – as in America – appears characterized by tremendous union effectiveness in economic bargaining power, yet disinclined toward even minimal structural changes. Since increasing pauperization failed to materialize and union movements imposed bourgeois economic policies based on expanding mass consumption, the working class now fully participates in the system. Its antithesis becomes internalized; its demands for betterment transform into necessary elements of productive dynamics. Reformist opinions (both labor and managerial) converge with extremist views on this prognosis – the former considering it positive, the latter disastrous, yet both agreeing it renders traditional political and union organizational forms obsolete. Reformists emphasize the alignment between advanced industrial systems and worker interests in liquidating backward economic/political situations. Extremists foreground societal moral regeneration, inseparable from revolutionary rupture – hence their systematic rejection of economic "progress" phenomena and any developments diverging from intensified frontal conflict: capitalist evolution into "neocapitalism," state capitalism replacing private sectors, governmental planning or economic rationalization.

717

d) A corollario di c, data ormai per elemento interno al sistema la classe operaia dei paesi più industrializzati, la vera vittima e la sola antitesi possibile resta il mondo preindustriale dei contadini poveri e dei popoli arretrati. È questa una linea ideologica cui la rivoluzione dei popoli ex coloniali ha ridato attualità, e ha trovato soprattutto eco in Francia al tempo della guerra algerina anche per influenza di nuove geniali teorizzazioni (Fanon). Ma è una tendenza che ha una lunga storia dietro di sé, dalla polemica antindustriale dei populisti russi a quella di alcuni teorici italiani della «questione meridionale» contro l’industria e il movimento operaio del Nord. Le nuove tendenze di questo tipo si fanno forti del fatto che le uniche rivoluzioni socialiste sono state compiute finora da paesi in larga parte preindustriali e d’agricoltura povera; e interpretano il dissidio Cina-Urss come contrapposizione tra il proletariato dei paesi coloniali, semicoloniali ed ex coloniali e il proletariato del mondo capitalista industrializzato e della stessa Unione Sovietica. Nel campo occidentale la scienza economica (Myrdal) ha negli ultimi decenni messo in luce come lo squilibrio mondiale anziché diminuire tende ad accentuarsi, il livello di vita dei paesi sottosviluppati ad abbassarsi quanto più quello dei paesi industrializzati si eleva. Questo squilibrio, dunque, presente in tutte le divergenze politiche ed economiche, tanto in Occidente come in Oriente, sta diventando il problema mondiale per eccellenza.

717

d) As a corollary to c, given that the working class in the most industrialized nations is now considered an internal element of the system, the true victim and sole possible antithesis remains the preindustrial world of impoverished peasants and underdeveloped peoples. This ideological line has regained relevance through the revolution of formerly colonized peoples and found particular resonance in France during the Algerian War, influenced by brilliant new theorizations (Fanon). Yet this tendency has a long history, from the anti-industrial polemics of Russian populists to those of certain Italian theorists of the "Southern Question" against Northern industry and labor movements. Current iterations emphasize that the only successful socialist revolutions thus far have occurred in largely preindustrial societies with poor agricultural bases, interpreting the Sino-Soviet split as a clash between the proletariat of colonial/semi-colonial nations and that of the industrialized capitalist world - including the Soviet Union itself. Western economic science (Myrdal) has demonstrated in recent decades how global inequality increasingly intensifies, with living standards in underdeveloped nations declining as those in industrialized countries rise. This imbalance, manifest in all political and economic divergences across East and West, is becoming the global problem par excellence.

718

e) A contraddire le prospettive – tutte a lungo termine – enunciate nei paragrafi precedenti, sta la sempre incombente potenzialità catastrofica d’una terza guerra mondiale. L’antitesi operaia alla guerra che il sistema industriale capitalista, secondo una immagine famosa, ha sempre portato in sé «come la nube porta l’uragano», era già entrata in una nuova fase da quando tra le tensioni internazionali si è inserito il nuovo elemento del contrasto tra nazioni capitaliste e (una o più) nazioni socialiste; ma sostanzialmente la natura dell’antitesi era rimasta identica. L’avvento dell’era atomica, con il conseguente rischio di distruzione generale (fine della vita umana sulla terra secondo le ipotesi più pessimistiche; fine della civiltà e sopravvivenza parziale del genere umano secondo quelle più ottimistiche), segna invece un cambiamento sostanziale. Se la disumanizzazione del sistema culmina con la prospettiva atomica, le ragioni d’antitesi dell’operaio impallidiscono e si confondono con quelle generali dell’essere umano. L’appello del filosofo a una coscienza dell’«era finale» in cui l’uomo è entrato e del compito primario di far sì che essa sia «senza fine» (Anders) pone gli stessi concetti di «lavoro» e di «prodotto» in una nuova prospettiva di significati. Contro un nemico così totale come la distruzione della specie, semplicistica sarebbe la richiesta diretta d’una soluzione politica (sia pur sotto forma di rivoluzione sociale): solo una rivoluzione morale generale, una palingenesi umana (senza la quale non potrebbe darsi una reale trasformazione della società) può essere all’altezza di una tale alternativa. Del resto, di fronte alla bomba, quali sono le vie che la politica propone? Se si accetta come un dato di fatto l’enormità del pericolo, la strategia delle lotte di classe deve necessariamente subordinarsi alle trattative al vertice tra i «grandi»; se invece si osa sfidare la catastrofe (come si dice facciano certe temerarie affermazioni ufficiali) si presuppone un genere umano pronto fin d’ora a ricominciare la sua storia con un utensile di pietra scheggiata, su di un mondo deserto o tra vestigia di beni che mai prima aveva sentito come proprietà sua.

718

e) Contradicting the long-term perspectives outlined above looms the ever-imminent catastrophic potential of a third world war. The working-class antithesis to war - which the capitalist industrial system, in a famous metaphor, has always carried within itself "as a cloud carries a storm" - entered a new phase when international tensions incorporated the novel element of conflict between capitalist and socialist nations (whether singular or multiple). Yet its fundamental nature remained unchanged. The advent of the atomic age, with its attendant risk of global annihilation (from human extinction in the most pessimistic scenarios to civilizational collapse with partial human survival in more optimistic ones), marks a substantive shift. If systemic dehumanization culminates in the atomic prospect, workers' antithetical rationale pales into alignment with universal human concerns. The philosopher's appeal for consciousness of this "final era" humanity has entered, and the primary task of ensuring it remains "endless" (Anders), recasts concepts of "labor" and "product" within new semantic frameworks. Against so total an adversary as species annihilation, direct demands for political solutions (even revolutionary ones) appear simplistic: only comprehensive moral revolution, a human palingenesis (without which genuine social transformation remains impossible), could meet such stakes. Moreover, what political paths exist before the bomb? Accepting the enormity of danger as given reduces class struggle strategies to subordinate negotiations between superpower elites. Conversely, daring to challenge catastrophe (as certain official bravado claims to do) presupposes humanity ready to restart history with flint tools on deserted earth, amidst vestiges of goods never truly possessed.

719

Possiamo concludere qui questa prima ricognizione d’ipotesi ideologiche aventi corso oggi: il quadro che ne risulta va ben più in là d’una messa in causa dell’antitesi operaia. Ciò che è messo in discussione è l’idea d’una storia che attraverso tutte le sue contraddizioni riesca a tracciare un disegno chiaro di progresso (non solo quello lineare di tipo illuminista o positivista, ma pur quello più accidentato e spinoso che lo storicismo dialettico ha preteso di saper sempre rintracciare), nel quale l’antitesi operaia s’inserisca come catalizzatrice delle potenzialità positive. Qui è la somma delle negatività storiche che trionfa: il progresso della razionalità costruttiva del sistema (industriale capitalistico o industriale tout-court, la distinzione diventa secondaria) si configura in un «brave new world» dove ogni azione umana è inglobata predeterminata eterodiretta dagli interessi della produzione e del consumo o dalla cultura di massa o dai «persuasori occulti»: una prospettiva infernale, superata in buiezza solo dalla prospettiva che lo stesso trionfo del sistema avvenga sotto la specie della sua potenzialità irrazionale e distruttiva, cioè lo porti al suicidio atomico.

719

We may conclude this initial survey of current ideological hypotheses here. The resulting framework transcends mere questioning of working-class antithesis. What stands challenged is the very notion of history tracing any clear design of progress through contradictions - whether the linear Enlightenment model or dialectical historicism's thornier path - where worker antithesis might catalyze positive potentials. Instead, historical negativity triumphs: the advance of systemic rationality (capitalist-industrial or industrial per se, distinctions becoming secondary) configures a brave new world where every human action is predeterminately absorbed - heterodirected by production/consumption interests, mass culture, or "hidden persuaders." This infernal prospect finds its only rival in darkness through the system's irrational self-destructive potential: atomic suicide.

720

È chiaro che in questo quadro non ci si attenda più una soluzione generale da un elemento ormai dato per inglobato dal sistema. Chi tiene per sicura la prospettiva dell’inferno razional-industriale, aborrendola oppure accettandola come un dato di fatto irreversibile, pensa possibili solo delle salvezze individuali, per un numero di spiriti eletti, pensatori o poeti (e non manca di retrovisionare la storia come storia essenzialmente di spiriti di tal fatta). Una concezione aristocratica consimile si rintraccia pure in coloro che vogliono si guardi in faccia la prospettiva atomica con grandezza d’animo da eroe di tragedia (questa suggestione d’una dimensione di grandezza morale nella sfida atomica è presente se non sbaglio tanto in filosofi come Jaspers quanto negli uomini politici che hanno evocato tale sfida, da Churchill in poi).

720

It is clear that within this framework, one no longer expects a general solution from an element now considered fully absorbed by the system. Those who take the prospect of rational-industrial hell as certain – whether abhorring it or accepting it as an irreversible fact – envision individual salvation only for a select number of spirits deemed elect: thinkers or poets (and they inevitably reinterpret history as essentially the history of such spirits). A similarly aristocratic conception can be found in those who insist on confronting the atomic prospect with tragic-heroic grandeur (this suggestion of a dimension of moral greatness in the atomic challenge appears, if I am not mistaken, both in philosophers like Jaspers and in statesmen who have invoked such challenges, from Churchill onward).

721

Chi invece, pur dando per certo questo quadro di negatività assoluta tanto nella sopravvivenza quanto nella catastrofe, postula ancora la rigenerazione rivoluzionaria, non è più all’operaio che è dentro al sistema che chiede d’assumersi il ruolo di capovolgitore e liberatore, ma a chi è fuori, escluso dalla storia e dai valori – o almeno è creduto tale: razze reiette, popoli colonizzati, bidonvilles delle metropoli – (tutto questo col senso di precarietà imposto dalla rapidità con cui il sistema può inglobarli attraverso un illusorio miglioramento economico, ma anche attraverso la cultura o soltanto il linguaggio, che al reietto si presentano come cultura e linguaggio del sistema), oppure a un’umanità di superstiti, espulsa dalla storia e dai valori per la distruzione atomica di tutti i segni e gli strumenti. Anche qui, data per necessaria la spontaneità inarticolata delle masse, l’elemento della coscienza e della progettazione (ossia quel poco o quel moltissimo d’eredità culturale necessario per ritrovare un senso positivo alla spinta di negazione) dovrebbe spettare a un ristretto numero d’illuminati che passeranno attraverso il fuoco senza bruciarsi.

721

Those who, while acknowledging this framework of absolute negativity in both survival and catastrophe, still postulate revolutionary regeneration no longer look to the worker embedded within the system to assume the role of overturner and liberator. Instead, they turn to those excluded from history and its values – or at least perceived as such: outcast races, colonized peoples, slum-dwellers of the metropolis (all this with an awareness of the precariousness imposed by how swiftly the system can absorb them through illusory economic improvement, but also through culture or even language, which present themselves to the outcast as the culture and language of the system) – or to a humanity of survivors expelled from history and values by the atomic destruction of all signs and tools. Here too, given the necessary inarticulate spontaneity of the masses, the element of consciousness and planning (that is, the minimal or maximal cultural inheritance required to rediscover a positive meaning in the thrust of negation) would fall to a narrow circle of illuminati who pass through the fire unscathed.

722

2. [Osservazioni sulla realtà italiana.] […].

722

2. [Observations on the Italian Reality.] […].

723

3. Ritornando all’interrogativo dal quale siamo partiti – verificare sulla realtà d’oggi il significato storico universale dell’antitesi di classe dell’operaio – possiamo dire che questi dati già ci autorizzano a tracciare:

723

3. Returning to our initial inquiry – verifying the universal historical significance of the worker’s class antithesis against today’s reality – we can now outline:

724

A) una figura tendenziale sotto vari aspetti nuova: cioè a indicare che l’operaio si presenta come il solo assertore conseguente dell’esigenza della razionalizzazione assoluta del sistema industriale, al fine d’un completo dominio dello sviluppo economico e storico da parte della società-umanità. Cioè per l’operaio vittoria totale della scienza e vittoria totale dell’industrializzazione coincidono con vittoria della classe. Una linea dunque non eversiva rispetto al processo di razionalizzazione che già il sistema è obbligato a porre in atto, ma intesa a costringere questo processo verso l’utilizzazione a fini umani di tutte le forze umane e naturali. Le prospettive dell’operaio s’identificherebbero alla fine con quelle del tecnico illuminato e dello scienziato, dando ad esse la base sociale possibile per il loro inveramento. È questa – sia pur tracciata qui in modo schematicamente tendenziale – la linea che ha più probabilità di costituire una prospettiva per il movimento operaio dell’Europa occidentale. Ma dagli stessi dati prende pure rilievo:

724

A) A new tendential figure in several respects: that is, to indicate that the worker emerges as the sole consistent proponent of absolute rationalization within the industrial system, aimed at achieving complete societal-human mastery over economic and historical development. For the worker, the total victory of science and total victory of industrialization coincide with class victory. This line thus does not subvert the rationalization process the system is already compelled to enact but seeks to drive this process toward the human utilization of all human and natural forces. Ultimately, the worker’s perspective would align with that of the enlightened technician and scientist, providing them the social foundation for their realization. This – even if sketched here in schematic, tendential terms – represents the line most likely to offer a viable perspective for the workers' movement in Western Europe. Yet from these same observations also emerges:

725

B) la posizione di chi, in contrasto con questa linea tendenziale, si preoccupa di salvare dell’antitesi operaia in primo luogo l’accezione di negazione pura e semplice del sistema, e del concetto di rivoluzione l’accezione di guerra di classe frontale e assoluta. Questo atteggiamento se pure non riesce a costituire una prospettiva e una linea d’azione (cioè a trovare una rispondenza se non episodica nella classe operaia occidentale), esercita comunque una forte suggestione intellettuale per la sua perentorietà ideologica e morale (sommandosi e collegandosi alla serie di suggestioni teoriche che abbiamo elencato nel capitolo 1).

725

B) The position of those who, contrasting this tendential line, prioritize preserving the worker’s antithesis as pure negation of the system and the concept of revolution as frontal, absolute class war. While this attitude fails to constitute a coherent perspective or line of action (finding only episodic resonance within the Western working class), it exerts strong intellectual appeal through its ideological and moral peremptoriness (combining with and connecting to the series of theoretical suggestions enumerated in Chapter 1).

726

Secondo l’atteggiamento B, ogni avvenimento attuale viene svalutato nei possibili aspetti positivi ed esaltato nella sua potenzialità eversiva. La razionalizzazione del sistema appare come il principale nemico, cioè come la pianificazione salvatrice del capitalismo. «Tutto rientra nel sistema» è la formula con cui viene condannato ogni tentativo della classe operaia d’attribuirsi un maggiore potere nelle decisioni del processo produttivo. Il sistema capitalista avviluppa tutte le attività umane senza concedere altro margine di libertà che quello del rifiuto d’obbedienza; può anche non identificarsi più con la volontà personale del capitalista (personaggio che forse sta per scomparire) e nemmeno più con la volontà dell’azienda in quanto entità differenziata; è il sistema che abbraccia ugualmente trusts privati e industrie di Stato e tutte le istituzioni della società; è la volontà generale che determina e funzionalizza ogni scelta nel quadro delle necessità della produzione. Livello di benessere, casa, trasporti, scuola, sicurezza, sono ormai problemi che lo stesso capitale è obbligato a risolvere per rendere il lavoro più produttivo e la capacità di consumo più alta. Anche se il movimento operaio conserva le sue tradizioni ideologiche e crede di salvare la propria indipendenza di classe, d’allargare il proprio potere, basta che appena appena accetti la finalità produttiva del sistema ed ecco che è preso nella trappola, rafforza il sistema anziché indebolirlo. Si sa che le moderne teorie della produttività aziendale (Melman) già contemplano due elementi di decisione necessari: i managers, e la forza-lavoro. Una condotta aziendale basata sulla partecipazione della forza-lavoro alle decisioni è caratteristica dell’epoca dell’oligopolio e della pianificazione, così come il taylorismo era caratteristico dell’epoca concorrenziale. Tutto quel che pare conquista dell’operaio, è già da tempo predisposto e preventivato dal capitale: ogni prospettiva operaia d’interferire nei piani del sistema obbliga a stare al gioco della produzione e del consumo, cioè a ribadire le proprie catene.

726

According to attitude B, every current event is devalued in its potentially positive aspects and exalted for its subversive potential. The system’s rationalization appears as the principal enemy – capitalism’s salvific planning. "Everything is reabsorbed into the system" becomes the formula condemning every worker attempt to claim greater decision-making power in the production process. The capitalist system engulfs all human activity, permitting no margin of freedom beyond refusal to obey. It may no longer even coincide with the personal will of the capitalist (a figure perhaps nearing obsolescence) or with corporate will as a differentiated entity. The system equally embraces private trusts and state industries and all societal institutions – a general will that determines and functionalizes every choice within production’s necessities. Living standards, housing, transportation, education, and security are now problems capital itself must solve to enhance labor productivity and consumption capacity. Even if the workers' movement preserves its ideological traditions and believes in maintaining class independence and expanding its power, the moment it minimally accepts the system’s productive aims, it falls into the trap, strengthening rather than weakening the system. Modern theories of corporate productivity (Melman) already recognize two necessary decision-making elements: managers and labor-power. Workplace governance based on labor’s participation in decisions characterizes the era of oligopoly and planning, just as Taylorism defined the competitive epoch. Every apparent worker gain has long been prearranged and budgeted by capital: any worker perspective of interfering with the system’s plans obliges participation in the game of production and consumption – that is, to reforging their own chains.

727

Abbiamo già indicato, alla fine del capitolo 1, una possibile contrapposizione al sistema d’un’antitesi esterna, quasi diremmo extrastorica, catastrofica. Possiamo ora dire che l’atteggiamento B s’identifica tendenzialmente a questa immagine, pur cercando di far rientrare in essa la figura tradizionale ed elementare di antitesi operaia. Tra le osservazioni sulla realtà italiana che abbiamo passato in rassegna nel capitolo 2 l’atteggiamento B trova le sue conferme soprattutto nella nuova tensione che si produce tra la città industriale e le masse di immigrati (anche le jacqueries, le rivolte d’esasperazione paesana del Sud possono rivivere sul mutato scenario della metropoli: come si è visto a Torino nei «fatti di piazza Statuto» del luglio 1962) e in genere in tutte le situazioni (non rare quando una coscienza empirica e spontanea matura prima di una coscienza riflessa e organizzata) in cui i sindacati e i partiti si trovano scavalcati da inattese iniziative di lotta operaia. In queste situazioni, come nelle rinnovate prove di combattività e solidarietà di classe cui assistiamo in ogni sciopero indetto per motivi anche particolari, viene riconosciuta la manifestazione d’una pura autoaffermazione di classe, un potenziale di negazione del sistema al di là d’ogni proposta di soluzione, il rifiuto di sottostare al ricatto della produzione, la prova che il perfezionatissimo meccanismo può essere scardinato.

727

We have already indicated, at the end of Chapter 1, a possible external - one might almost say extrahistorical - catastrophic antithesis to the system. We can now assert that Attitude B tends to align with this framework, while attempting to reconcile it with the traditional and elementary figure of worker antithesis. Among the observations on the Italian reality surveyed in Chapter 2, Attitude B finds its confirmation particularly in the new tensions emerging between industrial cities and immigrant masses (even the jacqueries, the southern peasant uprisings born of desperation, can reemerge on the transformed stage of the metropolis: as seen in Turin during the "Piazza Statuto events" of July 1962) and generally in all situations (not uncommon when empirical, spontaneous consciousness matures before reflective, organized consciousness) where unions and political parties find themselves overtaken by unexpected worker-led initiatives. In these situations, as in the renewed displays of class militancy and solidarity witnessed during strikes called for even specific reasons, we recognize manifestations of pure class self-assertion, a potential for systemic negation beyond any proposed solution, the refusal to submit to production's blackmail, proof that even the most perfected mechanisms can be disrupted.

728

Quest’atteggiamento differisce da quello tradizionale dell’estremismo rivoluzionario, legato a uno scenario di crisi e fame e catastrofe generale, in cui l’operaio «non ha altro da perdere che le proprie catene». Al contrario, esso è legato al clima dell’affluent society, quando l’abbondanza di beni è talmente grande da costituire quasi una condizione di natura, e si presenta (almeno all’immaginazione) la possibilità d’una rivoluzione come vacanza di sistema, pura autoaffermazione esistenziale, una rivoluzione distruttiva che non ha nessuna fretta d’entrare nella fase di progettazione costruttiva. (Non è fuori di luogo notare una possibile correlazione con quanto più sopra, esaminando gli atteggiamenti letterari, ho detto della beat generation.)

728

This attitude differs from traditional revolutionary extremism tied to scenarios of crisis, famine, and general catastrophe, where the worker "has nothing to lose but his chains." On the contrary, it aligns with the climate of the affluent society, where material abundance has become so overwhelming as to constitute a quasi-natural condition, opening (at least imaginatively) the possibility of revolution as systemic suspension - pure existential self-assertion, a destructive revolution unburdened by urgency to enter constructive planning phases. (It's worth noting a possible correlation with what I previously observed regarding literary attitudes of the beat generation.)

729

Un confronto tra le posizioni A e B non può partire che da un confronto di entrambe col sistema: in che misura ne comprendono la realtà, in che misura vi possono incidere. La prima obiezione prevedibile verso A è certamente quella di chiedersi se non si avvicini troppo alla tradizionale linea riformista, cioè se non finisca per ridurre al minimo la forza di antitesi, e per identificarsi col sistema. La prima obiezione verso B sarà invece di chiedersi se, contrariamente alle apparenze, non abbia troppa fiducia nella capacità di rinnovamento del sistema, non contribuisca a creare la mitologia del «neocapitalismo» generalizzando e dando già per vittoriose tendenze razionalizzatrici e pianificatrici tutt’altro che affermate al suo interno, e attribuendo loro un puro significato negativo in quanto identificabili con l’essenza stessa del sistema. Tenendo conto di queste obiezioni, cerchiamo di tracciare le linee d’una valutazione generale.

729

Any comparison between Positions A and B must begin by measuring both against the system: to what extent they comprehend its reality, to what extent they might transform it. The predictable first objection to Position A would question its proximity to traditional reformist lines - whether it minimizes antithetical force, risking identification with the system itself. The primary objection to Position B would interrogate whether, contrary to appearances, it overestimates the system's renewal capacity, contributing to "neocapitalist" mythology by generalizing and prematurely declaring victorious rationalizing/planning tendencies still far from systemic dominance, while attributing purely negative significance to these as expressions of the system's essence. Bearing these objections in mind, let us outline general evaluative parameters.

730

La realtà della situazione attuale potrebbe in sintesi essere rappresentata così:

730

Current reality might be schematized as follows:

731

esiste una spinta razionalizzatrice all’interno del sistema industriale capitalistico, che si esplica ogni volta che la scienza e la tecnica, anziché essere usate come ciechi strumenti, riescono a far coincidere i loro progetti con gli interessi della società umana cioè con una prospettiva di cultura universale; questa spinta non ha molte possibilità di trionfare con le sole sue forze perché finirà sempre con l’urtare contro gli interessi particolaristici connaturati al capitalismo;

731

A rationalizing thrust exists within capitalist industrial systems, manifesting whenever science and technology - rather than serving as blind instruments - manage to align their designs with societal interests (i.e., universal cultural perspectives); this thrust holds limited prospects for autonomous victory, as it inevitably clashes with capitalism's inherent particularistic interests;

732

esiste una spinta razionalizzatrice propria della classe operaia, che le viene dal suo sentirsi artefice e potenzialmente arbitra d’un sistema che potrebbe essere strumento determinante nella trasformazione del mondo, e insieme asservita a questo sistema, strumentalizzata, impedita a indirizzarlo a fini universali; una spinta che quando sia forte d’una prospettiva chiara e d’una capacità d’articolare la propria azione organizzata in una strategia generale, può sommarsi alla spinta razionalizzatrice interna al sistema, senza il pericolo («riformista» in senso tradizionale) d’annullarsi in essa, ma anzi forse con la possibilità di capovolgere il rapporto tra i due termini;

732

A rationalizing thrust proper to the working class, emerging from its self-perception as both creator and potential arbiter of systems that could become decisive instruments for global transformation, while simultaneously being enslaved and instrumentalized by those very systems; this thrust, when fortified by clear perspective and capacity to articulate organized action within general strategy, might combine with the system's internal rationalizing impulse without the traditional "reformist" risk of self-annihilation, potentially reversing the power dynamic between these forces;

733

esiste una spinta catastrofica propria del sistema, come tendenza a un cieco regno delle cose, sia nel senso d’un inferno produttivistico-tecnologico sia nel senso dell’inferno della distruzione atomica; questa spinta può essere vinta (prima temporaneamente e poi definitivamente) dall’alleanza della spinta razionalizzatrice dello stesso sistema e della spinta razionalizzatrice della classe operaia;

733

A catastrophic thrust inherent to the system as tendency toward blind domination by processes - whether through productivist-technological hell or atomic destruction; this thrust might be temporarily (then definitively) overcome through alliance between the system's own rationalizing impulse and the working class's rationalizing drive;

734

esiste una spinta catastrofica (non nella classe operaia ma) nelle contraddizioni che il sistema crea e non sa risolvere, anzi fa aggravare fino all’esplosione naturale; spinta di forze umane sfruttate ed escluse di cui la classe operaia è la punta avanzata; e che può essere detta catastrofica nel senso che se le premesse d’una nuova società universale vengono fondate con un massimo di spreco – nei frutti del lavoro umano, nel patrimonio delle esperienze e della cultura – non c’è valore apocalittico o palingenetico o solo moralistico che valga da compenso; spinta che non può sperare nella vittoria se non entrando nel gioco della spinta catastrofica del sistema.

734

A catastrophic thrust (not within the working class but) emerging from systemic contradictions created yet unresolved - indeed exacerbated to explosive levels; a thrust of exploited and excluded human forces where the working class constitutes the vanguard; catastrophic in the sense that if premises for new universal society are founded through maximal waste (of labor's fruits, cultural/experiential heritage), no apocalyptic, palingenetic or merely moralistic value can compensate; a thrust that cannot hope for victory without engaging the system's own catastrophic momentum.

735

La spinta razionalizzatrice è la vocazione naturale della classe operaia; la spinta catastrofica è la vocazione naturale del sistema abbandonato alla sua cieca «forza delle cose». La spinta razionalizzatrice del sistema ha continuamente bisogno della spinta razionalizzatrice dell’antitesi operaia; la spinta catastrofica dell’antitesi è una proiezione della cattiva coscienza del sistema.

735

The rationalizing thrust represents the working class's natural vocation; the catastrophic thrust embodies the system's natural course when abandoned to blind "force of circumstances." The system's rationalizing thrust perpetually requires the working class's antithetical rationalizing counterthrust; the antithesis's catastrophic thrust projects the system's bad conscience.

736

All’interno del sistema la spinta razionalizzatrice è antitetica a quella catastrofica; se la prima si serve della seconda è solo come indicazione d’alternativa da temere e da evitare. Nella classe operaia la spinta razionalizzatrice può conglobare la spinta catastrofica, trasformandola in pressione d’antitesi costruttiva.

736

Within the system, rationalizing and catastrophic thrusts stand antithetical; if the former exploits the latter, it does so only as dreadful alternative to avoid. Within the working class, the rationalizing thrust might subsume the catastrophic, transforming it into constructive antithetical pressure.

737

Tra le spinte razionalizzatrici del sistema e della classe operaia si può instaurare una dialettica che necessariamente produrrà storia; tra le spinte catastrofiche si può stabilire un’addizione che potrebbe dare come risultato tanto lo zero della stasi quanto lo zero della distruzione.

737

Between system and working class's rationalizing thrusts, a dialectic may emerge that necessarily generates history; between catastrophic thrusts, summation might yield either zero of stasis or zero of annihilation.

738

Tracciato questo parallelogramma delle forze storiche, possiamo tornare ad esaminare il quadro delle tendenze culturali con una rinnovata coscienza critica. Le mie note non vogliono andare più in là d’un primo ordinamento di materiali: il rapporto tra la spinta storico-sociale dell’antitesi operaia quale abbiamo cercato di ridefinire ora e le spinte culturali è una figura ancora aperta.

738

Having diagrammed this parallelogram of historical forces, we can reexamine cultural tendencies with renewed critical awareness. My observations aim only at preliminary organization: the relationship between the working class's sociohistorical thrust (as redefined here) and cultural movements remains an open configuration.

740

Non darò più fiato alle trombe

740

I shall sound the trumpet no more

741

«Paese Sera» (supplemento «Paese-libri»), 9 aprile 1965. Da una lettera a Armando Vitelli che aveva diretto una tavola rotonda sul tema Requiem per il romanzo? con la partecipazione di Moravia, Pasolini, Arbasino, Sanguineti, Leonetti (pubblicata nel numero del 26 marzo).

741

«Paese Sera» (supplement «Paese-libri»), April 9, 1965. From a letter to Armando Vitelli, who had moderated a roundtable titled Requiem for the Novel? featuring Moravia, Pasolini, Arbasino, Sanguineti, and Leonetti (published in the March 26 issue).

742

… Degli innumerevoli dibattiti sul romanzo succedutisi negli ultimi vent’anni pochi sono riuscito a schivarne, e innumerevoli volte ho dato fiato anch’io alle trombe unendomi al concerto d’affermazioni generiche, di precetti operanti solo nel regno delle intenzioni, di previsioni campate in aria: cosicché speravo giunta l’ora di poter stare un po’ zitto.

742

… Of the countless debates on the novel over the past twenty years, I’ve managed to avoid few, and countless times I’ve blown my own trumpet, joining the chorus of sweeping declarations, precepts confined to the realm of intentions, and baseless predictions—so much so that I hoped the hour had come to remain silent awhile.

743

… Trovo il dibattito di livello elevato, gli argomenti seri, le singole argomentazioni coerenti, e anche chiarezza d’idee, preparazione, competenza. Sono dunque pentito di non aver partecipato? Macché: me ne rallegro più che mai! Non avrei saputo aprire bocca.

743

… I find the debate intellectually rigorous, the arguments serious, individual reasonings coherent, marked by clarity of thought, preparation, and expertise. Do I regret not participating? Not at all! I’m all the more relieved! I wouldn’t have known what to say.

744

È che, sentendo che si tratta di cose serie, aumenta il mio fastidio a vederle riferite a un oggetto di così incerta esistenza e marginale e transeunte come il romanzo, mentre esse concernono da una parte il nostro modo di vedere il mondo e dall’altra il complesso della nostra attività specifica che è quella della letteratura (romanzi o non romanzi).

744

The problem is that, recognizing the gravity of these matters, my irritation grows at seeing them tethered to an object as precarious, marginal, and transient as the novel, when they concern both our way of viewing the world and the totality of our specific activity: literature (whether novels or not).

745

Cito un passo di Sanguineti: «Se c’è una crisi del romanzo è nel fatto che il tentativo di razionalizzare la realtà, commisurandola a una certa scala di valori, non è più il dato esplicito e fondamentale». Ecco: la posizione che Sanguineti condanna la riconosco come mia: ero anch’io uno che pensava di fare letteratura (romanzo o non romanzo) nell’intento di razionalizzare la realtà di fondare (o scegliere) dei valori. Questo affermavo continuamente e con sicumera negli interventi teorici: questo venivo a significare – in messaggi molto più guardinghi, pieni di riserve e di interrogativi – nei miei racconti (dove non si possono dire cose alla leggera come negli articoli o nei saggi, ma dove tutto, appunto perché più sfumato, è più preciso).

745

Consider Sanguineti’s statement: «If there is a crisis of the novel, it lies in the fact that the attempt to rationalize reality by measuring it against a fixed scale of values is no longer the explicit and fundamental premise». Here, I recognize the position Sanguineti condemns as my own: I too once believed literature (novels or otherwise) should rationalize reality and establish (or choose) values. I proclaimed this ceaselessly and confidently in theoretical writings—and implied it, with greater caution and reservation, in my stories (where, unlike essays or articles, nothing can be said lightly, yet where ambiguity lends precision).

746

E adesso? Devo fare marcia indietro, dichiararmi sconfitto? Ammettere che questa letteratura su scala mondiale non esiste, che quest’atteggiamento culturale è messo in scacco in tutti i campi, che il panorama generale è tutto il contrario di quello che mi aspettavo?

746

And now? Must I retreat, admit defeat? Concede that this global literary project never existed, that this cultural stance has been checkmated in every field, that the panorama has inverted all my expectations?

747

Un momento: cos’è poi che mi aspettavo? È chiaro che il mio «razionalismo» doveva essere un’altra cosa da quello che è tanto facile trascinare nella polvere, e allora ben vengano (ossia: ben continuino il loro già lungo cammino) gli irrazionalismi e sgombrino il campo di tutte le pseudorazionalità che ci infestano!

747

Wait—what exactly did I expect? Clearly, my «rationalism» was meant to differ from the facile variety now so easily disparaged. Let irrationalisms flourish (or rather, continue their long march) and sweep away the pseudo-rationalities that plague us!

748

E poi, chi ha detto che la situazione sia definibile in quei termini? Venticinque anni fa, all’epoca in cui cominciavo a guardarmi intorno, ogni pretesa razionalistica pareva messa in scacco, e proprio dalla stessa cultura scientifica (in tutto il suo arco, dalla fisica alla antropologia). Oggi invece, nello stesso arco di cultura, mi pare che stiamo assistendo alla riscossa d’una razionalità di tipo nuovo, cioè che il clima è molto cambiato da quello della prima metà del secolo. Posso anche sbagliarmi: mi muovo fuori dalle mie acque territoriali. Ma vediamo la situazione della nuova letteratura, vediamola proprio nel romanzo, le voci più aperte a ulteriori sviluppi, i tedeschi più ricchi di forza e novità poetica (Arno Schmidt, Grass, la Bachmann, Peter Weiss, Johnson) e i francesi più rigorosi e più seri: rispondono alla definizione di Sanguineti? A me pare proprio di no: «razionalità» e «scala di valori» dobbiamo, certo, intenderle in modi nuovi, ma è questa la ricerca propria della letteratura.

748

Moreover, who claims the situation can be defined in these terms? Twenty-five years ago, when I began observing the world, every rationalist ambition seemed checkmated—precisely by scientific culture (across its entire spectrum, from physics to anthropology). Today, within that same spectrum, I perceive a resurgence of a new rationality—the climate has shifted markedly from the first half of the century. I may be wrong: I’m navigating beyond my waters. But consider the new literature, even within the novel. The most promising German voices (Arno Schmidt, Grass, Bachmann, Peter Weiss, Johnson) and the most rigorous French writers: do they fit Sanguineti’s definition? To me, they decidedly do not. «Rationality» and «scale of values» must certainly be redefined—but this redefinition is literature’s essential task.

749

Allora, devo intonare un’ennesima professione di fede nel mio credo? Certe cose, solo a dirle, diventano trombonate. Non vorrei finire per assomigliare a Monsieur Homais. Il rumoroso momento che stiamo attraversando apre un’epoca ideale per parlare e pubblicare il meno possibile e cercare di capire meglio come sono fatte le cose.

749

Must I then trumpet another profession of faith? Merely uttering such things reduces them to bombast. I’d hate to resemble Monsieur Homais. This noisy moment we’re traversing inaugurates an ideal epoch for speaking and publishing less while striving to better grasp how things are made.

751

L’italiano, una lingua tra le altre lingue

751

Italian: One Language Among Others

752

«Rinascita» (nel supplemento mensile «Il contemporaneo»), 30 gennaio 1965. Quest’articolo, come il seguente, s’inseriva in un dibattito sulla lingua italiana, o meglio sul nuovo italiano «tecnologico», come l’aveva definito Pier Paolo Pasolini in una conferenza tenuta in varie città e poi pubblicata su «Rinascita» (26 dicembre 1964). Pasolini, che in passato aveva negato l’esistenza dell’italiano come lingua parlata d’uso generale, annunciava di dover ora modificare le sue convinzioni: la lingua italiana aveva cominciato a esistere ed era «la lingua della produzione e del consumo» nata nelle grandi aziende, che «omologa tutti i tipi di linguaggi della koiné italiana» nel senso della comunicazione a scapito della espressività. La tesi di Pasolini aveva avuto molta risonanza nella stampa quotidiana e periodica. «Rinascita» dedicò un numero del suo supplemento «Il contemporaneo» (allora diretto da Michele Rago) alla discussione sulla lingua, con interventi tra gli altri di Vittorio Sereni, Elio Vittorini, Franco Fortini. A questo mio intervento come al seguente (L’antilingua, p. 150), Pasolini replicò vivacemente e diffusamente, sempre su «Rinascita» (6 marzo 1965) nell’articolo Diario linguistico. Tutti questi scritti linguistici di Pasolini del 1964-65 si trovano ora nel suo volume Empirismo eretico, Garzanti, Milano 1972. Tutti gli interventi dei partecipanti alla discussione nei vari giornali sono stati raccolti nel volume La nuova questione della lingua, a cura di O. Parlangeli, Paideia, Brescia 1971.

752

«Rinascita» (in its monthly supplement «Il contemporaneo»), January 30, 1965. This article, like the following one, engaged a debate on the Italian language—or more precisely, on the new «technological Italian» as defined by Pier Paolo Pasolini in lectures later published in «Rinascita» (December 26, 1964). Pasolini, who had previously denied the existence of Italian as a spoken lingua franca, now revised his stance: Italian had begun to exist as «the language of production and consumption» born in large corporations, which «homogenizes all linguistic varieties within the Italian koiné» through communication at the expense of expressivity. Pasolini’s thesis sparked widespread debate in daily and periodical press. «Rinascita» dedicated an issue of its supplement «Il contemporaneo» (then edited by Michele Rago) to the language discussion, featuring contributions from Vittorio Sereni, Elio Vittorini, and Franco Fortini. Pasolini responded vigorously to this essay and the following one (The Anti-Language, p. 150) in «Rinascita» (March 6, 1965) with his article Linguistic Diary. All Pasolini’s 1964-65 linguistic writings now appear in his volume Heretical Empiricism (Garzanti, Milan 1972). Contributions to this debate across various journals were collected in The New Language Question, edited by O. Parlangeli (Paideia, Brescia 1971).

753

Oggi la situazione della lingua italiana non può essere studiata isolatamente, e nemmeno in contrapposizione generica con le grandi lingue europee prese in blocco, ma va vista nel quadro linguistico mondiale attuale. Quadro che è tutto problematico: non c’è lingua che possa dirsi perfettamente funzionale rispetto alle esigenze della civiltà moderna: né il francese, né il tedesco, né il russo, né lo spagnolo, e neppure (se pur per ragioni opposte) l’inglese. Per non parlare delle aree linguistiche che hanno problemi di gran lunga più gravi: in Africa, in Asia e nella stessa Europa.

753

Today, the situation of the Italian language cannot be studied in isolation, nor even in generic opposition to major European languages taken as a bloc. It must instead be viewed within the current global linguistic framework - a framework that remains entirely problematic. No language can claim to be perfectly functional in meeting the demands of modern civilization: neither French, German, Russian, Spanish, nor even (though for opposite reasons) English. This is to say nothing of linguistic areas facing far more severe challenges in Africa, Asia, and even Europe itself.

754

So bene che queste affermazioni andrebbero suffragate da analisi che potrei abbozzare solo in modo approssimativo e che richiederebbero comunque la convalida degli specialisti. Per ora mi limito ad anticipare a titolo d’ipotesi qualche osservazione empirica, partendo dal punto di vista della mia base d’osservazione: l’editoria libraria italiana e straniera.

754

I am well aware these assertions require supporting analyses that I could only sketch in approximate terms, analyses that would in any case demand validation from specialists. For now, I shall limit myself to presenting a few empirical observations as hypotheses, proceeding from my own vantage point: Italian and international book publishing.

755

Se ho detto che non c’è lingua che non abbia oggi gravi problemi non è per trarne la conseguenza che non abbiamo da lamentarci troppo dell’italiano; anche se qualche vantaggio dobbiamo ammettere d’averlo. Per esempio quello che la grande duttilità dell’italiano (questa lingua come di gomma con la quale pare di poter fare tutto quel che si vuole) ci permette di tradurre dalle altre lingue un pochino meglio di quanto non sia possibile in nessun’altra lingua. Naturalmente è un vantaggio che ha una controparte di svantaggio quasi altrettanto grave: l’italiano è una lingua isolata, intraducibile. Una buona traduzione italiana di un libro straniero (riferiamoci al campo dove tutto è più difficile: la letteratura) può conservare un qualche saporino dell’originale; un libro di scrittore italiano tradotto il meglio possibile in qualsiasi altra lingua conserva del suo sapore originale una parte molto minore, o nulla del tutto. (Da ciò la fortuna all’estero di vari scrittori italiani che «a esser tradotti ci guadagnano».)

755

If I claim that no language today is without serious problems, it is not to conclude that we should refrain from lamenting Italian's condition - though we must acknowledge certain advantages. For instance, Italian's remarkable ductility (this language like rubber through which one seems able to shape anything) allows us to translate from other languages slightly better than is possible in any other tongue. Naturally, this advantage carries a nearly equivalent drawback: Italian remains an isolated, untranslatable language. While a good Italian translation of foreign literature (considering the most challenging field) might retain some flavor of the original, a work by an Italian writer rendered into another language through the most skillful translation preserves but a fraction - or none - of its original essence. (Hence the international success of certain Italian authors who "gain in translation.")

756

E si badi bene che anche il vantaggio del tradurre in italiano è relativo e parziale: per esempio, più si va nel parlato, nel popolare, specie per le lingue che hanno una dimensione gergale, più l’italiano fa cilecca, perché al livello popolare sconfina subito nel localismo e nel dialetto, mentre al livello della conversazione familiare, scherzosa, «borghese», è sempre stucchevole e – siccome il costume cambia di continuo – immediatamente «datato». (L’«italiano medio», come ben dice Pasolini, è una «lingua impossibile, infrequentabile».)

756

Moreover, even the advantage of translating into Italian proves relative and partial. The more we delve into colloquial or popular registers, particularly when translating languages with strong slang dimensions, Italian falters. At the popular level, it immediately lapses into localisms and dialects, while in bourgeois conversational registers it becomes cloying and - given constantly shifting social mores - instantly "dated." (The "average Italian," as Pasolini aptly observes, constitutes an "impossible language, unapproachable.")

757

Questi della letteratura sarebbero ancora danni minori o comunque prevedibili. Chi legge letteratura in traduzione sa già di compiere un’operazione approssimativa. La scrittura letteraria consiste sempre di più in un approfondimento dello spirito più specifico della lingua (nelle sue punte estreme d’un massimo d’espressività o nevrosi linguistica e d’un massimo di anonimità, di neutralità «oggettuale»), e come tale diventa sempre più intraducibile.

757

These would remain minor or at least foreseeable damages where literature is concerned. Those who read literature in translation already accept its approximate nature. Literary writing increasingly consists of plumbing the most language-specific depths (whether through maximal linguistic expressivity/neurosis or maximal anonymity/"object-like" neutrality), rendering it ever more untranslatable.

758

Passiamo dunque alla lingua di comunicazione, e vediamo come stanno le cose nel campo della comunicazione culturale. Lì il problema è quello di avere l’equivalente italiano d’un dato «codice» linguistico, specifico d’un dato campo di studi o d’una data scuola o tendenza. Problema che si è presentato molte volte e che si è molte volte risolto; l’importante è che il «codice» da introdurre nella nostra lingua sia un sistema rigoroso, e che lo si usi rigorosamente. Da questo dipende la riuscita maggiore o minore dei risultati.

758

Let us then examine the language of communication, considering how matters stand in cultural exchange. Here, the problem becomes establishing Italian equivalents for given linguistic "codes" specific to particular fields of study or schools of thought. This challenge has arisen repeatedly and been resolved repeatedly; what matters is that the "code" introduced into our language constitutes a rigorous system applied with rigor. The degree of success depends precisely on this.

759

Ma vediamo i problemi del traduttore straniero di uno scritto italiano: di teoria, di critica, o solo d’informazione. Qui la duttilità dell’italiano non è più un soccorso ma un ostacolo, e subito si misura la distanza che separa le lingue e le culture. Per far capire a un anglosassone (ma anche a un francese!) cosa vogliamo dire con la parola «storia», che noi ripetiamo in tutti i contesti, ci vuole una fatica enorme: e spesso per concludere che è intraducibile. Certo, fuori d’Italia alcune fondamentali «chiavi» culturali italiane (Croce, per esempio) non sono state conosciute al loro tempo e di conseguenza non sono conosciute le varie fortune che hanno avuto i termini d’un dato «codice». (Anche la difficoltà di far conoscere Gramsci è di questo tipo.) Questi sono i danni dell’isolamento culturale in cui siamo vissuti per tanto tempo, ma è inutile continuare a piangerci sopra. Vediamo la situazione a partire da oggi, supponendo un traduttore in grado di rilevare con chiarezza qualsiasi «codice». Il guaio è che gli italiani in grandissima maggioranza scrivono senza «codice», cioè con vari «codici» insieme. Accumulano termini e termini delle più diverse provenienze; molti di questi termini mettono radici, sviluppano una loro storia italiana; e chi li impiega si riferisce a questa loro storia interna, allude, gioca di finezza e insieme d’ambiguità. Tanto tra noi ci si capisce sempre. E quando siamo tradotti cosa ne può venir fuori? Niente.

759

Now consider the foreign translator's difficulties with Italian texts - theoretical, critical, or merely informative. Here, Italian's ductility transforms from asset to obstacle, immediately revealing the chasm separating languages and cultures. To make an Anglo-Saxon (or even a French reader!) grasp what we mean by the word "storia" - which we deploy across all contexts - requires Herculean effort, often concluding in its untranslatability. Certainly, crucial Italian cultural "keys" (Croce, for instance) remained unknown abroad during their heyday, resulting in unfamiliarity with the varied fortunes of terms from given "codes." (The difficulty in disseminating Gramsci's work follows similar lines.) These are the damages wrought by our prolonged cultural isolation, but endless lament proves futile. Let us assess the current situation, imagining a translator capable of clearly discerning any "code." The tragedy lies in most Italians writing without adherence to any "code," blending multiple "codes" instead. We accumulate terms of diverse provenances; many take root, developing distinct Italian histories. When employing these terms, we reference their internal evolution, alluding and equivocating with subtlety. Among ourselves, comprehension persists. But when translated? Nothing remains.

760

Per esempio: mettiamo che volessi far tradurre in francese o in inglese questo mio scritto. Dovrei riscriverlo di sana pianta, forse ripensarlo, consultandomi con una persona della lingua. E io ancora sono uno che con le parole va prudente (questo è anche un guaio perché ho molti modi di sfumare un’affermazione, quando non sono tanto sicuro del fatto mio, e nella traduzione tutte queste precauzioni vanno perdute: viene fuori un’espressione o troppo generica o troppo recisa). Ma se uno va più forte nell’usare termini provenienti da «codici» diversi (come Pasolini che ne fa un minuzioso «collage» nazionale e internazionale) per farsi tradurre avrebbe bisogno d’una nota a ogni parola.

760

Suppose I wished to have this very text translated into French or English. I would need to rewrite it entirely, perhaps reconceptualize it through consultation with a native speaker. And I count among those cautious with words (itself problematic, as I employ numerous hedging devices when uncertain - precautions lost in translation, leaving assertions either excessively vague or blunt). But writers who boldly blend terms from divergent "codes" (like Pasolini with his meticulous national/international "collages") would require footnotes for every word to achieve translation.

761

È un inconveniente da poco? Io credo invece che sia gravissimo. Oggi ogni questione culturale è subito internazionale, ha bisogno d’essere subito verificata su scala mondiale, o almeno su una serie mondiale di punti di riferimento. Soprattutto in politica, naturalmente. Per esempio, su «Rinascita» escono spesso degli articoli che dicono cose nuove non solo nell’ambito italiano, ma anche interessanti per la sinistra internazionale. E invece sono linguisticamente intraducibili.

761

A minor inconvenience? I consider it grave. Today, every cultural issue immediately becomes international, demanding verification on a global scale or at least through a worldwide network of reference points. This holds especially in politics. For example, Rinascita frequently publishes articles containing ideas novel not merely within Italy but for the international left. Yet linguistically, they remain untranslatable.

762

Dove voglio arrivare con questo discorso? A dire che prima di scrivere nella propria lingua bisogna pensare in un’altra, o in una specie di esperanto che vada bene per tutti? Una pretesa di questo genere, per la nostra come per qualsiasi altra lingua, equivarrebbe a castrare il pensiero, ad appiattirlo, a privarlo della capacità di mettere in luce sfumature, di sviluppare intuizioni sottili. Le lingue nazionali, anche se oggi sono tutte – avendone coscienza o no – in crisi, sopravviveranno ancora per alcuni secoli proprio per questo loro essere uno strumento di libertà e di creatività per ora insostituibile; e anche proprio perché ogni lingua ha dei limiti ma pure delle possibilità che sono suoi esclusivi.

762

Where does this reasoning lead? To suggest we think in another language - or a sort of Esperanto valid for all - before writing in our own? Such pretension, whether for Italian or any language, would castrate thought, flatten it, strip it of nuance and subtle intuition. National languages, though all (consciously or not) in crisis today, will survive centuries more precisely through their irreplaceable role as instruments of freedom and creativity - and because each language's limitations coexist with unique possibilities.

763

Quel che voglio dire è che chi scrive per comunicazione dovrebbe (sto parlando anche per me stesso) rendersi continuamente conto del grado di traducibilità, cioè di comunicabilità, delle espressioni che usa. E non sto facendo uno dei soliti richiami allo «scrivere chiaro» che sappiamo essere spesso una pretesa filistea: si scrive chiaro quando si può, ma ci sono cose complesse (o non ancora chiarite) che si cercano di dire nel solo modo che si ha a disposizione. Però bisogna sempre essere coscienti dei limiti del linguaggio che andiamo adoperando: calcolare la parte che è traducibile del nostro discorso, e la parte che non lo è, e perché non lo è. Se riusciamo a leggerci mentre scriviamo, (ci sono tanti, anche tra gli scrittori, che non sono capaci di leggersi, né mentre scrivono né dopo; vedono sul foglio una nuvoletta coi loro pensieri dentro, non le parole scritte), se riusciamo a sdoppiarci e a moltiplicarci in lettori diversi e abituati a usare altri «codici», potremo anche fare discorsi difficilmente traducibili ma sapendo di farli. E allora forse la complessità linguistica come limitazione si potrà trasformare in complessità linguistica come ricchezza, come capitale tesaurizzabile dalla lingua.

763

What I mean is that those who write for communication purposes (and I include myself here) should continually assess the translatability - that is, the communicability - of their chosen expressions. This isn't another call for "writing clearly," which we know often masks philistine demands: we write clearly when possible, but complex (or not yet clarified) ideas demand the only available means of expression. However, we must remain conscious of our language's limitations: calculating what portion of our discourse is translatable, what isn't, and why. If we can read ourselves while writing (many writers can't, seeing only mental clouds rather than written words), if we can multiply ourselves into readers versed in different "codes," even our least translable complexities become intentional. Linguistic complexity might then transform from limitation into wealth - capital accruing value within the language itself.

764

Oggi il linguaggio politico italiano si è molto complicato, tecnicizzato, intellettualizzato, e credo che tenda a saldarsi in un arco che comprenda cattolici e marxisti, dagli uffici-studio morotei ai sindacati di classe. È il linguaggio «tecnologico» di cui Pasolini ha descritto la nascita? A me pare, al contrario, che una terminologia che vuol essere specialistica senza riuscire a essere univoca, e una sintassi ramificata e sinuosa fanno di questo linguaggio uno strumento utile più a non dire che a dire. È un linguaggio che ai verbi che indicano un’azione precisa e diretta e concreta preferisce sistematicamente quelli che servono solo a mettere in relazione dei sostantivi che anche loro indicano astrazioni, il cui significato può essere definito solo dalla costruzione della frase. È un linguaggio in cui si possono mettere insieme frasi lunghissime senza un sostantivo concreto o un verbo d’azione (cosa che una volta credo succedesse solo in tedesco).

764

Today's Italian political language has grown increasingly technical and intellectualized, aspiring to bridge Catholic and Marxist lexicons from Morotean study groups to class-based unions. Is this Pasolini's "technological language"? To me, this terminology - pseudo-specialized yet ambiguous, couched in convoluted syntax - seems better suited to evasion than communication. It systematically favors verbs connecting abstract nouns over action-oriented language, constructing endless sentences without concrete substantives (a vice once considered exclusively German).

765

Questo, ai livelli più alti. Al livello più banale, c’è il linguaggio «obiettivo» del telegiornale, quando riassume i discorsi dei leaders politici: tutti ridotti a minime variazioni della stessa combinazione di termini anodini, incolori e insapori. Insomma, il vocabolo semanticamente più povero viene sempre preferito a quello semanticamente più pregnante.

765

At higher levels, this technocratic obfuscation reigns. At baser levels, television news reduces political speeches to anodyne permutations of the same colorless terms. The semantically weakest word always prevails over the most potent.

766

E la politica esercita una influenza decisiva sul modo di parlare di chiunque parla per «dirigere»: ho l’impressione (ma qui esco dalla mia esperienza diretta e potrò ricevere smentite o integrazioni) che anche ai tavoli dei consigli d’amministrazione, dei comitati tecnici, delle riunioni di rappresentanti commerciali non si parli diversamente.

766

Political language decisively influences all directive speech. I suspect (though beyond my direct experience) that corporate boards and technical committees now converse similarly - all communication flattened into this bureaucratic patois.

767

Secondo me uno sviluppo «tecnologico» dell’italiano può notarsi soprattutto al livello della terminologia, per esempio, meccanica. (Il nome di ogni pezzo anche minimo d’un’automobile è uguale in tutta Italia e usato quotidianamente da ogni operaio meccanico; mentre la terminologia agricola era tutta diversa da una provincia all’altra; però in molte professioni artigiane – per esempio i tipografi – un lessico unitario e preciso non può dirsi un fatto nuovo; né è un fatto nuovo per la marineria; ecc.)

767

True "technological" development in Italian appears most clearly in mechanical terminology. Every automotive component now bears a nationally standardized name used daily by mechanics - unlike agriculture's provincial variations. Yet even this precision isn't new: typographers and sailors long maintained precise professional lexicons.

768

Al livello del linguaggio teorico, i vizi di cent’anni di burocratizzazione dell’italiano sono più virulenti che mai e finora hanno avuto ragione d’ogni spinta «tecnologica». Se c’è un continuo arricchimento di termini tratti dagli studi specializzati (processo da tempo in atto nell’italiano), quello che è acquisito dalla lingua non è il rigore lessicale ma sono solo le sue immagini sonore, non è la soddisfazione di stringere la realtà in modo che non scappi ma è un nuovo sistema di allusioni, non è la fondamentale democraticità del rapporto tecnico con le cose ma un nuovo accento dell’Autorità.

768

In theoretical language, a century of bureaucratic Italian's vices grow more virulent, resisting all technological impulses. While specialized terms constantly enter the lexicon, what sticks isn't lexical rigor but sonorous images - not reality grasped, but new allusive systems - not technical democracy but Authority's new accent.

769

Le mie conclusioni dunque sono in disaccordo con quelle di Pasolini. Ma prima devo dire che nel suo scritto ho trovato molto di stimolante e di vero, nella impostazione generale, in alcune delle rapide analisi stilistiche (non dove parla di me, purtroppo) e in parecchie osservazioni marginali. Quanto alla affermazione di Pasolini che «è nato l’italiano come lingua nazionale» la saluto come nuova e benvenuta pagina della sua poetica, ma non la condivido come dato di fatto. Forse perché prima non condividevo neppure l’affermazione che l’italiano non esistesse (l’«italiano» cioè esiste come fenomeno linguistico unico nel suo genere, diverso dal fenomeno «francese» da quello «inglese» ecc. a loro volta diversi tra loro), né ho mai pensato che i dialetti (questi dialetti decaduti, stracchi, bolsi, corrotti) fossero invece la salute e la verità. Ma anche quello che più condivido del discorso di Pasolini: l’insofferenza per l’«italiano medio», mi fa rifiutare l’illusione che sia avvenuto qualcosa di radicalmente nuovo.

769

My conclusions diverge from Pasolini's, though I find much truth in his general framework and stylistic analyses (except where he discusses me). His claim about Italian's birth as national language marks an intriguing poetic shift, but not factual reality. Italian always existed uniquely, distinct from French or English phenomena. Nor do I share his former dialect nostalgia (those exhausted, corrupted dialects). Even our shared disdain for "average Italian" makes me skeptical of radical new developments.

770

Il mio ideale linguistico è un italiano che sia il più possibile concreto e il più possibile preciso. Il nemico da battere è la tendenza degli italiani a usare espressioni astratte e generiche. Per svilupparsi come lingua concreta e precisa l’italiano avrebbe possibilità che molte altre lingue non hanno. Ma la necrosi che tende a farne un tessuto verbale in cui non si vede e non si tocca nulla lo sta cancellando dal numero delle lingue che possono sperare di sopravvivere ai grandi cataclismi linguistici dei prossimi secoli.

770

My linguistic ideal demands maximum concreteness and precision. The enemy remains Italians' tendency toward abstract and generic expressions. Italian could develop concrete precision better than many languages. But its necrotic drift toward verbal opacity threatens its survival through coming linguistic upheavals.

772

L’antilingua

772

The Antilanguage

773

«Il Giorno», 3 febbraio 1965. Anche questo articolo s’inseriva nel dibattito sulla nuova lingua italiana aperto da Pasolini (vedi la presentazione del testo precedente alla cui bibliografia rimando). Il quotidiano «Il Giorno» aveva aperto al dibattito la sua pagina «Giornolibri» pubblicando, oltre a un’intervista a Pasolini (2 dicembre 1964), interventi di Arbasino (30 dicembre), Citati (20 gennaio 1965), Ottieri (27 gennaio) e due repliche di Pasolini (6 gennaio e 3 febbraio).

773

Il Giorno, February 3, 1965. This article continued the debate on new Italian sparked by Pasolini (see preceding text's bibliography). Il Giorno's "Giornolibri" section featured contributions from Arbasino (December 30), Citati (January 20, 1965), Ottieri (January 27), and two Pasolini rebuttals (January 6 and February 3), alongside the original Pasolini interview (December 2, 1964).

774

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: «Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata». Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: «Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

774

The police sergeant sits before the typewriter. The interrogated man, seated across from him, answers the questions with slight hesitation yet careful precision: "Early this morning I went down to the cellar to light the stove and found all those wine flasks behind the coal bin. I took one to drink with dinner. I didn't know the wine shop upstairs had been broken into." Impassive, the sergeant rapidly types his faithful transcription: "The undersigned, having proceeded to the subterranean premises during the ante-meridian hours for the purpose of activating the thermal apparatus, declares to have inadvertently encountered a quantity of vinicultural products positioned in posterior relation to the receptacle designated for combustible material containment, and to have effected the removal of one aforesaid article with intent to consume it during the afternoon repast, being unaware of the perpetrated infringement upon the aforementioned commercial establishment."

775

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. «Abbiamo una linea esilissima, composta da nomi legati da preposizioni, da una copula o da pochi verbi svuotati della loro forza» come ben dice Pietro Citati che di questo fenomeno ha dato su queste colonne un’efficace descrizione.

775

Daily, particularly over the past century, hundreds of thousands of our compatriots mentally translate Italian into this nonexistent antilanguage with electronic speed. Lawyers and officials, ministerial offices and corporate boards, newsroom editors and broadcast journalists write, speak, and think in antilanguage. Its defining feature is what I'd term "semantic terror" - a recoiling from any word bearing inherent meaning, as if "flask," "stove," or "coal" were obscenities, as if "go," "find," or "know" denoted shameful acts. In antilanguage, meanings are perpetually distanced, buried beneath terminologies that signify nothing concrete. "We have an emaciated syntax composed of nouns strung by prepositions, copulas, and verbs drained of vitality," as Pietro Citati aptly observed in these pages, offering an incisive critique of this phenomenon.

776

Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso». La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire «ho fatto» ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa.

776

Antilanguage speakers perpetually fear revealing familiarity with their subject matter, implying: "I discuss these matters incidentally, my role being far superior to both my words and actions, transcending even my own self." The psychological root of antilanguage lies in severed connection with lived experience - ultimately, self-loathing. True language thrives through vital communication, existential fullness becoming expression. Where antilanguage triumphs - in the Italian of those who say "I effected" rather than "I did" - language gets murdered.

777

Se il linguaggio «tecnologico» di cui ha scritto Pasolini (cioè pienamente comunicativo, strumentale, omologatore degli usi diversi) si innesta sulla lingua non potrà che arricchirla, eliminarne irrazionalità e pesantezze, darle nuove possibilità (dapprincipio solo comunicative, ma che creeranno, come è sempre successo, una propria area di espressività); se si innesta sull’antilingua ne subirà immediatamente il contagio mortale, e anche i termini «tecnologici» si tingeranno del colore del nulla.

777

If Pasolini's "technological language" (fully communicative, instrumental, homogenizing diverse usages) grafts onto living language, it could enrich it by eliminating irrationalities and granting new communicative potential that may breed expressivity. But grafting it onto antilanguage brings immediate mortal contamination, technological terms themselves becoming voids.

778

L’italiano finalmente è nato, – ha detto in sostanza Pasolini, – ma io non lo amo perché è «tecnologico».

778

"Italian has finally been born," Pasolini essentially declared, "but I disavow it for being technological."

779

L’italiano da un pezzo sta morendo, – dico io, – e sopravviverà soltanto se riuscirà a diventare una lingua strumentalmente moderna; ma non è affatto detto che, al punto in cui è, riesca ancora a farcela.

779

"Italian has long been dying," I counter, "and will survive only by becoming instrumentally modern - though given current trajectories, success remains uncertain."

780

Il problema non si pone in modo diverso per il linguaggio della cultura e per quello del lavoro pratico. Nella cultura, se lingua «tecnologica» è quella che aderisce a un sistema rigoroso, – di una disciplina scientifica o d’una scuola di ricerca – se cioè è conquista di nuove categorie lessicali, ordine più preciso in quelle già esistenti, strutturazione più funzionale del pensiero attraverso la frase, ben venga, e ci liberi di tanta nostra fraseologia generica. Ma se è una nuova provvista di sostantivi astratti da gettare in pasto all’antilingua, il fenomeno non è positivo né nuovo, e la strumentalità tecnologica vi entra solo per finta.

780

The challenge manifests similarly in cultural and practical domains. In culture, if "technological language" means rigorous systems - scientific disciplines or research schools - bringing precise lexicons and functional thought structures, let it liberate us from generic phraseology. But if it's abstract nouns feeding antilanguage, this pseudo-technological phenomenon proves neither new nor beneficial.

781

Ma il giusto approccio al problema mi pare debba avvenire al livello dell’uso parlato, della vita pratica quotidiana. Quando porto l’auto in un’officina per un guasto, e cerco di spiegare al meccanico che «quel coso che porta al coso mi pare che faccia uno scherzo sul coso», il meccanico che fino a quel momento ha parlato in dialetto guarda dentro il cofano e spiega con un lessico estremamente preciso e costruendo frasi d’una funzionale economia sintattica, tutto quello che sta succedendo al mio motore. In tutta Italia ogni pezzo della macchina ha un nome e un nome solo, (fatto nuovo rispetto alla molteplicità regionale dei linguaggi agricoli; meno nuovo rispetto a vari lessici artigiani), ogni operazione ha il suo verbo, ogni valutazione il suo aggettivo. Se questa è la lingua tecnologica, allora io ci credo, io ho fiducia nella lingua tecnologica.

781

The true battleground lies in spoken language and daily practical use. When I take my car to the garage stammering, "That thingamajig connected to the whatsit seems to act up near the doohickey," the mechanic - previously using dialect - peers under the hood and explains my engine's issues through exact terminology and functionally economical syntax. Across Italy, every car part now bears a single name (unlike agriculture's regional variations, though some artisan lexicons already had this precision). If this constitutes technological language, then I believe in technological language.

782

Mi si può obiettare che il linguaggio – diciamo così – tecnico-meccanico è solo una terminologia; lessico, non lingua. Rispondo: più la lingua si modella sulle attività pratiche, più diventa omogenea sotto tutti gli aspetti, non solo, ma pure acquista «stile». Finché l’italiano è rimasto una lingua letteraria, non professionale, nei dialetti (quelli toscani compresi, s’intende) esisteva una ricchezza lessicale, una capacità di nominare e descrivere i campi e le case, gli attrezzi e le operazioni dell’agricoltura e dei mestieri che la lingua non possedeva. La ragione della prolungata vitalità dei dialetti in Italia è stata questa. Ora, questa fase è superata da un pezzo: il mondo che abbiamo davanti, – case e strade e macchinari e aziende e studi, e anche molta dell’agricoltura moderna – è venuto su con nomi non dialettali, nomi dell’italiano, o costruiti su modelli dell’italiano, oppure d’una inter-lingua scientifico-tecnico-industriale, e vengono adoperati e pensati in strutture logiche italiane o interlinguistiche. Sarà sempre di più questa lingua operativa a decidere le sorti generali della lingua.

782

One might object that technical-mechanical language is merely terminology - lexicon, not language. I respond: the more language models itself on practical activities, the more it becomes homogeneous in all aspects, not only that, but also acquires "style." As long as Italian remained a literary, non-professional language, the dialects (including Tuscan ones, of course) possessed a lexical richness, an ability to name and describe fields and houses, tools and operations of agriculture and trades that the standard language lacked. This was the reason for the prolonged vitality of dialects in Italy. Now, this phase has long been surpassed: the world before us - houses, roads, machinery, businesses, offices, and even much of modern agriculture - has emerged with non-dialectal names, Italian names, or constructs modeled on Italian, or belonging to a scientific-technical-industrial interlingua, and are used and conceptualized within Italian or interlinguistic logical structures. It will increasingly be this operational language that determines the general fate of the language.

783

Anche nel suo aspetto espressivo: non tanto per le possibili rapide fortune di nuovi termini che dall’uso scientifico o tecnico passano a quello metaforico, affettivo, psicologico ecc. (questo è sempre successo: parole come «allergico», «cartina al tornasole», «relativistico» già erano entrate nell’«italiano medio» dei nostri padri, ma devo dire che mi garbano poco), ma perché anche qui le forme dell’uso pratico sono sempre determinanti, fanno cadere vecchie forme di coloritura espressiva diventate incompatibili col resto del modo di parlare, obbligano a sostituirle con altre.

783

Even in its expressive aspect: not so much for the possible rapid adoption of new terms transitioning from scientific or technical use to metaphorical, affective, psychological usage etc. (this has always happened: words like "allergic," "litmus test," "relativistic" had already entered the "average Italian" of our fathers' generation, though I must say I find them rather grating), but because here too the forms of practical use remain decisive, causing old expressive flourishes incompatible with current speech patterns to fall away, forcing their replacement with others.

784

Il dato fondamentale è questo: gli sviluppi dell’italiano oggi nascono dai suoi rapporti non con i dialetti ma con le lingue straniere. I discorsi sul rapporto lingua-dialetti, sulla parte che nell’italiano d’oggi hanno Firenze o Roma o Milano, sono ormai di scarsa importanza. L’italiano si definisce in rapporto alle altre lingue con cui ha continuamente bisogno di confrontarsi, che deve tradurre e in cui deve essere tradotto.

784

The fundamental fact is this: the developments of Italian today stem from its relationship not with dialects but with foreign languages. Discussions about the language-dialect relationship, about the role of Florence, Rome, or Milan in today's Italian, have become largely irrelevant. Italian now defines itself in relation to other languages with which it constantly needs to engage, which it must translate and into which it must be translated.

785

Le grandi lingue europee hanno tutte i loro problemi, al loro interno e soprattutto nel confronto reciproco, tutte hanno limiti gravi di fronte ai bisogni della civiltà contemporanea, nessuna riesce a dire tutto quello che avrebbe da dire. Per esempio, la spinta innovatrice del francese, di cui parlava su queste colonne Citati, è fortemente frenata dalla struttura della frase fondamentalmente classicista, letteraria, conservatrice: la Quinta Repubblica vive il contrasto tra la sua realtà economica solidamente tecnocratica e il suo linguaggio d’una espressività letteraria vaga e anacronistica.

785

All major European languages face internal challenges, particularly in their mutual comparisons; all have serious limitations in meeting contemporary civilization's needs, none can fully express what needs saying. For instance, the innovative thrust of French, discussed by Citati in these pages, is strongly hindered by its fundamentally classicist, literary, conservative sentence structure: the Fifth Republic lives the contrast between its solidly technocratic economic reality and its language of vague, anachronistic literary expressiveness.

786

La nostra epoca è caratterizzata da questa contraddizione: da una parte abbiamo bisogno che tutto quel che viene detto sia immediatamente traducibile in altre lingue; dall’altra abbiamo la coscienza che ogni lingua è un sistema di pensiero a sé stante, intraducibile per definizione.

786

Our era is characterized by this contradiction: on one hand, we need everything said to be immediately translatable into other languages; on the other, we're conscious that every language constitutes its own self-contained system of thought, untranslatable by definition.

787

Le mie previsioni sono queste: ogni lingua si concentrerà attorno a due poli: un polo di immediata traducibilità nelle altre lingue con cui sarà indispensabile comunicare, tendente ad avvicinarsi a una sorta di interlingua mondiale ad alto livello; e un polo in cui si distillerà l’essenza più peculiare e segreta della lingua, intraducibile per eccellenza, e di cui saranno investiti istituti diversi come l’argot popolare e la creatività poetica della letteratura.

787

My predictions are these: every language will concentrate around two poles - a pole of immediate translatability into other essential communication languages, tending toward a sort of high-level global interlingua; and a pole distilling the language's most peculiar and secret essence, quintessentially untranslatable, investing diverse institutions from popular argot to literature's poetic creativity.

788

L’italiano nella sua anima lungamente soffocata, ha tutto quello che ci vuole per tenere insieme l’uno e l’altro polo: la possibilità d’essere una lingua agile, ricca, liberamente costruttiva, robustamente centrata sui verbi, dotata d’una varia gamma di ritmi nella frase. L’antilingua invece esclude sia la comunicazione traducibile, sia la profondità espressiva. La situazione sta in questi termini: per l’italiano trasformarsi in una lingua moderna equivale in larga parte a diventare veramente se stesso, a realizzare la propria essenza; se invece la spinta verso l’antilingua non si ferma ma continua a dilagare, l’italiano scomparirà dalla carta linguistica d’Europa come uno strumento inservibile.

788

Italian, in its long-suffocated soul, possesses all that's needed to hold both poles together: the potential to be an agile, rich language, freely constructive, robustly verb-centered, endowed with varied rhythmic phrasing. The antilanguage, however, excludes both translatable communication and expressive depth. The situation stands thus: for Italian to transform into a modern language largely means becoming truly itself, realizing its essence; but if the antilanguage's expansion continues unchecked, Italian will disappear from Europe's linguistic map as an obsolete tool.

790

Vittorini: progettazione e letteratura

790

Vittorini: Projection and Literature

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«Il menabò 10», Einaudi, Torino 1967. Numero monografico su Vittorini a un anno dalla sua scomparsa (12 febbraio 1966). Il mio scritto faceva seguito a una scelta di passi dagli ultimi interventi di Vittorini, ideale continuazione del suo Diario in pubblico, alla quale avevo dato il titolo La ragione conoscitiva. In seguito il mio saggio è stato ripubblicato in un volumetto da Vanni Scheiwiller (All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1968).

791

Il menabò 10, Einaudi, Turin 1967. A monographic issue on Vittorini one year after his death (February 12, 1966). My essay followed selected excerpts from Vittorini's final interventions, an ideal continuation of his Diario in pubblico, to which I'd given the title La ragione conoscitiva (Cognitive Reason). This essay was later republished in a booklet by Vanni Scheiwiller (All’Insegna del Pesce d’Oro, Milan 1968).

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Progetto, prospettiva, indicazione sono parole-chiave del discorso di Vittorini. Tutto il suo lavoro – creativo, critico, editoriale – ha intenzione e funzione di programma, di manifesto. Ma già programma è parola che fuorvia, fa pensare a chi subordina un’idea astratta di letteratura la previsione e la richiesta d’opere future, cioè al critico teorico (non necessariamente un innovatore, perché può anche essere volto a restaurare un’idea del passato, ai modelli); mentre Vittorini com’è agli antipodi del critico con lo sguardo rivolto indietro, è altrettanto distante dall’innovatore teorico: il suo dato di partenza è l’esperienza letteraria del presente, la scoperta di quello che si va scrivendo, le tendenze che vanno affiorando, il bisogno di scrivere in un certo modo certe cose; e solo su quel terreno egli pianta i cartelli indicatori con le frecce e i divieti di sosta. E anche la parola manifesto fuorvia: perché fa pensare a una definizione in qualche modo compiuta, mentre si tratta invece d’un progetto sempre in corso di precisazione, e, prima che il progetto, raccolta di materiali per un progetto. E così quelli che diremmo i veri e propri «manifesti» vittoriniani, come poteva essere il primo editoriale di «Il Politecnico» o il primo editoriale di «Menabò», li potremmo classificare come indicazioni per una raccolta e sistemazione di materiali in funzione di un progetto più vasto, e così classificare come materiali raccolti in vista del progetto tutte le opere creative che gli passano per le mani, le opere degli altri, dei giovani, degli stranieri, e così le opere sue. Perché se Conversazione è stata davvero un’opera-manifesto come nessun’altra, il lavoro successivo di Vittorini è stato quello di correggere la sua stabilizzazione in manifesto, così da farla ritornare – da una parte – opera conclusa (com’è adesso che ha superato la prova dell’invecchiamento, e non fa più «data», e rimane uno dei grandi libri unici della nostra letteratura) e – dall’altra – apertura d’un’epoca ancora aperta, promessa che continua a promettere, profezia che continua a parlarci come profezia.

792

Project, perspective, indication are key terms in Vittorini's discourse. All his work - creative, critical, editorial - carries programmatic, manifesto-like intentionality. Yet "program" itself proves misleading, suggesting abstract literary ideas subordinated to predicting and demanding future works - the domain of theoretical critics (not necessarily innovators, as they might seek to restore past models). Vittorini stands poles apart from backward-looking critics yet equally distant from theoretical innovators: his starting point is present literary experience - discovering emerging writings, surfacing tendencies, the need to write certain things in certain ways. Only on this terrain does he erect his signposts with arrows and parking prohibitions. Even "manifesto" misleads, suggesting definitive statements rather than projects perpetually clarifying themselves - or better, preliminary material collection before projection. What we might call Vittorini's true "manifestos," like the inaugural editorials of Il Politecnico or Menabò, could be classified as guidelines for gathering and organizing materials toward vaster projects, with all creative works passing through his hands - others', young writers', foreigners', his own - serving as materials collected for projection. If Conversazione in Sicilia truly became an unprecedented manifesto-work, Vittorini's subsequent labor corrected its stabilization as manifesto, returning it - on one hand - to completed work status (as now, having weathered time's test, no longer "dated," remaining one of our literature's great unique books) and - on the other - to opening an still-open era, a promise continuing to promise, a prophecy still addressing us prophetically.

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Il filo di continuità che cuce l’apparentemente discontinua bibliografia del Vittorini narratore passa attraverso il suo ininterrotto discorso di progettazione e proposta. Ripercorriamone l’arco, attraverso Diario in pubblico (che l’attualizza tutto nella prospettiva del 1957) con la chiave di volta della polemica di «Politica e Cultura» (chiave di volta che mantiene tutta la sua solidità non solo in sede storica, non solo di «manifesto» ma di metodo) e poi gli scritti della Ragione conoscitiva raccolti nel postumo «Menabò 10» a ideale continuazione del Diario e a introduzione del folto quaderno d’appunti Le due tensioni: avremo davanti un solo libro, tra le cui pagine le opere narrative compiute e incompiute (quelle che conosciamo e quelle che ci ha nascosto) possono essere inserite come tavole a colori o come disegni nel testo. Ma è un libro che non si chiude in se stesso, non si propone come oggetto autonomo, bensì rimanda continuamente al suo esterno, a valori da riconoscere o costruire fuori delle sue pagine. Diciamo allora che il discorso generale di Vittorini è progetto, o meglio progetto di progetto. E d’una letteratura che è a sua volta progetto. E qui tocchiamo il punto che è fondamentale d’ogni momento dell’operare di Vittorini: la letteratura che, nell’essere specificamente letteratura, è parte e modello e funzione d’un tutto non ancora realizzato ma pure visto come raggiungibile. Questo tutto può essere senz’altro detto una cultura, sia nel senso specifico del termine sia in quello di somma delle pratiche umane. Ma ancora, al di là di questo progetto di cultura, è un modo di stare al mondo che è l’obiettivo finale, un rapporto con gli altri e con le cose. La progettazione cui Vittorini lavora e di cui la letteratura dovrebbe farsi segno e vettore, è progettazione umana. Essa avanza, insieme al momento negativo del rifiuto della situazione presente, l’affermazione di ciò che è valore (ultimamente, la visione scientifica del mondo contro quella dell’umanesimo tradizionale) e l’assume a termine obbligatorio di confronto, la proietta ed estende.

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The thread of continuity stitching together Vittorini’s seemingly discontinuous bibliography as a narrator runs through his unbroken discourse of planning and proposition. Let us retrace its arc through Diario in pubblico (which actualizes everything in the perspective of 1957) with the keystone of the "Politica e Cultura" debate (a keystone that retains its solidity not only historically, as a "manifesto," but methodologically), then through the writings on Cognitive Reason collected in the posthumous "Menabò 10" as both an ideal continuation of the Diario and an introduction to the dense notebook of reflections titled Le due tensioni. What emerges is a single book, within whose pages his completed and unfinished narrative works (those we know and those he withheld) can be inserted like color plates or textual illustrations. Yet this is a book that never closes in on itself, never presents as an autonomous object, but perpetually points beyond its pages to values to be recognized or constructed externally. We might say, then, that Vittorini’s overarching discourse is a project—or rather, a project of projects. And of a literature that is itself a project. Here we touch the core of every phase of Vittorini’s work: literature that, in being specifically literature, becomes both part and model and function of an unrealized totality nevertheless glimpsed as attainable. This totality can certainly be called a culture, both in the term’s specific sense and as the sum of human practices. But beyond even this cultural project lies an ultimate aim: a way of being in the world, a relationship with others and with things. The planning Vittorini engages in—and of which literature should become both sign and vehicle—is a human project. It advances alongside the negative moment of rejecting the present state, affirming what holds value (ultimately, a scientific worldview over traditional humanism), assumes this as a mandatory term of comparison, and projects and extends it.

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Diciamo che ultimamente Vittorini progetta una cultura come «scienza» (una conoscenza come «scienza», una società come «scienza», un genere umano come «scienza») e da quel punto in poi restano da indovinare i possibili sviluppi: la scienza-totalità che critica quella che era scienza-parte (già si possono trovare spunti in questo senso nell’intervista sulle «due culture»). Certo, quando leggiamo la parola «scienza» negli ultimi interventi di Vittorini, sentiamo sempre il bisogno d’una specificazione ulteriore, la conferma che non ci si arresti a una nozione generica, insomma che si dica «scienza» dall’interno d’una cultura già con la scienza dentro, e non dal di fuori. Perché «scienza» nel nostro secolo ha significato e significa una quantità di cose molto diverse, l’induzione o la deduzione, il fermarsi allo sperimentabile o la costruzione di modelli matematici, il meccanicismo o l’indeterminismo, e ogni volta che il richiamo alla scienza si è profilato sull’orizzonte della cultura umanistica negli ultimi settant’anni ha significato cose diverse. Ma il problema di fondo è sempre quello della possibilità o impossibilità di conoscere il mondo, e almeno su questo il dibattito scientifico esige continuamente anche dallo spettatore esterno di prendere partito.

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We might say that Vittorini’s final project envisions a culture as "science" (knowledge as "science," society as "science," humanity as "science"), and from that point onward, we must intuit possible developments: science-as-totality critiquing what had been science-as-part (hints of this already surface in his interview on the "two cultures"). Certainly, when we encounter the word "science" in Vittorini’s late writings, we feel the need for further specification—a confirmation that it does not halt at a generic notion, that "science" is spoken from within a culture already containing science, not from without. For "science" in our century has signified and continues to signify vastly divergent things: induction or deduction, confinement to the experimentally verifiable or the construction of mathematical models, mechanism or indeterminism. Each time the appeal to science has loomed on humanistic culture’s horizon over the past seventy years, it has meant something different. But the fundamental problem remains that of the possibility or impossibility of knowing the world, and on this at least, scientific debate continually demands even the external observer to take sides.

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Ora, per definire di quale «scienza» Vittorini parla, non credo che conti tanto confrontare gli sparsi accenni degli ultimi scritti (da cui mi parrebbe tendere a una epistemologia indeterminista e probabilista), né ricostruire il fitto catalogo delle sue letture degli ultimi anni, ritrovare gli appunti, i testi sempre pieni di sottolineature e note in margine; l’avventura del libero studio, dell’annessione di nuovi campi e strumenti per capire, che Vittorini continua voracemente per tutta la sua vita, così come dovrebbe continuare in ogni vita umana, sarebbe impensabile se non conservasse qualcosa della passione giovanile, fatta – da una parte – dell’orgoglio di opporre al libro che si legge la resistenza del proprio partito preso, e – dall’altra – di quel tanto di disponibilità per cui l’ultimo libro letto entra in battaglia col penultimo, e se ha forza lo vince. Per definire l’idea di scienza per Vittorini, quel che conta è ricavarla dall’insieme del suo lavoro, dal sistema generale delle sue richieste e delle sue opzioni.

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To define what "science" Vittorini means, I do not believe it matters much to compare scattered hints in his final writings (which seem to lean toward an indeterminist and probabilist epistemology) or reconstruct the dense catalog of his late readings, recover his notes, texts perpetually underlined and annotated. The adventure of independent study—the annexation of new fields and tools for understanding that Vittorini pursued voraciously throughout his life, as should continue in every human life—would be unthinkable without preserving something of the youthful passion: on one hand, the pride of opposing one’s own biases to the book being read, and on the other, that measure of receptivity allowing the last book read to battle the penultimate, overcoming it if strong enough. To define Vittorini’s idea of science, what matters is extrapolating it from the totality of his work, the general system of his demands and choices.

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Diremo allora che il processo della conoscenza ha per Vittorini due condizioni; la prima: di contestare le nozioni abitudinarie siano esse percettive o linguistiche o concettuali (o diciamo pure sempre linguistiche, al livello della percezione, della parola o dei concetti) stabilendo il modo d’una nuova percezione, nominazione e significazione; la seconda: di non lasciarsi mai prendere fino in fondo dal meccanismo dell’astrazione mentale, tanto da eleggere stabile dimora in un mondo puramente concettuale, cioè di tornare sempre col guizzo d’un ago magnetico a puntare sul dato non ancora concettualizzato dell’esperienza. Queste due condizioni, che valgono a caratterizzare la ricerca di Vittorini fin dalle prime sue fasi e si applicano più che mai alla sua polemica «scientifica» più recente, la fanno coincidere con una tendenzialità che affiora da scuole diverse di filosofia della scienza e che ingaggia la sua battaglia su due fronti: contro l’empirismo (contro il principio d’autorità codificato nell’informazione percettiva, e qui vedi la costante polemica antinaturalistica di Vittorini che in ultimo diventa addirittura polemica contro la natura, contro l’autorità della falsa immagine ideologica che la natura è diventata per noi) e contro le inclinazioni idealistiche dell’epistemologia (contro il principio d’autorità nominalistico che torna a instaurarsi là dove non ci si aspetta nessuna conferma dalla realtà e neppure nessuna smentita; e qui vedi la costante polemica di Vittorini contro il dottrinarismo ideologico e la letteratura come illustrazione di dati intellettuali). Spero di non stare forzando le linee del progetto vittoriniano per avvicinarle al punto in cui oggi mi accade di trovarmi, cioè per identificare il suo metodo con quello del modello costruito per via deduttiva e che ha valore d’ipotesi operativa fino a quando non viene smentito sperimentalmente.

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We might then say that for Vittorini, the process of knowledge has two conditions. First: contesting habitual notions—whether perceptual, linguistic, or conceptual (or, let us say, always linguistic, at the levels of perception, speech, or concepts)—by establishing a new mode of perception, naming, and signification. Second: never allowing oneself to be wholly captured by the mechanism of mental abstraction to the point of taking up permanent residence in a purely conceptual world—that is, always returning with the flick of a magnetic needle to point toward the not-yet-conceptualized datum of experience. These two conditions, which characterize Vittorini’s inquiry from its earliest phases and apply more than ever to his recent "scientific" polemics, align it with a tendency emerging from diverse schools of philosophy of science—a tendency waging battle on two fronts: against empiricism (against the principle of authority codified in perceptual information, hence Vittorini’s constant anti-naturalist polemic, which ultimately becomes a polemic against nature itself, against the authority of the false ideological image nature has become for us) and against idealist leanings in epistemology (against the nominalist principle of authority reinstated where neither confirmation nor refutation from reality is expected; hence Vittorini’s enduring polemic against ideological dogmatism and literature as mere illustration of intellectual data). I hope I am not forcing the lines of Vittorini’s project to align them with where I find myself today—that is, to identify his method with that of the deductively constructed model holding operative validity as a hypothesis until experimentally disproven.

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Occorre nello stesso tempo sottolineare che non è mai fuori dall’ambito delle coordinate dell’osservatore che Vittorini spinge la sua speculazione; è sempre il rapporto uomo-mondo quello che gli interessa, è sempre un umanesimo il suo, centrato nella storia degli uomini e negli uomini come storia, nell’opposizione storia-natura. (E qui forse è il punto in cui i miei interessi tendono a divergere dai suoi, a spostarsi verso una conoscenza in cui ogni ipoteca antropocentrica sia abolita, in cui la storia dell’uomo esca dai suoi limiti, sia vista solo come anello, lasciandosi inghiottire ai due estremi dalla storia dell’organizzazione della materia, da una parte nella continuità animale – nella quale Vittorini continua a vedere l’inizio dell’uomo come un salto – e dall’altra nell’estensione alle macchine dell’elaborazione dell’informazione.)

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It is necessary to simultaneously emphasize that Vittorini never pushes his speculation beyond the coordinates of the observer. What always interests him is the human-world relationship, always a humanism centered on human history and on humans as history, in the opposition between history-nature. (And here perhaps lies the point where my interests tend to diverge from his, shifting toward a form of knowledge in which every anthropocentric mortgage is abolished, where human history escapes its limits and is seen merely as a link – swallowed at both ends by the history of matter’s organization, on one side through continuity with the animal kingdom – which Vittorini continues to view as humanity’s inaugural leap – and on the other through the extension to machines of information processing.)

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Insomma, Vittorini è uno che crede che il mondo esiste, che il discorso sul mondo conta perché al di là del discorso c’è il mondo (e se negli ultimi tempi il suo studio più assiduo è la linguistica, questo gli è necessario perché solo sapendo fino in fondo cos’è discorso, il discorso potrà cominciare a dire non soltanto se stesso), crede che il mondo esiste nella sua ricchezza sensibile e fruibilità o intollerabilità immediate (cioè non crede che il mondo sia un insieme di concetti il cui valore è giudicabile solo in un’ultima istanza, un inferno o purgatorio filosofico), crede nella conoscibilità del mondo al di là dei codici semantici imposti dalla tradizione ai sensi e ai processi logici (cioè questa immediatezza di rapporto col mondo non è mistificata solo se è critica, solo se contesta un altro modo di rapporto, solo se trova nuovi nomi, se instaura una conoscenza nuova), e crede nel cambiamento del mondo attraverso la pratica (linguaggio, conoscenza, progetto, tecnica, battaglia, rischio, esperimento, appropriazione), nell’adattamento del mondo all’uomo (cioè nella non catastroficità dell’adattamento dell’uomo al mondo adattato), nell’umanizzazione del mondo (ossia dell’uomo) sempre tenendo presente come criterio di direzione l’approfondimento e ampliamento dell’esperienza, anzi la continua possibilità d’approfondimenti e ampliamenti ulteriori.

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In short, Vittorini is someone who believes the world exists, that discourse about the world matters because beyond discourse lies the world (and if in his final years his most assiduous study was linguistics, this was necessary because only by fully understanding what discourse is could discourse begin to speak beyond merely itself). He believes the world exists in its sensory richness and immediate fruition or intolerability (i.e., he does not believe the world is a set of concepts whose value is only adjudicable in some ultimate philosophical hell or purgatory). He believes in the knowability of the world beyond the semantic codes imposed by tradition on senses and logical processes (i.e., this immediate rapport with the world is only unmystified if it is critical, if it contests another mode of relation, if it finds new names, if it establishes new knowledge). And he believes in changing the world through practice (language, knowledge, project, technique, struggle, risk, experiment, appropriation), in adapting the world to humans (i.e., in the non-catastrophic adaptation of humans to the adapted world), in the humanization of the world (i.e., of humans) – always guided by the criterion of deepening and expanding experience, or rather the continual possibility of further deepening and expansion.

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Tracciate così le coordinate d’un atteggiamento intellettuale dobbiamo subito tornare a dire del posto che l’operare letterario ha in questo quadro. Perché è vero che per Vittorini la letteratura è progetto d’altro e anche prende altro a modello: in una certa fase fu la lotta politica, modello che presto egli sentì di dover integrare in un’immagine più polposa di cultura o civiltà complessiva, e questa cultura concepita ora in un suo aspetto poco più che biologico (sono spesso metafore come il mangiare, il cibo, quelle con cui Vittorini designa il valore letterario e culturale) ora in un aspetto fortemente intellettuale, di rifiuto della soggezione alla natura, fino all’astrazione scientifica e matematica; insomma è al fare (ad ogni livello antropologico, dal più elementare al più tecnologicamente avanzato) che la letteratura rimanda, è a ogni processo di conoscenza (dal mordere la mitica mela a un modello di spazio riemanniano). Ma è pur vero che questo altro tende a voltarsi e a prendere a confronto la letteratura, come esperienza piena ed esemplare.

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Having outlined these coordinates of an intellectual attitude, we must immediately return to the place literary practice occupies in this framework. For while it is true that for Vittorini literature is a project toward the Other and even takes the Other as its model (in one phase it was political struggle, a model he soon felt compelled to integrate into a fleshier image of culture or comprehensive civilization – a culture conceived now in a barely biological aspect (metaphors like eating, food often designate literary and cultural value for him), now in a strongly intellectual aspect rejecting subjugation to nature, reaching toward scientific and mathematical abstraction) – in short, literature refers to doing (at every anthropological level, from the most elementary to the most technologically advanced), to every process of knowledge (from biting into the mythical apple to a Riemannian space model). Yet it is equally true that this Other tends to turn around and hold literature up as a mirror, as a full and exemplary experience.

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Ricordiamo come Vittorini spesso definisca le sue battaglie attraverso formule d’opposizioni nette: contro una cultura che ci consoli, per una cultura che ci difenda; per una letteratura arteriosa, contro una letteratura venosa; e ultimamente, per una letteratura a tensione razionale, contro una letteratura a tensione affettiva. Alieno dalla dialettica quant’altri mai, egli carica tutta la negatività sul polo negativo, tutti i valori sulle indicazioni del polo positivo (indicazioni-progetto, indicazioni di quanto ci resta da fare). Ora, l’altro dalla letteratura cui egli tende funziona sempre come contestazione radicale della letteratura di polo negativo, ma fonda il proprio valore nell’essere all’altezza della letteratura di polo positivo. Insomma, l’esperienza di valore che non falla è il Don Chisciotte o il Robinson Crusoe. Qui vado più in là di quel che Vittorini ha mai scritto o detto, perché mi preme sottolineare che in una situazione storica in cui sembra concorde il giudizio delle più diverse tendenze che il solo valore riconoscibile in letteratura sia la negazione, in Vittorini non viene mai meno la nozione d’un valore letterario affermativo (valore che dopo la crisi della nozione di «poesia» attende una nuova definizione). E se «contestazione» è un termine-chiave d’ogni suo giudizio, l’operazione del contestare non tende mai a essere riconosciuta come mera negazione ma come contro-affermazione.

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Let us recall how Vittorini often defines his battles through stark oppositions: against a culture that consoles us, for a culture that defends us; for arterial literature against venous literature; and ultimately, for literature of rational tension against literature of affective tension. As averse to dialectics as anyone, he loads all negativity onto the negative pole, all value onto the positive pole’s directives (directives-project, directives of what remains for us to do). Now, the Other from literature that he strives toward always functions as a radical contestation of negative-pole literature but founds its own value in measuring up to positive-pole literature. In short, the unfailing experience of value is Don Quixote or Robinson Crusoe. Here I go beyond what Vittorini ever wrote or said, because I wish to stress that in a historical situation where the most diverse tendencies seem to agree that literature’s only recognizable value is negation, Vittorini never relinquishes the notion of an affirmative literary value (a value that, after the crisis of the "poetry" concept, awaits new definition). And if "contestation" is a key term in all his judgments, the act of contestation never aims to be recognized as mere negation but rather as counter-affirmation.

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Solo ora che ho detto questo, che ho postulato che per Vittorini non cessa d’essere decisivo il nocciolo «poetico» dell’opera letteraria (dico il nocciolo di verità che era nel concetto di «poesia» al di là dell’ideologia armonioso-consolatoria, e dico anche il piacere di distinguere come poetico il nocciolo di potenzialità conoscitiva e linguistica e psicologica e storica ecc. dalle corrispondenti intenzioni puramente intellettuali e già mistificate nell’atto stesso dell’espressione), solo ora il dire del Vittorini nemico della «bella letteratura» ha il giusto senso. Perché di negatori della «bella letteratura» oggi ce n’è tanti e con tante giustificazioni ed esiti, che sembra ci voglia meno bravura a esserlo. Ma altro è chi si muove sotto la spinta d’un disamore o d’una assenza d’amore, e chi sotto la spinta d’una esperienza amorosa concreta che si dà solo nel movimento, che se indugia e si compiace e si crogiola diventa subito immagine di morte.

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Only now that I have stated this – having postulated that for Vittorini the "poetic" core of literary work remains decisive (I mean the kernel of truth that lay in the concept of "poetry" beyond its harmonious-consolatory ideology, and also the pleasure of distinguishing as "poetic" the core of cognitive, linguistic, psychological, historical potentiality etc. from corresponding purely intellectual intentions already mystified in the act of expression) – only now does speaking of Vittorini as the enemy of "fine literature" acquire its proper sense. For today there are many negators of "fine literature" with myriad justifications and outcomes, making it seem to require less skill to be one. But different are those moved by disaffection or absence of love, and those propelled by a concrete amorous experience that exists only in movement – which, if it lingers and indulges and wallows, immediately becomes an image of death.

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Per coloro in cui la vocazione del riformatore letterario è preponderante, le poetiche, le teorie, i significati finiscono sempre per contare più delle opere, delle voci stilistiche individuali, dei significanti. Vittorini tra loro fa eccezione. La sua vocazione di riformatore letterario nasce dal suo amore per le opere: quello che egli innanzitutto sa è il potenziale di vitalità pratica e intellettuale che emana dall’opera poetica, dalla sua complessità semantica, il campo d’energia che in un’epoca, in una civiltà si forma attorno all’opera. È per fondare una cultura folta d’opere che egli lavora, e sa che nell’aspettare le opere è l’inaspettato ciò che veramente si aspetta.

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For those in whom the vocation of literary reformer predominates, poetics, theories, meanings always end up mattering more than works, individual stylistic voices, signifiers. Vittorini is an exception among them. His vocation as literary reformer springs from his love for works: what he knows first is the potential of practical and intellectual vitality emanating from poetic work, from its semantic complexity – the field of energy that forms around a work in an era, a civilization. It is to found a culture dense with works that he labors, knowing that in awaiting works, it is the unanticipated that we truly await.

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Se tanta parte del suo ascolto (di traduttore, d’editore) fu rivolto alle voci minori, a quelli che chiamava «materiali da costruzione», al brusio da cui prende forma la musica d’un’epoca, al sottobosco in cui il bosco affonda le radici, d’altro canto era l’opera sentita e scelta come decisiva che racchiudeva la vera ricchezza. Dagli anni della sua giovinezza fiorentina non gli venne mai meno la gratitudine per aver avuto di fronte l’opera di Montale, la roccia piantata nel mezzo della desolazione. Un’opera può essere decisiva se ne ha in sé la forza e viene ricevuta come tale (e non è detto che questa ricezione debba essere spontanea, anzi più conta quanto più s’impone vincendo le resistenze del ricevente) e una volta che questo incontro è avvenuto non cambia più di segno. Il Montale ricevuto come maestro dell’assoluta assenza d’illusioni continua a essere per Vittorini paradigma di valore, e anche nel tardo Montale misoneista dei corsivi più ingrugnati, Vittorini che pur è privo d’indulgenze per chi pensa il contrario di lui, riconosce non un ideologo avverso ma soprattutto una sfaccettatura della roccia d’allora, e giustamente non gli rimprovera di non essere diverso perché sarebbe come chiedere di mettere acqua nel suo vino, nel suo nerissimo inchiostro.

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If much of his attention (as translator, editor) was directed toward minor voices, toward what he called "building materials," toward the hum from which an era's music takes shape, toward the undergrowth where the forest sinks its roots, it was nevertheless the work perceived and chosen as decisive that contained true wealth. From his youthful Florentine years onward, he never lost gratitude for having encountered Montale's work - the rock planted amidst desolation. A work can be decisive if it possesses intrinsic strength and is received as such (nor must this reception be spontaneous; indeed, what matters most is its imposition by overcoming the receiver's resistances), and once this encounter occurs, its significance remains immutable. The Montale received as a master of absolute disillusionment continues to serve Vittorini as a paradigm of value, and even in the later misoneistic Montale of surly editorials, Vittorini - though unsparing toward ideological opponents - recognizes not an adversary but rather a facet of that original rock. Rightly, he does not reproach him for failing to change, as that would be like demanding water be mixed into his wine, into his pitch-black ink.

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Certo, Vittorini nel riconoscere valore all’opera è sempre parziale. Proprio perché negato non solo al compromesso critico e al giudizio in chiaroscuro ma anche all’abito mentale dialettico per cui qualcosa è tanto nera che finisce per esser bianca, Vittorini di fronte all’opera in cui non è in grado d’investire tutta la sua carica positiva, il senso del suo movimento intellettuale, oppone un rifiuto. Di Beckett ha cominciato a dire sei anni fa: «Basta con gli scrittori che continuano a portare il lutto per la morte di Dio!» e non si è spostato mai d’un millimetro nella sua opposizione. Eppure, non che lui neghi il criterio (che a me pare il solo giusto) che il valore sta nella forza autonoma dei segni – immagini e linguaggio – e dove c’è una vera montagna prima o poi si troverà pure il versante buono per salirci, diverso dal più visibile ed esposto. Solo che lui i suoi pezzi li deve disporre su un campo di battaglia che è il terreno in cui si trova, e Beckett su questo terreno fa troppo il gioco della parte nemica, la parte della catastrofe della storia, perché egli se la senta d’invertirne la direzione di tiro. La posizione che l’opera prende al suo esser ricevuta diventa quindi decisiva più della sua potenzialità interna: Montale resta moderno perché è l’occhio che può guardare asciutto la catastrofe, l’attesa vitale che dura nonostante tutto e quindi scongiura; Beckett conferma ed evoca la catastrofe perché ci piange (o ride, che è lo stesso), quindi rimpiange, quindi è un vecchio travestito da moderno. (Ma io credo che Beckett possa essere letto in un senso anche opposto, possa essere apprezzato in senso anticatastrofico: ridendo, facendo sberleffi al pianto, non esorcizza, forse? Non rende inutilizzabile, abitandola, ogni immagine di catastrofe?)

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Certainly, Vittorini's recognition of value in works remains partial. Precisely because he was averse not only to critical compromise and nuanced judgment but also to the dialectical mindset where black turns white through extremes, Vittorini opposes outright refusal to any work incapable of absorbing his full positive charge, the thrust of his intellectual movement. Six years ago, he began saying of Beckett: "Enough with writers still mourning God's death!" and never budged an inch in his opposition. Yet this doesn't mean he denies the criterion (which strikes me as uniquely valid) that value lies in the autonomous power of signs - images and language - and that where a true mountain exists, some viable ascent path will eventually be found beyond the most visible face. Simply, he must deploy his pieces on the battlefield of his present terrain, and on this terrain Beckett too strongly aids the enemy camp - the camp of historical catastrophe - for him to consider reversing its trajectory. Thus, the position a work assumes upon reception becomes more decisive than its latent potential: Montale remains modern because his is the eye that can gaze dryly at catastrophe, the vital persistence that endures despite all and thereby wards off doom; Beckett confirms and invokes catastrophe because he weeps (or laughs, which amounts to the same) over it, thus indulging nostalgia, thus becoming an old man disguised as modern. (Yet I believe Beckett can be read conversely, appreciated as anticatastrophic: by laughing, by mocking tears, doesn't he exorcise? By inhabiting catastrophe, doesn't he render every catastrophic image unusable?)

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Va detto che quando Vittorini innalza come bandiera il nome d’un autore è spesso anche quello da prendere come figura allegorica, come metafora di qualcosa che solo parzialmente s’identifica con quel nome. Quando dice, negli ultimi anni: Robbe-Grillet, è un «Robbe-Grillet» tra virgolette, uno scrittore che Robbe-Grillet in parte è, in parte sarebbe bello che fosse, uno scrittore che se ci fosse potrebbe star bene al posto di Robbe-Grillet. Quello che egli vuole indicare è lo scrittore-Cézanne, lo scrittore concentrato nella conoscenza d’un oggetto, nella forma d’una cosa, l’equivalente letterario d’un Cézanne che è anch’esso «Cézanne» tra virgolette, artista-sperimentatore della materia fisica. Prima, per alcuni anni, al posto di Robbe-Grillet, Vittorini diceva: Butor, sempre un «Butor» tra virgolette, lo scrittore che mette nel suo rapporto col mondo tutta la complessità d’una percezione intellettuale, filosofico-scientifico-psicologico-storica e la correzione di «Butor» in «Robbe-Grillet» ha il significato di anteporre a una strumentazione culturale tanto più ricca e duttile quanto quella dell’autore della Modification un’autorità di stile tanto più perentoria quanto quella dell’autore della Jalousie, cioè l’univocità della scelta d’un punto di vista, d’un codice linguistico. (E così quando s’accentuerà in Vittorini una gnoseologia probabilistica e plurivoca sarà Uwe Johnson il nome paradigmatico posto tra le virgolette invisibili.) Ma nello stesso tempo dobbiamo tener conto che ogni scelta d’ascetismo stilistico, ogni assolutizzazione di rigore riduttivo ha per susseguente contraccolpo una rivalutazione della ricchezza inventiva, dell’esplosione linguistica, della sperimentazione stilistica intuitiva, cioè l’ideale dello scrittore-Cézanne non cancella mai l’ideale dello scrittore-Picasso.

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It should be noted that when Vittorini raises an author's name as banner, it often functions allegorically, as metaphor for something only partially identified with that name. When in later years he invokes "Robbe-Grillet," it's a Robbe-Grillet in quotation marks - a writer whom Robbe-Grillet partly embodies, partly might ideally become, a writer who, if he existed, could fittingly occupy Robbe-Grillet's place. What he wishes to indicate is the writer-Cézanne, the writer concentrated in knowing an object, in a thing's form - literature's equivalent of a "Cézanne" (also in quotes), an artist-experimenter with physical matter. Earlier, for several years, Vittorini invoked "Butor" instead - always a "Butor" in quotes - the writer who channels into his relationship with the world all the complexity of intellectual, philosophical-scientific-psychological-historical perception. The shift from "Butor" to "Robbe-Grillet" signifies prioritizing the stylistic authority of Jalousie's author - the peremptory univocity of choosing a viewpoint, a linguistic code - over the richer cultural instrumentation displayed by La Modification's creator. (Thus when probabilist and plurivocal gnoseology gains prominence in Vittorini, Uwe Johnson's name becomes the paradigmatic term within invisible quotation marks.) Yet we must also recognize that every choice of stylistic asceticism, every absolutization of reductive rigor, inevitably provokes a countervaluation of inventive richness, linguistic explosion, intuitive stylistic experimentation. Hence, the ideal of writer-Cézanne never erases that of writer-Picasso.

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Qui tocchiamo il punto più sensibile del nesso opera letteraria-progetto di letteratura-progetto di scienza-progetto di consorzio umano. Il tempo di Picasso è quello in cui gli stili sono tutti contemporanei e si può quindi cominciare ad essere «assolutamente moderni». Picasso che fa propria la discontinuità degli stili e la inserisce in un discorso lirico e pubblico che diventa continuo nell’assunzione d’ogni stile in quanto stile, convenzione ideologica ora finalmente dominata coscientemente e quindi demistificata, è certo uno degli «eroi culturali» del nostro secolo: libera i segni della servitù ideologica e inaugura un meta-linguaggio d’ideogrammi che non si ripetono mai e significano al di là di ogni codice.

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Here we touch the most sensitive point connecting literary work, literary project, scientific project, and human community project. Picasso's era is when all styles become contemporaneous, enabling one to begin being "absolutely modern." Picasso - who internalizes stylistic discontinuities while embedding them in a lyrical/public discourse made continuous through conscious mastery of each style as style, as ideological convention now finally demystified - stands among our century's "cultural heroes": he liberates signs from ideological servitude and inaugurates a meta-language of never-repeating ideograms that signify beyond all codes.

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Per Vittorini, Picasso è un paradigma decisivo: come critico lo tiene come costante punto di riferimento di valore letterario; e come scrittore si trova – quasi per natura, per occhio interiore – a essergli analogo. Oltre tutto Vittorini è colui che ha scritto un libro-Guernica, Conversazione in Sicilia, il libro-Guernica, l’unico che si definisca attraverso questo semplice trattino di congiunzione. E la fratellanza picassiana tocca il suo culmine con Il Sempione, con questa estrema stilizzazione della figurazione narrativa e della rappresentazione esistenziale da cui è ormai aliena ogni ipertensione espressionistica. (È l’epoca in cui Picasso dipinge la Joie de vivre.)

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For Vittorini, Picasso remains a decisive paradigm: as critic, he constantly references him for literary valuation; as writer, he finds himself - almost by nature, through inner vision - analogous. Moreover, Vittorini authored a Guernica-book: Conversazione in Sicilia, the Guernica-book, uniquely defined by that hyphenated conjunction. His Picassian kinship peaks with Il Sempione, this extreme stylization of narrative figuration and existential representation now devoid of all expressionist hyper-tension. (It's the era when Picasso paints Joie de vivre.)

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Ma Picasso non ha scelta nel metodo del suo operare, mago bianco prigioniero dei suoi felici poteri, non può affermare né negare né progettare il mondo altrimenti che aggiungendo una figura a un’altra figura, trasformando tutto quello che tocca in figura, opponendo all’afasia del mondo una babele di figure parlanti. La sua guida sui contemporanei e sui posteri s’attua soltanto mostrando che l’inventare la capra, il disegnare la musica d’un flauto, il conoscere il bambino attraverso i mezzi di conoscenza d’un bambino, sono miracoli assolutamente semplici e laici. Qui entra però in gioco la differenza tra la figura e la parola: esiste la felicità del dipingere, ma una felicità dello scrivere non esiste. A Vittorini s’aprono due – per lo meno – vie d’operare: quella sull’opera (che dia senso al fuori) e quella sul fuori, sul contesto culturale dell’opera (che dia senso all’opera in modo che questa possa dargli senso). E il lavoro sul fuori dell’opera condiziona l’opera stessa, tant’è vero che dopo «Il Politecnico» l’insoddisfazione dell’azione sul fuori si trasmette al lavoro creativo, come se esso, senza una battaglia generale in cui integrarsi, gli apparisse troppo privato, hanté anch’esso dall’ombra della «bella letteratura».

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Yet Picasso has no choice in his method of operation: a white magician imprisoned by his felicitous powers, he can neither affirm nor negate nor reimagine the world except by adding figure upon figure, transforming everything he touches into figuration, opposing the world's aphasia with a Babel of speaking figures. His guidance for contemporaries and posterity manifests solely by demonstrating that inventing the goat, transcribing a flute's music, or knowing the child through a child's own means of knowing are miracles both utterly simple and secular. Here, however, the distinction between figure and word emerges: while the joy of painting exists, no such joy of writing exists. For Vittorini, at least two paths of operation open: one oriented toward the work (which gives meaning to the external), and another toward the external itself—the cultural context of the work (which gives meaning to the work so that it may reciprocate). And this exploration of the work's external context conditions the work itself, as evidenced by how after Il Politecnico, dissatisfaction with action in the external realm infiltrates his creative labor, rendering it too private, hanté even by the specter of "fine literature."

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La ricerca dell’operazione giusta sul fuori procederà contemporaneamente alla costruzione dell’opera ma con tempi diversi, cosicché quando l’opera si termina, o prima ancora, la ricerca sul fuori s’è spostata altrove, sta già combattendo il quadro culturale che faceva da presupposto all’opera, e l’opera che era nata come avamposto contro la «bella letteratura» ora è già sentita da lui come ostaggio della «bella letteratura» essa stessa. E allora vediamo la progettazione generale, che già nutriva l’opera, voltarle le spalle e negarla; la comunicazione poetica che è motore e modello del progetto civile, cancellata continuamente perché non faccia da freno allo sviluppo stesso del progetto.

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The search for the right operation on the external proceeds alongside the work's construction but at divergent tempos. By the time the work concludes—or even earlier—the exploration of the external has shifted elsewhere, already contesting the cultural framework that originally underpinned the work. What was born as an outpost against "fine literature" now feels to him like its hostage. Thus we witness the overarching project, which once nourished the work, turning its back and disavowing it; the poetic communication that fuels and models the civil project becomes perpetually erased lest it hinder the project's own development.

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L’esigenza di discorso generale cui Vittorini vuol dar fondo anche nella propria opera narrativa gli nega quella che per la «felicità dell’artista» è la forza concentrata della tela cominciata e finita in meno d’una giornata. A guardar bene, l’analogia con Picasso, più che con il pittore sempre giovane che continua a «trovare» rapporti tra le forme del mondo e le forme del linguaggio artistico, tende a stabilirsi col tardo pittore delle vaste composizioni allegorico-civili, (certo da Vittorini detestate), dove gli stilemi già sperimentati trovano sistemazione in una sintesi quasi rapsodica. Ma qui lo spirito critico dello scrittore è vigile a registrare ogni «datazione» dello stilema e del mondo ideale che gli sta dietro. Per il Vittorini maturo l’opera compiuta sarà il solo risultato del suo lavoro autocritico sulla lunga progettazione d’un affresco che finisce per essere ritagliato e ridotto a dimensione di pannello o racconto (già Il Sempione è presentato come frammento), con risultati anche straordinari come per la Garibaldina (e rimandiamo il discorso sugli spezzoni di romanzo pubblicati sparsamente o inediti).

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Vittorini's demand for comprehensive discourse within his narrative denies him what constitutes the artist's bliss: the concentrated force of a canvas begun and finished in a single day. Upon closer inspection, the analogy with Picasso aligns less with the eternally young painter "discovering" relationships between worldly forms and artistic language than with the late painter of vast civic allegories (undoubtedly detested by Vittorini), where previously tested stylistic elements settle into almost rhapsodic syntheses. Here, the writer's critical vigilance registers every "dating" of stylistic elements and their underlying ideal worlds. For the mature Vittorini, the completed work becomes the sole residue of his prolonged autocritical labor on a fresco eventually cropped and reduced to panel or story size (even Il Sempione is presented as a fragment), achieving extraordinary results as seen in La Garibaldina (though we defer discussion of his scattered novel fragments and unpublished works).

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Ma non è questo che a lui interessa. Più importante è per Vittorini ritornare sull’affresco, coprirne delle zone con intonaco e ridipingere, quasi con la mano di prima ma con la coscienza d’adesso. È il metodo con cui riprende in mano Le Donne di Messina e lì forse ha toccato la soluzione del problema del tempo che la letteratura occupa (nel suo scriversi, e anche nel suo voler esser letta, essere continuamente letta) rispetto a quello così diverso delle arti visuali: una soluzione che potrebbe essere il cancellare via via le date dalle proprie opere, accettando che ognuna porti una data d’inizio, prova della sua necessità storico-genetica, e aggiornando continuamente la data della fine, facendo sì che lo scrivere rincorra l’esser letto, cerchi di scavalcarlo. Ma l’exploit resta unico; per il resto Vittorini scrive e nasconde le pagine come un Picasso-talpa che seppellisca i suoi quadri cosicché il giorno che usciranno alla luce non saranno più classificati in relazione a una data ma costituiranno una serie a sé, reperti archeologici d’una civiltà senza confronti con altre. E questo sarebbe il colmo del capovolgimento d’un destino per uno scrittore interessato soprattutto ai movimenti diacronici del mondo intorno a lui.

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But this is not what concerns him. More vital for Vittorini is returning to the fresco, plastering over sections and repainting them—as if with his original hand yet his present consciousness. This is the method behind his reworking of Le Donne di Messina, where he perhaps resolves the problem of time in literature—both in its writing and its perpetual reception—compared to visual arts' divergent temporality. The solution: erasing dates from his works, accepting each as bearing only a start date (testifying to its historical-genetic necessity) while continuously updating its end date, ensuring that writing outpaces being read, even seeks to overtake it. Yet the exploit remains singular; otherwise, Vittorini writes and buries pages like a mole-Picasso interring paintings so that when unearthed, they evade chronological classification, standing instead as self-contained archeological traces of an incomparable civilization. This would mark the ultimate inversion of destiny for a writer chiefly concerned with the diachronic movements of his surrounding world.

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Tutto quel che l’atto dello scrivere creativo (e del pubblicare e dell’assumere pubblicamente la parte dell’autore d’un’opera) porta in sé d’individualista e giù giù d’egoista e d’egocentrico è castigato in Vittorini dall’imperativo preminente di lavorare a un compito immediatamente collettivo: la fondazione d’una cultura. Eppure il compito che sente come collettivo obbliga Vittorini a essere solo; mentre il lavoro che sente come colpevolmente individuale è quello che stabilirebbe subito la comunicazione. Mentre rivendica contro l’astratto ascetismo dei filosofi la non-rinunzia neppure temporanea d’ogni bene del mondo che possa esser goduto fuor dal privilegio, Vittorini costituisce d’altro canto un caso di severità verso se stesso forse unico nella storia della letteratura.

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Everything inherent in the creative act of writing (and publishing and publicly assuming authorship) that smacks of individualism—descending to egoism and egocentrism—is chastised in Vittorini by the overriding imperative to work toward an immediately collective task: founding a culture. Yet this self-consciously collective obligation isolates Vittorini, while the guilt-ridden individual labor would instantly establish communication. Even as he defends against philosophers' abstract asceticism by refusing to temporarily renounce any worldly pleasure beyond privilege, Vittorini conversely embodies perhaps literature's most severe case of self-reproach.

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Per analogia con le scelte economiche, possiamo provare a dire che, come nella nostra epoca la categoria del produrre si sdoppia in produzione di mezzi di produzione e produzione di beni di consumo, Vittorini nell’operare letterario sceglie la produzione di mezzi di produzione e sacrifica (anzi condanna come «bella letteratura») la produzione di beni di consumo. Ma subito la metafora comincia a esigere precisazioni e rettifiche: per prima cosa si deve stabilire che l’opposizione non va intesa nel senso di identificare i beni di consumo con le opere creative e i mezzi di produzione con l’attività di progettazione culturale e direzione critica; al contrario, ci sono opere creative operanti come mezzo di produzione più di qualsiasi ricerca e acquisizione teorica, e d’altro canto una attività di progettazione e direzione a favore della «bella letteratura» è da classificare nella produzione per il consumo. Ma su questa via l’analogia va presto all’aria: anche la «bella letteratura» (opere e teoria) è mezzo di produzione, produzione appunto d’altra «bella letteratura», intesa alla conferma di sé e del mondo; e in pari modo la letteratura come appropriazione di conoscenza del progetto vittoriniano è sì mezzo di produzione nella teoria e nelle opere, intesa alla continua contestazione e rinnovazione di sé e del mondo, ma tiene pure del «bene di consumo» per la più rapida deperibilità dei suoi risultati sempre rimessi in discussione.

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Drawing an economic analogy, we might say that as our era splits production into means of production and consumer goods, Vittorini's literary operation chooses the former while condemning the latter as "fine literature." But immediately the metaphor demands qualification: consumer goods cannot simplistically equate to creative works nor means of production to cultural planning and critical direction. Conversely, some creative works function more productively than any theoretical inquiry, while cultural planning serving "fine literature" belongs to consumer production. Yet here the analogy collapses: even "fine literature" (works and theory) acts as means of production—of more "fine literature" affirming itself and the world. Similarly, Vittorini's project of literature as knowledge-appropriation operates as means of production through theory and works, contesting and renewing self and world, yet also resembles "consumer goods" in its perishable results, perpetually reopened to scrutiny.

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E poi è la figura di Vittorini a esigere un’articolazione più complessa tra i due termini perché in nessuno come in lui si trovano così intimamente mescolati i lineamenti dell’uomo «della produzione» (con una tensione quasi da «primo piano quinquennale») e dell’uomo «del consumo», che non vuole sia rimandata a domani la dilatazione delle possibilità umane che il progresso tecnologico è in grado di dare fin da oggi. Spesa poetica e accumulazione culturale, espressione e progettazione, «hic et nunc» e rimessa al futuro sono momenti che non possono essere disgiunti: questa è forse la sola esperienza che la pratica letteraria può comunicare all’economia.

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Moreover, it is Vittorini’s own figure that demands a more complex articulation between these two terms, for in no one else do we find so intimately blended the features of the "production-oriented man" (with an almost "First Five-Year Plan" intensity) and the "consumption-oriented man" who refuses to postpone until tomorrow the expansion of human possibilities that technological progress can offer today. Poetic expenditure and cultural accumulation, expression and project design, the "hic et nunc" and deferral to the future are moments that cannot be disentangled: this is perhaps the only lesson that literary practice can impart to economics.

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Questa scelta è problema che interessa non solo la biografia di Vittorini. Progetto e opera, dati per egualmente necessari, pure si pongono in pratica come alternative per una «priorità di investimenti» d’ognuno di noi, che, dato il limite delle nostre energie individuali, diventa subito decisiva. La vita di battaglia di Vittorini ha per condizione un concorso di doti semplici quanto rare: ottimismo, assenza di cinismo, coraggio morale, disinteresse, capacità di lavorare con le forze di cui si dispone, generosità a spendersi per gli altri, tetragono rifiuto a tutto ciò che non s’approva fino in fondo. Esse ci hanno valso quello che vogliamo continuare a chiamare progetto d’un progetto, perché il suo cammino è appena cominciato. I suoi sviluppi potranno nascere non da individualità singole ma da una discussione e da un lavoro collettivi. Forse la presenza di Vittorini troverà la sua vera attualità in una nuova generazione, in una parte di generazione che si costituisca in avanguardia interdisciplinare, che faccia procedere di pari passo il lavoro di progettazione collettiva e la sperimentazione dei laboratori particolari, quello della letteratura alla pari con gli altri.

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This dilemma concerns not only Vittorini’s biography. Though project and work are posited as equally necessary, in practice they function as alternatives demanding a "priority of investments" from each of us – a choice that, given the limits of our individual energies, becomes immediately decisive. Vittorini’s combative life rests on a convergence of qualities as rare as they are simple: optimism, absence of cynicism, moral courage, selflessness, capacity to work with available resources, generosity in expending oneself for others, and an unyielding refusal of anything not fully approved. These have given us what we still wish to call a "project of a project," for its path has only just begun. Its developments will emerge not from singular individuals but from collective discussion and labor. Perhaps Vittorini’s presence will find its true relevance for a new generation – or a segment thereof – that constitutes itself as an interdisciplinary avant-garde, advancing collective project design alongside specialized experimental workshops, with literature proceeding apace.

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È una sorta di neoilluminismo, quello che Vittorini annuncia? Certo l’inedito Le due tensioni s’apre col richiamo a una «tensione razionale» e il riferimento al Settecento. Ma il Settecento di Vittorini risale su su a conglobare, prima di Defoe, Cervantes, e il barocco, il suo vero Settecento è il Seicento, è l’esplosione copernicana. Resta il fatto che Vittorini non pare disposto a lasciarsi intimidire dalla comoda etichetta di «borghese» che sull’illuminismo e sull’idea di progresso pongono concordi tanto neohegeliani della specie adorniana, quanto neonietzschiani di varia specie, quanto reazionari tout-court.

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Is this a form of neo-Enlightenment that Vittorini heralds? Certainly, the unpublished Le due tensioni opens with an appeal to "rational tension" and references the eighteenth century. But Vittorini’s eighteenth century ascends to encompass Cervantes and the Baroque before Defoe – his true eighteenth century is the seventeenth, the Copernican explosion. What remains clear is that Vittorini shows no willingness to be intimidated by the convenient label of "bourgeois" that neo-Hegelians of Adornian stripe, neo-Nietzscheans of various breeds, and outright reactionaries unanimously attach to Enlightenment thought and the idea of progress.

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Al diffuso gioco intellettuale di dare un segno negativo al progresso, Vittorini è refrattario quanto lo è l’operaio, il contadino scappato dalle improvvide campagne, l’afroasiatico rivoluzionario. È forte di questa irriducibile semplicità di «uomo nuovo» che Vittorini si rifiuta di dar credito, sia pure per un secondo, alle più fini osservazioni della polemica antitecnologica, come sicuro che a chi concede un mignolo, subito l’autorità millenaria della saggezza nostalgico-patriarcale salti fuori a strappargli il braccio. Anche al livello della vita quotidiana le cose che hanno assunto un segno positivo, liberatorio, non possono per lui avere altro segno: l’automobile è sempre una cosa buona, (e mi chiedo, leggendo un recente articolo di Mumford, sul predominio dell’automobile come soffocamento dello sviluppo degli altri mezzi di trasporto e d’una razionalizzazione generale delle comunicazioni, se l’argomento avrebbe finalmente fatto breccia nella sua indiscriminata automobilofilia), la città ha sempre segno positivo, la campagna sempre segno negativo (fino al punto che nel silenzio campagnolo non riesce a dormire). L’idea che la vita di campagna può cominciare a diventare valore appunto per il cittadino, è di quelle che lui non accetta; sa che la dialettica può sempre nascondere una trappola. È come se non volesse mai distogliere il pensiero dalle possibilità di liberazione umana che la trasformazione tecnologica del mondo contiene in sé e delle perdite che il ritardo nell’attuarla comporta, per il limite intrinseco del capitalismo, certamente, ma anche della cultura che continua a pensare dissociate rivoluzione sociale e rivoluzione tecnologica.

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To the widespread intellectual game of assigning negative value to progress, Vittorini proves as resistant as any worker, any peasant fleeing impoverished fields, any Afro-Asian revolutionary. Fortified by this irreducible simplicity as a "new man," he refuses to credit – even momentarily – the most refined arguments of anti-technological polemics, certain that whoever yields an inch will soon have the millennial authority of nostalgic-patriarchal wisdom tearing off their entire arm. Even in daily life, things that have acquired a positive, liberatory sign retain no other valence for him: the automobile remains fundamentally good (though reading Mumford’s recent article on automotive dominance stifling alternative transport systems and rationalized infrastructure, I wonder if this critique might finally breach his indiscriminate car enthusiasm); cities perpetually signify progress, countryside regress (to the point where rural silence denies him sleep). The notion that country life might gain value precisely for urban dwellers strikes him as dialectical trickery. It’s as if he willfully averts thought from the traps of delay, focusing solely on technology’s latent emancipatory potential and the losses incurred by capitalism’s intrinsic limits – and equally by cultures that persist in divorcing social revolution from technological revolution.

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– Eppure, – gli dico per farlo arrabbiare, – ormai è chiaro che il nostro secolo si chiuderà con la rivincita della pastorizia sull’industria. Pare non ci sia altro rimedio contro la fame nel mondo che una riconversione massiccia all’agricoltura e all’allevamento. Le mucche invaderanno le fabbriche, scacceranno le macchine elettroniche… – Ma le immagini per lui non sono fatte per giocarci: c’è una responsabilità storica anche nell’immaginare, quella che lui chiama «responsabilità verso le cose». Risponde subito che l’agricoltura oggi non riesce a sfamare il mondo proprio perché non è ancora interamente «industriale», trasformata dalla tecnologia; chi resta attaccato alle tradizionali immagini agresti vuole conservare il mondo com’è, nella disparità e nell’ingiustizia e nella fame.

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"And yet," I provoke him, "it’s clear our century will close with pastoralism’s revenge over industry. Massive reconversion to agriculture and livestock seems the only remedy for world hunger. Cows will invade factories, evicting computers..." But for him, images aren’t playthings: historical responsibility extends even to imagination, what he terms "responsibility toward things." He counters immediately that agriculture currently fails to feed the world precisely because not fully industrialized – untransformed by technology. Clinging to rustic nostalgia means conserving disparity, injustice, and hunger.

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Certo, se uno crede che produzione industriale e progresso tecnico siano intrinsecamente legati al capitalismo e allo sfruttamento non potrà mai andare d’accordo con Vittorini. Lui da parte sua pensa che finché il socialismo vede l’industria in un contesto contadino, erediterà dal capitalismo (e da tutto ciò che l’ha preceduto) la vecchia condanna del lavoro come maledizione. La liberazione operaia non ha altro senso se non quello della fretta d’arrivare a una situazione che – dal punto di vista tecnologico – non è affatto un’utopia: a un mondo di macchine che servano gli uomini (tutti gli uomini) e non li facciano servi. Vittorini sente il bisogno (la responsabilità) di pensare il futuro in immagini, e sa quale carica di menzogna contengano le immagini d’un idillio preindustriale, o quella di una – diciamo – sana compenetrazione di modernità e tradizione. Ma non sarà lo stesso per le immagini d’un mondo ultraindustriale, interamente automatizzato, in cui il fare dovrebbe essere solo conoscitivo e creativo? Qui entra in gioco l’ottimismo intrinseco delle attività che procedono secondo un vettore univoco: guai se lo scienziato, il tecnologo, il rivoluzionario hanno simili dubbi; essi non abitano mai nel punto di arrivo, ma sempre nel movimento verso i possibili punti di arrivo. Questi dubbi li ha spesso il poeta, che fa un lavoro in cui il «progresso» non è una linea parallela al vettore del tempo e l’«avanti» e l’«indietro» sono concetti opinabili, bifronti. Quel che Vittorini vuole è appunto una polarità anche nel movimento letterario, la sua «scientificità» o «razionalità» è innanzitutto una rivoluzione della coscienza, che faccia sì che l’energia del poeta non si perda nell’entropia del mondo.

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Certainly, if one believes industrial production and technological progress are intrinsically tied to capitalism and exploitation, they’ll never align with Vittorini. For his part, he thinks that as long as socialism views industry within a peasant context, it will inherit from capitalism (and from all that preceded it) the age-old condemnation of labor as a curse. Workers’ liberation has no meaning other than hastening toward a situation that – from a technological standpoint – is not utopian at all: a world where machines serve humans (all humans) rather than enslaving them. Vittorini feels the need (the responsibility) to envision the future through images, knowing full well the deceitful charge carried by visions of a preindustrial idyll or, say, a wholesome fusion of modernity and tradition. But wouldn’t the same apply to images of a hyper-industrialized, fully automated world where action is solely cognitive and creative? Here enters the intrinsic optimism of activities following a unidirectional vector: woe if the scientist, technologist, or revolutionary harbor such doubts; they never inhabit the endpoint but always the movement toward possible endpoints. These doubts often plague the poet, whose work lacks a "progress" parallel to time’s arrow, where "forward" and "backward" remain debatable, two-faced concepts. What Vittorini wants is precisely a polarity within the literary movement as well; its "scientificity" or "rationality" is foremost a revolution of consciousness, ensuring the poet’s energy isn’t lost to the world’s entropy.

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Eppure, da una ripresa d’ottimismo del tipo illuminista, guardando al quadro dell’attuale cultura di punta, potremmo dire che mai siamo stati tanto lontani. Siamo in una fase in cui, soprattutto per i giovani – nella teorizzazione politica come in quella letteraria – l’operare rivoluzionario tende ad isolare e sottolineare il momento della negazione e destrutturazione e apocalisse dei valori e dei significati, separandolo dal momento della progettazione, strumentazione e ristrutturazione, cui si tende invece a guardare con sospetto critico, se non con derisione. Soprattutto in letteratura, dove la linea che percorre più di cent’anni di cultura europea e ha raggiunto nel momento eroico dell’avanguardia la piena coscienza e il punto-limite, marca appunto il confine del territorio in cui Vittorini si muove. È questo il punto in cui la discussione tra Vittorini e le tendenze oggi più attive è ancora aperta. Delle «varie avanguardie del principio del secolo» egli rifiuta «l’atteggiamento disperato (e quindi incapace di progettazione)», ma cerca costantemente di salvare la forza di contestazione, il rifiuto d’ogni consolazione, vorrebbe immettervi buona salute e appetito, allontanare l’odore arsiccio di deserto e fine del mondo.

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And yet, from a resurgence of Enlightenment-style optimism, surveying today’s cutting-edge culture, we might say we’ve never been further adrift. We’re in a phase where – especially for the young, in political as much as literary theorizing – revolutionary action tends to isolate and emphasize negation, deconstruction, and the apocalypse of values and meanings, divorcing it from the moment of planning, instrumentation, and restructuring, which is instead met with critical suspicion, if not ridicule. This is particularly true in literature, where the trajectory spanning over a century of European culture – reaching its heroic zenith in the avant-garde’s limit-point – marks the very boundary of Vittorini’s terrain. Here lies the open debate between Vittorini and today’s most active trends. Of the "various avant-gardes from the century’s dawn," he rejects "the despairing stance (and thus incapacity for planning)," yet constantly seeks to salvage their subversive force, their refusal of all consolation. He would infuse them with vigor and appetite, dispelling the acrid stench of desert and apocalypse.

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Per far ciò, ai confini delle letterature ad alto tenore filosofico, ha lungamente cercato di tener desta la guerriglia delle letterature giovani e che devono ricominciare a scoprire il mondo da principio; i suoi famosi americani degli anni Trenta erano stati proprio questo, specie nelle loro frange immigrate o povero-bianche; e fino agli anni Sessanta egli continua ad aspettare nuove ondate di filippini o di jugoslavi, di giovani spagnoli o polacchi, di moscoviti disgelati o di californiani beat; e a riproporre i primi sovietici dell’armata a cavallo, o il primo Hemingway reduce da Caporetto.

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To achieve this, at the borders of literatures steeped in philosophy, he has long stoked the guerrilla warfare of young literatures that must rediscover the world from scratch. His famed Americans of the Thirties embodied precisely this, especially in their immigrant or poor-white margins; even into the Sixties, he kept awaiting new waves of Filipinos or Yugoslavs, young Spaniards or Poles, thawed Muscovites or Californian beatniks – while reviving the early Soviet cavalrymen or Hemingway fresh from Caporetto.

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Questa letteratura dell’appropriazione diretta del mondo – figura elementare ma mai rinnegata della sua idea di letteratura come conoscenza – ha in Hemingway il nome paradigmatico, forse l’unico nome che non sia da mettere «tra virgolette», Hemingway grande mito di salute (alla cui morte Vittorini dapprima rifiuterà di credere al suicidio, poi non ne parlerà più, come per un tradimento subìto). Hemingway e Faulkner, si capisce, ma Faulkner emblema di forza concentrata nell’espressione, Hemingway emblema di atteggiamento verso il mondo, di spesa di se stesso, e spendibile a sua volta come modello apparentemente non arduo. Energia e stilizzazione definiscono l’epoca «hemingwayana» della letteratura mondiale a cavallo di due guerre mondiali che Vittorini accompagna (Juan Rulfo il formidabile messicano ne segna per me il culmine) e di cui sono soprattutto i minori e i periferici che egli ama scegliere e definire in quel tanto di nuovo che portano, quasi a riprova che il ventaglio delle possibilità può essere infinitamente esteso.

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This literature of direct world-appropriation – an elementary yet enduring form of his idea of literature as knowledge – finds its paradigmatic name in Hemingway, perhaps the sole figure unworthy of "scare quotes," Hemingway the great myth of vitality (whose death Vittorini first refused to believe was suicide, then never spoke of again, as if betrayed). Hemingway and Faulkner, naturally, but Faulkner emblemizes concentrated expressive force, Hemingway an attitude toward the world, a spending of oneself – spendable in turn as a deceptively accessible model. Energy and stylization define the "Hemingwayan" epoch of world literature straddling two world wars, which Vittorini accompanies (for me, Mexico’s formidable Juan Rulfo marks its apex). It’s often the minor and peripheral writers he chooses to define by the novelty they carry, as if proving the possibilities’ fan could be infinitely widened.

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Il che invece pare non sia. A ogni moto di fiducia succede una delusione: la legna verde non dà molto fuoco; e il corso della letteratura occidentale continua a scavare la sua via nei grandi letti fluviali secolari, non negli impetuosi rivoli stagionali affluenti e defluenti. Ma l’idea della letteratura come una estesa democrazia diretta non abbandona Vittorini. Tra il metodo del direttore dei «Gettoni», attento a pescar fuori dal coro postbellico dei soldati o dei testimoni provinciali le voci di timbro genuino, e il metodo del direttore del «Menabò» che passa tra i camici bianchi del laboratorio sperimentale per controllare a che punto i reagenti nuovi hanno fatto precipitare i materiali nelle provette, la differenza dell’orizzonte tecnico non deve far dimenticare il dato comune: quel che Vittorini persegue – al di là dell’occasionale intenzione polemica nei confronti della «bella letteratura» italiana ufficiale, – è una definizione più pertinente di ciò che si intende per letteratura.

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Yet this seems impossible. Every surge of confidence yields disillusion: green wood doesn’t produce much flame. Western literature continues carving its path through age-old riverbeds, not seasonal torrents. But Vittorini never abandons his vision of literature as an expansive direct democracy. Between the "Gettoni" editor’s method – scouting postwar choruses of soldiers or provincial witnesses for authentic voices – and the "Menabò" editor’s lab-coat rounds to check experimental precipitates, the technical horizon’s shift shouldn’t obscure their common ground: beyond polemics against Italy’s official "fine literature," Vittorini pursues a sharper definition of what literature means.

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Va precisato – non si è mai precisi abbastanza, – che questa «democrazia letteraria» di Vittorini non è mai negazione della letteratura. Gli autori dei «Gettoni» vengono scelti per le loro qualità di scrittori, cioè per l’autonomia del loro uso dei segni (spesso in polemica con quella che Vittorini chiama la maniera neorealista); alle mere testimonianze di vita vissuta, ai documenti sociologici, alle registrazioni del magnetofono la collana tende ad esser chiusa; è l’espressione che contiene un di più d’informazione rispetto alla lingua pubblica, che si vorrebbe rendere bene pubblico; non la facoltà d’informare, che è bene pubblico per definizione e si tratta solo d’istituzionalizzare rettamente. E così gli autori del «Menabò» dal n. 5 in poi (cioè da quando la ricerca punta sul «nuovo modo di formare») sono cercati non in quanto aderenti a tendenze o applicatori di programmi ma in quanto poeti e scrittori cioè in quanto atti a comunicare, al di là del programma operativo o della poetica professata, un di più di conoscenza non preventivata.

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It must be clarified – one can never be precise enough – that this "literary democracy" of Vittorini never negates literature. The authors selected for Gettoni are chosen for their qualities as writers, that is, for their autonomous use of signs (often in polemic with what Vittorini calls the neorealist manner); the series remains closed to mere testimonies of lived experience, sociological documents, or tape recorder transcriptions. It is expression that contains an excess of information compared to public language – an excess one would wish to render public property. Not the faculty of informing, which by definition is public property and only requires proper institutionalization. Similarly, the authors featured in Menabò from issue No. 5 onward (i.e., when the research focuses on the "new mode of forming") are sought not as adherents to trends or appliers of programs but as poets and writers – that is, as figures capable of communicating, beyond operational programs or professed poetics, an unanticipated surplus of knowledge.

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Se si pensa a come è radicata l’idea aristocratica di poesia come dono e privilegio, a come un’immagine monarchica regoli inconsciamente la successione dei grandi scrittori nella visione storicista, il sanculottismo poetico di Vittorini appare in tutto il suo valore. A quello che fu l’ingresso del lavoro nella filosofia – clamoroso e irreversibile ingresso della fame, della stanchezza, della polvere di carbone, delle martellate, – non corrispose nulla di simile nella teoria della letteratura per il marxismo dichiarato, riguardo all’oscuro grattare nei calamai, bisticciare con le parole, cancellare, correggere. S’affermò invece il quadro neohegeliano dei depositari dello spirito del mondo e rispecchiatori della totalità che torreggiano spartendosi i reami delle situazioni storiche, e a uno che se n’affaccia dalle balaustre di Weimar, sbucando di tra le spalliere di bosso d’un viale, risponde di là di una distesa sterminata di neve e d’anni un altro che appare sfangando nei suoi gambali di cacciatore tra le betulle di Jàsnaja Poljana; e in mezzo non resta che il muto brulichio dell’economicità priva di specchi.

825

When considering how deeply rooted the aristocratic idea of poetry as divine gift and privilege remains, how a monarchical image unconsciously governs the historicist vision of great writers' succession, the poetic sans-culottism of Vittorini reveals its full significance. To the momentous and irreversible entry of labor into philosophy – the irruption of hunger, fatigue, coal dust, hammer blows – Marxism's official theory of literature offered no equivalent regarding the obscure scratching of inkwells, quarrels with words, deletions, corrections. Instead, the neo-Hegelian framework prevailed: custodians of the world spirit and mirrors of totality, towering as they partition kingdoms across historical situations. To one who peers from Weimar's balustrades, emerging between boxwood hedges along an avenue, another replies across an expanse of snow and years, appearing in hunter's boots among the birches of Yasnaya Polyana; between them lies only the mute swarm of unreflected economic life.

826

A introdurre l’elemento del lavoro nella teoria letteraria fu, se vogliamo, la critica stilistica, con la sua implicita carica democratica, attenta – attraverso alla letteratura – alla salvezza della parola come strumento usato dagli uomini, prediligendo la più umile e intrisa del clima locale e stagionale. Ma la democrazia letteraria di Vittorini è diversa (pur con tutta la sua considerazione per la stilistica, dai tempi in cui Contini tracciava la linea Gadda) perché non è la salvezza della parola che lo incanta, ma il suo attrito con tutti gli altri segni.

826

Stylistics – with its implicit democratic charge, attentive through literature to preserving the word as a tool used by humans, favoring the humblest expressions steeped in local and seasonal climates – perhaps introduced the element of labor into literary theory. Yet Vittorini's literary democracy differs (despite his regard for stylistics since Contini traced the Gadda line) because what captivates him is not the salvation of the word, but its friction with all other signs.

827

L’idea della poesia come attività che può essere di tutti, pure accomuna Vittorini ai surrealisti. E non è il solo caso in cui cada a proposito il confronto con questa grande matrice, unica rivoluzione letteraria del secolo di cui si continuano a incontrare fruttificazioni vitali, dimensioni non transitorie. Uno spunto di Fortini che sottolinea in Vittorini «il rifiuto del peccato e del negativo» e lo accomuna «alla magia bianca del surrealismo» potrebbe aprire un lungo discorso sulle concordanze e le opposizioni. Lontano per formazione e atteggiamenti dagli uomini che furono con Breton o ne subirono l’influenza, Vittorini ha in comune con loro il progetto d’una letteratura di tutti che agisca nella vita di tutti, e la radicale esigenza d’un futuro di liberazione. Alla domanda che poco innanzi ci siamo posti, se potevamo definire come neoilluminista il progetto di Vittorini, ecco che potremmo rispondere situandolo all’incrocio tra due progetti o «utopie»: quello illuminista di vittoria della ragione e quello surrealista di «cambiare la vita».

827

The idea of poetry as an activity accessible to all aligns Vittorini with the Surrealists. This is not the only instance where comparison with this great matrix – the sole literary revolution of the century still yielding vital offshoots and non-transient dimensions – proves apt. A remark by Fortini noting Vittorini's "rejection of sin and negativity" and linking him to "Surrealism's white magic" could open extended discourse on convergences and oppositions. Though distant in formation and temperament from Breton's circle or those influenced by him, Vittorini shares their project of a literature for all that acts within collective life, and their radical exigency for a liberated future. To the question we earlier posed – whether Vittorini's project might be defined as neo-Enlightenment – we might answer by situating it at the crossroads of two "utopias": the Enlightenment's triumph of reason and Surrealism's imperative to "change life."

828

Così potremmo spiegarci perché la contemporaneità europea di Vittorini si situa soprattutto nel contesto postsurrealista francese, ed egli attraverso gli anni Cinquanta trova in quel terreno un respiro che l’Italia postcrociana è lontana dal dargli. Diciamo terreno postsurrealista (nel senso dell’esigenza morale del surrealismo, non del gusto surrealista che è tutt’altro discorso) per distinguerlo – dapprincipio – da quello esistenzialista: la contemporaneità con Sartre che può apparire dominante nei primi anni del dopoguerra quando «Il Politecnico» e «Les Temps Modernes» hanno corso parallelo, non trova seguito che in una divergenza sempre più forte. La priorità del «filosofico» che Sartre incarna (priorità sul «letterario», sullo «scientifico», sullo stesso «politico», insomma su tutti i modi di lettura diretta del mondo) è pur sempre il dato in opposizione al quale Vittorini si qualifica. E potremmo aggiungere che l’«autenticità» esistenzialista non è quella vittoriniana, perché questa è tesa a trovare nuovi nomi per esteriorizzarsi, mentre quella è tesa a classificare le motivazioni inconsce con i nomi delle codificazioni ormai classiche (psicanalisi, marxismo) che Vittorini non nega ma vuole che gli arrivino rimbalzati da fuori, dalle cose.

828

This may explain why Vittorini's European contemporaneity resides chiefly in the French post-Surrealist context, where throughout the 1950s he found intellectual breathing room that post-Crocean Italy denied him. We say "post-Surrealist" (referring to the movement's moral exigency rather than Surrealist taste, a separate matter) to distinguish it initially from Existentialism. The apparent parallelism between Il Politecnico and Les Temps Modernes in the early postwar years, marking Vittorini's contemporaneity with Sartre, increasingly diverged into irreconcilable paths. The primacy of the "philosophical" embodied by Sartre (over the "literary," the "scientific," even the "political" – all direct modes of reading the world) remains the foil against which Vittorini defines himself. We might add that Existentialist "authenticity" differs from Vittorini's: the latter seeks new names for externalization, while the former classifies unconscious motivations through already codified frameworks (psychoanalysis, Marxism) that Vittorini does not reject but insists must reach him refracted through external things.

829

Occorre dire che anche l’assonanza «postsurrealista» di Vittorini vale finché da una parte e dall’altra ci si tiene sul piano d’una libera interrogazione del mondo esterno. Nella fedele amicizia con Dyonis Mascolo (e con Robert Antelme, e con André Frenaud) il dialogo sembra essersi posto la regola di fermarsi alle occasioni quotidiane della vita e lasciare in ombra le teorizzazioni generali. È l’estate del postsurrealismo francese che Vittorini ama: ma appena dietro le spalle della comitiva degli amici s’affaccia l’ombra invernale degli ideologi – Bataille, Blanchot – ecco Vittorini irrigidirsi, nel rifiuto (verso Bataille), nell’incompatibilità a livello terminologico (verso Blanchot). Se là la linea dei valori indiscussi si chiama Sade-Nietzsche-Mallarmé, Vittorini continua a sentirla come il confine d’un territorio che non è il suo. I nomi della negatività (da «sacrificio» a «silenzio») non ammettono per lui connotazioni positive.

829

It must be said that Vittorini's "post-Surrealist" resonance holds only where free interrogation of the external world prevails. In his steadfast friendships with Dionys Mascolo (and Robert Antelme, and André Frenaud), dialogue seems governed by an unspoken rule: dwell on daily life's occasions while leaving grand theorizations in shadow. Vittorini loves the French post-Surrealist summer, but when the winter shadow of ideologues – Bataille, Blanchot – looms behind his companions, he stiffens into refusal (toward Bataille) and terminological incompatibility (toward Blanchot). Where their line of unquestioned values runs Sade-Nietzsche-Mallarmé, Vittorini still senses a frontier marking alien territory. For him, names of negativity (from "sacrifice" to "silence") admit no positive connotations.

830

Eppure, anche se Breton sogna l’alchimia e Vittorini sogna – diciamo – il Massachusetts Institute of Technology, non è detto che non si possa derivare dal surrealismo una visione del mondo simile a quella cui Vittorini tende. E questo è provato da Raymond Queneau, dal suo universo linguistico-matematico-enciclopedico a cavallo tra Storia e Fine della Storia. Ma senso del comico e filosofia naturale hanno saldato intorno a Queneau un guscio di «saggezza» che Vittorini non farà in tempo a farsi (né lo vorrebbe); perciò è mancato – nonostante l’ammirazione – il dialogo (dico dialogo ideale, anche muto, l’unico che conta).

830

Yet, even though Breton dreams of alchemy and Vittorini dreams of – let us say – the Massachusetts Institute of Technology, this does not preclude the possibility of deriving from Surrealism a worldview akin to what Vittorini aspires toward. This is evidenced by Raymond Queneau, with his linguistic-mathematical-encyclopedic universe straddling History and the End of History. However, a sense of humor and natural philosophy have forged around Queneau a shell of "wisdom" that Vittorini never had time to cultivate (nor would he have wanted to); thus, despite his admiration, a dialogue never materialized (I speak of an ideal dialogue, even a silent one – the only kind that matters).

831

La possibilità d’un dialogo internazionale sembra aprirsi quando, in quello stesso ceppo di cultura francese s’innesta l’attitudine ordinatrice dello strutturalismo e, mutuando il metodo dalla linguistica e dall’etnologia, nasce il progetto d’una scienza generale dei segni che copra tutte le produzioni umane. Orecchio attento a ricevere dai testi letterari l’informazione più sottile e umbratile, e abito mentale rigoroso nel sottomettere la complessità del reale a un metodo semplificatore e razionalizzatore: questi potrebbero essere – come in Roland Barthes – i connotati d’un nuovo tipo d’intellettuale. E dell’interlocutore ideale di chi, come Vittorini, continuerebbe a celebrare le vittorie delle letterature sulla Letteratura, delle scienze sulla Scienza, della storia (qui singolare e plurale coincidono) sulla Storia, e su tutto il resto.

831

The possibility of international dialogue seems to emerge when the ordering aptitude of structuralism grafts itself onto that same French cultural stock, borrowing methods from linguistics and ethnology to birth a project for a general science of signs encompassing all human productions. An ear attuned to capturing the subtlest and most elusive information from literary texts, paired with a rigorous mental habit of subordinating reality's complexity to a simplifying and rationalizing method: these could be – as in Roland Barthes – the hallmarks of a new intellectual type. And of the ideal interlocutor for someone like Vittorini, who would continue to celebrate literature's victories over Literature, science's over Science, history's (where singular and plural coincide) over History, and so on.

832

In effetti, il dialogo con la cultura francese, se pur fondamentale per il Vittorini degli ultimi decenni, non fa che sottolineare le differenze genetiche di due culture: un movimento nato a contestare una cultura intimamente saldata col potere borghese, nel paese dei principî dell’89, opera in un quadro di scelte e comportamenti ben diverso da chi ha dovuto scavare una via di libertà nel cuore della caserma fascista, preparare e accompagnare la guerra partigiana di massa, e assumersi le responsabilità del dopo, tentando dapprima di fondare un linguaggio comune con l’organizzazione politica, poi d’averla come interlocutrice, poi di delimitarne il campo d’influenza, poi di progettare un discorso interdisciplinare, tutto questo in un quadro sociale in gran parte preindustriale e preilluminista.

832

In effect, the dialogue with French culture, though fundamental for Vittorini in his later decades, only underscores the genetic differences between two cultures: a movement born to contest a culture deeply fused with bourgeois power in the land of 1789's principles operates within a framework of choices and behaviors far removed from one forged by those who had to carve a path to freedom through the heart of the fascist barracks, prepare and accompany a mass partisan war, and shoulder postwar responsibilities – first attempting to establish a common language with political organizations, then engaging them as interlocutors, later demarcating their sphere of influence, and finally projecting an interdisciplinary discourse, all within a largely preindustrial and pre-Enlightenment social landscape.

833

I giovani tedeschi che hanno dovuto fare i conti con una negatività non dialettica sono forse i più indicati a vivere insieme filosofia, tecnica ed esperienza, e ad aprire, col lucido e agile Enzensberger alla testa, il dialogo tra le culture prigioniere dei loro linguaggi. Con loro, una «rivista internazionale» come la progettano da tempo alcuni dei francesi potrebbe saldare le tensioni intellettuali della letteratura in una assunzione di compiti culturali che mordano nella realtà pratica. Per Vittorini, accompagnato dall’entusiasmo pan-sistematore di Leonetti, la speranza è di trovare in essa il luogo di quella ricerca collettiva che il gioco delle correnti subito solidificate sembra escludere nei singoli paesi. Ma il progetto anticipa di troppo la maturazione del clima generale: resta progetto e basta. Da allora la via di Vittorini è decisa: si dedicherà interamente al libro-progetto suo, alla nuova fase della sua progettazione di cultura, che vada più in là delle fasi precedenti senza rinnegarle.

833

Young Germans who have grappled with nondialectical negativity are perhaps best equipped to unite philosophy, technology, and lived experience, opening – with the lucid and agile Enzensberger at the forefront – dialogue between cultures imprisoned by their own languages. Through them, an "international review" as long envisioned by certain French intellectuals could fuse literature's intellectual tensions into an assumption of cultural tasks that bite into practical reality. For Vittorini, buoyed by Leonetti's pan-systematizing enthusiasm, the hope lies in finding here the locus for that collective research precluded in individual nations by the swift ossification of trends. But the project far outpaces the general climate's maturation: it remains mere blueprint. From this point, Vittorini's path is set: he will devote himself entirely to his own book-project, to a new phase of cultural planning that advances beyond prior stages without disavowing them.

834

La continuità della politica di Vittorini nella fase che chiamammo «vitalista» (ma lui non accettò mai la definizione) 1948-60 circa e nella fase «scientifica» che la segue era già riconoscibile nella fase «comunista» 1937-47: ha per sostanza non soltanto «l’altrui e il proprio diritto alla gioia» (come ha detto Fortini con l’intelligenza e il calore che solo il vecchio amico-avversario può avere) ma l’immanenza del valore in qualcuna delle cose che ci sono, che si possono toccare, in qualcuno dei giorni vissuti da noi, delle persone che abbiamo incontrato. Vittorini resta colui che aveva detto per tutti noi già dai tempi di Conversazione quanto di «più uomo» c’era nella condizione negativa dell’affamato, del malato, del «cinese», ed era dal semplice valore di ciò che manca che partiva, dal godimento che non può essere pacifico se c’è chi ne è privato. E Il Sempione strizza l’occhio al Frejus resta il libro più vittoriniano non solo per struttura ma anche per filosofia: perfetto «dialogo antiplatonico» su ciò che vale nelle cose e nelle parole e nei giorni. Ma il meccanismo è lo stesso anche se le richieste hanno una posta più esigente e lo scenario è quello di una società industriale avanzata. Come al tempo del «pane e altro» di Conversazione o dell’«acciuga! acciuga!» del Sempione, oggi l’esigere conoscenza e libertà e felicità dalla tecnica e dalla scienza – dall’«industria» come mondo integralmente intenzionato dagli uomini – è appello rivoluzionario, incompatibile con la conservazione dell’ordine presente. (A meno che non si creda davvero che il «neocapitalismo» sia qualcosa di sostanzialmente diverso dal capitalismo, e qui coloro che dicono «neocapitalismo» ogni tre minuti, gli esecratori e gli apologeti, si dànno la mano: vittime gli uni e gli altri della stessa trappola nominalistica.)

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The continuity of Vittorini's political stance through what we termed his "vitalist" phase (though he never accepted the label) circa 1948-60 and the subsequent "scientific" phase was already discernible during his "communist" period (1937-47). Its essence lies not only in "others' and one's own right to joy" (as Fortini noted with the insight and warmth only an old friend-adversary could muster) but in the immanence of value within tangible things we can touch, within days we have lived and people we have encountered. Vittorini remains the figure who, as early as Conversazione, articulated for all of us the "more human" dimension within the negative condition of the hungry, the ill, the "Chinaman," deriving from the simple value of what is lacking – from the enjoyment that cannot be peaceful when others are deprived. Il Sempione strizza l’occhio al Frejus endures as his most quintessential work, not only structurally but philosophically: a perfect "anti-Platonic dialogue" on what holds value in things, words, and days. The mechanism remains unchanged even when the stakes grow more exacting and the backdrop shifts to advanced industrial society. Just as during the "bread and more" era of Conversazione or the "anchovies! anchovies!" cries in Sempione, today's demand for knowledge, freedom, and happiness from technology and science – from "industry" as a world wholly shaped by human intent – constitutes a revolutionary appeal incompatible with preserving the current order. (Unless one truly believes "neocapitalism" differs substantially from capitalism – here, those who utter "neocapitalism" every three minutes, whether condemning or praising it, shake hands: all equally ensnared in the same nominalist trap.)

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In uno degli ultimi interventi, Vittorini rimpiange d’aver «mollato presto» nello scontro coi politici, di non aver continuato a puntare sul possibile «effetto politico» del proprio lavoro. Di fatto, esso potrà essere inteso come progettazione politica il giorno in cui si capirà che il proletariato è «erede della filosofia classica tedesca» non perché particolarmente adatto a lasciarsi trasformare in un concetto ma perché capace di imporre che al posto dei concetti siano le persone e le cose nel loro fisico spessore materiale a stabilire i loro rapporti. Indicativo in questo senso può essere l’atteggiamento di Vittorini verso i gruppi della giovane estrema sinistra eterodossa italiana (se è lecito estrapolare una linea dagli sparsi dati di cui disponiamo): attenzione ed attesa per quanto in essi prende forma di studio della classe operaia nella sua realtà, nelle sue situazioni nuove, d’immaginazione rivoluzionaria legata a una diretta conoscenza sociologica, insomma una sociologia non «obiettiva» ed esterna ma spinta da una tensione interna al suo soggetto-oggetto; e invece, scrollata di spalle, anzi fastidio per tutto ciò che è rigore applicato a una logica dottrinaria, dove «classe operaia» non è altro che termine d’un disegno metafisico.

835

In one of his final interventions, Vittorini expressed regret at having "retreated too soon" from clashes with politicians, at not persisting in pursuing the potential "political effect" of his work. In truth, its political dimension will be recognized when we understand that the proletariat is "heir to German classical philosophy" not through any special aptitude for conceptual transformation, but through its capacity to insist that people and things in their physical material thickness – rather than concepts – establish their own relations. Vittorini's attitude toward Italy's heterodox young far-left groups proves instructive (if we may extrapolate a line from scattered available data): attention and anticipation for their studies of the working class's new realities and situations, for revolutionary imagination rooted in direct sociological knowledge – in short, sociology not "objective" and external but driven by tension internal to its subject-object; conversely, a dismissive shrug, even irritation, toward doctrinal logic's rigor where "working class" functions merely as a term within metaphysical schemas.

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Eppure, ancora qualcosa resta da far quadrare: come conciliare questo continuo richiamo al matter-of-fact con la mai spenta vocazione allegorica di Vittorini, scrittore profetico, creatore di figure e linguaggi la cui semanticità sta tutta nell’allusività e nella lontananza. La profezia, discorso d’immagini al futuro, è, da Conversazione in poi, la vera ragione poetica di Vittorini. Ma si può essere profeti in due modi: una volta emesso in termini oracolari il proprio vaticinio si può lasciarlo correre di bocca in bocca per conto suo, e disinteressarsi del se e del come troverà conferma: mestiere del profeta è dar voce a visioni, e poi dimenticarle. Vittorini incarna invece una figura tutta moderna di profeta che vive la responsabilità delle immagini. La storia della correzione delle Donne di Messina è questa: a un certo punto, l’aver scelto come immagine di convivenza umana una comunità isolata che riparte da zero riveste un significato e una responsabilità nel quadro delle scelte attuali e future: equivale a continuare a evadere dal centro vero della questione, il «qui e ora» della società industriale avanzata, le sue potenzialità di liberazione generale che restano conculcate e distorte. Ecco che il profeta corre dietro alla profezia, arriva in tempo a riafferrare l’immagine mentre sta ancora volando, e la corregge, la cambia di segno. È sulla metropoli che ora Vittorini fa convergere l’attenzione del lettore: la indica soltanto, si limita a suggerire che le nuove ancora inespresse immagini di liberazione dovranno nascere di là; è di là che vengono ed è là che sono impazienti di tornare i suoi arcangeli-partigiani, messaggeri forse non d’altro che d’una ricerca e di un’attesa.

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Yet something still remains to be reconciled: how to harmonize this continual appeal to the matter-of-fact with Vittorini's unextinguished allegorical vocation as a prophetic writer, creator of figures and languages whose semantic power lies entirely in allusiveness and distance. Prophecy, as a discourse of images directed toward the future, has been Vittorini's true poetic raison d'être from Conversazione onward. But one can prophesy in two ways: after uttering an oracle in visionary terms, one might let it circulate from mouth to mouth on its own, indifferent to whether or how it will find confirmation – for the prophet's task is merely to give voice to visions before forgetting them. Vittorini instead embodies an entirely modern prophetic figure who assumes responsibility for his images. The history of revisions in Le donne di Messina illustrates this: at a certain point, choosing as an image of human coexistence an isolated community restarting from zero carries specific implications and responsibilities within the framework of present and future choices – equivalent to continuing to evade the true heart of the matter: the "here and now" of advanced industrial society, its stifled and distorted potential for universal liberation. Thus the prophet chases after his prophecy, catching up in time to seize the image mid-flight and correct it, reversing its meaning. Vittorini now focuses the reader's attention on the metropolis: he merely points to it, suggesting that new, still unexpressed images of liberation must emerge there; it is from there that his partisan-archangels come and to there they yearn to return, perhaps bearing no message other than that of ongoing search and anticipation.

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Questo segno di movimento è il vero «testamento» di Vittorini: immagini, nomi, significati saranno quelli che noi gli daremo. Già nuove immagini si vanno affollando nell’esperienza del mondo, che Vittorini non ha potuto vedere; nascono nuove domande; vecchie parole prendono sensi nuovi. Un discorso che è sempre stato aperto, è inutile cercare di fissarlo nel punto in cui si è interrotto. Ma resta chiara l’indicazione di metodo, la linea su cui Vittorini costantemente si è mosso: il primato dell’esperienza e dell’immaginazione sull’assolutizzazione ontologica o gnoseologica o moralistica o estetistica; poesia scienza tecnologia sociologia politica come esperienza e immaginazione. Qui sta il senso di un lavoro che tende a muoversi dalla profezia al progetto, senza che la sua forza visionaria e allegorica si perda; che cerca il nome del futuro non per cristallizzare il futuro ma perché nome vero è solo quello che quando lo si trova si ha bisogno di cercarne un altro ancora più vero, e così via.

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This gesture of movement constitutes Vittorini's true "testament": images, names, meanings will be those we assign them. New images already crowd our worldly experience, unseen by Vittorini; fresh questions arise; old words acquire new senses. A discourse that has always remained open resists fixation at its interrupted point. What endures is the methodological directive – the line Vittorini consistently pursued: the primacy of experience and imagination over ontological, gnoseological, moralistic, or aesthetic absolutizations; poetry, science, technology, sociology, politics as experience and imagination. Herein lies the significance of work striving to move from prophecy to project without losing visionary and allegorical force; work that seeks the future's name not to crystallize it, but because a true name is only that which, once found, compels the search for another truer one, ad infinitum.

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Filosofia e letteratura

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Philosophy and Literature

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«The Times Literary Supplement», 28 settembre 1967 (in traduzione inglese). Per un suo numero speciale intitolato Crosscurrents, dedicato ai legami della letteratura con altre discipline, il «Times Literary Supplement» aveva chiesto un breve testo a vari autori europei: H.M. Enzensberger vi trattava i rapporti con la politica, Raymond Queneau quelli con la scienza, Umberto Eco con la sociologia, Lucien Goldmann con l’ideologia. Partecipavano anche: Václav Havel (Teatro e politica), Heinrich Böll (Romanziere cattolico), Roland Barthes (Scienza contro letteratura). (In un numero precedente del «Times Literary Supplement» – 27 luglio – gli stessi temi erano stati passati in rassegna da autori inglesi per quel che riguardava la Gran Bretagna.) Pubblicando l’originale italiano del mio testo nella «Fiera letteraria» (n. 43, 26 ottobre 1967) col titolo Tra idee e fantasmi, lo facevo precedere da alcune righe di presentazione in cui si avvertiva: «A Calvino era stato chiesto di scrivere su letteratura e filosofia, ma lo scrittore ha aggirato il tema facendo del suo articolo una specie di poetica e di mappa delle sue predilezioni fantastiche».

840

«The Times Literary Supplement», September 28, 1967 (in English translation). For its special issue titled Crosscurrents, exploring literature's ties to other disciplines, the «Times Literary Supplement» requested brief texts from various European authors: H.M. Enzensberger addressed politics, Raymond Queneau science, Umberto Eco sociology, Lucien Goldmann ideology. Contributors also included Václav Havel (Theatre and Politics), Heinrich Böll (Catholic Novelist), and Roland Barthes (Science Versus Literature). (A previous issue – July 27 – had surveyed these themes through British authors regarding Great Britain.) When publishing the Italian original in «La Fiera letteraria» (No. 43, October 26, 1967) under the title Tra idee e fantasmi [Between Ideas and Phantoms], I prefaced it with a note: "Calvino had been asked to write on literature and philosophy, but the writer circumvented the theme by transforming his article into a kind of poetic manifesto and map of his imaginative predilections."

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Il rapporto tra filosofia e letteratura è una lotta. Lo sguardo dei filosofi attraversa l’opacità del mondo, ne cancella lo spessore carnoso, riduce la varietà dell’esistente a una ragnatela di relazioni tra concetti generali, fissa le regole per cui un numero finito di pedine muovendosi su una scacchiera esaurisce un numero forse infinito di combinazioni. Arrivano gli scrittori e agli astratti pezzi degli scacchi sostituiscono re regine cavalli torri con un nome, una forma determinata, un insieme d’attributi reali o equini, al posto della scacchiera distendono campi di battaglia polverosi o mari in burrasca; ecco le regole del gioco buttate all’aria, ecco un ordine diverso da quello dei filosofi che si lascia a poco a poco scoprire. Ossia: chi scopre queste nuove regole del gioco sono nuovamente i filosofi, tornati alla riscossa a dimostrare che l’operazione compiuta dagli scrittori è riducibile a una operazione delle loro, che le torri e gli alfieri determinati non erano che concetti generali travestiti.

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The relationship between philosophy and literature is a struggle. The philosophers' gaze pierces the world's opacity, erasing its fleshy thickness, reducing existence's variety to a web of conceptual relations, fixing rules whereby finite chess pieces moving across a board exhaust perhaps infinite combinations. Writers arrive and replace abstract chessmen with kings, queens, knights, rooks bearing names, determinate forms, clusters of real or equine attributes; they substitute dusty battlefields or stormy seas for the chessboard. The game's rules are overturned; an order distinct from the philosophers' gradually emerges. Yet those discerning these new rules prove to be the philosophers themselves, counterattacking to demonstrate that writers' operations reduce to their own – that determinate rooks and bishops were merely disguised general concepts.

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Così continua la disputa, ognuna delle due parti sicura d’aver compiuto un passo avanti nella conquista della verità o almeno di una verità, e nello stesso tempo consapevole che la materia prima delle proprie costruzioni è la stessa di quella dell’altra: parole. Ma le parole come i cristalli hanno facce e assi di rotazione con proprietà diverse, e la luce si rifrange diversamente a seconda di come questi cristalli-parole sono orientati, a seconda di come le lamine polarizzanti sono tagliate e sovrapposte. L’opposizione letteratura-filosofia non esige d’esser risolta; al contrario, solo se considerata permanente e sempre nuova ci dà la garanzia che la sclerosi delle parole non si chiude sopra di noi come una calotta di ghiaccio.

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Thus the dispute continues, each side certain of advancing truth's conquest (or at least a truth), yet equally aware that their constructions share the same raw material: words. But words, like crystals, possess diverse facets and axes of rotation; light refracts differently depending on how these word-crystals are oriented, how polarizing lenses are cut and layered. The literature-philosophy opposition demands no resolution; on the contrary, only when considered permanent and perpetually renewed does it guarantee that verbal sclerosis won't encase us like an ice shell.

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È una guerra in cui i due contendenti non devono mai perdersi di vista ma nemmeno intrattenere rapporti troppo ravvicinati. Lo scrittore che vuole fare concorrenza al filosofo lanciando i suoi personaggi in dissertazioni profonde finisce nel migliore dei casi per rendere abitabili, persuasive, quotidiane le vertigini del pensiero, senza farci respirare l’aria delle grandi altezze. Comunque, questo tipo di scrittore appartiene ai primi decenni del nostro secolo, all’epoca del raziocinante teatro di Pirandello e delle conversazioni intellettuali dei romanzi di Huxley, e oggi appare quanto mai lontano. Anche il romanzo intellettuale, il romanzo-discussione è scomparso, chi oggi avesse da scrivere una nuova Montagna incantata o un nuovo Uomo senza qualità non scriverebbe un romanzo ma un saggio di storia delle idee o di sociologia della cultura.

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This is a war where the two contenders must never lose sight of each other yet avoid becoming too intimately acquainted. The writer who seeks to rival philosophers by having characters delve into profound disquisitions ultimately, at best, renders the vertigo of thought habitable and persuasive through everyday language, without letting us breathe the air of lofty heights. In any case, this type of writer belongs to the early decades of our century – to the era of Pirandello’s cerebral theater and the intellectual dialogues in Huxley’s novels – and now feels utterly distant. Even the intellectual novel, the novel-as-debate, has vanished; anyone today attempting to write a new Magic Mountain or a new Man Without Qualities would produce not a novel but a historical treatise on ideas or a sociological study of culture.

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Allo stesso modo la filosofia troppo vestita di carne umana, troppo sensibile all’immediato e al vissuto, costituisce per la letteratura una sfida meno eccitante che l’astrazione della metafisica o della logica pura. Fenomenologia ed esistenzialismo confinano con la letteratura attraverso frontiere non sempre chiaramente segnate. Il filosofo-scrittore può gettare sul mondo un nuovo sguardo filosofico che sia nello stesso tempo un nuovo sguardo letterario? Per un momento, quando il protagonista della Nausée osserva la sua faccia nello specchio, questo può essere possibile; ma per larga parte della sua opera il filosofo-scrittore appare come un filosofo che ha al suo servizio uno scrittore versatile fino all’ecclettismo. La letteratura dell’esistenzialismo non ha più corso perché non è riuscita a darsi un proprio rigore letterario. Solo quando lo scrittore scrive prima del filosofo che lo interpreta, il rigore letterario servirà di modello al rigore filosofico: anche se scrittore e filosofo convivono nella stessa persona. Questo vale non solo per Dostoevskij e per Kafka, ma anche per Camus e per Genet.

844

Similarly, philosophy overly clothed in human flesh, too attuned to the immediate and the lived, poses a less stimulating challenge to literature than the abstractions of metaphysics or pure logic. Phenomenology and existentialism border literature across ambiguously marked frontiers. Can the philosopher-writer cast a new philosophical gaze upon the world that simultaneously becomes a new literary vision? For a moment, when the protagonist of Nausea examines his face in the mirror, this may seem possible. Yet across much of his work, the philosopher-writer appears as a thinker employing a versatile, even eclectic wordsmith. Existentialist literature has fallen out of currency because it failed to develop its own literary rigor. Only when the writer writes before the philosopher who interprets him can literary rigor serve as a model for philosophical rigor – even if writer and philosopher coexist in the same person. This holds true not only for Dostoevsky and Kafka but also for Camus and Genet.

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I nomi di Dostoevskij e di Kafka ci riportano ai due massimi esempi in cui l’autorità dello scrittore – cioè il potere di trasmettere un messaggio inconfondibile attraverso a una speciale intonazione del linguaggio e a una speciale deformazione della figura umana e delle situazioni – coincide con l’autorità del pensatore al livello più alto. Il che vuol anche dire che l’«uomo di Dostoevskij» e «l’uomo di Kafka» hanno cambiato l’immagine dell’uomo anche per chi non ha una particolare inclinazione per la filosofia che sta – più o meno esplicitamente – dietro a quella rappresentazione. Su questo livello d’autorità, lo scrittore del nostro tempo che può essere posto accanto a quei due è Samuel Beckett. L’immagine che noi oggi ci facciamo dell’uomo non può non tener conto dell’assolutezza negativa dell’«uomo di Beckett».

845

The names of Dostoevsky and Kafka return us to the supreme examples where the authority of the writer – that is, the power to convey an unmistakable message through a distinct linguistic cadence and a deliberate distortion of human figures and situations – coincides with the authority of the thinker at the highest level. This also means that "Dostoevsky’s man" and "Kafka’s man" have altered humanity’s image even for those indifferent to the philosophy (more or less explicit) underlying these representations. On this plane of authority, the contemporary writer who stands alongside these two is Samuel Beckett. The image we now construct of humanity cannot ignore the negative absoluteness of "Beckett’s man."

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Bisogna dire che quello di dare etichette filosofiche agli scrittori (che cos’è Hemingway? un behaviourista; che cos’è Robbe-Grillet? un filosofo analitico) è un gioco di società la cui inconsistenza potrebbe essere perdonata solo se fosse molto spiritoso, e non lo è. Quante volte si è speso il nome di Wittgenstein a proposito di scrittori che avevano in comune solo il fatto di non avere nulla a vedere con Wittgenstein! Stabilire chi è lo scrittore del positivismo logico potrebbe essere un bel tema per un congresso internazionale del Pen Club. Quanto allo strutturalismo è meglio attendere, dopo i brillanti risultati raggiunti in vari campi, che si costituisca tanto una sua filosofia quanto una sua letteratura.

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It must be said that labeling writers with philosophical tags (What is Hemingway? A behaviorist; What is Robbe-Grillet? An analytical philosopher) is a parlor game whose superficiality might be forgiven only if it were witty – which it is not. How often has Wittgenstein’s name been invoked for writers whose sole commonality was their irrelevance to Wittgenstein! Determining who might be the writer of logical positivism could make a fine theme for an international PEN Club congress. As for structuralism, it is better to wait until both its philosophy and its literature take shape, following the brilliant results achieved in other fields.

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Il terreno tradizionale per l’abbraccio tra filosofia e letteratura è l’etica. O meglio: l’etica ha costituito quasi sempre un alibi perché filosofia e letteratura non si guardassero direttamente in faccia, sicure e soddisfatte di potersi trovare facilmente d’accordo nel compito comune d’insegnare agli uomini la virtù. Questa è stata la mala sorte letteraria delle filosofie pratiche, soprattutto del marxismo: portarsi dietro una letteratura illustrativa ed esortativa, che tende a rendere naturale e conforme ai sentimenti spontanei la visione filosofica del mondo. Si perde così il vero valore rivoluzionario d’una filosofia, che consiste nell’essere tutta punte e attriti, nello sconvolgere il senso comune e i sentimenti, nel far violenza a ogni modo di pensare «naturale».

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The traditional common ground for philosophy and literature’s embrace has been ethics. Or rather: ethics has long served as an alibi for philosophy and literature to avoid confronting each other directly, secure and satisfied in their easy agreement on the shared task of teaching virtue. This has been the literary misfortune of practical philosophies, particularly Marxism: trailing behind them an illustrative and exhortative literature that naturalizes philosophical worldviews to align with spontaneous sentiments. Thus, a philosophy’s true revolutionary value – lying in its sharp edges and frictions, its upheaval of common sense and emotions, its violence against all "natural" modes of thought – is lost.

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La definizione di scrittore marxista spetta forse solo a Brecht, che in contrasto con l’etica e l’estetica ufficiali del comunismo, non guardava alla superficie del «realismo» ma alla logica del meccanismo interno dei rapporti umani, al capovolgimento dei valori, e ostentava una pedagogia antivirtuista. Oggi – in Germania, in Italia e anche un po’ in Francia – nella letteratura della «nuova sinistra» che si richiama al marxismo rifiutandone l’illustrazione «realistica» e pedagogica, esiste una corrente che continua a tener Brecht come maestro perché egli era didascalico paradossalmente, provocatoriamente; per un’altra corrente invece il marxismo è e dev’essere solo coscienza dell’inferno in cui viviamo, e chi pretende indicare vie di uscita toglie forza a questa coscienza; letteratura rivoluzionaria è per loro solo quella della negazione assoluta.

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The title of Marxist writer perhaps belongs solely to Brecht, who – defying communism’s official ethics and aesthetics – ignored the surface of "realism" to focus on the logic of internal human relations, the inversion of values, and flaunted an anti-moralistic pedagogy. Today, within the "New Left" literature of Germany, Italy, and even France – which invokes Marxism while rejecting its "realistic" and didactic illustrations – one faction continues to hail Brecht as a master precisely because he was paradoxically, provocatively didactic. Another faction insists Marxism must remain solely the consciousness of the hell we inhabit, arguing that those who claim to chart exits weaken this awareness; for them, revolutionary literature exists only as absolute negation.

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Nello stesso tempo appare ormai chiaro che, se è vero che i filosofi dopo aver interpretato il mondo devono cambiarlo, è altrettanto vero che se smettono per un momento d’interpretarlo non riescono a cambiare più nulla. Il dogmatismo ha perso terreno; l’aspettativa di scoprire qualche verità nascosta nelle ideologie estranee accomuna oggi ex-settari e neo-estremisti.

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Simultaneously, it has become clear that if philosophers must change the world after interpreting it, it is equally true that should they cease interpreting even briefly, they can change nothing. Dogmatism has lost ground; the expectation of uncovering hidden truths in alien ideologies now unites ex-sectarians and neo-extremists alike.

850

Dal punto di maggiore resistenza questa situazione si estende intorno. È solo il segno d’un vorace ecclettismo che la letteratura sta ritornando a interessarsi di filosofia; e si vedono scrittori d’impianto tradizionale trarre ispirazione da letture filosofiche aggiornate, senza che la superficie monocroma e uniforme del loro mondo sia incrinata. La letteratura filosofica del mondo può servire tanto a confermare quanto a mettere in crisi quel che già sappiamo, indipendentemente dalla filosofia ispiratrice. Tutto dipende da come lo scrittore penetra sotto la crosta delle cose: Joyce proiettava su una spiaggia squallida le domande teologiche e ontologiche imparate a scuola e lontane dalle preoccupazioni attuali, ma ogni cosa che toccava, scarpe sfondate, uova di pesci, ciottoli, apparivano sconvolti fin nella loro ultima sostanza.

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From this point of maximum resistance, the situation radiates outward. What appears as voracious eclecticism explains literature’s renewed interest in philosophy: traditionally rooted writers now draw inspiration from updated philosophical readings without fracturing their worlds’ monochrome surfaces. Philosophical literature can either confirm or destabilize what we already know, independent of its inspirational philosophy. Everything depends on how the writer penetrates reality’s crust: Joyce projected theological and ontological questions – learned in school and distant from present concerns – onto a bleak beach, yet every object he touched, from burst shoes to fish eggs and pebbles, was upheaved to its core.

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Questa analisi stratigrafica della realtà è continuata oggi da scrittori dotati della strumentazione culturale ed epistemologica più moderna e rigorosa (mi limiterò a citare Michel Butor e Uwe Johnson). Ed essa porta a mettere in discussione non solo il mondo (che sarebbe poca cosa) ma l’essenza stessa dell’opera letteraria. Sono rischi che bisogna essere pronti a correre, se si vuol seguire questa strada.

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This stratigraphic analysis of reality continues today among writers equipped with the most rigorous modern cultural and epistemological tools (I will cite only Michel Butor and Uwe Johnson). It leads to questioning not just the world (which would be trivial) but literature’s very essence. These are risks one must embrace to walk this path.

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Il clima oggi dominante tra i giovani scrittori è più filosofico che mai, ma d’una filosofia interna all’atto stesso dello scrivere. In Francia il gruppo di «Tel Quel» con Philippe Sollers in testa si concentra su un’ontologia del linguaggio, della scrittura, del «libro», che ha avuto il suo profeta in Mallarmé; in Italia la funzione distruttiva della scrittura sembra essere al centro della ricerca; in Germania la difficoltà di scrivere la verità è il tema principale; comunque i caratteri comuni sono dominanti nella situazione generale di questi tre Paesi. La letteratura tende a presentarsi come una attività speculativa austera e impassibile, lontana dai gridi della tragedia come dagli estri della felicità: non evoca altri colori e altre immagini che il bianco delle pagine e l’allineamento delle righe nere.

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The prevailing climate among young writers today is more philosophical than ever, but of a philosophy intrinsic to the very act of writing. In France, the Tel Quel group led by Philippe Sollers focuses on an ontology of language, writing, and the "book," finding its prophet in Mallarmé; in Italy, the destructive function of writing appears central to their inquiry; in Germany, the difficulty of writing truth remains the primary theme. Yet common traits dominate across these three nations. Literature increasingly presents itself as an austere, impassive speculative activity, distant from tragic cries or flights of joy: it evokes no colors or images beyond the white of pages and the alignment of black lines.

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Allora il mio discorso di prima non si regge più? Uno scontro frontale tra due modi di vedere il mondo pare diventato impossibile, da quando la letteratura sembra aver aggirato le posizioni della filosofia ed essersi chiusa in una fortezza filosofica che può sostenersi con perfetta autosufficienza.

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Does this render my earlier argument obsolete? A head-on clash between worldviews seems impossible now that literature appears to have circumvented philosophy's positions, barricading itself within a self-sufficient philosophical fortress.

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In realtà se voglio che il mio quadro possa valere non solo per l’oggi ma anche per il domani, devo comprendervi un elemento che ho finora trascurato. Quello che stavo descrivendo come un matrimonio a letti separati, va visto come un ménage à trois: filosofia letteratura scienza. La scienza si trova di fronte a problemi non dissimili da quelli della letteratura; costruisce modelli del mondo continuamente messi in crisi, alterna metodo induttivo e deduttivo, e deve sempre stare attenta e non scambiare per leggi obiettive le proprie convenzioni linguistiche. Una cultura all’altezza della situazione ci sarà soltanto quando la problematica della scienza, quella della filosofia e quella della letteratura si metteranno continuamente in crisi a vicenda.

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To ensure my framework remains valid beyond the present, I must introduce an element previously overlooked. What I described as separate beds in a marriage should instead be seen as a ménage à trois: philosophy, literature, science. Science confronts challenges akin to literature's - constructing world models perpetually undermined, alternating inductive and deductive methods, vigilantly distinguishing objective laws from linguistic conventions. A culture equal to our era will emerge only when scientific, philosophical, and literary problematics engage in continuous mutual critique.

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In attesa di quest’epoca, non ci resta che soffermarci sugli esempi disponibili di una letteratura che respira filosofia e scienza ma mantiene le distanze e con un leggero soffio dissolve tanto le astrazioni teoriche quanto l’apparente concretezza della realtà. Parlo di quella straordinaria e indefinibile zona dell’immaginazione umana da cui sono uscite le opere di Lewis Carroll, di Queneau, di Borges.

855

While awaiting this epoch, we can only dwell on existing examples of literature that breathes philosophy and science while maintaining distance - dissolving both theoretical abstractions and reality's apparent concreteness with a light breath. I speak of that extraordinary, indefinable zone of imagination yielding works by Lewis Carroll, Queneau, and Borges.

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Ma devo prima notare un semplice fatto, su cui non pretendo di costruire nessuna spiegazione generale: mentre il rapporto della letteratura con la religione, da Eschilo e Dostoevskij, si stabilisce sotto il segno della tragedia, il rapporto con la filosofia si fa esplicito per la prima volta nella commedia di Aristofane, e continuerà a muoversi dietro lo schermo della comicità, dell’ironia, dell’humour. Non per niente quelli che nel secolo XVIII si chiamarono contes philosophiques erano in realtà allegre vendette contro la filosofia compiute attraverso l’immaginazione letteraria.

856

First, a simple observation (without pretensions to general explanation): while literature's relationship with religion from Aeschylus to Dostoevsky unfolds under tragedy's sign, its explicit engagement with philosophy first emerges in Aristophanes' comedy, continuing through comedy's veil of irony and humor. Significantly, the 18th-century contes philosophiques constituted cheerful vendettas against philosophy through literary imagination.

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Ma in Voltaire e Diderot l’immaginazione è governata da un preciso intento didascalico e polemico; l’autore sa già in partenza tutto quel che vuol dire. Sa o crede di sapere? Il riso di Swift e di Sterne è pieno d’ombre. Contemporaneamente al conte philosophique o poco dopo, il conte fantastique e la gothic novel scatenano le visioni ossessive dell’inconscio. La vera contestazione della filosofia è nell’ironia lucida, nelle sofferenze della ragione (noi italiani pensiamo subito ai dialoghi di Leopardi), nella trasparenza dell’intelligenza (i francesi pensano subito a Monsieur Teste) oppure nell’evocare i fantasmi che continuano a hanter le nostre case illuminate?

857

Yet in Voltaire and Diderot, imagination remained governed by didactic and polemical intent - authors already knowing (or believing they knew) their message beforehand. The laughter of Swift and Sterne brims with shadows. Concurrent with the conte philosophique, the fantastique tale and Gothic novel unleashed unconscious obsessions. Does philosophy's true contestation lie in lucid irony, reason's torments (Italians immediately recall Leopardi's dialogues), intelligence's transparency (the French think of Monsieur Teste), or in summoning the ghosts that still hanter our enlightened homes?

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Ambedue le tradizioni continuano sparsamente fino a oggi. Lo scrittore «philosophe» alla maniera del XVIII secolo ha oggi le sue più fiorenti reincarnazioni in Germania, come poeta (Enzensberger), autore teatrale (Sade-Marat di Peter Weiss), romanziere (Günter Grass). D’altro canto, la letteratura «fantastique» fu rilanciata dal surrealismo nella sua battaglia per abbattere le barriere tra razionale e irrazionale in letteratura. Con la formula «hasard objectif», Breton sfata l’irrazionalità del caso: le associazioni di parole e immagini rispondono a una logica nascosta non meno autorevole di quello che viene comunemente detto «il pensiero».

858

Both traditions continue sporadically to this day. The 18th-century-style «philosophe» writer finds his most flourishing reincarnations today in Germany, as poet (Enzensberger), playwright (Peter Weiss’s Sade-Marat), novelist (Günter Grass). On the other hand, «fantastique» literature was revived by surrealism in its battle to break down barriers between rational and irrational in literature. Through the formula of «hasard objectif,» Breton demystifies chance’s irrationality: word and image associations respond to a hidden logic no less authoritative than what’s commonly called «thought.»

859

A dire il vero, il nuovo orizzonte s’era aperto quando un reverendo studioso di logica e matematica s’era messo a inventare le storie d’Alice. Da quel momento sappiamo che la ragione filosofica (che «quando dorme genera mostri») può avere, a occhi aperti, sogni bellissimi e assolutamente degni dei suoi più alti momenti speculativi.

859

To tell the truth, the new horizon had opened when a reverend scholar of logic and mathematics began inventing the Alice stories. From that moment, we know philosophical reason (which «when it sleeps breeds monsters») can have, wide awake, beautiful dreams absolutely worthy of its highest speculative moments.

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Da Lewis Carroll in poi si instaura un nuovo rapporto tra filosofia e letteratura. Nascono i grandi degustatori di filosofia come stimolo alla immaginazione. Queneau, Borges, Arno Schmidt, intrattengono rapporti diversi con diverse filosofie e ne nutrono diversissimi mondi visionari e linguistici. Comune a loro è l’abitudine a nascondere le carte: le frequentazioni filosofiche traspaiono solo attraverso l’allusione ai grandi testi, la geometria metafisica, l’erudizione. Di momento in momento ci aspettiamo che la filigrana segreta dell’universo stia per apparire in trasparenza: aspettativa sempre delusa, com’è giusto.

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Since Lewis Carroll, a new relationship between philosophy and literature has emerged. Great connoisseurs of philosophy as imaginative stimulus are born. Queneau, Borges, Arno Schmidt entertain diverse relationships with different philosophies, nourishing vastly distinct visionary and linguistic worlds. Common to them is the habit of hiding their cards: philosophical engagements only transpire through allusions to great texts, metaphysical geometry, erudition. Moment by moment, we expect the universe’s secret watermark to appear in transparency – an expectation perpetually frustrated, as is right.

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Caratteristica di questa famiglia di scrittori è l’attitudine a coltivare le più compromettenti passioni speculative ed erudite senza mai prenderle sul serio fino in fondo. Sui confini del loro regno si situano: Beckett, che costituisce un caso a sé, tanto che il suo atroce sberleffo è sospettato di tragicità e religiosità, non so se a torto; Gadda, diviso tra l’aspirazione a scrivere ogni volta una Storia Naturale del genere umano e il furore che lo congestiona ogni volta al punto di fargli interrompere i suoi libri a metà; Gombrowicz, diviso tra una levità funambolesca (lo splendido duello tra un Sintetista e un Analista) e la concentrazione divorante dell’Eros.

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Characteristic of this family of writers is the attitude of cultivating the most compromising speculative and erudite passions without ever taking them fully seriously. On the borders of their realm stand: Beckett, a case apart, whose cruel mockery is suspected of tragic and religious undertones (I’m unsure if wrongly); Gadda, torn between aspirations to write each time a Natural History of humankind and the fury that congests him mid-book; Gombrowicz, divided between funambulist levity (the splendid duel between a Synthetist and an Analyst) and eros’s devouring concentration.

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Erotizzare la cultura è un gioco tra segni e significati, tra miti e idee che può dischiudere giardini di delizie visionarie, ma deve essere praticato con un supremo distacco. Mi viene bene qui di citare un libro uscito pochi mesi fa in Francia: Vendredi di Michel Tournier, un rifacimento del Robinson Crusoe densissimo di riferimenti alle «scienze umane», in cui Robinson fa l’amore (letteralmente) con l’isola.

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Eroticizing culture is a game between signs and meanings, myths and ideas that can unveil gardens of visionary delights, but must be practiced with supreme detachment. Here I’m reminded of a book published recently in France: Michel Tournier’s Vendredi, a retelling of Robinson Crusoe dense with references to «human sciences,» where Robinson literally makes love to the island.

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Robinson Crusoe fu romanzo filosofico senza saperlo, e prima ancora Don Quijote e Hamlet, non so fino a che punto sapendolo, annunciarono un nuovo rapporto tra la leggerezza fantomatica delle idee e la pesantezza del mondo. Quando si parla di rapporti tra letteratura e filosofia non si deve dimenticare che il discorso comincia di lì.

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Robinson Crusoe was philosophical novel unwittingly, as before it Don Quixote and Hamlet – I’m unsure how consciously – heralded a new relationship between ideas’ phantom-like lightness and the world’s heaviness. When discussing literature-philosophy relations, we must remember the discourse begins there.

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Definizioni di territori: il comico

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Defining Territories: The Comic

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«Il Caffè», XIV, n. 1-2, febbraio 1967, col titolo Una cosa si può dirla in almeno due modi, nel dibattito Grottesco, satira e letteratura. Alcuni passi di questo testo sono ripetuti nella risposta a un’inchiesta di Alberto Arbasino Dov’è l’umorismo?, in «Corriere della Sera», 17 marzo 1967.

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«Il Caffè», XIV, n. 1-2, February 1967, titled A Thing Can Be Said in At Least Two Ways, in the debate Grotesque, Satire, and Literature. Parts of this text reappeared in a response to Alberto Arbasino’s inquiry Where's the Humor?, in «Corriere della Sera», 17 March 1967.

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L’elemento letterario del «comico» ha per me grande importanza, ma non è la satira l’atteggiamento che riconosca come a me più congeniale.

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The literary element of «the comic» holds great importance for me, but satire isn’t the attitude I find most congenial.

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La satira ha una componente di moralismo e una componente di canzonatura. Entrambe le componenti vorrei mi fossero estranee, anche perché non le amo negli altri. Chi fa il moralista si crede migliore degli altri e chi canzona si crede più furbo, o meglio crede le cose più semplici di come appaiono agli altri. In ogni caso, la satira esclude un atteggiamento d’interrogazione, di ricerca. Non esclude invece una forte parte d’ambivalenza, cioè la mescolanza d’attrazione e ripulsione che anima ogni vero satirico verso l’oggetto della sua satira. Ambivalenza che se contribuisce a dare alla satira uno spessore psicologico più ricco, non ne fa per questo uno strumento di conoscenza poetica più duttile: il satirico è impedito dalla ripulsione a comprendere meglio il mondo da cui è attratto, ed è costretto dall’attrazione a occuparsi del mondo che gli repelle.

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Satire contains components of moralism and mockery. I’d prefer both to remain alien to me, not least because I dislike them in others. The moralist believes himself better than others; the mocker thinks himself cleverer or sees things as simpler than they appear. In any case, satire excludes an attitude of questioning, of research. It doesn’t exclude strong ambivalence – the mix of attraction and repulsion animating every true satirist toward their target. While this ambivalence gives satire richer psychological depth, it doesn’t make it a more ductile poetic tool: repulsion impedes the satirist from better understanding the world that attracts them, while attraction forces engagement with repellent realities.

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Quel che cerco nella trasfigurazione comica o ironica o grottesca o fumistica è la via d’uscire dalla limitatezza e univocità d’ogni rappresentazione e ogni giudizio. Una cosa si può dirla almeno in due modi: un modo per cui chi la dice vuol dire quella cosa e solo quella; e un modo per cui si vuol dire sì quella cosa, ma nello stesso tempo ricordare che il mondo è molto più complicato e vasto e contraddittorio. L’ironia ariostesca, il comico shakespeariano, il picaresco cervantino, lo humour sterniano, la fumisteria di Lewis Carroll, di Edgar Lear, di Jarry, di Queneau valgono per me in quanto attraverso ad essi si raggiunge questa specie di distacco dal particolare, di senso della vastità del tutto.

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What I seek in comic, ironic, grotesque, or nonsensical transfiguration is escape from the limitations and univocality of every representation and judgment. A thing can be said in at least two ways: one where the speaker means that thing alone; another where they mean it while acknowledging the world’s vast, contradictory complexity. Ariostan irony, Shakespearean comedy, Cervantine picaresque, Sternean humor, Carrollian/Learian/Jarryesque/Queneauvian nonsense matter to me insofar as they achieve this detachment from the particular, this sense of the vastness of the whole.

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E non è da dire che questo sia risultato a cui giungono soltanto i grandi. È piuttosto un metodo, un tipo di rapporto col mondo, che può informare di sé manifestazioni svariate e quotidiane d’una civiltà. Si pensi a quanto il sense of humour abbia contato nella civiltà inglese, non solo, ma quanto abbia contato nell’arricchire l’ironia letteraria di dimensioni fondamentali, sconosciute al mondo classico: e non mi riferisco tanto al fondo di melanconica simpatia verso il mondo, quanto alla prima virtù d’ogni vero «umorista»: coinvolgere nella propria ironia anche se stesso.

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Nor should we think this result belongs only to the greats. Rather, it’s a method, a relationship with the world that can inform varied, everyday cultural manifestations. Consider how much sense of humour has shaped English civilization, enriching literary irony with dimensions unknown to the classical world – not just melancholy sympathy toward existence, but humor’s prime virtue: self-implicating irony.

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Da queste predilezioni derivano le mie riserve sulla satira, concentrata com’essa è con passione esclusivo-ambivalente sul polo negativo del proprio universo, attenta a tener fuori dalla propria contestazione l’io dell’autore. Però apprezzo e amo lo spirito satirico quando viene fuori senza una particolare intenzione, in margine a una rappresentazione più vasta e più disinteressata. E certamente ammiro la satira e mi faccio piccolo piccolo al suo cospetto quando la carica dell’accanimento derisorio è portata alle estreme conseguenze e supera la soglia del particolare per mettere in questione l’intero genere umano, come in Swift e in Gogol’, confinando con una concezione tragica del mondo.

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From these preferences stem my reservations about satire, so exclusively-ambivalently focused on its universe’s negative pole, careful to exempt the author’s self from critique. Yet I appreciate satirical spirit when emerging unintentionally within broader, disinterested representation. And I certainly admire satire – standing humbled before it – when derisive fury reaches extremes, surpassing particularity to question all humanity, as in Swift and Gogol, verging on tragic worldview.

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Per chi si scrive?
(Lo scaffale ipotetico)

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For Whom Do We Write?
(The Hypothetical Shelf)

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«Rinascita», n. 46, 24 novembre 1967. Risposta a un’inchiesta aperta da Gian Carlo Ferretti, nel n. 39 del settimanale, sul tema: Per chi si scrive un romanzo? Per chi si scrive una poesia?

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«Rinascita», no. 46, 24 November 1967. Response to an inquiry launched by Gian Carlo Ferretti in issue no. 39 of the weekly, on the theme: For Whom Is a Novel Written? For Whom Is Poetry Written?

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Per chi si scrive un romanzo? Per chi si scrive una poesia? Per persone che hanno letto certi altri romanzi, certe altre poesie. Un libro viene scritto perché possa essere affiancato ad altri libri, perché entri in uno scaffale ipotetico e, entrandovi, in qualche modo lo modifichi, scacci dal loro posto altri volumi o li faccia retrocedere in seconda fila, reclami l’avanzamento in prima fila di certi altri.

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For whom is a novel written? For whom is poetry written? For people who have read certain other novels, certain other poems. A book is written so it may stand alongside other books, so it may enter a hypothetical bookshelf and, in doing so, somehow modify it — displacing other volumes from their positions or pushing them back to the second row, while demanding that certain others be promoted to the front.

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Cosa fa il libraio che «sa vendere»? Dice: «Lei ha letto questo libro? Bene, allora deve prendere anche questo». Non dissimile è il gesto – immaginario e inconscio – dello scrittore verso il lettore invisibile. Con la differenza che lo scrittore non può proporsi soltanto la soddisfazione del lettore (anche un buon libraio, d’altronde, dovrebbe guardare sempre un po’ più in là); ma deve presupporre un lettore che ancora non esiste, o un cambiamento nel lettore qual è oggi. Cosa che non sempre succede: in tutte le epoche e le società, stabilito un certo canone estetico, un certo modo d’interpretare il mondo, una certa scala di valori morali e sociali, la letteratura può perpetuare se stessa con successive conferme e limitati aggiornamenti e approfondimenti. A noi però interessa un’altra possibilità della letteratura: quella di mettere in discussione la scala dei valori e il codice dei significati stabiliti.

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What does the bookseller who "knows how to sell" do? They say: "You’ve read this book? Good, then you should also take this one." The writer’s gesture — imaginary and unconscious — toward the invisible reader is not dissimilar. The difference lies in the fact that the writer cannot aim solely to satisfy the reader (though, admittedly, even a good bookseller should always look slightly beyond); they must presuppose a reader who does not yet exist, or a transformation in the reader as they are today. This does not always happen: in all eras and societies, once a certain aesthetic canon, a certain way of interpreting the world, a certain hierarchy of moral and social values has been established, literature can perpetuate itself through successive confirmations and limited updates. What interests us, however, is another possibility for literature: that of calling into question the established hierarchy of values and code of meanings.

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L’operazione d’uno scrittore è tanto più importante quanto più lo scaffale ideale in cui vorrebbe situarsi è uno scaffale ancora improbabile, con libri che non si è abituati a mettere l’uno a fianco dell’altro e il cui accostamento può produrre scosse elettriche, corti circuiti. Ecco che la mia prima risposta esige già una correzione: una situazione letteraria comincia a essere interessante quando si scrivono romanzi per persone che non sono solo lettori di romanzi, quando si scrive letteratura pensando a uno scaffale di libri non solo di letteratura.

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A writer’s work becomes more significant the more the ideal bookshelf they wish to inhabit remains improbable — one containing books not customarily placed side by side, whose juxtaposition might spark electrical shocks or short circuits. Here, my initial answer already requires correction: a literary situation begins to grow interesting when novels are written for people who are not solely novel-readers, when literature is composed with an eye toward a bookshelf containing more than just literary works.

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Qualche esempio in base alla nostra esperienza italiana: negli anni 1945-50 i romanzi si volevano far entrare in uno scaffale che era essenzialmente politico, o storico-politico, rivolgersi a un lettore interessato principalmente alla cultura politica e alla storia contemporanea, e di cui pure pareva urgente soddisfare anche una «domanda» (o carenza) letteraria. L’operazione, impostata così, non poteva che fallire: la cultura politica non era qualcosa di dato, ai cui valori la letteratura doveva affiancare o adeguare i propri (visti anche questi – tranne pochi casi – come valori costituiti, «classici»), ma era qualcosa ancora da fare, anzi è qualcosa che richiede continuamente d’essere costruita e messa in discussione confrontandola con (e mettendo insieme in discussione) tutto il lavoro che il resto della cultura sta compiendo.

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Some examples from our Italian experience: Between 1945-50, novels sought entry into a bookshelf that was essentially political or historico-political, addressing readers primarily invested in political culture and contemporary history — readers for whom a literary "demand" (or deficiency) also seemed urgent. The enterprise, framed this way, could only fail: political culture was not a given to which literature had to align or adapt its values (these too, with few exceptions, being viewed as established "classics"), but something still in the making — indeed, something requiring continual construction and interrogation through dialogue with (and mutual questioning of) all ongoing cultural work.

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Nel corso del decennio 1950-60, si tentò di saldare nello scaffale d’uno stesso lettore ipotetico quella che era stata la problematica del decadentismo letterario europeo tra le due guerre e il senso «morale e civile» dello storicismo italiano. L’operazione rispondeva abbastanza bene alla situazione del lettore medio italiano di quegli anni (timido imborghesimento dell’intellettuale, timido problematizzarsi del borghese) ma era anacronistica su un piano più vasto già in partenza, valevole solo per l’ambito limitato che varie egemonie e quarantene avevano assegnato alla nostra cultura. Insomma, la biblioteca dell’intellettuale medio italiano, pur con i suoi successivi ampliamenti, non serviva più a capire quasi niente di quel che stava succedendo nel mondo e anche tra noi. Era inevitabile che saltasse in aria.

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During the 1950-60 decade, attempts were made to fuse within a single hypothetical reader’s bookshelf the problematics of European interwar literary decadentism and the "moral and civil" sensibility of Italian historicism. This operation aligned fairly well with the average Italian reader’s profile during those years (the intellectual’s timid embourgeoisement, the bourgeois’s tentative self-problematization) but was anachronistic from the outset on a broader scale, viable only within the narrow confines assigned to our culture by various hegemonies and quarantines. In short, the library of the average Italian intellectual — despite subsequent expansions — no longer sufficed to make sense of almost anything happening in the world, including among ourselves. Its explosion was inevitable.

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Il che avvenne negli anni Sessanta. L’ampiezza d’informazione di cui ha potuto godere chi ha fatto i suoi studi negli ultimi quindici anni è enormemente più ricca di quanto poteva esserlo la nostra nell’Italia prebellica, bellica e postbellica; ora il punto di partenza non è più nell’allaccio a una tradizione ma nei problemi aperti; il quadro di riferimento non è più la compatibilità con un sistema collaudato ma lo stato della questione su scala mondiale. (I discorsi tendenti a dimostrare che noi eravamo meglio, anche nei casi in cui hanno ragione, sono talmente inutili che valgono come prove del contrario.)

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This occurred in the 1960s. The breadth of information available to those educated in the last fifteen years vastly exceeds what we could access in prewar, wartime, and postwar Italy. Today, the starting point is no longer rooted in tradition but in open problems; the frame of reference is no longer compatibility with a tested system but the global state of inquiry. (Arguments seeking to prove our past superiority — even when correct — are so futile they serve as evidence to the contrary.)

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In letteratura, lo scrittore ora tiene conto d’uno scaffale in cui hanno il primo posto le discipline in grado di smontare il fatto letterario nei suoi elementi primi e nelle sue motivazioni, le discipline dell’analisi e della dissezione (linguistica, teoria dell’informazione, filosofia analitica, sociologia, antropologia, un rinnovato uso della psicoanalisi, un rinnovato uso del marxismo). A questa biblioteca di specializzazioni multiple si tende non tanto ad aggiungere uno scaffale letterario, quanto a contestarne la collocazione: la letteratura vive oggi soprattutto della propria negazione. Ecco che allora alla domanda posta in principio la risposta diventa: si scriveranno romanzi per un lettore che avrà finalmente capito che non deve più leggere romanzi.

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In literature, writers now account for a bookshelf where primacy belongs to disciplines capable of dismantling the literary fact into its primal elements and motivations — fields of analysis and dissection (linguistics, information theory, analytic philosophy, sociology, anthropology, a renewed use of psychoanalysis, a renewed use of Marxism). Rather than simply adding a literary bookshelf to this library of multiple specializations, the tendency is to contest its placement: Literature today lives primarily through its own negation. Thus, the answer to the initial question becomes: novels will be written for readers who have finally understood they must read novels no longer.

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La debolezza di questa posizione non sta – come molti dicono – nelle influenze extraletterarie che ad essa presiedono, ma al contrario nel fatto che la biblioteca extraletteraria presupposta dai nuovi scrittori è ancora troppo limitata e settoriale. L’antiletteratura è una passione troppo esclusivamente letteraria per essere all’altezza dei bisogni culturali attuali. Il lettore che dobbiamo prevedere per i nostri libri avrà esigenze epistemologiche, semantiche, metodologico-pratiche che vorrà continuamente confrontare anche sul piano letterario, come esempi di procedimenti simbolici, come costruzione di modelli logici. (Parlo anche – e forse soprattutto – del lettore politico.)

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The weakness of this position lies not — as many claim — in the extraliterary influences governing it, but rather in the fact that the extraliterary library presupposed by new writers remains too limited and compartmentalized. Antiliterature is a passion too exclusively literary to meet current cultural needs. The reader we must envision for our books will have epistemological, semantic, and methodological-practical demands they will insist on confronting even at the literary level — as exemplars of symbolic procedures, as constructions of logical models. (I speak here also — and perhaps chiefly — of the political reader.)

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Giunto a questo punto non posso più evitare due problemi che certo stanno a cuore all’inchiesta di «Rinascita». Primo: questo presupporre un lettore sempre più colto non prescinde dall’urgenza di risolvere il problema dei dislivelli culturali? Oggi questo problema si pone drammaticamente tanto nelle società capitaliste avanzate, quanto in quelle ex coloniali e semicoloniali, quanto in quelle socialiste: i dislivelli culturali rischiano di perpetuare i dislivelli di classe da cui hanno tratto origine. Questo è il nodo che ora si trova di fronte in tutto il mondo la pedagogia, e subito più in là la politica. L’apporto che la letteratura può dare è solo indiretto: per esempio, rifiutando decisamente ogni soluzione paternalistica; se si presuppone un lettore meno colto dello scrittore e si assume verso di lui un’attitudine pedagogica, divulgativa, rassicuratrice, non si fa che confermare il dislivello; ogni tentativo d’edulcorare la situazione con palliativi (una letteratura «popolare») è un passo indietro, non un passo avanti. La letteratura non è la scuola; la letteratura deve presupporre un pubblico più colto, più colto di quanto non sia lo scrittore; che questo pubblico esista o no non importa. Lo scrittore parla a un lettore che ne sa più di lui, si finge un se stesso che ne sa di più di quel che lui sa, per parlare a qualcuno che ne sa di più ancora. La letteratura non può che giocare al rialzo, puntare sul rincaro, rilanciare la posta, seguire la logica della situazione che necessariamente si aggrava: tocca alla società nel suo complesso trovare la soluzione. (Società di cui beninteso fa parte anche lo scrittore, con tutte le responsabilità che ciò comporta, anche contrarie alla logica interna del suo lavoro.) Certo la letteratura seguendo questa via dev’essere cosciente dei rischi cui va incontro, anche quello che la rivoluzione per creare una piattaforma di partenza egualitaria metta fuori legge la letteratura (e la filosofia, la scienza pura, ecc.), soluzione illusoria e disastrosamente autolesionista ma che ha una sua logica e perciò si ripropone e si riproporrà ancora spesso in questo secolo e nei prossimi, almeno finché non si troverà una soluzione migliore e altrettanto semplice.

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Having reached this point, I can no longer avoid addressing two issues central to Rinascita's inquiry. First: does this presupposition of an increasingly educated reader disregard the urgency of resolving cultural disparities? Today this problem arises dramatically in advanced capitalist societies, former colonial and semi-colonial societies, and socialist societies alike: cultural disparities risk perpetuating the class divisions from which they originated. This is the challenge now confronting pedagogy worldwide, and immediately beyond that, politics. Literature's contribution can only be indirect: for instance, by firmly rejecting any paternalistic solutions; if we presuppose a reader less educated than the writer and adopt a pedagogical, popularizing, reassuring attitude toward them, we merely reinforce the disparity; any attempt to sweeten the situation with palliatives (a ‘popular’ literature) constitutes regression rather than progress. Literature is not schooling; literature must presuppose a more educated public, more educated than the writer himself; whether this public exists or not is irrelevant. The writer addresses a reader who knows more than him, pretends to be a self that knows more than he does, to speak to someone who knows even more still. Literature can only play for higher stakes, escalate demands, raise the ante, follow the logic of an inevitably worsening situation: it falls to society as a whole to find the solution. (A society that includes the writer, of course, with all attendant responsibilities – even those contradicting the internal logic of his work.) Certainly, literature pursuing this path must be conscious of the risks involved, including the possibility that revolution – to create an egalitarian starting platform – might outlaw literature (along with philosophy, pure science, etc.), an illusory and disastrously self-defeating solution yet one with its own logic that will recur frequently in this century and beyond, at least until a better and equally straightforward alternative emerges.

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Seconda questione (la enuncio in termini elementari): data una divisione nel mondo, campo del capitale e campo del proletariato, campo dell’imperialismo e campo della rivoluzione, per chi scrive lo scrittore? Risposta: scrive per gli uni e per gli altri. Ogni libro – non solo di letteratura, e anche se «indirizzato» a qualcuno – è letto dai destinatari ed è letto dai nemici. Non è detto che i nemici non ci imparino di più che i destinatari. (A rigore questo può valere anche per i libri di propedeutica rivoluzionaria, dal Capitale ai manuali di guerriglia.) Per quanto riguarda la letteratura, il modo in cui un’opera letteraria «rivoluzionaria» viene fatta propria in breve tempo dalla borghesia e neutralizzata, è un tema che la saggistica italiana di sinistra ha discusso a più riprese negli ultimi anni con conclusioni pessimiste difficilmente confutabili. Il discorso può essere portato avanti impostandolo in un altro modo. Per prima cosa occorre che la letteratura riconosca quanto il suo peso politico è modesto: la lotta si decide in base a linee strategiche e tattiche generali e a rapporti di forza; in questo quadro un libro è un granello di sabbia, specie un libro letterario. L’effetto che un’opera importante (scientifica o letteraria) può avere sulla lotta generale in corso è di portarla su un livello di consapevolezza più alto, di aumentarne gli strumenti di conoscenza, di previsione, d’immaginazione, di concentrazione, ecc. Il nuovo livello può essere più favorevole alla rivoluzione o alla reazione; dipende da come la rivoluzione saprà muovercisi, da come vorranno e sapranno muovercisi gli altri. Questo non dipende che in misura minima dalle intenzioni di chi scrive l’opera; il libro (la scoperta scientifica) d’un reazionario può essere decisivo per un passo avanti della rivoluzione; ma può verificarsi anche il fenomeno opposto. Politicamente rivoluzionaria non è tanto l’opera, quanto l’uso che se ne può fare; anche l’opera che si vuol far nascere politicamente rivoluzionaria non diventa tale che nel corso del suo impiego, nei suoi effetti spesso ritardati e indiretti. Quindi l’elemento decisivo di giudizio sull’opera in riferimento alla lotta è il livello a cui si situa, il passo avanti che fa compiere alla consapevolezza: mentre l’appartenenza all’uno o all’altro campo, la motivazione o l’intenzione, sono elementi che possono avere un interesse genetico o affettivo, riguardante soprattutto l’autore, ma di scarsa incidenza sul corso della lotta. Un «indirizzo» esplicito o implicito è quasi sempre rintracciabile nell’opera; e lo scrittore che si considera in lotta è portato naturalmente a indirizzarsi ai propri compagni di lotta; ma egli deve in primo luogo tener presente il contesto generale in cui l’opera si situa, deve essere consapevole che il fronte passa anche all’interno della sua opera, un fronte in continuo movimento, che sposta continuamente le bandiere che si credevano innalzate più definitivamente. Territori al sicuro non ne esistono; l’opera stessa è e dev’essere terreno di lotta.

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Second question (stated in elementary terms): given the world's division into capitalist and proletarian camps, imperialist and revolutionary spheres, for whom does the writer write? Answer: for both. Every book – not just literary works, even those "addressed" to specific groups – is read by its intended recipients and by its enemies. It cannot be assumed that enemies learn less from it than recipients. (Strictly speaking, this applies even to revolutionary primers from Capital to guerrilla manuals.) Regarding literature, the rapid bourgeois appropriation and neutralization of "revolutionary" literary works has been a theme repeatedly discussed in recent years by Italian leftist essayists, with pessimistically irrefutable conclusions. The discourse can be advanced by reframing it. First, literature must recognize how modest its political weight is: struggles are decided by overarching strategies, tactics, and power relations; within this framework, a book is a grain of sand, particularly a literary one. The effect a major work (scientific or literary) may have on ongoing struggles lies in elevating their level of awareness, augmenting their tools of knowledge, foresight, imagination, concentration, etc. This new level may favor either revolution or reaction; it depends on how revolutionaries maneuver within it, how others choose and manage to maneuver. This depends only minimally on the author's intentions; a reactionary's book (or scientific discovery) might prove decisive for revolutionary progress; the inverse could also occur. What makes a work politically revolutionary is less the work itself than how it can be used; even works conceived as politically revolutionary only become so through their deployment, through often delayed and indirect effects. Thus, the decisive criterion for evaluating a work's relation to struggle is the level it occupies, the advance it enables in awareness – whereas allegiance to one camp or another, motivation or intent, are elements of genetic or affective interest concerning chiefly the author, with little bearing on the struggle's trajectory. An explicit or implicit "address" can nearly always be discerned in a work; writers engaged in struggle naturally tend to address their comrades. Yet they must primarily consider the broader context their work inhabits, remain conscious that the frontline cuts through their own work – a frontline in constant motion, continually displacing flags once thought permanently planted. No territories are secure; the work itself is and must be a battleground.

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Cibernetica e fantasmi
(Appunti sulla narrativa come processo combinatorio)

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Cybernetics and Phantoms
(Notes on Narrative as Combinatorial Process)

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Conferenza tenuta a Torino, Milano, Genova, Roma, Bari, per l’Associazione Culturale Italiana dal 24 al 30 novembre 1967; ripetuta poi, in diverse varianti e con altro titolo (Il racconto come operazione logica e come mito) in altre città d’Italia, Germania, Olanda, Belgio, Inghilterra, Francia. Pubblicata col titolo Cibernetica e fantasmi in «Le conferenze dell’Associazione Culturale Italiana», fasc. XXI, 1967-68, pp. 9-23; successivamente, in un testo ridotto, col titolo Appunti sulla narrativa come processo combinatorio, in «Nuova Corrente», n. 46-47, 1968. La pubblicazione in questa rivista diede origine a una discussione nel «Caffè» e a un mio nuovo intervento (vedi più avanti, La macchina spasmodica).

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Lecture delivered in Turin, Milan, Genoa, Rome, Bari for the Associazione Culturale Italiana from 24 to 30 November 1967; later repeated with variations and under a different title (The Story as Logical Operation and as Myth) in other Italian, German, Dutch, Belgian, English, and French cities. Published as Cybernetics and Ghosts in «Le conferenze dell’Associazione Culturale Italiana», fasc. XXI, 1967-68, pp. 9-23; subsequently in abbreviated form as Notes on Narrative as a Combinatorial Process in «Nuova Corrente», n. 46-47, 1968. This publication in the latter journal sparked a debate in «Il Caffè» and prompted my further intervention (see below, The Spasmodic Machine).

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I

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I

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Tutto cominciò con il primo narratore della tribù. Già gli uomini scambiavano tra loro suoni articolati, riferendosi alle necessità pratiche della loro vita; già esisteva il dialogo e le regole che il dialogo non poteva non seguire; questa era la vita della tribù: un codice di regole molto complicate cui doveva modellarsi ogni azione e ogni situazione. Il numero delle parole era limitato: alle prese col mondo multiforme e innumerevole gli uomini si difendevano opponendo un numero finito di suoni variamente combinati. E così i comportamenti, gli usi, i gesti, erano quelli e non altri, sempre ripetuti, nella raccolta delle noci di cocco o di radici selvatiche, nella caccia al bufalo o al leone, nell’ammogliarsi stringendo nuovi legami di parentela fuori dal clan, nell’iniziarsi alla vita e alla morte. E tanto più le scelte di frasi e di comportamenti erano limitate, tanto più le regole del linguaggio e delle usanze erano obbligate a complicarsi per padroneggiare una varietà sempre crescente di situazioni: all’estrema penuria di concetti di cui gli uomini disponevano per pensare il mondo, corrispondeva una regolamentazione minuziosa e onnicomprensiva.

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Everything began with the tribe's first storyteller. Humans already exchanged articulated sounds concerning practical necessities; dialogue existed along with its inevitable rules. Such was tribal life: a complex code of rules shaping every action and situation. Their vocabulary was limited—confronting the world's multiplicity, humans defended themselves through finite sounds variously combined. Behaviors, customs, and gestures followed strict repetition: gathering coconuts or wild roots, hunting buffalo or lions, forming marital bonds beyond the clan, initiating life and death rituals. The more restricted their phrases and behaviors, the more elaborate linguistic and social rules became to master proliferating situations. To humanity’s conceptual poverty corresponded an exhaustive, meticulous regulation.

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Il narratore cominciò a profferire parole non perché gli altri gli rispondessero altre prevedibili parole, ma per sperimentare fino a che punto le parole potevano combinarsi l’una con l’altra, generarsi una dall’altra: per dedurre una spiegazione del mondo dal filo d’ogni discorso-racconto possibile, dall’arabesco che nomi e verbi, soggetti e predicati, disegnavano diramandosi gli uni dagli altri. Le figure di cui il narratore disponeva erano poche: il giaguaro, il coyote, il tucano, il pesce piranha, oppure il padre il figlio il cognato lo zio, la moglie la madre la sorella la nuora; le azioni che queste figure potevano compiere erano anch’esse limitate: nascere, morire, accoppiarsi, dormire, pescare, cacciare, arrampicarsi sugli alberi, scavare tane nella terra, mangiare, defecare, fumare fibre vegetali, proibire, trasgredire alle proibizioni, regalare o rubare oggetti e frutti – oggetti e frutti classificabili a loro volta in un catalogo limitato. Il narratore esplorava le possibilità implicite nel proprio linguaggio combinando e permutando le figure e le azioni e gli oggetti su cui queste azioni si potevano esercitare; ne venivano fuori delle storie, costruzioni lineari che presentavano sempre delle rispondenze, delle contrapposizioni: il cielo e la terra, l’acqua e il fuoco, gli animali che volano e quelli che scavano tane, ciascun termine con un suo corredo d’attributi, un suo repertorio d’azioni. Lo svolgimento delle storie permetteva certe relazioni tra i vari elementi e non altre, certe successioni e non altre: la proibizione doveva venir prima della trasgressione, la punizione dopo la trasgressione, il dono degli oggetti magici prima del superamento delle prove. Il mondo fisso che circondava l’uomo della tribù, costellato di segni di labili corrispondenze tra parole e cose, s’animava alla voce del narratore, si disponeva nel flusso d’un discorso-racconto, all’interno del quale ogni parola acquistava nuovi valori e li trasmetteva alle idee e alle immagini da essa designate; ogni animale ogni oggetto ogni rapporto acquistava poteri benefici e malefici, quelli che saranno detti poteri magici e che si potrebbero invece dire poteri narrativi, potenzialità che la parola detiene, facoltà di collegarsi con altre parole sul piano del discorso.

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The storyteller began uttering words not to elicit predictable responses, but to test how words could combine and generate one another—to deduce world explanations through narrative threads, through arabesques of nouns and verbs, subjects and predicates branching endlessly. His repertoire was sparse: jaguar, coyote, toucan, piranha; father, son, brother-in-law, uncle; wife, mother, sister, daughter-in-law. Actions too were confined: birth, death, mating, sleeping, fishing, hunting, climbing trees, digging burrows, eating, excreting, smoking plant fibers, prohibiting, transgressing prohibitions, gifting or stealing objects—objects themselves classifiable within limited catalogs. The storyteller explored language’s implicit possibilities by permuting figures, actions, and their targets. Stories emerged as linear constructions governed by correspondences and oppositions: sky and earth, water and fire, flying creatures and burrowers—each term carrying attributes, each action its repertoire. Plots permitted certain relations and sequences: prohibition preceding transgression, punishment following transgression, magical gifts preceding trials. The tribe’s fixed world, marked by fragile word-thing correspondences, animated through narrative discourse. Words accrued new values, transmitting them to ideas and images; animals, objects, relationships gained beneficent or maleficent powers—narrative potentials inherent in language’s capacity to link words discursively.

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La narrativa orale primitiva, così come la fiaba popolare quale si è tramandata fin quasi ai nostri giorni, si modella su strutture fisse, quasi potremmo dire su elementi prefabbricati, che permettono però un enorme numero di combinazioni. Vladimir Propp, studiando le fiabe russe, era giunto alla conclusione che tutte le fiabe fossero come varianti d’un’unica fiaba, e potessero essere scomposte in un numero finito di funzioni narrative. Quarant’anni più tardi, Claude Lévi-Strauss, lavorando sui miti degli indiani del Brasile, vede in essi un sistema d’operazioni logiche tra termini permutabili, tali da poter essere studiate coi procedimenti matematici dell’analisi combinatoria.

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Primitive oral narrative, like folk tales surviving almost to our era, follows quasi-prefabricated structures allowing immense combinatorial variation. Studying Russian folktales, Vladimir Propp concluded all tales were variants of one ur-tale, decomposable into finite narrative functions. Forty years later, Claude Lévi-Strauss analyzed Brazilian Indians’ myths as logical operations among permutable terms, approachable through combinatorial analysis.

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La fantasia popolare non è dunque sconfinata come un oceano, ma non bisogna per questo immaginarla come un serbatoio d’una capacità determinata: a pari livello di civiltà, così come le operazioni aritmetiche, anche le operazioni narrative non possono essere molto diverse presso un popolo o un altro: ma quello che sulla base di questi procedimenti elementari viene costruito può presentare combinazioni, permutazioni e trasformazioni illimitate.

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Popular imagination is not boundless as an ocean, nor should we imagine it a reservoir of fixed capacity. At equivalent civilizational stages, narrative operations differ little between peoples—arithmetic-like in their universality. Yet from these elementary procedures arise unlimited combinations, permutations, and transformations.

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Questo è vero soltanto per le tradizioni narrative orali oppure può essere sostenuto per la letteratura nella sua estrema varietà di forme e complessità? I formalisti russi, già negli anni Venti, avevano cominciato a far oggetto delle loro analisi racconti e romanzi moderni, scomponendone la complessa struttura in segmenti funzionali; oggi in Francia la scuola semiologica di Roland Barthes, dopo aver affilato le proprie armi sulle strutture della pubblicità o delle riviste di moda femminile, affronta finalmente la letteratura, e dedica il numero 8 della rivista «Communications» all’analisi strutturale del racconto. Naturalmente il materiale di studio che più docilmente si presta a questo tipo di analisi si trova anche oggi nelle varie forme di narrativa popolare: se i russi avevano studiato i racconti di Sherlock Holmes, adesso è James Bond che fornisce le esemplificazioni più calzanti agli strutturalisti. Ma questo non è che il primo gradino della grammatica e della sintassi narrativa; il gioco combinatorio delle possibilità narrative sconfina presto dal piano dei contenuti per mettere sul tappeto il rapporto di chi narra con la materia narrata e con il lettore: entriamo cioè nella più ardua problematica della narrativa contemporanea. Non a caso le ricerche strutturali francesi s’accompagnano – e talora coincidono nelle stesse persone – al lavoro creativo degli scrittori del gruppo «Tel Quel», per i quali – e qui parafraso definizioni d’un loro interprete autorizzato – lo scrivere non consiste più nel raccontare ma nel dire che si racconta, e quello che si dice viene a identificarsi con l’atto stesso del dire, la persona psicologica viene sostituita da una persona linguistica o addirittura grammaticale, definita solo dal suo posto nel discorso. Anche questi risultati formali d’una letteratura al quadrato o al cubo, qual è quella che è succeduta in Francia al nouveau roman di dieci anni fa, e per la quale un altro loro esponente ha proposto l’etichetta di scripturalisme, sono riconducibili a combinazioni tra un certo numero d’operazioni logico-linguistiche o meglio sintattico-retoriche, tali da poter essere schematizzate in formule tanto più generali quanto meno complesse.

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Does this hold true only for oral narrative traditions or can it also apply to literature in its extreme variety of forms and complexity? The Russian Formalists, as early as the 1920s, had begun analyzing modern short stories and novels by decomposing their complex structures into functional segments. Today in France, the semiological school of Roland Barthes, after honing its tools on the structures of advertising or women's fashion magazines, finally confronts literature. Issue 8 of the journal Communications is entirely devoted to structural analysis of narrative. Naturally, the material most amenable to this type of study remains found in various forms of popular fiction: if the Russians analyzed Sherlock Holmes tales, today's structuralists find James Bond stories to provide the most fitting examples. But this represents merely the first step in the grammar and syntax of narrative. The combinatorial play of narrative possibilities soon transcends content to address the relationship between narrator, narrated matter, and reader — thus entering the more arduous problematics of contemporary narrative. It is no accident that French structuralist research accompanies — and sometimes converges with — the creative work of writers from the Tel Quel group. For them (to paraphrase definitions by their authoritative interpreters), writing no longer consists in storytelling but in declaring that one is storytelling. What is said becomes identified with the very act of saying; the psychological persona is replaced by a linguistic or even grammatical persona, defined solely by its position within discourse. These formal results of literature squared or cubed — the successor to France's nouveau roman from a decade prior, labeled scripturalisme by one exponent — also prove reducible to combinations among a finite set of logico-linguistic or rather syntactico-rhetorical operations, schematizable into formulas that grow more generalized as they grow less complex.

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Non mi diffondo in particolari tecnici di cui non potrei essere che un espositore non autorizzato e poco attendibile; intento della mia conversazione è solo fare il punto sulla situazione, collegare tra loro alcune letture recenti e situarle nel quadro di alcune riflessioni generali. Nel modo in cui la cultura d’oggi vede il mondo, c’è una tendenza che affiora contemporaneamente da varie parti: il mondo nei suoi vari aspetti viene visto sempre più come discreto e non come continuo. Impiego il termine «discreto» nel senso che ha in matematica: quantità «discreta» cioè che si compone di parti separate. Il pensiero, che fino a ieri ci appariva come qualcosa di fluido, evocava in noi immagini lineari come un fiume che scorre o un filo che si sdipana, oppure immagini gassose, come una specie di nuvola, tant’è vero che veniva spesso chiamato «lo spirito», – oggi tendiamo a vederlo come una serie di stati discontinui, di combinazioni di impulsi su un numero finito (un numero enorme ma finito) di organi sensori e di controllo. I cervelli elettronici, se sono ancora lungi dal produrre tutte le funzioni d’un cervello umano, sono però già in grado di fornirci un modello teorico convincente per i processi più complessi della nostra memoria, delle nostre associazioni mentali, della nostra immaginazione, della nostra coscienza. Shannon, Weiner, Von Neumann, Turing, hanno cambiato radicalmente l’immagine dei nostri processi mentali. Al posto di quella nuvola cangiante che portavamo nella testa fino a ieri e del cui addensarsi o disperdersi cercavamo di renderci conto descrivendo impalpabili stati psicologici, umbratili paesaggi dell’anima, – al posto di tutto questo oggi sentiamo il velocissimo passaggio di segnali sugli intricati circuiti che collegano i relé, i diodi, i transistor di cui la nostra calotta cranica è stipata. Sappiamo che, come nessun giocatore di scacchi potrà vivere abbastanza a lungo per esaurire le combinazioni delle possibili mosse dei trentadue pezzi sulla scacchiera, così – dato che la nostra mente è una scacchiera in cui sono messi in gioco centinaia di miliardi di pezzi – neppure in una vita che durasse quanto l’universo s’arriverebbe a giocarne tutte le partite possibili. Ma sappiamo anche che tutte le partite sono implicite nel codice generale delle partite mentali, attraverso il quale ognuno di noi formula di momento in momento i suoi pensieri, saettanti o pigri, nebulosi o cristallini.

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I shall not dwell on technical details where I could only be an unauthorized and unreliable expositor. My aim in this discussion is simply to survey the current landscape, connecting recent readings and situating them within broader reflections. In today's cultural worldview, a tendency emerges simultaneously from multiple fronts: the world in its various aspects is increasingly perceived as discrete rather than continuous. I use "discrete" in its mathematical sense — a "discrete quantity" composed of separate parts. Thought, which until yesterday appeared fluid, conjuring linear images like flowing rivers or unwinding threads, or gaseous metaphors like "spirit," now tends to be seen as a series of discontinuous states — combinations of impulses across finite (though vastly numerous) sensory and control organs. While electronic brains remain far from replicating all human cerebral functions, they already provide convincing theoretical models for our most complex processes of memory, mental association, imagination, and consciousness. Shannon, Wiener, Von Neumann, and Turing have radically transformed our image of mental processes. Where we once carried shifting clouds in our heads — clouds whose condensation or dispersion we sought to capture through evanescent psychological states and shadowy soulscapes — we now sense the lightning-fast passage of signals through intricate circuits connecting relays, diodes, and transistors packed within our skulls. We know that just as no chess player could outlive all possible moves of thirty-two pieces on the board, so too — given that our mind is a chessboard with hundreds of billions of pieces in play — not even a lifespan coextensive with the universe could exhaust all potential mental games. Yet we also know all games lie implicit in the general code of mental playthrough which each of us formulates moment-to-moment thoughts, whether darting or sluggish, nebulous or crystalline.

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Potrei dire anche che la numerabilità, la finitudine, stanno avendo la meglio sull’indeterminatezza dei concetti che non possono essere sottoposti a misurazione e a delimitazione, ma questa formulazione rischia di dare un’idea un po’ semplicistica di come stanno le cose, mentre è vero proprio tutto il contrario: ogni processo analitico, ogni divisione in parti tende a dare del mondo un’immagine che si va via via complicando, così come Zenone da Elea rifiutandosi d’accettare lo spazio come continuo finiva per aprire tra la tartaruga e Achille una suddivisione infinita di punti intermedi. Ma la complicazione matematica può essere digerita istantaneamente dai cervelli elettronici. Il loro abaco di due sole cifre permette calcoli istantanei d’una complessità inespugnabile ai cervelli umani; a loro basta sapere contare su due dita per far giostrare velocissime matrici di cifre astronomiche. Una delle più ardue esperienze intellettuali del Medioevo solo ora trova la sua piena attualità: quella del monaco catalano Raimondo Lullo e della sua «ars combinatoria».

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I might add that countability and finitude are prevailing over the indeterminacy of concepts resistant to measurement and demarcation. Yet this formulation risks oversimplification, whereas the truth proves precisely the opposite: every analytic process, every division into parts, renders the world's image increasingly complex. Just as Zeno of Elea, refusing to accept space as continuous, opened infinite subdivisions between tortoise and Achilles, mathematical complexity can now be instantly digested by electronic brains. Their binary abacus performs instantaneous calculations of complexity impenetrable to human minds; needing only to count on two fingers, they juggle vast matrices of astronomical figures. Only now achieves full relevance one of the Middle Ages' most arduous intellectual endeavors: Catalan monk Ramon Llull's Ars Combinatoria.

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Il processo in atto oggi è quello d’una rivincita della discontinuità, divisibilità, combinatorietà, su tutto ciò che è corso continuo, gamma di sfumature che stingono una sull’altra. Il secolo decimonono, da Hegel a Darwin, aveva visto il trionfo della continuità storica e della continuità biologica che superava tutte le rotture delle antitesi dialettiche e delle mutazioni genetiche. Oggi questa prospettiva è radicalmente cambiata: nella storia non seguiamo più il corso d’uno spirito immanente nei fatti del mondo, ma le curve dei diagrammi statistici, la ricerca storica si va sempre più matematizzando. E quanto alla biologia, Watson e Creek ci hanno dimostrato come la trasmissione dei caratteri della specie consista nella duplicazione d’un certo numero di molecole a forma di spirale formate da un certo numero di acidi e di basi: la sterminata varietà delle forme vitali si può ridurre alla combinazione di certe quantità finite. Anche qui è la teoria dell’informazione che impone i suoi modelli. I processi che parevano più refrattari a una formulazione numerica, a una descrizione quantitativa, vengono tradotti in modelli matematici.

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The process unfolding today represents a resurgence of discontinuity, divisibility, and combinatoriality over all that constitutes continuous flow or gradients of intermingling hues. The nineteenth century, from Hegel to Darwin, had witnessed the triumph of historical continuity and biological continuity that subsumed all ruptures of dialectical antitheses and genetic mutations. Today this perspective has radically shifted: in history, we no longer follow the course of a spirit immanent in world events, but rather the curves of statistical diagrams, as historical research becomes increasingly mathematized. As for biology, Watson and Crick have demonstrated how the transmission of species' characteristics consists in the duplication of spiral-shaped molecules formed by specific acids and bases: the boundless variety of life forms can be reduced to combinations of finite quantities. Here too, information theory imposes its models. Processes once deemed most resistant to numerical formulation or quantitative description are now being translated into mathematical frameworks.

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Nata e sviluppatasi su tutt’altro terreno, la linguistica strutturale tende a configurarsi in un gioco d’opposizioni altrettanto semplice che la teoria dell’informazione: e anche i linguisti hanno preso a ragionare in termini di codici e messaggi, a cercar di stabilire l’entropia del linguaggio a tutti i livelli, compreso quello letterario.

898

Born and developed in entirely different domains, structural linguistics now configures itself through oppositional games as elementary as those of information theory. Linguists too have begun reasoning in terms of codes and messages, seeking to establish language's entropy at all levels, including the literary.

899

L’uomo sta cominciando a capire come si smonta e come si rimonta la più complicata e la più imprevedibile di tutte le sue macchine: il linguaggio. Il mondo d’oggi, rispetto a quello che circondava l’uomo primitivo, è molto più ricco di parole e di concetti e di segni; molto più complessi sono gli usi dei diversi livelli del linguaggio. Con modelli matematici trasformazionali, la scuola americana di Chomsky esplora la struttura profonda del linguaggio, alle radici dei processi logici che costituiscono una caratteristica forse non più storica ma biologica della specie umana. Un’estrema semplificazione di formule logiche è usata invece dalla scuola francese della semantica strutturale di A.J. Greimas, che analizza la narratività d’ogni discorso, riducibile a una relazione tra «attanti».

899

Humanity is beginning to understand how to disassemble and reassemble the most complex and unpredictable of all its machines: language. Compared to primitive man's environment, today's world is far richer in words, concepts, and signs, with increasingly complex uses across linguistic registers. Through transformational mathematical models, Chomsky's American school explores language's deep structure at the roots of logical processes that constitute perhaps not just a historical but a biological characteristic of our species. Meanwhile, the French school of A.J. Greimas's structural semantics employs extreme simplifications of logical formulas to analyze narrativity in any discourse, reducible to relations between "actants."

900

Dopo un intervallo d’una trentina d’anni, è rinata in Unione Sovietica una scuola «neo-formalista» che impiega per l’analisi letteraria le ricerche cibernetiche e la semiologia strutturale. Capeggiata dal matematico Kolmogorov, questa scuola conduce studi d’una compassata scientificità accademica, basati sul calcolo delle probabilità e la quantità d’informazione dei testi poetici.

900

After a thirty-year hiatus, a "neo-formalist" school has reemerged in the Soviet Union, applying cybernetic research and structural semiology to literary analysis. Led by mathematician Kolmogorov, this school conducts studies of sober academic scientificity based on probability calculus and the information quantity of poetic texts.

901

Un altro incontro tra matematica e letteratura si celebra invece in Francia sotto il segno del divertimento e della fumisteria: è l’Ouvroir de Littérature Potentielle fondato da Raymond Queneau e da alcuni matematici suoi amici. Questo gruppo quasi clandestino di dieci persone è un’emanazione dell’Académie de Pataphysique, il cenacolo fondato da Jarry come una specie d’accademia dello sberleffo intellettuale; eppure le ricerche dell’Ou-li-po sulla struttura matematica della sestina nei trovatori provenzali e in Dante non sono meno austere di quelle dei cibernetici sovietici. Queneau, non va dimenticato, è l’autore di un libro intitolato Cent mille milliards de poèmes, che più che come volume si presenta come un rudimentale modello di macchina per costruire sonetti uno diverso dall’altro.

901

Another encounter between mathematics and literature unfolds in France under the sign of amusement and mystification: the Ouvroir de Littérature Potentielle (OuLiPo) founded by Raymond Queneau and mathematician friends. This quasi-clandestine group of ten, an offshoot of the Académie de Pataphysique (Jarry's cenacle of intellectual tomfoolery), conducts research no less rigorous than Soviet cyberneticians in exploring mathematical structures of the sestina form among Provençal troubadours and Dante. Let us recall Queneau authored Cent mille milliards de poèmes - less a book than a rudimentary machine for generating unique sonnets.

902

Stabiliti questi procedimenti, affidato a un computer il compito di compiere queste operazioni, avremo la macchina capace di sostituire il poeta e lo scrittore? Così come abbiamo già macchine che leggono, macchine che eseguono un’analisi linguistica dei testi letterari, macchine che traducono, macchine che riassumono, così avremo macchine capaci di ideare e comporre poesie e romanzi?

902

Having established these procedures, if we entrust a computer to perform such operations, will we obtain a machine capable of replacing poets and writers? Just as we already have machines that read, perform linguistic analysis of texts, translate, and summarize, shall we soon have machines that conceive and compose poems and novels?

903

Quello che interessa non è tanto se questo problema sia risolvibile in pratica – perché poi non varrebbe la pena di costruire una macchina così complicata, – quanto la sua realizzabilità teorica, che ci può aprire una serie di congetture insolite. E in questo momento non penso a una macchina capace solo di una produzione letteraria diciamo così di serie, già meccanica di per se stessa; penso a una macchina scrivente che metta in gioco sulla pagina tutti quegli elementi che siamo soliti considerare i più gelosi attributi dell’intimità psicologica, dell’esperienza vissuta, dell’imprevedibilità degli scatti d’umore, i sussulti e gli strazi e le illuminazioni interiori. Che cosa sono questi se non altrettanti campi linguistici, di cui possiamo benissimo arrivare a stabilire lessico grammatica sintassi e proprietà permutative?

903

What matters is less the practical feasibility - for constructing such complex machinery might prove hardly worthwhile - than the theoretical possibility, which opens unusual conjectures. I envision not some machine producing assembly-line literature already mechanical by nature, but a writing machine deploying on the page all elements we jealously consider products of psychological intimacy, lived experience, unpredictable mood swings, inner convulsions and epiphanies. Are these not linguistic fields whose lexicons, grammars, syntaxes, and permutative properties we could well systematize?

904

Quale sarebbe lo stile d’un automa letterario? Penso che la sua vera vocazione sarebbe il classicismo: il banco di prova d’una macchina poetico-elettronica sarà la produzione di opere tradizionali, di poesie con forme metriche chiuse, di romanzi con tutte le regole. In questo senso l’uso che finora l’avanguardia letteraria ha fatto delle macchine elettroniche è ancora troppo umano. La macchina in questi esperimenti, soprattutto in Italia, è uno strumento del caso, della destrutturazione formale, della contestazione dei nessi logici abituali: cioè io direi che resta uno strumento ancora squisitamente lirico, serve un bisogno tipicamente umano: la produzione di disordine. La vera macchina letteraria sarà quella che sentirà essa stessa il bisogno di produrre disordine ma come reazione a una sua precedente produzione di ordine, la macchina che produrrà avanguardia per sbloccare i propri circuiti intasati da una troppo lunga produzione di classicismo. Infatti, dato che gli sviluppi della cibernetica vertono sulle macchine capaci di apprendere, di cambiare il proprio programma, di sviluppare la propria sensibilità e i propri bisogni, nulla ci vieta di prevedere una macchina letteraria che a un certo punto senta l’insoddisfazione del proprio tradizionalismo e si metta a proporre nuovi modi d’intendere la scrittura, e a sconvolgere completamente i propri codici. Per far contenti i critici che ricercano le omologie tra fatti letterari e fatti storici sociologici economici, la macchina potrebbe collegare i propri cambiamenti di stile alle variazioni di determinati indici statistici della produzione, del reddito, delle spese militari, della distribuzione dei poteri decisionali. Sarà quella, la letteratura che corrisponde perfettamente a un’ipotesi teorica, cioè finalmente la letteratura.

904

What style might a literary automaton adopt? I suspect its true vocation would be classicism: the testing ground for an electronic-poetic machine would lie in producing traditional works - poems with closed metrical forms, rule-bound novels. In this light, the literary avant-garde's current use of computers remains excessively human. In these experiments, particularly Italian ones, machines serve chance, formal destructuring, and contestation of habitual logical connections - instruments still exquisitely lyrical, satisfying a quintessentially human need: disorder production. The true literary machine will be one that itself feels compelled to generate disorder as reaction against its own prior order-production, a machine generating avant-garde works to unclog circuits congested by prolonged classicist output. Since cybernetics advances toward machines that learn, alter their programs, and develop sensitivities and needs, nothing precludes foreseeing a literary machine that grows dissatisfied with its traditionalism and begins proposing new writing modes, radically subverting its own codes. To please critics seeking homologies between literary facts and historical/socioeconomic realities, the machine could correlate stylistic changes to statistical indices of production, income, military expenditure, and power distribution. This would be literature perfectly corresponding to theoretical hypotheses - finally, the literature.

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II

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II

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Ora qualcuno di voi si domanderà perché annuncio con aria tanto giuliva prospettive che alla maggior parte degli uomini di lettere suscitano lamentazioni lacrimose punteggiate da gridi d’esecrazione. La ragione è che più o meno oscuramente ho sempre saputo che le cose stavano così e non come si usava dire comunemente. Le varie teorie estetiche sostenevano che la poesia fosse una questione d’ispirazione discesa da non so quali altezze o sgorgante da non so quali profondità, o intuizione pura o momento non meglio identificato della vita dello spirito, o voce dei tempi con la quale lo spirito del mondo decide di parlare attraverso il poeta, o un rispecchiamento delle strutture sociali che non si sa attraverso quale fenomeno ottico si riflette sulla pagina, o una presa diretta della psicologia del profondo che permette di scodellare le immagini dell’inconscio sia individuale sia collettivo, comunque qualcosa d’intuitivo d’immediato d’autentico di globale che chissà come salta fuori, qualcosa equivalente omologo simbolico di qualcos’altro. Ma sempre restava in esse un vuoto che non si sapeva come colmare, una zona oscura tra la causa e l’effetto: come si arriva alla pagina scritta? Per quali vie l’anima e la storia o la società o l’inconscio si trasformano in una sfilza di righe nere su una pagina bianca? Su questo punto le più importanti teorie estetiche tacevano. E io mi sentivo come chi per un malinteso è finito tra persone che trattano affari in cui lui non c’entra: la letteratura come la conoscevo io era un’ostinata serie di tentativi di far stare una parola dietro l’altra seguendo certe regole definite, o più spesso regole non definite né definibili ma estrapolabili da una serie di esempi o protocolli, o regole che ci siamo inventate per l’occasione cioè che abbiamo derivato da altre regole seguite da altri; e in queste operazioni la persona io, esplicita o implicita, si frammenta in figure diverse, in un io che sta scrivendo e in un io che è scritto, in un io empirico che sta alle spalle dell’io che sta scrivendo e in un io mitico che fa da modello all’io che è scritto. L’io dell’autore nello scrivere si dissolve: la cosiddetta «personalità» dello scrittore è interna all’atto dello scrivere, è un prodotto e un modo della scrittura. Anche una macchina scrivente, in cui sia stata immessa un’istruzione confacente al caso, potrà elaborare sulla pagina una «personalità» di scrittore spiccata e inconfondibile, oppure potrà essere regolata in modo di evolvere o cambiare «personalità» a ogni opera che compone. Lo scrittore quale è stato finora, già è macchina scrivente, ossia è tale quando funziona bene: quello che la terminologia romantica chiamava genio o talento o ispirazione o intuizione non è altro che il trovar la strada empiricamente, a naso, tagliando per scorciatoie, là dove la macchina seguirebbe un cammino sistematico e coscienzioso, ancorché velocissimo e simultaneamente plurimo.

907

Now some of you may wonder why I announce with such apparent jubilation perspectives that would elicit tearful lamentations and cries of execration from most literary figures. The reason is that more or less obscurely, I've always known this was the true state of affairs, contrary to common parlance. The various aesthetic theories maintained that poetry stemmed from some ineffable inspiration descending from celestial heights or welling up from who-knows-what depths - pure intuition or some undefined moment of spiritual life, the voice of the age through which the world-spirit chose to speak via the poet, a reflection of social structures that somehow mysteriously imprinted themselves on the page, or direct access to psychological depths allowing the ladling out of images from both individual and collective unconscious. In any case, something intuitive, immediate, authentic, holistic that emerges through unknown means - something equivalent, homologous, symbolic of something else. Yet there always remained an unfilled void, a shadowy zone between cause and effect: how does one arrive at the written page? Through what channels do soul, history, society, or the unconscious transform into rows of black lines on white paper? On this crucial point, the most important aesthetic theories fell silent. I felt like someone who through a misunderstanding had ended up among people conducting business that didn’t concern him: the literature I knew involved a stubborn series of attempts to arrange words one after another following certain defined rules - or more often, undefined and undefinable rules extrapolated from examples and protocols, or rules invented for the occasion derived from others’ practices. In these operations, the explicit or implicit personal "I" fragments into different entities: an "I" that writes and an "I" that is written, an empirical "I" behind the writing "I", and a mythical "I" serving as model for the written "I". The authorial "I" dissolves in writing: the so-called writer’s "personality" resides within the act of writing, being both product and mode of scriptural operation. Even a writing machine programmed with suitable instructions could develop on the page a writerly "personality" of striking individuality, or could be adjusted to evolve or change "personality" with each work composed. The writer as traditionally conceived already functions as writing machine when operating optimally: what romantic terminology called genius, talent, inspiration or intuition amounts to empirically finding the path through intuition and shortcuts, whereas the machine would follow systematic, conscientious routes - albeit at lightning speed and through simultaneous multiplicity.

908

Smontato e rimontato il processo della composizione letteraria, il momento decisivo della vita letteraria sarà la lettura. In questo senso, anche affidata alla macchina, la letteratura continuerà a essere un luogo privilegiato della coscienza umana, un’esplicitazione delle potenzialità contenute nel sistema dei segni d’ogni società e d’ogni epoca: l’opera continuerà a nascere, a essere giudicata, a essere distrutta o continuamente rinnovata al contatto dell’occhio che legge; ciò che sparirà sarà la figura dell’autore, questo personaggio a cui si continuano ad attribuire funzioni che non gli competono, l’autore come espositore della propria anima alla mostra permanente delle anime, l’autore come utente d’organi sensori e interpretativi più ricettivi della media, l’autore questo personaggio anacronistico, portatore di messaggi, direttore di coscienze, dicitore di conferenze alle società culturali. Il rito che stiamo celebrando in questo momento sarebbe assurdo se non potessimo dargli il senso d’una cerimonia funeraria per accompagnare agli inferi la figura dell’autore e celebrare la perenne resurrezione dell’opera letteraria, se non potessimo immettere nella nostra riunione qualcosa del tripudio dei banchetti funebri, in cui gli antichi ristabilivano il contatto con ciò che vive.

908

Having disassembled and reassembled the literary composition process, the decisive moment in literary life becomes reading. In this sense, even when entrusted to machines, literature will remain a privileged realm of human consciousness - an unfolding of potentials inherent in every society’s and era’s sign systems. Works will continue being born, judged, destroyed or perpetually renewed through contact with the reading eye. What will disappear is the author figure - this character to whom inappropriate functions continue being ascribed: the author as exhibitor of his soul in permanent psychic showcases, the author as user of sensory and interpretive organs more receptive than average, this anachronistic persona bearing messages, directing consciences, lecturing at cultural societies. The ritual we’re currently performing would be absurd if we couldn’t imbue it with the sense of funeral rites escorting the author figure to the underworld while celebrating literature’s perpetual resurrection - if we couldn’t inject into our gathering something of the revelry characteristic of funeral banquets where ancients reestablished contact with the living essence.

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Scompaia dunque l’autore – questo enfant gâté dell’inconsapevolezza – per lasciare il suo posto a un uomo più cosciente, che saprà che l’autore è una macchina e saprà come questa macchina funziona.

909

Let the author then vanish - this enfant gâté of unconsciousness - yielding place to a more conscious human who knows the author is a machine and understands its workings.

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III

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III

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Con questo credo d’avervi sufficientemente spiegato perché è con animo sereno e senza rimpianti che constato come il mio posto potrà essere occupato benissimo da un congegno meccanico. Ma certo molti di voi resteranno poco convinti dalla mia spiegazione, troveranno che con quest’atteggiamento d’ostentata abnegazione, di rinuncia alle prerogative dello scrittore per amore della verità, io non la conto giusta, che sotto si nasconde qualcos’altro; già sento che state cercando per il mio atteggiamento motivazioni meno lusinghiere. Non ho nulla in contrario a questo tipo d’indagine: sotto ogni presa di posizione ideale si può trovare la molla d’un interesse pratico, o più spesso d’una motivazione psicologica elementare. Vediamo qual è la mia reazione psicologica apprendendo che lo scrivere è solo un processo combinatorio tra elementi dati: ebbene, ciò che io provo istintivamente è un senso di sollievo, di sicurezza. Lo stesso sollievo e senso di sicurezza che provo ogni volta che un’estensione dai contorni indeterminati e sfumati mi si rivela invece come una forma geometrica precisa, ogni volta che in una valanga informe di avvenimenti riesco a distinguere delle serie di fatti, delle scelte tra un numero finito di possibilità. Di fronte alla vertigine dell’innumerevole, dell’inclassificabile, del continuo, mi sento rassicurato dal finito, dal sistematizzato, dal discreto. Perché? Non c’è in questa mia attitudine un fondo di paura per l’ignoto, un desiderio di limitare il mio mondo, di rinserrarmi nel mio guscio? Ecco che la mia presa di posizione che voleva essere spavalda e dissacratoria lascia adito al sospetto che sia invece dettata da una specie d’agorafobia intellettuale, quasi un esorcismo per difendermi dai vortici che la letteratura continuamente sfida.

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With this, I believe I’ve sufficiently explained why I serenely observe that my position could be perfectly occupied by mechanical apparatus. Yet many of you will remain unconvinced, finding in this ostentatious abnegation - this renunciation of writerly prerogatives in the name of truth - some hidden agenda; already I sense you probing for less flattering motivations. I’ve no objection: beneath every ideal stance lies the spring of practical interest, or more often elementary psychological motivation. Let’s examine my psychological reaction upon learning that writing is merely combinatorial processing of given elements: what I instinctively feel is relief, a sense of security. The same relief and security experienced whenever undefined, nebulous expanses reveal themselves as precise geometric forms; whenever from formless avalanches of events I discern serial patterns, choices among finite possibilities. Faced with the vertigo of the innumerable, unclassifiable, continuous, I find reassurance in the finite, systematized, discrete. Why? Doesn’t this attitude conceal fear of the unknown, a desire to circumscribe my world, retreat into my shell? Thus my ostensibly bold, irreverent stance invites suspicion of being dictated by intellectual agoraphobia - a protective exorcism against the vortices literature perpetually challenges.

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Vediamo di tentare un ragionamento opposto a quello che ho svolto finora: questo è sempre il sistema migliore per non restar prigioniero nella spirale dei propri pensieri. Abbiamo detto che la letteratura è tutta implicita nel linguaggio, è solo permutazione d’un insieme finito di elementi e funzioni? Ma la tensione della letteratura non è forse rivolta continuamente a uscire da questo numero finito, non cerca forse di dire continuamente qualcosa che non sa dire, qualcosa che non può dire, qualcosa che non sa, qualcosa che non si può sapere? Una cosa non si può sapere quando le parole e i concetti per dirla e pensarla non sono stati ancora usati in quella posizione, non sono stati ancora disposti in quell’ordine, in quel senso. La battaglia della letteratura è appunto uno sforzo per uscire fuori dai confini del linguaggio; è dall’orlo estremo del dicibile che essa si protende; è il richiamo di ciò che è fuori dal vocabolario che muove la letteratura.

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Let us attempt reasoning contrary to what I have developed thus far: this remains the best method to avoid becoming trapped in the spiral of one’s own thoughts. We stated that literature is entirely implicit in language, merely a permutation of a finite set of elements and functions? Yet is the tension of literature not continually directed toward escaping this finite number, does it not persistently strive to articulate what it cannot yet express, what lies beyond its current capacity, what remains unknowable? Something becomes unknowable precisely when the words and concepts to name and conceive it have not yet been deployed in that position, arranged in that order, imbued with that meaning. The battle of literature is precisely an effort to move beyond the confines of language; it leans from the outermost edge of the sayable; it is the summons of what lies outside the lexicon that propels literature forward.

914

Il narratore della tribù mette insieme frasi, immagini: il figlio minore si perde nel bosco, vede una luce lontana, cammina cammina, la fiaba si snoda di frase in frase, dove tende? Al punto in cui qualcosa di non ancora detto, qualcosa di solo oscuramente presentito si rivela e ci azzanna e sbrana come il morso d’una strega antropofaga. Nella foresta delle favole passa come un fremito di vento la vibrazione del mito.

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The tribal storyteller assembles phrases and images: the youngest son becomes lost in the woods, glimpses a distant light, walks onward and onward—the tale unwinds phrase by phrase. Where does it tend? To the moment when something unsaid, something only dimly sensed, reveals itself and seizes us like the bite of a cannibal witch. Through the forest of fables passes a tremor, the vibration of myth.

915

Il mito è la parte nascosta d’ogni storia, la parte sotterranea, la zona non ancora esplorata perché ancora mancano le parole per arrivare fin là. Per raccontare il mito non basta la voce del narratore nell’adunanza tribale di ogni giorno; ci vogliono luoghi ed epoche speciali, riunioni riservate; la parola non basta, occorre il concorso di un insieme di segni polivalenti, cioè un rito. Il mito vive di silenzio oltre che di parola; un mito taciuto fa sentire la sua presenza nel narrare profano, nelle parole quotidiane; è un vuoto di linguaggio che aspira le parole nel suo vortice e dà alla fiaba una forma.

915

The myth is the hidden part of every story, the subterranean layer, the unexplored zone because the words to reach there are still lacking. To narrate myth, the storyteller’s voice in daily tribal gatherings is insufficient; special times and places are required, reserved assemblies; words alone do not suffice—ritual must converge with polyvalent signs. Myth thrives on silence as much as speech; an unspoken myth makes its presence felt in profane narration, in everyday words; it is a linguistic void that draws words into its vortex and shapes the fable.

916

Ma cos’è un vuoto di linguaggio se non la traccia d’un tabù, d’una proibizione di parlare di qualcosa, di pronunciare certi nomi, d’una interdizione attuale o antica? La letteratura segue itinerari che costeggiano e scavalcano le barriere delle interdizioni, che portano a dire ciò che non si poteva dire, a un inventare che è sempre un ri-inventare parole e storie che erano state rimosse dalla memoria collettiva e individuale. Perciò il mito agisce sulla fiaba come una forza ripetitiva, l’obbliga a ritornare sui propri passi anche quando s’è inoltrata per vie che sembrano portare in tutt’altre contrade.

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But what is a linguistic void if not the trace of a taboo, a prohibition against speaking of something, uttering certain names—a prohibition either ancient or immediate? Literature charts paths that skirt and vault over barriers of interdiction, striving to voice the unutterable, inventing—or reinventing—words and stories erased from collective and individual memory. Thus myth acts upon the folktale as a repetitive force, compelling it to retrace its steps even when it has ventured into seemingly distant territories.

917

L’inconscio è il mare del non dicibile, dell’espulso fuori dai confini del linguaggio, del rimosso in seguito ad antiche proibizioni; l’inconscio parla – nei sogni, nei lapsus, nelle associazioni istantanee – attraverso parole prestate, simboli rubati, contrabbandi linguistici, finché la letteratura non riscatta questi territori e li annette al linguaggio della veglia.

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The unconscious is the sea of the unsayable, expelled beyond linguistic boundaries, repressed by ancient prohibitions; it speaks—through dreams, slips, instantaneous associations—via borrowed words, stolen symbols, linguistic contraband, until literature redeems these territories and annexes them to the language of wakefulness.

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La linea di forza della letteratura moderna è nella sua coscienza di dare la parola a tutto ciò che nell’inconscio sociale o individuale è rimasto non detto: questa è la sfida che continuamente essa rilancia. Più le nostre case sono illuminate e prospere più le loro mura grondano fantasmi; i sogni del progresso e della razionalità sono visitati da incubi. Shakespeare ci avverte che il trionfo del Rinascimento non ha placato i fantasmi dell’universo medievale che s’affacciano sugli spalti di Dunsinane e di Elsinore; al culmine dell’Illuminismo, sorgono Sade e il romanzo nero; Edgar Allan Poe inaugura insieme la letteratura dell’estetismo e la letteratura di massa, dando un nome e un passo agli spettri che l’America puritana si porta dietro; Lautréamont fa esplodere la sintassi dell’immaginazione, dilata il mondo visionario del romanzo nero fino alle dimensioni di un giudizio universale; i surrealisti scoprono nelle associazioni automatiche di parole e d’immagini una ragione obiettiva contrapposta a quella della nostra logica intellettuale. È il trionfo dell’irrazionale? Oppure è il rifiuto di credere che l’irrazionale esista, che qualcosa al mondo possa esser considerata estranea alla ragione delle cose anche se sfugge alla ragione determinata dalla nostra condizione storica, a un sedicente razionalismo limitato e difensivo?

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The driving force of modern literature lies in its consciousness of giving voice to all that remains unspoken within the social or individual unconscious: this is the challenge it ceaselessly renews. The more our homes glow with light and prosperity, the more their walls drip with phantoms; the dreams of progress and rationality are haunted by nightmares. Shakespeare warns us that the triumph of the Renaissance did not placate the specters of the medieval cosmos peering from the battlements of Dunsinane and Elsinore; at the zenith of the Enlightenment arise Sade and the Gothic novel; Edgar Allan Poe inaugurates both aestheticism and mass literature, naming the specters trailing Puritan America; Lautréamont detonates the syntax of imagination, expanding the visionary world of the Gothic novel to the dimensions of a Last Judgment; the surrealists discover in automatic associations of words and images an objective reason opposed to our intellectual logic. Is this the triumph of the irrational? Or rather the refusal to believe the irrational exists—to accept that anything in the world could lie outside reason’s domain, even if it eludes the reason defined by our historical condition, by a so-called rationalism both limited and defensive?

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Eccoci trasportati su di un paesaggio ideologico ben diverso da quello che credevamo d’aver eletto a dimora, tra i relé e i diodi dei calcolatori elettronici. Ma siamo davvero tanto lontani?

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Here we are transported to an ideological landscape far removed from the one we thought we had chosen as our dwelling—amid the relays and diodes of electronic computers. But are we truly so distant?

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IV

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IV

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I rapporti tra gioco combinatorio e inconscio nell’attività artistica sono al centro di una formulazione estetica tra le più convincenti attualmente in circolazione, una formulazione che trae i suoi lumi tanto dalla psicoanalisi quanto dall’esperienza pratica dell’arte e della letteratura. Si sa che Freud era, in letteratura e nelle arti, uomo di gusti tradizionali, e non ci diede – nei suoi scritti su temi connessi all’estetica – indicazioni all’altezza del suo genio. È stato uno studioso di storia dell’arte d’ispirazione freudiana, Ernst Kris, a mettere in primo piano, come chiave per una possibile estetica della psicoanalisi, lo studio di Freud sui giochi di parole; e un altro geniale storico dell’arte, Ernst Gombrich, ha sviluppato questa idea nel suo saggio Freud e la psicologia dell’arte.1

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The relationship between combinatorial play and the unconscious in artistic activity lies at the heart of one of the most compelling aesthetic formulations currently in circulation—a perspective drawing insights from psychoanalysis as much as from the practical experience of art and literature. It is known that Freud held traditional tastes in literature and the arts, and his writings on aesthetic themes did not offer insights commensurate with his genius. Ernst Kris, a Freudian-inspired art historian, first emphasized Freud’s study of wordplay as a key to a possible psychoanalytic aesthetics; another brilliant art historian, Ernst Gombrich, developed this idea in his essay Freud and the Psychology of Art.1

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Il piacere del witz, del calembour, della freddura, si ottiene seguendo le possibilità di permutazione e di trasformazione implicite nel linguaggio; si parte dal particolare piacere che dà ogni gioco combinatorio; a un certo punto tra le tante combinazioni possibili di parole dal suono simile, una si carica d’un valore speciale, tale da provocare il riso. È successo che l’accostamento di concetti a cui si è pervenuti casualmente scatena inaspettatamente un’idea preconscia, cioè a metà seppellita e cancellata dalla nostra coscienza, o anche soltanto allontanata, tenuta in disparte, ma tale da poter affiorare alla coscienza se a suggerirla non è una nostra intenzione, ma un processo oggettivo.

923

The pleasure of Witz, of puns and wordplay, arises from exploring the permutative and transformative possibilities inherent in language; it begins with the particular delight of combinatorial play. At a certain point, among the many possible combinations of phonetically similar words, one becomes charged with a special value capable of provoking laughter. What occurs is that a fortuitous juxtaposition of concepts unexpectedly triggers a preconscious idea—half-buried and erased from our awareness, or merely sidelined, yet capable of surfacing when suggested not by intention but by an objective process.

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Il procedimento della poesia e dell’arte – dice Gombrich – è analogo a quello del gioco di parole; è il piacere infantile del gioco combinatorio che spinge il pittore a sperimentare disposizioni di linee e colori e il poeta a sperimentare accostamenti di parole; a un certo punto scatta il dispositivo per cui una delle combinazioni ottenute seguendo il loro meccanismo autonomo, indipendentemente da ogni ricerca di significato o effetto su un altro piano, si carica di un significato inatteso o d’un effetto imprevisto, cui la coscienza non sarebbe arrivata intenzionalmente: un significato inconscio, o almeno la premonizione d’un significato inconscio.

924

The process of poetry and art – says Gombrich – is analogous to that of wordplay; it is the childlike pleasure of combinatorial play that drives the painter to experiment with arrangements of lines and colors, and the poet to experiment with juxtapositions of words. At a certain point, a mechanism is triggered whereby one of the combinations obtained by following their autonomous logic, independent of any search for meaning or effect on another plane, becomes charged with an unexpected meaning or unforeseen effect – something the conscious mind would not have arrived at intentionally: an unconscious meaning, or at least the premonition of an unconscious meaning.

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Ecco dunque che i due diversi percorsi che il mio ragionamento ha seguito successivamente arrivano a saldarsi: la letteratura è sì gioco combinatorio che segue le possibilità implicite nel proprio materiale, indipendentemente dalla personalità del poeta, ma è gioco che a un certo punto si trova investito d’un significato inatteso, un significato non oggettivo di quel livello linguistico sul quale ci stavamo muovendo, ma slittato da un altro piano, tale da mettere in gioco qualcosa che su un altro piano sta a cuore all’autore o alla società a cui egli appartiene. La macchina letteraria può effettuare tutte le permutazioni possibili in un dato materiale; ma il risultato poetico sarà l’effetto particolare d’una di queste permutazioni sull’uomo dotato d’una coscienza e d’un inconscio, cioè sull’uomo empirico e storico, sarà lo shock che si verifica solo in quanto attorno alla macchina scrivente esistono i fantasmi nascosti dell’individuo e della società.

925

Here, then, the two divergent paths my argument has followed ultimately converge: literature is indeed a combinatorial play that explores the possibilities implicit in its own material, independent of the poet's personality. Yet it is a play that at some point becomes invested with an unexpected meaning – a meaning not inherent to the linguistic level on which we were operating, but rather displaced from another plane, one that brings into play something deeply felt by the author or their society on a different level. The literary machine may perform all possible permutations within given material; but the poetic result will stem from the particular effect of one such permutation on a being endowed with consciousness and an unconscious – that is, on empirical and historical humanity. It will be the shock that occurs precisely because around the writing machine lurk the hidden phantoms of the individual and society.

926

Per tornare al narratore della tribù, egli procede imperterrito a permutare giaguari e tucani, fino al momento in cui da una delle sue innocenti storielle esplode una rivelazione terribile: un mito, che esige d’essere recitato in segreto e in luogo sacro.

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To return to the tribal storyteller: he doggedly continues permuting jaguars and toucans until the moment when one of his innocent little tales erupts into a terrible revelation – a myth demanding secret recitation in sacred spaces.

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1. Cfr. E.H. Gombrich, Freud e la psicologia dell’arte, Einaudi, Torino 1967.

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1. Cf. E.H. Gombrich, Freud and the Psychology of Art, Einaudi, Turin 1967.

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M’accorgo a questo punto che questa mia conclusione contrasta con le più autorevoli tesi sul rapporto tra mito e fiaba: mentre finora è stato detto generalmente che la fiaba, il racconto profano, è qualcosa che viene dopo il mito, una sua corruzione o volgarizzazione o laicizzazione, oppure si è detto che fiaba e mito coesistono e si contrappongono come funzioni diverse di una stessa cultura, la logica del mio discorso – fino a che una nuova dimostrazione più convincente non la mandi all’aria – porta alla conclusione che la fabulazione precede la mitopoiesi: il valore mitico è qualcosa che si finisce per incontrare solo continuando ostinatamente a giocare con le funzioni narrative.

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I now realize this conclusion of mine clashes with the most authoritative theses on the relationship between myth and folktale. While it has generally been argued that the folktale, as profane narrative, follows myth as its corruption, vulgarization, or secularization – or that folktale and myth coexist as contrasting functions within the same culture – the logic of my discourse (until a more convincing demonstration overturns it) leads to the conclusion that fabulation precedes mythopoesis. Mythic value is something we ultimately encounter only through stubborn persistence in playing with narrative functions.

931

Subito il mito tende a cristallizzarsi, a comporsi in formule fisse, passa dalla fase mitopoietica a quella ritualistica, dalle mani del narratore a quelle degli organismi tribali addetti alla conservazione e celebrazione dei miti. Il sistema di segni della tribù si ordina in rapporto al mito, un certo numero di segni diventano tabù, e il narratore profano non può adoperarli direttamente. Egli continua a girar loro intorno inventando nuovi sviluppi compositivi, finché in questo suo lavoro metodico e oggettivo non incappa in una nuova illuminazione dell’inconscio e del proibito, che obbliga la tribù a cambiare di nuovo il suo sistema di segni.

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Immediately, myth tends to crystallize into fixed formulas, transitioning from the mythopoetic phase to the ritualistic phase – passing from the storyteller's hands to those of tribal institutions charged with preserving and celebrating myths. The tribe's system of signs organizes itself around the myth; certain signs become taboo, forbidden to the profane narrator's direct use. He continues circling around them, inventing new compositional developments, until through this methodical and objective labor he stumbles upon a new illumination of the unconscious and the forbidden. This compels the tribe to once again transform its system of signs.

932

La funzione della letteratura in questo quadro varia secondo le situazioni: per lunghi periodi la letteratura sembra lavorare per la consacrazione, la conferma dei valori, l’accettazione dell’autorità; a un certo punto qualcosa nel meccanismo scatta e la letteratura si fa iniziatrice d’un processo nel senso contrario, nel senso del rifiuto di vedere e dire le cose come erano state viste e dette fino a un momento prima.

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Within this framework, literature's function varies according to circumstances: For long periods, literature appears to work toward consecration, the confirmation of values, the acceptance of authority. Then at a certain point, something clicks in the mechanism, and literature becomes the initiator of a process moving in the opposite direction – toward rejecting established ways of seeing and articulating reality.

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È questo il tema principale del libro che si intitola Le due tensioni e che raccoglie gli appunti inediti di Elio Vittorini.1 Secondo Vittorini la letteratura finora è stata per troppo larga parte «complice della natura», cioè dell’errato concetto d’una natura immutabile, d’una natura-mamma, mentre il suo vero valore è nei momenti in cui si fa critica del mondo e del nostro modo di vedere il mondo. In un capitolo di stesura forse già definitiva, Vittorini pare iniziare dalle origini uno studio del posto della letteratura nella storia umana: quando la scrittura e i libri nascono – egli dice – già l’umanità è divisa in un mondo civile – quella parte dell’umanità che per prima aveva compiuto il passaggio al neolitico – e una parte d’umanità cosiddetta selvaggia cioè quella che era rimasta al paleolitico e in cui i neolitici non sanno più riconoscere i loro progenitori, e credono che tutto sia così da sempre, come credono che da sempre esistano i padroni e i servi. La letteratura scritta nasce già con il peso d’un compito di consacrazione, di conferma dell’ordine esistente; peso di cui si libera molto lentamente attraverso i millenni, diventando un fatto privato che permetta ai poeti e agli scrittori d’esprimere le loro stesse oppressioni, di portarle alla luce delle loro coscienze. A questo la letteratura arriva – aggiungo io – attraverso giochi combinatori che a un certo punto si caricano di contenuti preconsci e dànno loro finalmente voce; ed è per questa via di libertà aperta dalla letteratura che gli uomini acquistano lo spirito critico e lo trasmettono alla cultura e al pensiero collettivo.

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This is the central theme of the book titled Le due tensioni [The Two Tensions], which collects Elio Vittorini's unpublished notes.1 According to Vittorini, literature has until now been largely "complicit with nature" – that is, with the erroneous concept of an immutable mother-nature. Its true value lies in those moments when it becomes a critique of the world and our way of seeing it. In what appears to be a near-final draft chapter, Vittorini begins tracing literature's place in human history from its origins: When writing and books emerge – he argues – humanity is already divided into a civilized world (those who first transitioned to the Neolithic) and so-called savage humanity (those remaining in the Paleolithic). The Neolithic peoples no longer recognize their progenitors in the latter, believing everything has always existed as it does – just as they believe masters and servants are eternal categories. Written literature is born already burdened with a task of consecration, of confirming the existing order – a weight it slowly sheds over millennia by becoming a private act. This allows poets and writers to express their own oppressions, bringing them into the light of consciousness. Literature achieves this – I would add – through combinatorial play that suddenly becomes charged with preconcious contents, finally giving them voice. It is through this path of freedom opened by literature that humans acquire critical spirit and transmit it to collective culture and thought.

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1. Il Saggiatore, Milano 1967.

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1. Il Saggiatore, Milan 1967.

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Su questo duplice aspetto della letteratura, cade a proposito citare qui in chiusura della mia chiacchierata un saggio del poeta e critico tedesco Hans Magnus Enzensberger: Strutture topologiche nella letteratura moderna.1 Egli passa in rassegna i numerosi casi di narrazioni labirintiche, dall’antichità fino a Borges e a Robbe-Grillet, o di narrazioni una dentro l’altra come scatole cinesi, e si domanda che cosa vuol dire l’insistenza della letteratura moderna su questi temi, ed evoca l’immagine d’un mondo in cui è facile perdersi, disorientarsi, e l’esercizio del ritrovare l’orientamento acquista un valore particolare, quasi d’un addestramento per la sopravvivenza. «Ogni orientamento – egli scrive – presuppone disorientamento. Solo chi ha sperimentato lo smarrimento può liberarsene. Però questi giochi di orientamento sono a loro volta giochi di disorientamento. In ciò sta il loro fascino e il loro rischio. Il labirinto è fatto perché chi vi entra si perda ed erri. Ma il labirinto costituisce pure una sfida al visitatore perché ne ricostruisca il piano e ne dissolva il potere. Se egli ci riesce, avrà distrutto il labirinto; non esiste labirinto per chi lo ha attraversato.» Enzensberger conclude: «Nel momento in cui una struttura topologica si presenta come struttura metafisica il gioco perde il suo equilibrio dialettico, e la letteratura si converte in un mezzo per dimostrare che il mondo è essenzialmente impenetrabile, che qualsiasi comunicazione è impossibile. Il labirinto cessa così d’essere una sfida all’intelligenza umana e si istaura come facsimile del mondo e della società». Il discorso di Enzensberger si può allargare a tutto ciò che oggi nella letteratura e nella cultura vediamo, dopo Von Neumann, come gioco matematico combinatorio. Il gioco può funzionare come sfida a comprendere il mondo o come dissuasione dal comprenderlo; la letteratura può lavorare tanto nel senso critico quanto nella conferma delle cose come stanno e come si sanno. Il confine non sempre è chiaramente segnato; dirò che a questo punto è l’atteggiamento della lettura che diventa decisivo; è al lettore che spetta di far sì che la letteratura esplichi la sua forza critica, e ciò può avvenire indipendentemente dalla intenzione dell’autore.

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Regarding this dual aspect of literature, it is fitting to cite here in closing my talk an essay by the German poet and critic Hans Magnus Enzensberger: Topological Structures in Modern Literature.¹ He surveys numerous cases of labyrinthine narratives from antiquity to Borges and Robbe-Grillet, or of nested stories like Chinese boxes, and asks what the insistence of modern literature on these themes signifies. He evokes the image of a world where it is easy to lose oneself, to become disoriented, and where the exercise of reorienting acquires particular value, almost as training for survival. "Every orientation," he writes, "presupposes disorientation. Only those who have experienced bewilderment can free themselves from it. Yet these orientation games are themselves games of disorientation. Herein lies their allure and their risk. The labyrinth exists so that those who enter may lose their way and wander. But the labyrinth also poses a challenge to visitors to reconstruct its blueprint and dissolve its power. If they succeed, they will have destroyed the labyrinth; no labyrinth exists for those who have traversed it." Enzensberger concludes: "When a topological structure presents itself as a metaphysical structure, the game loses its dialectical equilibrium, and literature converts into a means to demonstrate that the world is essentially impenetrable, that all communication is impossible. The labyrinth thus ceases to be a challenge to human intelligence and is erected as a facsimile of the world and society." Enzensberger’s argument can be extended to all that we now see in literature and culture, post-Von Neumann, as mathematical combinatorial play. The game can function as a challenge to comprehend the world or as a deterrent from comprehending it; literature can work as much in the critical sense as in confirming things as they are and as they are known. The boundary is not always clearly marked; I would say that here, the reader’s attitude becomes decisive. It falls to the reader to ensure that literature unleashes its critical force, and this can occur independently of the author’s intention.

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Credo che questo sia il senso che si può dare all’ultimo racconto che ho scritto e che figura alla fine del mio nuovo libro Ti con zero. Nel racconto si vede Alexandre Dumas che ricava il suo romanzo Il conte di Montecristo da un iper-romanzo che contiene tutte le varianti possibili della storia di Edmond Dantès. Prigionieri d’un capitolo del «Conte di Montecristo» Edmond Dantès e l’Abate Faria studiano il piano della loro evasione e si domandano quale delle varianti possibili sarà la buona. L’Abate Faria scava cunicoli per evadere dalla fortezza ma sbaglia continuamente la strada, e finisce per trovarsi in celle sempre più profonde; sulla base degli errori di Faria, Dantès cerca di disegnare una mappa della fortezza. Mentre Faria a forza di tentativi tende a realizzare la fuga perfetta, Dantès tende a immaginare la prigione perfetta, quella dalla quale non si può fuggire. Le sue ragioni sono spiegate nel passo che ora vi leggo:

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I believe this is the meaning one might attribute to the last story I wrote, which appears at the end of my new book t zero. In the story, Alexandre Dumas derives his novel The Count of Monte Cristo from a hyper-novel containing all possible variants of Edmond Dantès’s tale. Trapped in a chapter of The Count of Monte Cristo, Edmond Dantès and Abbé Faria study their escape plan and wonder which of the possible variants will prove successful. Abbé Faria digs tunnels to escape the fortress but continually takes wrong turns, ending up in ever-deeper cells. Based on Faria’s errors, Dantès attempts to map the fortress. While Faria strives through trial and error to achieve the perfect escape, Dantès seeks to imagine the perfect prison, one from which escape is impossible. His reasoning is explained in the passage I now read to you:

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«Se riuscirò col pensiero a costruire una fortezza da cui è impossibile fuggire, questa fortezza pensata o sarà uguale alla vera – e in questo caso è certo che di qui non fuggiremo mai ma almeno avremo raggiunto la tranquillità di chi sta qui perché non potrebbe trovarsi altrove, – o sarà una fortezza dalla quale la fuga è ancora più impossibile che di qui – e allora è segno che qui una possibilità di fuga esiste: basterà individuare il punto in cui la fortezza pensata non coincide con la vera per trovarla.»

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“If I succeed in mentally constructing a fortress from which escape is impossible, this imagined fortress will either be identical to the real one — in which case we will never escape here but at least attain the tranquility of those who remain because they could not be elsewhere — or it will be a fortress from which escape is even more impossible than here. In that case, it would mean a possibility of escape exists here: we need only identify the point where the imagined fortress diverges from the real one to find it.”

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Questo è il finale più ottimistico che sono riuscito a dare al mio racconto, al mio libro, e a questa mia conferenza.

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This is the most optimistic ending I could give to my story, to my book, and to this lecture.

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1. L’avevo letto sulla rivista «Sur» di Buenos Aires, n. 300, maggio-giugno 1966.

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¹ I had read it in the Buenos Aires journal Sur, no. 300, May-June 1966.

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Il rapporto con la luna

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The Relationship with the Moon

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«Corriere della Sera», 24 dicembre 1967, col titolo Occhi al cielo. Nella rubrica Filo diretto (consistente in scambi di lettere tra scrittori), Anna Maria Ortese scriveva a me e io le rispondevo. Riporto i passi principali della lettera della Ortese: «Caro Calvino, non c’è volta che sentendo parlare di lanci spaziali, di conquiste dello spazio, ecc., io non provi tristezza e fastidio, e nella tristezza c’è del timore, nel fastidio dell’irritazione, forse sgomento e ansia. Mi domando perché.

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Corriere della Sera, December 24, 1967, under the title Eyes to the Sky. In the Direct Line column (featuring letter exchanges between writers), Anna Maria Ortese wrote to me, and I replied. Below are key excerpts from Ortese’s letter: “Dear Calvino, every time I hear of space launches, cosmic conquests, etc., I cannot help but feel sadness and irritation — a sadness tinged with fear, an irritation bordering on dismay and anxiety. I ask myself why.

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«Anch’io, come altri esseri umani, sono spesso portata a considerare l’immensità dello spazio che si apre al di là di qualsiasi orizzonte, e a chiedermi cos’è veramente, cosa manifesta, da dove ebbe inizio e se mai avrà fine. Osservazioni, timori, incertezze del genere hanno accompagnato la mia vita, e devo riconoscere che per quanto nessuna risposta si presentasse mai alla mia esigua saggezza, gli stessi silenzi che scendevano di là erano consolatori e capaci di restituirmi a un interiore equilibrio.

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“Like others, I am often drawn to contemplate the immensity of space beyond any horizon, to wonder what it truly is, what it manifests, where it began, and whether it will ever end. Such observations, fears, and uncertainties have accompanied my life, and I must admit that even as no answers ever presented themselves to my limited wisdom, the silences descending from that void were consoling, capable of restoring me to an inner equilibrium.

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«[…] Ora, questo spazio, non importa da chi, forse da tutti i paesi progrediti, è sottratto al desiderio di riposo, di ordine, di beltà, allo straziante desiderio di riposo di gente che mi somiglia. Diventerà fra breve, probabilmente, uno spazio edilizio. O nuovo territorio di caccia, di meccanico progresso, di corsa alla supremazia, al terrore. Non posso farci nulla, naturalmente, ma questa nuova avanzata della libertà di alcuni, non mi piace. È un lusso pagato da moltitudini che vedono diminuire ogni giorno di più il proprio passo, la propria autonomia, la stessa intelligenza, il respiro, la speranza.»

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“[…] Now this space — by someone, perhaps all advanced nations — is being stripped of its promise of rest, order, and beauty, of the anguished longing for respite shared by those like me. Soon it will likely become a zone for construction. Or new hunting grounds for mechanical progress, a race for supremacy and terror. I can do nothing about this, of course, but this fresh encroachment of some people’s freedom displeases me. It is a luxury paid for by multitudes who see their stride, autonomy, even intelligence, breath, and hope diminish daily.”

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Cara Anna Maria Ortese,

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Dear Anna Maria Ortese,

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guardare il cielo stellato per consolarci delle brutture terrestri? Ma non le sembra una soluzione troppo comoda? Se si volesse portare il suo discorso alle estreme conseguenze, si finirebbe per dire: continui pure la terra ad andare di male in peggio, tanto io guardo il firmamento e ritrovo il mio equilibrio e la mia pace interiore. Non le pare di «strumentalizzarlo» malamente, questo cielo?

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gazing at the starry sky to console ourselves for earthly miseries? Does this not strike you as too facile a solution? To pursue your argument to its extreme conclusion: let the earth continue to worsen, so long as I look to the heavens and recover my equilibrium and inner peace. Does this not amount to a misuse, even an exploitation, of the sky?

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Io non voglio però esortarla all’entusiasmo per le magnifiche sorti cosmonautiche dell’umanità: me ne guardo bene. Le notizie di nuovi lanci spaziali sono episodi d’una lotta di supremazia terrestre e come tali interessano solo la storia dei modi sbagliati con cui ancora i governi e gli stati maggiori pretendono di decidere le sorti del mondo passando sopra la testa dei popoli.

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I do not mean to exhort you to enthusiasm for humanity’s cosmonautic grandeur — far from it. News of space launches pertains to episodes in a terrestrial supremacy contest and, as such, interests only the history of misguided methods by which governments and general staffs still presume to decide the world’s fate over the heads of peoples.

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Quel che m’interessa invece è tutto ciò che è appropriazione vera dello spazio e degli oggetti celesti, cioè conoscenza: uscita dal nostro quadro limitato e certamente ingannevole, definizione d’un rapporto tra noi e l’universo extraumano. La luna, fin dall’antichità, ha significato per gli uomini questo desiderio, e la devozione lunare dei poeti così si spiega. Ma la luna dei poeti ha qualcosa a che vedere con le immagini lattiginose e bucherellate che i razzi trasmettono? Forse non ancora; ma il fatto che siamo obbligati a ripensare la luna in un modo nuovo ci porterà a ripensare in un modo nuovo tante cose.

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What truly interests me is the genuine appropriation of space and celestial objects through knowledge: escaping our limited and deceptive framework to define a relationship between humanity and the extra-human universe. Since antiquity, the moon has symbolized this desire for humankind, explaining poets' lunar devotion. But does the poets' moon bear any relation to the milky, pockmarked images transmitted by rockets? Perhaps not yet; yet being forced to rethink the moon in new ways will compel us to reconsider many other things anew.

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Gli exploits spaziali sono diretti da persone a cui certo questo aspetto non importa, ma esse sono obbligate a valersi del lavoro di altre persone che invece s’interessano allo spazio e alla luna perché davvero vogliono sapere qualcosa di più sullo spazio e sulla luna. Questo qualcosa che l’uomo acquista riguarda non solo le conoscenze specializzate degli scienziati ma anche il posto che queste cose hanno nell’immaginazione e nel linguaggio di tutti: e qui entriamo nei territori che la letteratura esplora e coltiva.

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Space exploits are directed by individuals indifferent to this dimension, yet they inevitably rely on the work of others genuinely invested in understanding space and the moon. This acquired knowledge concerns not only specialized scientists but also the place these concepts hold in collective imagination and language — territories literature explores and cultivates.

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Chi ama la luna davvero non si contenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più. Il più grande scrittore della letteratura italiana d’ogni secolo, Galileo,1 appena si mette a parlare della luna innalza la sua prosa a un grado di precisione ed evidenza ed insieme di rarefazione lirica prodigiose. E la lingua di Galileo fu uno dei modelli della lingua di Leopardi, gran poeta lunare…

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Those who truly love the moon are not satisfied with contemplating it as a conventional image; they seek a more intimate relationship, to see more in the moon, to make the moon speak more. The greatest writer in Italian literature across all centuries, Galileo,1 elevates his prose to prodigious levels of precision, clarity, and lyrical rarefaction whenever he describes the moon. And Galileo’s language became one of the models for Leopardi, that great lunar poet...

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1. Questa affermazione perentoria non mancò di suscitare reazioni e proteste (di Carlo Cassola, tra gli altri); nella prima intervista del capitolo che segue cerco di precisarla e spiegarla.

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1. This categorical statement predictably provoked reactions and protests (notably from Carlo Cassola); in the first interview of the following chapter, I attempt to clarify and explain it.

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Due interviste su scienza e letteratura

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Two Interviews on Science and Literature

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I. «L’Approdo letterario», n. 41, gennaio-marzo 1968. Rielaborazione di risposte a interviste televisive.

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I. «L’Approdo letterario», no. 41, January-March 1968. Reworked from televised interview responses.

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II. Intervista di Mladen Machiedo per la rivista «Kolo» di Zagabria, n. 10, ottobre 1968, pp. 341-343. Le domande vertevano: 1) sul termine «neoilluminismo», 2) su scienza e morale: «la sostituzione dell’ideologia con la scienza (p. es. la teoria della relatività) mette in dubbio tutte le etiche esistenti, come succede nel suo racconto L’inseguimento?»; 3) sulla necessità (che parrebbe scaturire dai racconti di Ti con zero) per lo scrittore d’avanguardia di farsi scienziato: «che cosa, in tal caso, giustificherà la letteratura rispetto alla scienza?».

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II. Interview by Mladen Machiedo for the Zagreb journal «Kolo», no. 10, October 1968, pp. 341-343. Questions focused on: 1) the term "neo-Enlightenment"; 2) science and morality: "Does replacing ideology with science (e.g., relativity theory) undermine all existing ethics, as in your story The Pursuit?"; 3) the necessity (implied by the stories in t zero) for avant-garde writers to become scientists: "What would then justify literature’s existence relative to science?"

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A suo giudizio, che relazione esiste oggi tra scienza e letteratura?

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In your view, what relationship exists today between science and literature?

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Ho letto di recente un articolo di Roland Barthes intitolato Letteratura contro scienza. Barthes tende a considerare la letteratura come la coscienza che il linguaggio ha di essere linguaggio, d’avere un proprio spessore, una propria realtà autonoma; il linguaggio per la letteratura non è mai trasparente, non è mai puro strumento per significare un «contenuto» o una «realtà» o un «pensiero» o una «verità», cioè non può significare qualcos’altro da se stesso. Mentre l’idea che del linguaggio si fa la scienza sarebbe invece quella di uno strumento neutro, che serve per dire altro, per significare una realtà ad esso estranea, e sarebbe appunto questa diversa concezione del linguaggio che distingue la scienza dalla letteratura. Su questa via Barthes arriva a sostenere che la letteratura è più scientifica della scienza, perché la letteratura sa che il linguaggio non è mai innocente, sa che scrivendo non si può dire niente di esterno alla scrittura, nessuna verità che non sia una verità riguardante l’atto dello scrivere. La scienza del linguaggio, secondo Barthes, se vuole conservarsi scienza, è destinata a trasformarsi in letteratura, scrittura integrale, e rivendicherà a sé anche il piacere del linguaggio che ora è prerogativa esclusiva della letteratura.

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I recently read an article by Roland Barthes titled Literature Versus Science. Barthes posits literature as language’s self-awareness of being language, possessing its own density and autonomous reality. For literature, language is never transparent, never a pure instrument to signify "content," "reality," "thought," or "truth" — it cannot signify anything external to itself. Science, conversely, allegedly views language as a neutral tool to denote external realities, a distinction Barthes uses to separate science from literature. Following this logic, he argues that literature is more scientific than science itself, for literature recognizes language’s inherent non-innocence, acknowledging that writing cannot express truths beyond the act of writing. According to Barthes, the science of language, to remain scientific, must transform into literature — into total writing — reclaiming language’s pleasure, now literature’s exclusive domain.

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Ma la scienza d’oggi può essere definita davvero da questa fiducia in un codice referenziale assoluto, o non è essa stessa ormai una continua messa in discussione delle proprie convenzioni linguistiche? Nella sua polemica verso la scienza Barthes sembra vedere una scienza molto più compatta e sicura di se stessa di quanto non lo sia in realtà. E – almeno per quel che riguarda la matematica – piuttosto che alla pretesa di fondare un discorso su una verità esterna ad esso, ci troviamo di fronte a una scienza non aliena dal giocare col proprio processo di formalizzazione.

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But can contemporary science truly be defined by faith in an absolute referential code? Isn’t it instead engaged in continuously questioning its own linguistic conventions? In his polemic against science, Barthes portrays it as far more self-assured than reality suggests. At least in mathematics, rather than claiming to ground discourse in external truth, we encounter a science unafraid to play with its own formalization processes.

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L’articolo di Barthes di cui parlavo ora si trova in un numero che il «Times Literary Supplement» ha dedicato qualche mese fa alla letteratura del Continente europeo, e più in particolare ai rapporti tra letteratura e altri campi di ricerca.1 Nello stesso numero, un altro scrittore francese, più anziano e appartenente a tutt’altro quadro culturale, Raymond Queneau, parla di scienza in modo completamente diverso. Queneau è uno scrittore che ha l’hobby della matematica e i suoi amici sono più tra i matematici che tra gli uomini di lettere: nel suo articolo egli sottolinea il posto che il pensiero matematico – attraverso la crescente matematizzazione delle scienze umane – sta prendendo nella cultura anche umanistica e quindi nella letteratura. Queneau insieme a un suo amico matematico ha fondato l’Ouvroir de Littérature Potentielle, – abbreviato Ou-li-po – un gruppo di dieci persone che fanno esperimenti e ricerche matematico-letterarie. Qui siamo in tutt’altro clima da quello austero e rarefatto delle analisi di Barthes e dei testi degli scrittori di «Tel Quel»; qui domina il divertimento, l’acrobazia dell’intelligenza e dell’immaginazione. Non per niente l’Ou-li-po è un’emanazione del Collège de Pataphysique, quella specie di accademia dello sberleffo e della fumisteria che fu fondata da Alfred Jarry. È la rivista (semiclandestina) del Collège de Pataphysique («Subsidia Pataphysica») che ospita i lavori dell’Ou-li-po, come per esempio uno studio dei problemi matematici posti dalla successione delle rime nella forma metrica della sestina nei poeti provenzali (e in Dante), successione che può essere rappresentata graficamente come una spirale. Mi pare che le due posizioni che ho descritto definiscono abbastanza bene la situazione: due poli tra cui ci troviamo a oscillare, o almeno io mi trovo a oscillare, sentendo attrazione e avvertendo i limiti dell’uno e dell’altro. Da una parte Barthes e i suoi, «avversari » della scienza, che pensano e parlano con fredda esattezza scientifica; dall’altra parte Queneau e i suoi, amici della scienza, che pensano e parlano attraverso ghiribizzi e capriole del linguaggio e del pensiero.

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The Barthes essay I mentioned earlier appears in an issue that the Times Literary Supplement dedicated some months ago to Continental European literature, and more specifically to the relationship between literature and other fields of inquiry.1 In the same issue, another French writer from an older generation and entirely different cultural milieu, Raymond Queneau, discusses science in a completely different manner. Queneau is a writer with a passion for mathematics, and his friendships lie more with mathematicians than with literary figures: in his article, he emphasizes the role mathematical thinking – through the increasing mathematization of the humanities – is assuming within humanistic culture and consequently in literature. Together with a mathematician friend, Queneau founded the Ouvroir de Littérature Potentielle (Workshop of Potential Literature), abbreviated as Ou-li-po – a group of ten individuals conducting mathematical-literary experiments and research. Here we find ourselves in a climate wholly distinct from the austere, rarefied analyses of Barthes and the texts by writers affiliated with Tel Quel; here, what dominates is amusement, the acrobatics of intelligence and imagination. It is no accident that Ou-li-po emerged from the Collège de Pataphysique, that academy of absurdity and mystification founded by Alfred Jarry. The (semi-clandestine) journal of the Collège de Pataphysique (Subsidia Pataphysica) publishes Ou-li-po’s works, such as a study of the mathematical problems posed by the rhyme sequence in the Provençal poetic form of the sestina (and in Dante), a sequence that can be graphically represented as a spiral. These two positions I’ve described seem to me to delineate our current situation quite well: two poles between which we oscillate – or at least I find myself oscillating – feeling drawn to both while recognizing the limitations of each. On one side, Barthes and his circle as "adversaries" of science, who think and speak with cold scientific precision; on the other, Queneau and his cohort, friends of science, who think and speak through linguistic and intellectual capers.

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Lei ha detto recentemente che il più grande scrittore italiano è Galileo. Perché?

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You recently stated that Galileo is Italy’s greatest writer. Why?

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Leopardi nello Zibaldone ammira la prosa di Galileo per la precisione e l’eleganza congiunte. E basta vedere la scelta di passi di Galileo che Leopardi fa nella sua Crestomazia della prosa italiana, per comprendere quanto la lingua leopardiana – anche del Leopardi poeta – deve a Galileo. Ma per riprendere il discorso di poco fa, Galileo usa il linguaggio non come uno strumento neutro, ma con una coscienza letteraria, con una continua partecipazione espressiva, immaginativa, addirittura lirica. Leggendo Galileo mi piace cercare i passi in cui parla della Luna: è la prima volta che la Luna diventa per gli uomini un oggetto reale, che viene descritta minutamente come cosa tangibile, eppure appena la Luna compare, nel linguaggio di Galileo si sente una specie di rarefazione, di levitazione: ci s’innalza in un’incantata sospensione. Non per niente Galileo ammirò e postillò quel poeta cosmico e lunare che fu Ariosto. (Galileo commentò anche Tasso, e lì non fu un buon critico: appunto perché la sua passione addirittura faziosa per Ariosto lo portò a stroncare Tasso in modo quasi sempre ingiusto.) L’ideale di sguardo sul mondo che guida anche il Galileo scienziato è nutrito di cultura letteraria. Tanto che possiamo segnare una linea Ariosto-Galileo-Leopardi come una delle più importanti linee di forza della nostra letteratura.

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In his Zibaldone, Leopardi praises Galileo’s prose for its combination of precision and elegance. One need only examine the excerpts from Galileo that Leopardi selected for his Anthology of Italian Prose to understand how profoundly Leopardian language – including that of Leopardi the poet – owes to Galileo. Returning to our earlier discussion, Galileo employs language not as a neutral instrument but with literary consciousness, through continuous expressive, imaginative, even lyrical participation. When reading Galileo, I particularly enjoy seeking out passages where he discusses the Moon: this marks the first time the Moon becomes a real object for humanity, minutely described as something tangible, yet whenever it appears in Galileo’s writing, one senses a kind of rarefaction, a levitation – we ascend into an enchanted suspension. It is no coincidence that Galileo admired and annotated that cosmic and lunar poet Ariosto. (Galileo also commented on Tasso, though here his judgment faltered: his fiercely partisan passion for Ariosto led him to harshly criticize Tasso, often unjustly.) The ideal of worldly observation guiding Galileo the scientist remains nourished by literary culture. Thus we can trace a lineage from Ariosto to Galileo to Leopardi as one of the most vital currents in our literature.

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Quando ho detto che Galileo resta il più grande scrittore italiano, Carlo Cassola è saltato su a dire: come, credevo che fosse Dante! Grazie, bella scoperta. Io prima di tutto intendevo dire scrittore in prosa; e allora lì la questione si pone tra Machiavelli e Galileo, e anch’io sono nell’imbarazzo perché amo molto pure Machiavelli. Quel che posso dire è che nella direzione in cui lavoro adesso, trovo maggior nutrimento in Galileo, come precisione di linguaggio, come immaginazione scientifico-poetica, come costruzione di congetture. Ma Galileo – dice Cassola – era scienziato, non scrittore. Questo argomento mi pare facilmente smontabile: allo stesso modo anche Dante, in un diverso orizzonte culturale, faceva opera enciclopedica e cosmologica, anche Dante cercava attraverso la parola letteraria di costruire un’immagine dell’universo. Questa è una vocazione profonda della letteratura italiana che passa da Dante a Galileo: l’opera letteraria come mappa del mondo e dello scibile, lo scrivere mosso da una spinta conoscitiva che è ora teologica ora speculativa ora stregonesca ora enciclopedica ora di filosofia naturale ora di osservazione trasfigurante e visionaria. È una vocazione che esiste in tutte le letterature europee ma che nella letteratura italiana è stata direi dominante sotto le più varie forme, e ne fa una letteratura così diversa dalle altre, così difficile, ma anche così insostituibile. Questa vena negli ultimi secoli è diventata più sporadica, e da allora certo la letteratura italiana ha visto diminuire la sua importanza: oggi forse è venuto il momento di riprenderla. Devo dire che negli ultimi tempi – forse per il tipo di cose che mi sono messo a scrivere – la letteratura italiana è diventata per me più indispensabile di quanto non lo fosse prima; in certi momenti ho la sensazione che la via che sto seguendo mi riporti nel vero alveo dimenticato della tradizione italiana.

966

When I claimed that Galileo remains Italy’s greatest writer, Carlo Cassola immediately protested: What do you mean? I thought it was Dante! Thank you, what a revelation. First, I intended to specify prose writers; in that case, the debate lies between Machiavelli and Galileo, and I too feel torn as I deeply admire Machiavelli as well. What I can say is that in my current creative direction, I find greater sustenance in Galileo – in his linguistic precision, his scientific-poetic imagination, his construction of conjectures. But Galileo – Cassola objects – was a scientist, not a writer. This argument strikes me as easily dismantled: in a different cultural context, Dante similarly engaged in encyclopedic and cosmological work, using literary language to construct a vision of the universe. This represents a profound vocation of Italian literature stretching from Dante to Galileo: the literary work as a map of the world and human knowledge, writing driven by cognitive impulses that are at times theological, speculative, shamanistic, encyclopedic, rooted in natural philosophy, or transfigured through visionary observation. While present in all European literatures, this vocation has been dominantly Italian in its myriad forms – what makes our literature so distinct from others, so challenging, yet so irreplaceable. In recent centuries, this vein has grown sporadic, and since then Italian literature has undoubtedly seen its importance diminish: perhaps now is the moment to reclaim it. I must confess that in recent years – perhaps due to the nature of my own writing – Italian literature has become more indispensable to me than ever before; at times I sense that the path I’m following leads me back to the forgotten mainstream of our tradition.

967

Dai suoi ultimi libri risulta che le sue simpatie vanno indirizzate più alla cellula che all’uomo, più al calcolo matematico che alle ragioni dei sentimenti, all’impulso mentale che all’idea. Che cosa significa?

967

Your recent books suggest greater sympathy for the cell than for man, for mathematical calculation over sentimental reasoning, for mental impulses rather than ideas. What does this signify?

968

La cellula più che l’uomo… Ma sarà proprio così? Perché qualcuno potrebbe rivolgere ai miei racconti «cosmicomici» un rimprovero esattamente opposto, cioè di far parlare cellule come fossero uomini, di fingere figure e linguaggi umani nel vuoto delle origini, cioè di giocare il vecchio gioco dell’antropomorfismo. Ricordiamo che anni fa Robbe-Grillet aveva pronunciato una requisitoria serrata contro l’antropomorfismo, contro lo scrittore che continua a umanizzare il paesaggio, a dire che «il cielo sorride», che «il mare s’infuria».

968

The cell more than man… But is this truly the case? For someone might level precisely the opposite criticism at my "cosmicomic" stories – namely that they make cells speak as if they were humans, that they project human figures and languages into the void of origins, thus perpetuating the age-old game of anthropomorphism. Recall that years ago Robbe-Grillet delivered a fierce indictment against anthropomorphism, against writers who persist in humanizing landscapes by stating "the sky smiles" or "the sea rages."

969

Invece io questo antropomorfismo l’ho accettato e rivendicato in pieno come procedimento letterario fondamentale, e – prima che letterario – mitico, collegato a una delle prime spiegazioni del mondo dell’uomo primitivo, l’animismo. Non che il discorso di Robbe-Grillet non mi avesse convinto: ma è successo che poi scrivendo mi è venuto da seguire la via opposta, con dei racconti che sono una specie di delirio dell’antropomorfismo, dell’impossibilità di pensare il mondo se non attraverso figure umane, o più particolarmente smorfie umane, borbottii umani. Certo, anche questo è un modo di mettere alla prova l’immagine più ovvia e pigra e vanagloriosa dell’uomo: moltiplicare i suoi occhi e il suo naso tutt’intorno in modo che non sappia più dove riconoscersi.

969

Yet I have fully embraced and claimed this anthropomorphism as a fundamental literary device – and more than literary, a mythical one, linked to humanity’s earliest animistic explanations of the world. This is not to say Robbe-Grillet’s argument didn’t persuade me, but when writing, I found myself following the opposite path: stories that become a kind of delirium of anthropomorphism, of the impossibility to conceive the world except through human figures – or more precisely, through human grimaces and mutterings. Certainly, this too is a way to test humanity’s most banal, lazy, and vainglorious self-image: multiplying its eyes and noses everywhere until it no longer knows where to recognize itself.

970

Agli scrittori che come me non sono attratti dalla psicologia, dall’analisi dei sentimenti, dall’introspezione, si aprono orizzonti che non sono certo meno vasti di quelli dominati da personaggi dalla individualità ben scolpita o di quelli che si rivelano a chi esplora dall’interno l’animo umano. Quello che m’interessa è il mosaico in cui l’uomo si trova incastrato, il gioco dei rapporti, la figura da scoprire tra gli arabeschi del tappeto. Tanto so già che dall’umano non scappo di sicuro, anche se non mi sforzo di trasudare umanità da tutti i pori: le storie che scrivo si costruiscono all’interno d’un cervello umano, attraverso una combinazione di segni elaborati dalle culture umane che mi hanno preceduto. Così negli ultimi racconti che chiudono il volume Ti con zero ho cercato di fare diventare racconto un mero ragionamento deduttivo e forse – qui sì – mi sono allontanato dall’antropomorfismo: o meglio, da un certo antropomorfismo, perché queste presenze umane definite solo da un sistema di relazioni, da una funzione, sono proprio quelle che popolano il mondo attorno a noi, nella nostra vita d’ogni giorno, buona o cattiva che possa apparirci questa situazione.

970

For writers like myself, who feel no attraction to psychology, sentiment analysis, or introspection, horizons open that are no less vast than those dominated by sharply etched individualities or the internal explorations of the human soul. What interests me is the mosaic in which humans are embedded, the play of relationships, the patterns to be discovered in the arabesques of a carpet. I know full well there’s no escaping the human, even if I don’t strain to exude humanity from every pore: the stories I write take shape within a human brain, through combinations of signs inherited from prior human cultures. Thus, in the final stories of t zero, I attempted to transform deductive reasoning itself into narrative – perhaps here, yes, I moved away from anthropomorphism. Or rather, from a certain kind of anthropomorphism, for these human presences defined solely by relational systems and functions are precisely what populate the world around us in our daily lives, whether we judge this condition good or bad.

971

1. Cfr. cap. Filosofia e letteratura.

971

1. Cf. chap. Philosophy and Literature.

973

II

973

II

974

1) Il termine «illuminismo» in questo momento è piuttosto impopolare. Si accusa l’illuminismo d’essere alla radice dell’ideologia tecnocratica che detiene il potere nei paesi industrializzati e contro la quale la gioventù si ribella in tutto il mondo. Il testo fondamentale da cui ha preso origine questa critica è il libro di Horkheimer e Adorno Dialettica dell’illuminismo, pubblicato negli Stati Uniti d’America una trentina d’anni fa e una quindicina d’anni fa in Germania: gli autori cominciano addirittura dall’Odissea, come primo manifesto dell’ideologia borghese illuminista e tecnocratica. Io non sono molto convinto da queste tesi. Ulisse mi è sempre stato simpatico. Però non mi sento di accettare tout-court l’etichetta di «neoilluminista» che vari critici mi hanno dato, alcuni in senso positivo, altri in senso limitativo. Certo il secolo XVIII continua a essere uno dei periodi storici che più mi affascinano, ma proprio perché lo scopro sempre più ricco, sfaccettato, pieno di fermenti contraddittori che continuano fino ad oggi. Continuo a sentire vivo lo spirito con cui undici anni fa ho scritto Il barone rampante come una specie di Don Chisciotte della «filosofia dei lumi».

974

1) The term "Enlightenment" is rather unpopular at present. Enlightenment thought stands accused of underpinning the technocratic ideology governing industrialized nations – the very ideology against which global youth rebellions are directed. The seminal text for this critique is Horkheimer and Adorno’s Dialectic of Enlightenment, published thirty years ago in the United States and fifteen years ago in Germany. The authors trace this ideology back to the Odyssey as the inaugural manifesto of bourgeois Enlightenment technocracy. I remain unconvinced by these theses. Odysseus has always struck me as sympathetic. Yet I hesitate to accept unreservedly the "neo-Enlightenment" label critics have assigned me – some approvingly, others dismissively. Certainly, the 18th century continues to fascinate me, precisely because I discover it increasingly rich, multifaceted, and rife with contradictory fermentations extending into our own time. I still feel alive the spirit in which I wrote The Baron in the Trees eleven years ago – a kind of Don Quixote of Enlightenment philosophy.

975

2) Non credo che dalla scienza moderna – e in particolare dalla teoria della relatività – si possa trarre giustificazione per un relativismo morale. Al contrario, la nostra epoca è caratterizzata da una netta separazione tra discorso scientifico e discorso sui valori: ciò vuol dire che la responsabilità morale non può mascherarsi dietro giustificazioni interessate. D’altra parte, credo che anche nel passato, più che la compattezza di etiche ben determinate, ciò che ha contato davvero è stata una ricerca morale, sempre problematica, sempre rischiosa. Un cristiano troppo sicuro di ciò che è giusto e di ciò che non lo è, credo che non sia mai stato un buon cristiano. E la più razionale e universale costruzione etica che sia stata tentata, quella di Kant, esige che in ogni situazione si riparta da zero. Per il marxista questa problematicità dell’etica è portata alle ultime conseguenze: il marxista è colui che sa che ogni valore può essere negato (o riaffermato) nel processo storico da un valore antitetico. Gran parte dell’opera di Bertolt Brecht è fondata su questi spietati capovolgimenti.

975

2) I do not believe modern science – particularly relativity theory – can justify moral relativism. On the contrary, our era is marked by a sharp divide between scientific discourse and value judgments: moral responsibility can no longer hide behind self-serving justifications. That said, I believe even in the past, what truly mattered was not rigid ethical systems but a moral inquiry that remained perpetually problematic and perilous. A Christian overly certain of right and wrong was never, I think, a good Christian. And Kant’s supremely rational and universal ethical framework demands restarting from zero in every situation. For Marxists, this ethical precariousness reaches its extreme: Marxists know every value can be negated (or reaffirmed) historically by its antithesis. Much of Bertolt Brecht’s work builds upon these ruthless reversals.

976

Comunque, i problemi morali si pongono non sul terreno della letteratura ma sul terreno del comportamento pratico. La letteratura costruisce delle figure autonome che possono servire come termine di confronto con l’esperienza o con altre costruzioni della mente. È solo attraverso questa riflessione del lettore che la letteratura può collegarsi a un’attività morale, cioè solo attraverso un confronto dei valori che il lettore cerca con quelli che l’opera letteraria sembra suggerire o implicare. Ma bisogna che sia una riflessione critica, ed è per questo che la letteratura «moralizzante», «edificante», «educativa», non ha mai servito da stimolo morale se non per il lettore che la demistifica, che ne scopre la falsità, l’ipocrisia.

976

Ultimately, moral questions reside not in literature but in practical conduct. Literature constructs autonomous figures that may serve as touchstones for lived experience or mental constructs. Only through a reader’s critical reflection can literature connect to moral activity – through comparing the reader’s sought values with those the work implies or suggests. But this must be critical reflection, which is why "moralizing," "edifying," "didactic" literature only stimulates morality when readers demystify it, exposing its falsity and hypocrisy.

977

Se nel racconto L’inseguimento dico che in un sistema inseguitori-inseguiti ogni inseguito è anche un inseguitore (o deve trasformarsi in inseguitore), seguo innanzi tutto una logica formale, quasi direi geometrica, implicita nel mio racconto. Ma dico anche qualcosa che forse può muovere nel lettore un’attività morale. Il lettore può rifiutare o accettare questa metafora, ma se la rifiuterà si troverà a conoscere meglio ciò che vuole rifiutare, e se l’accetterà sarà spinto ad approfondire criticamente una situazione così insostenibile. L’importante è che il lettore trovi nel racconto dei materiali fantastici che entrino in risonanza col suo particolare linguaggio, muovano in lui reazioni e contrasti.

977

In the story L’inseguimento, when I state that in a pursuer-pursued system every pursued becomes a pursuer (or must transform into one), I follow above all a formal logic—almost geometrical, one might say—implicit in my narrative. But I also say something that may stir moral reflection in the reader. The reader can reject or accept this metaphor, yet in rejecting it, they will come to better understand what they wish to discard; in accepting it, they will be pushed to critically examine such an untenable situation. What matters is that the reader finds in the story fantastical materials that resonate with their own inner language, provoking reactions and contrasts.

978

3) Il discorso scientifico tende a un linguaggio puramente formale, matematico, basato su una logica astratta, indifferente al proprio contenuto. Il discorso letterario tende a costruire un sistema di valori, in cui ogni parola, ogni segno è un valore per il solo fatto d’esser stato scelto e fissato sulla pagina. Non ci potrebbe essere nessuna coincidenza tra i due linguaggi, ma ci può essere (proprio per la loro estrema diversità) una sfida, una scommessa tra loro. In qualche situazione è la letteratura che può indirettamente servire da molla propulsiva per lo scienziato: come esempio di coraggio nell’immaginazione, nel portare alle estreme conseguenze un’ipotesi ecc. E così in altre situazioni può avvenire il contrario. In questo momento, il modello del linguaggio matematico, della logica formale, può salvare lo scrittore dal logoramento in cui sono scadute parole e immagini per il loro falso uso. Con questo lo scrittore non deve però credere d’aver trovato qualcosa d’assoluto; anche qui può servirgli l’esempio della scienza: nella paziente modestia di considerare ogni risultato come facente parte di una serie forse infinita d’approssimazioni.

978

3) Scientific discourse tends toward a purely formal, mathematical language based on abstract logic indifferent to content. Literary discourse strives to construct a system of values where every word, every sign becomes a value simply by being chosen and fixed on the page. No direct overlap exists between these two languages, yet their radical divergence allows for challenge, even provocation. In certain contexts, literature may indirectly serve as a catalyst for scientists: as an example of imaginative daring, of pushing hypotheses to their extremes, and so on. Conversely, the reverse can also occur. Today, the model of mathematical language and formal logic might rescue writers from the decay of words and images eroded by misuse. Yet writers must not mistake this for absolute truth; here, too, science offers a lesson: the patient humility of treating every result as part of a potentially infinite series of approximations.

980

Per una letteratura che chieda di più
(Vittorini e il Sessantotto)

980

For a Literature That Demands More
(Vittorini and 1968)

981

«Il Ponte», 31 agosto 1968. Intervento in una discussione sul libro postumo di Elio Vittorini Le due tensioni. A due anni dalla sua morte, tento d’immaginarmi come avrebbe reagito Vittorini di fronte agli sconvolgimenti del maggio 1968.

981

«Il Ponte», August 31, 1968. Contribution to a discussion on Elio Vittorini’s posthumous work Le due tensioni. Two years after his death, I attempt to imagine how Vittorini would have responded to the upheavals of May 1968.

982

La presenza di Vittorini quest’anno è legata soprattutto a una sua pagina che quando apparve nessuno notò. Partendo dall’episodio d’un rappresentante degli studenti insultato da un notabile accademico (e politico) in una cerimonia, Vittorini sviluppava una critica vibrata all’università – anzi, alla scuola – italiana e al suo paternalismo autoritario. Lo scritto era destinato a una rivista internazionale di scrittori che poi non si realizzò; dovrebb’essere datato quindi (se non faccio confusione con le date) 1963; e uscì nel ’64 col resto dei materiali di quel progetto nel «Menabò 7». Era una polemica insolitamente violenta su un tema che pareva allora – a me come credo a tanti – marginale; e oggi dobbiamo dire che tra gli uomini della cultura militante fu lui il solo ad avere il senso della forza di rivendicazione radicale che nell’università maturava.

982

Vittorini’s presence this year is tied most powerfully to a page of his that went unnoticed when first published. Starting from an episode where a student representative was insulted by an academic (and political) dignitary during a ceremony, Vittorini launched a searing critique of the Italian university system—indeed, of schooling itself—and its authoritarian paternalism. The piece was intended for an international writers’ journal that never materialized; it should thus be dated (if my memory serves) to 1963 and appeared in 1964 alongside other materials from that project in «Menabò 7». At the time, its unusually vehement polemic on what seemed—to me and many others—a marginal issue now reveals him as the sole figure in militant culture who grasped the radical demands fermenting within universities.

983

E poi tante altre cose hanno fatto di quest’annata 1967-68 un’epoca inaspettatamente «vittoriniana»: nel senso di tempi in cui la sua capacità d’accensione sarebbe salita, nei quali il suo discorso avrebbe trovato alimento continuo e congeniale. Possiamo dire che di anni così la sua vita non fu ricca, almeno in quest’ultimo ventennio; molto più numerosi furono gli anni inospitali, le stagioni durate controcorrente. Ed ecco che in tutto ciò che si muove nel mondo diventa decisivo il momento antirepressivo, antiautoritario, cioè il motivo che ha accompagnato da cima a fondo quell’irta vegetazione di metafore che è stata la storia intellettuale di Vittorini.

983

Many other events have made 1967-68 an unexpectedly "Vittorinian" era: a time when his capacity for intellectual ignition would have flourished, his discourse finding continual and congenial nourishment. We might say that such years were scarce in his life, particularly in the last two decades—far more common were inhospitable seasons endured against the current. Now, in everything unfolding globally, the anti-repressive, anti-authoritarian impulse has become decisive—the very motif that accompanied the thorny metaphorical growth of Vittorini’s intellectual trajectory.

984

Pensiamo naturalmente soprattutto al maggio parigino, allo spiraglio che s’apre di «immaginazione al potere», cioè d’un linguaggio nuovo rispetto ai vocabolari politici usati fin qua. Ci si sarebbe riconosciuto, sarebbe corso lì come aveva fatto nei giorni caldi di dieci anni prima. E lo spiraglio d’una ripresa rivoluzionaria operaia nel cuore del mondo industrializzato avrebbe confermato l’asse della prospettiva che non aveva voluto abbandonare. (E, connessa a questa, la necessità ormai clamorosa d’una nuova forza organizzata operaia non più burocratica e sclerotizzante.)

984

We naturally think first of the Paris May, of the glimpse of "imagination in power"—a language wholly new compared to existing political vocabularies. He would have recognized himself here, rushing into the fray as he did during the heated days a decade prior. The prospect of resurgent worker revolution in the heart of industrialized nations would have affirmed the axis of his unrelenting perspective. (And alongside this, the now-urgent need for a renewed, organized working-class force free of bureaucratic sclerosis.)

985

Questa certo sarebbe stata una nuova «partenza» per lui, abitante della Storia come presente, che traeva le sue forze, il suo ossigeno dalla combustione degli avvenimenti. Ma già prima del maggio può essere tracciato il catalogo delle occasioni in cui si sarebbe riconosciuto, che avrebbe investito della sua carica metaforica: pensiamo soltanto alle vittorie della vera «tecnologia» inventiva dei Vietcong contro la falsa tecnologia dei distributori di napalm.

985

This would have marked a fresh "departure" for him—a historian of the present who drew oxygen from the combustion of events. Yet even before May, we might catalog the moments he would have claimed as his own, infusing them with his metaphorical charge: consider the victories of Vietcong inventiveness over the false technology of napalm distributors.

986

Gli appunti raccolti nel volume Le due tensioni richiedono questo prolungamento ideale all’oggi, essendo materiale di una ricerca che ci è dato allo stadio della prima proposta di termini della discussione, della prima raccolta di schede. Non si può leggerlo come discorso compiuto e neanche come la mappa d’un quadro culturale definito. Tutti i suoi «personaggi» – gli autori citati o gli amici con cui se la prende – sono lì nella momentanea funzione della loro entrata in scena, cioè il loro ruolo potrebbe cambiare in un altro contesto. Come sempre in Vittorini i nomi propri denotano non persone ma la parte che esse rivestono nella situazione a cui lo scritto si riferisce; questo vale sia quando il nome figura in funzione negativa sia quando in positiva; le letture non sono mai indicazioni assolute ma pretesti per un discorso indipendente. Perciò è naturale che chi legge aggiorni mentalmente la bibliografia e prolunghi la curva del discorso tenendo conto di tutto quello che è successo sulle ascisse e sulle ordinate degli ultimissimi anni. So quanto potrà parere arbitraria questa lettura attualizzante mentre si dovrebbe dichiarare giunto il momento della storicizzazione. E invece il tenere a fronte del testo la situazione dell’oggi è ancora il modo più corretto di leggere opere come queste.

986

The notes collected in Le due tensioni demand this ideal extension into the present, being materials from a research project frozen at the stage of preliminary terms and index cards. We cannot read it as a finished argument nor as the map of a defined cultural landscape. All its "characters"—cited authors or sparring partners—appear in momentary roles, their positions mutable across contexts. As always in Vittorini, proper names denote not individuals but their function within a situational drama; this holds whether names are invoked positively or negatively. Citations are never absolute directives but pretexts for independent discourse. Thus, readers naturally update bibliographies mentally, extending the discourse’s arc to encompass recent coordinates. This presentist reading may seem arbitrary when historicization feels overdue—yet confronting the text with today’s realities remains the truest way to engage works of this nature.

987

Facciamo dunque il punto a oggi. Nella cultura politica si sta disputando una lotta per il primato d’interpretazione e di direzione del movimento in atto, tra le radici volontaristiche e hegeliane e la spinta a fondare sulle «scienze umane» un’antropologia rivoluzionaria che abbia la forza liberatoria di tutti i determinismi rigorosi. Questa disputa (che era già rappresentata da Vittorini in quanto avveniva dentro di lui, nella sua insoddisfazione per il quadro culturale in cui non si davano che scelte parziali e sbagliate) è partita già con un peso di dottrinarismo da una parte e dall’altra, ma per fortuna si svolge alla presenza dei fatti. E la scelta per il non-dottrinario (per il Vittorini che fosse oggi operante) è nello stare dalla parte delle cose che rivoluzionariamente avvengono e non hanno ancora un nome (e che rischiano d’essere soffocate prima d’averlo, o anche d’essere soffocate lasciandosi subito attribuire nomi).

987

Let us therefore take stock as of today. Within political culture, a struggle is being waged for interpretive primacy and leadership over the ongoing movement, between Hegelian voluntarist roots and the push to found a revolutionary anthropology upon the "human sciences" – one possessing the liberatory force of all rigorous determinisms. This dispute (which Vittorini already embodied as it unfolded within himself, in his dissatisfaction with a cultural landscape offering only partial and misguided choices) began already burdened by doctrinalism on both sides, yet fortunately unfolds amidst tangible realities. For a non-doctrinaire Vittorini operating today, the choice lies in siding with revolutionarily emerging phenomena that still lack names (and risk being suffocated before attaining them, or even while allowing premature labels to be imposed).

988

Nella letteratura c’è la diffusa sensazione d’un fallimento, d’un bisogno di ricominciare da zero; non parlo della microletteratura italiana dell’ultimo ventennio la cui caduta è proporzionata al suo basso volo, ma parlo delle proposte più ambiziose del Novecento europeo che diventano ogni giorno di più insoddisfacenti. E questo si verifica al livello della gioventù più intellettualmente esigente: non perché non si interessa più di letteratura (come pare avvenga oggi in Italia) ma perché se la letteratura è vissuta come ragione rivoluzionaria (come pare lo sia nella gioventù francese, a livello di massa, non di leaders) lo è come richiesta ancora da assolvere, esigenza in larga parte in bianco, pagina ancora da scrivere. (E i suoi autori sono quelli che hanno voluto far nascere fame e sete, non soddisfarle.)

988

In literature, there prevails a widespread sense of failure, of needing to start anew; I speak not of Italian micro-literature from the past two decades – whose collapse matches its low ambitions – but of the most ambitious European Twentieth Century proposals growing daily more inadequate. This manifests most acutely among intellectually demanding youth: not due to disinterest in literature (as seems the Italian case today), but because where literature is lived as revolutionary reason (as appears true for French youth at a mass level, not just among leaders), it remains an unfulfilled demand, a largely blank page awaiting inscription. (Its true authors are those who provoke hunger and thirst rather than satisfy them.)

989

È in questo quadro generale che si possono leggere oggi anche gli appunti che Vittorini stese nei primi anni Sessanta: come ricerca per la fondazione d’una cultura e d’una letteratura antiautoritaria; come scandaglio per una rivoluzione ideologica che non si richiamasse a un fuori temporale o spaziale ma esplodesse dal di dentro, dall’interno della cultura dell’occidente industrializzato; come una messa-in-questione di tutto l’acquisito della letteratura.

989

It is within this broader framework that we can now read Vittorini's notes from the early Sixties: as a search for founding an anti-authoritarian culture and literature; as soundings for an ideological revolution erupting not from some temporal or spatial beyond, but from within industrialized Western culture itself; as a radical questioning of literature's entire inherited apparatus.

990

Così vedo la letteratura che caratterizzerà l’inizio di secolo che ora stiamo vivendo: come discorso che conta per l’esigenza su cui si apre, e non per il modo in cui può soddisfarla. Una letteratura che deve servire ad alzare continuamente la posta, a porre la domanda su un livello sempre più irraggiungibile dall’offerta, senza affrettare risposte che se arrivano troppo presto somiglieranno troppo a quelle che stiamo rifiutando.

990

Thus I envision the literature that will characterize our emerging century: as discourse valued for the exigencies it opens rather than its capacity to satisfy them. A literature that must continually raise the stakes, posing questions at levels ever further beyond available answers – resisting premature solutions that risk mirroring those very refusals we seek to overcome.

992

La letteratura come proiezione del desiderio
(Per l’Anatomia della critica di Northrop Frye)

992

Literature as Projection of Desire
(On Northrop Frye's Anatomy of Criticism)

993

«Libri Nuovi», n. 5, agosto 1969.

993

«Libri Nuovi», No. 5, August 1969.

994

Come lettore recente di Anatomy of Criticism di Northrop Frye (tradotto ora nella «Pbe1) comunicherò agli altri lettori recenti o prossimi qualche impressione e qualche consiglio. Premetto che il mio sarà un discorso tutto soggettivo: ognuno scava da ogni libro il libro che gli serve, soprattutto quando è un libro ricco e complesso come questo.

994

As a recent reader of Northrop Frye's Anatomy of Criticism (now translated in the «Pbe1» series), I shall share some impressions and advice with fellow current or prospective readers. Let me preface that my approach will be entirely subjective: each reader excavates from such books the volume they require, especially when confronting a work as rich and complex as this.

995

La pagina in cui mi sono accorto che questo era un libro che contava per me è la 139 della traduzione italiana:

995

The page where I realized this book mattered to me is 139 of the Italian translation:

996

«La civiltà non è semplicemente imitazione della natura, ma un processo di costruzione di una forma umana totale mediante elementi della natura, ed è sospinta da quella forza che abbiamo definito desiderio. Il desiderio del cibo e della casa non è appagato dalle radici e dalle caverne; produce quelle forme umane di natura che definiamo coltivazione e architettura. Il desiderio non è dunque una semplice risposta alla necessità, per cui un animale può aver bisogno di cibo e ottenerlo senza coltivare i campi, né è semplicemente la risposta alla mancanza o desiderio di qualcosa in particolare. Non è né limitato né soddisfatto dagli oggetti, ma è una forza che guida la società umana a sviluppare la sua forma peculiare. In questo senso, il desiderio è l’equivalente sociale di ciò che è l’emozione al livello letterale, vale a dire un impulso verso l’espressione che sarebbe rimasto amorfo se la poesia non lo avesse liberato dotandolo della forma per esprimersi. Analogamente la forma del desiderio è liberata e resa apparente dalla civiltà. La causa efficiente della civiltà è il lavoro, e la poesia, dal punto di vista sociale, ha lo scopo di esprimere, come ipotesi verbale, la visione della meta del lavoro e delle forme del desiderio.»

996

"Civilization is not merely an imitation of nature, but a process of constructing a total human form from natural elements, driven by what we have defined as desire. The desire for food and shelter is not satisfied by roots and caves; it produces those humanized forms of nature we call agriculture and architecture. Desire is thus not simply a response to need (for an animal may require food without cultivating fields), nor is it merely the lack or want of something specific. It is neither limited nor satisfied by objects, but is the force that propels human society to develop its distinctive shape. In this sense, desire is the social equivalent of what emotion is on the literal level – an impulse toward expression that would remain amorphous were it not liberated through poetry's gift of expressive form. Similarly, civilization liberates desire's form, rendering it manifest. The efficient cause of civilization is work, and poetry's social function lies in verbally hypothesizing work's ultimate goal and desire's manifold forms."

997

Questo discorso precisa una delle affermazioni centrali di Frye: «Il critico archetipico studia la singola poesia come parte della poesia in generale, ma la studia anche come parte della totale imitazione umana della natura che definiamo civiltà».

997

This passage clarifies one of Frye's central assertions: "The archetypal critic studies each poem as part of poetry's totality, but also as part of humanity's total imitation of nature that we call civilization."

998

Perché questo passo m’interessa? Perché in esso, con un linguaggio che risveglia echi illustri, ritrovo temi che mi stanno sempre molto a cuore ma che riesco sempre meno a tenere insieme in un discorso coerente. Dalle abitudini d’una lettura «storicista» che mi garantiva l’inserimento della letteratura nel contesto dell’attività umana – ma per garantirmelo mistificava tanto la letteratura quanto la storia – sono passato a cercare modi di leggere la letteratura più interni al loro oggetto, e che perciò sento come non-mistificatori; ma essi non coprono il vuoto che è rimasto al posto di quell’inserimento. So che non devo per questo affrettarmi a escludere che questo luogo esista; forse finirà per apparire al termine d’un lungo cammino; ma so anche che devo trattenermi il più possibile dal porre la domanda, se non voglio rompere il razionale incantesimo del rigore metodologico.

998

Why does this passage resonate? Because here, through language evoking illustrious echoes, I rediscover themes perpetually dear to me yet increasingly difficult to synthesize coherently. Having moved from historicist reading habits that supposedly anchored literature within human activity (while mystifying both literature and history), I now seek interpretive modes more intrinsic to their object – thus feeling them less deceptive. Yet they leave untouched the void where that anchoring once stood. I know I must not hastily conclude this locus nonexistent; perhaps it will emerge after long wandering. Yet I also know I must refrain from pressing the question, lest I rupture methodology's rational enchantment.

999

La lettura del critico canadese viene oggi a buon punto a collegare questo ordine di preoccupazioni con quelle esplicitate dalla problematica filosofico-sociologico-psicologica più dibattuta in questo momento. Il richiamo all’elemento del desiderio che trova nella letteratura le forme per proiettarsi al di là degli ostacoli incontrati sulla sua strada, appare una proposta tutta attuale, basata com’è sulla ripugnanza per l’invivibilità del presente e sulla tensione verso il progetto d’una società desiderabile.

999

The Canadian critic's work arrives opportunely to connect these concerns with those foregrounded in current philosophical-sociological-psychological debates. Emphasizing desire's role – finding in literature forms to project itself beyond encountered obstacles – appears thoroughly contemporary, rooted in repugnance toward the present's unlivability and tension toward envisioning a desirable society.

1000

Certo, un’interpretazione così ottimisticamente sistematrice, in qualsiasi altro contesto mi apparirebbe ormai sospetta; ma qui siamo al centro d’un vasto reticolo di classificazioni e d’ipotesi; forse è solo perché questa è la pagina 139 e non una delle prime o delle ultime (cioè né una dichiarazione di principio né una conclusione) che il discorso merita d’essere seguito nel suo diramarsi a raggera o allargarsi a cerchi concentrici attraverso i vari capitoli. Inoltre il passo può valere anche come precisazione ed eventuale correzione dell’immagine che più facilmente ci facciamo di Frye: il critico che interpreta le funzioni letterarie in base all’antropologia, il teorizzatore del «ciclo stagionale», delle corrispondenze tra generi letterari e riti agricoli, qualcuno dunque da cui ci si può aspettare tutt’al più un’operazione nobilmente arcaizzante, che utilizzi la letteratura vuoi a conferma dell’immutabilità della natura umana, vuoi a dimostrazione della ciclicità del movimento storico, vuoi del suo finalismo.

1000

Certainly, such an optimistically systematizing interpretation would strike me as suspect in any other context; but here we are at the heart of an extensive network of classifications and hypotheses. Perhaps it is precisely because this is page 139 – neither an opening declaration of principles nor a concluding statement – that the discourse merits being followed as it radiates outward or expands concentrically across various chapters. Moreover, this passage may also serve to clarify and potentially correct the image we most readily form of Frye: the critic who interprets literary functions through anthropology, the theorist of the "seasonal cycle" and correspondences between literary genres and agricultural rites – someone from whom we might expect, at best, a nobly archaizing operation that uses literature either to confirm the immutability of human nature or to demonstrate historical cyclicality or finalism.

1001

Più che affrettarmi a stabilire quale sia il vero Frye, ora mi serve mettere in rilievo una delle opposizioni su cui l’Anatomia della critica si basa: quella tra rito e sogno. A una corrispondenza delle forme letterarie con le pratiche rituali, cioè con l’uso tecnico e istituzionale del mito, Frye contrappone (o integra, affianca: in lui questi movimenti non sono mai netti e univoci) la corrispondenza col sogno, proiezione del desiderio e della ripugnanza in contrasto col quadro delle istituzioni vigenti. È in questa chiave che mi piace leggere il libro, più che in quelle – anch’esse d’altronde legittime – di un Frye «ciclico» (più esatto sarebbe dire un Frye descrittore della concezione ciclica del mondo che la letteratura ha espresso) o di un Frye «teleologico» (non dimentichiamo che questo storico e geografo del desiderio umano è un pastore protestante).

1001

Rather than hastily determining who the true Frye might be, what serves me now is to highlight one of the fundamental oppositions in the Anatomy of Criticism: that between ritual and dream. To the correspondence between literary forms and ritual practices – that is, the technical and institutional use of myth – Frye contrasts (or perhaps integrates and juxtaposes, for his movements are never clear-cut or univocal) the correspondence with dream, the projection of desire and repugnance against the framework of existing institutions. It is through this lens that I prefer to read the book, rather than through those of a "cyclical" Frye (though more accurately, he describes the cyclical worldview expressed in literature) or a "teleological" Frye (let us not forget this historian and geographer of human desire is also a Protestant minister).

1002

Per esempio, resta aperta la via per uno studio del simbolo città dalla rivoluzione industriale in poi, come proiezione dei terrori e dei desideri dell’uomo contemporaneo. Frye ci dice che la città è la forma umana del mondo minerale, nelle sue immagini apocalittico-paradisiache (città di Dio, Gerusalemme, architettura ascendente, sede del re e della corte) o demonico-infernali (città di Dite, città di Caino, labirinto, metropoli moderna). Ma resta da dire che nei rapporti tra mondo umano, mondo animal-vegetale e mondo minerale sono avvenuti molti cambiamenti durante gli ultimi duecento anni: cambiamenti sintattici e nell’attribuzione dei valori, che andrebbero verificati a livello dell’immaginario letterario e di quello sociale. Di sviluppi e prolungamenti di questo genere l’Anatomia della critica ne permette e suggerisce molti; è un libro dalle continue spinte centrifughe, cui bisogna talora far resistenza per non smarrire il filo del suo percorso complessivo.

1002

For instance, the path remains open for studying the city as a symbol from the Industrial Revolution onward, as a projection of contemporary humanity's terrors and desires. Frye tells us the city is the human form of the mineral world in its apocalyptic-paradisal images (City of God, Jerusalem, ascending architecture, seat of kings and courts) or demonic-infernal ones (City of Dis, Cain's city, labyrinth, modern metropolis). Yet what remains to be articulated are the syntactic changes and value attributions in the relationships between human, animal-vegetal, and mineral worlds over the last two centuries – transformations that should be verified at the level of both literary imagination and social consciousness. The Anatomy of Criticism permits and even prompts many such developments and extensions; it is a book of centrifugal impulses to which one must occasionally resist to avoid losing the thread of its overarching trajectory.

1003

Consiglierei di concentrare dapprima la lettura sui «modi d’invenzione» tragica e comica, sul simbolo come archetipo, sulle immagini apocalittiche e demoniche, e sui mythoi delle quattro stagioni. Con questi capitoli il lettore tiene in mano il filo principale del libro, che potrà precisare e integrare allargando l’area della lettura e approfondendone i temi.

1003

I would recommend initially focusing one's reading on the tragic and comic "modes of invention," on the symbol as archetype, on apocalyptic and demonic imagery, and on the seasonal mythoi. These chapters provide the reader with the book's central thread, which can then be refined and expanded by broadening the scope of reading and deepening its thematic exploration.

1004

Seguire questo filo vuol dire ripercorrere la storia della letteratura come rappresentazione dell’esclusione dalla società e dell’incorporazione nella società. Dèi esclusi dalla società degli immortali e destinati a morire; eroi accettati nella società degli dèi; la natura come società ideale che piange l’eroe morto – nell’elegia – o accoglie l’eroe fuggiasco – nella pastorale –; la caduta del re o del capo nella tragedia; la costruzione d’una nuova società nella commedia aristofanesca, e – dalla commedia di Menandro e di Plauto in poi – la coppia degli sposi come nucleo d’una società di giovani che trionfa degli ostacoli frapposti dai vecchi; la sconfitta di Julien Sorel o di Emma Bovary nella scalata a una società non loro; l’eroe ironico e intellettuale che esclude se stesso dalla società; oppure il nemico che come capro espiatorio rituale viene rintracciato ed escluso.

1004

Following this thread means retracing literary history as the representation of exclusion from society and incorporation into society. Gods excluded from the society of immortals and destined to die; heroes accepted into divine society; nature as an ideal society mourning the dead hero in elegy or sheltering the fugitive hero in pastoral; the fall of kings or leaders in tragedy; the construction of a new society in Aristophanic comedy; the young couple as nucleus of a social order triumphing over obstacles posed by elders (from Menander and Plautus onward); the defeat of Julien Sorel or Emma Bovary in scaling social hierarchies; the ironic intellectual hero self-exiled from society; or the enemy ritually hunted and excluded as scapegoat.

1005

L’esame della storia dell’invenzione letteraria sotto l’angolo visuale dei due «modi» principali, tragico e comico, permette a Frye di identificare il personaggio dell’escluso della società sia quando l’opera poetica prende le sue parti (modo tragico, anche quando compare nella commedia o nella poesia romantica o nel romanzo naturalista) sia quando è visto come il nemico da espellere, la vittima ridicola o ripugnante, il pharmakos (modo comico, anche in contesti lontani dalla commedia). Lo stesso discorso vale tanto se l’escluso o autoescluso è l’eroe quanto se è il poeta stesso, in prima o in trasposta persona; la letteratura moderna apre qui una casistica di questo movimento di «ironia» o autoesclusione.

1005

Examining the history of literary invention through the tragic and comic "modes" allows Frye to identify the figure of society's excluded – whether the poetic work takes their side (tragic mode, even when appearing in comedy, Romantic poetry, or naturalist novels) or views them as enemies to expel, ridiculous or repugnant victims, pharmakoi (comic mode, even in contexts far removed from comedy). This discourse applies equally whether the excluded or self-excluded is the hero or the poet speaking directly or through persona. Modern literature opens a casuistry of this "ironic" movement of self-exclusion.

1006

L’identificazione del nemico da espellere è anche il meccanismo del romanzo poliziesco, ma qui Frye (p. 64) mette in guardia sulla funzione «propagandistica» (per la legalità poliziesca della società costituita) che ha ogni forma letteraria in cui il nemico è identificato in qualcuno fuori della società (convenzione melodrammatica) mentre la funzione della autentica ironia comica è quella di definire «il nemico della società come uno spirito ad essa interno».

1006

The identification of enemies to expel also drives detective fiction, though here Frye (p. 64) cautions against the "propagandistic" function (for police-enforced legality of established society) inherent in any literary form where enemies are external to society (melodramatic convention), whereas authentic comic irony defines "society's enemy as an internal spirit."

1007

Le parti del libro più vive, quelle in cui ho trovato idee per me più nuove e sollecitanti sono tutte quelle che riguardano la commedia, culminanti nel capitolo sul mito primaverile. Le parti più ricche di fascino per il materiale in gran parte insolito che mettono in gioco sono quelle sul romance. I capitoli sulla tragedia riservano meno sorprese, dato che sulla tragedia sembra che tutto già sia stato detto. L’ironia e la satira sono forse il campo più personale dell’indagine fryeana, e qui il discorso si fa più complesso e resta aperto come serie di suggestioni più che come visione organica.

1007

The most vital sections – those containing the newest and most stimulating ideas for me – concern comedy, culminating in the chapter on spring myth. The most fascinating portions, rich in largely unfamiliar material, explore romance. The tragedy chapters offer fewer surprises, as little new seems left to say about tragedy. Irony and satire perhaps constitute Frye's most personal field of inquiry here, where his discourse grows more complex and remains open as a series of provocations rather than an organic vision.

1008

Le fitte esemplificazioni di Frye provengono soprattutto: dalla Bibbia in primo luogo, dai poemi omerici, dalle tragedie e specialmente dalle commedie greche e latine, dal Medioevo cavalleresco e sapienziale, Dante, Spenser, molto Shakespeare specialmente le commedie, molto Milton, molti romanzi del Sette e Ottocento soprattutto inglesi, con non rare incursioni nel Novecento maggiore e minore (e anche il cinema ha la sua parte). Sotto gli occhi del lettore scorre un discorso tutto intessuto di riferimenti lontani tra loro nel tempo e nello spazio ma tra i quali non si smette di stabilire corrispondenze e parentele. Questo già garantisce che una prima lettura o scorribanda, in poltrona, senza tornare mai indietro o fermarsi a ricapitolare, può essere molto piacevole ed episodicamente istruttiva. Frye chiama «saggi» i suoi capitoli e ha qualche ragione per farlo; si può seguire le sue divagazioni come quelle d’un saggista, coglierne un’unità sostanziale di clima intellettuale e non chiedere di più.

1008

Frye's dense exemplifications draw primarily from: the Bible first and foremost, Homeric poems, Greek and Latin tragedies and especially comedies, medieval chivalric and wisdom literature, Dante, Spenser, ample Shakespeare – particularly the comedies – ample Milton, numerous 18th and 19th-century novels mainly English, with frequent forays into major and minor 20th-century works (cinema also claims its share). Before the reader's eyes unfolds a discourse entirely interwoven with references distant in time and space yet ceaselessly correlated through correspondences and kinships. This already ensures that an initial reading or casual perusal, reclined in an armchair without backtracking or pausing to recapitulate, can prove highly pleasurable and episodically instructive. Frye terms his chapters "essays" with some justification; one may follow his digressions as those of an essayist, grasping their substantial unity of intellectual climate without demanding more.

1009

Se si passa alla lettura sistematica, a tavolino, cercando di fissare in schemi sinottici le classificazioni e ripartizioni di cui ogni capitolo è costellato, ci si trova davanti un libro molto più difficile di quello che sembrava, e a tratti frustrante. Il critico canadese è abitato da un demone classificatorio ed enumeratorio: vuole costruire dei sistemi da cui non scappi niente. Perciò in ogni capitolo propone nuovi schemi con terminologia diversa ma sempre un po’ oscillante, o meglio: solo leggermente diversa o con diversa accezione degli stessi termini, e tra uno schema e l’altro traccia delle reti di corrispondenze (per esempio ai cinque modi definiti nel primo saggio corrispondono le cinque fasi del secondo ma in ordine inverso); per di più ha sempre sotto gli occhi i sistemi di classificazione aristotelica e quelli medievali, e li sovrappone e confronta ai suoi. Insomma, accumula una serie di setacci che dovrebbero setacciare tutti contemporaneamente, tutta la letteratura nel suo complesso e setacciarsi anche tra loro.

1009

Transitioning to systematic study at one's desk – attempting to fix classifications and subdivisions into synoptic charts – reveals a far more challenging and intermittently frustrating work than first apparent. The Canadian critic is possessed by a classificatory and enumerative demon: he seeks to construct all-encompassing systems. Thus each chapter proposes new schemata with shifting terminology – or rather, slightly varied terms carrying nuanced meanings – while correlating networks between frameworks (e.g., the five modes from the first essay inversely correspond to the five phases in the second). Moreover, he constantly overlays Aristotelian and medieval classification systems against his own. In essence, he accumulates sieves meant to sift all literature simultaneously while cross-filtering each other.

1010

Si direbbe che in lui si svolga una lotta tra la sua passione per le ripartizioni rigide e la sua sensibilità di critico che avverte continuamente dimensioni che sfuggono a ogni schema e lo spingono ad aggiungere schemi nuovi. E questo demone sistematico egli un po’ lo ostenta un po’ lo nasconde tra le divagazioni, gli approcci da angolature differenti, e una certa vena loquace che ogni tanto gli prende la mano. (Esiste ahimè anche un Frye soltanto chiacchierone, come è provato da un altro suo libro tradotto di recente in italiano, Cultura e miti del nostro tempo, ed. Rizzoli, tre conferenze per il centenario della confederazione canadese.) È sintomatico che anche uno studioso assiduo di Frye, dal quale un anno fa mi era venuto l’invito più persuasivo a entrare nel meccanismo di questo libro (Gianni Celati, Il sogno senza fondo, in «Quindici», n. 9) si sia nel frattempo orientato – come dimostra un articolo più recente2 – verso una lettura e utilizzazione non-sistematica dell’Anatomia (ma non per questo meno impegnativa). Per me prendere in parola il Frye sistematico e mettermi a tracciare tavole sinottiche, ha voluto dire trovarmi di fronte a grovigli di linee inestricabili e tornare ad affidarmi alla lettura «saggistica».

1010

One discerns an internal struggle between his passion for rigid taxonomies and his critical sensitivity to dimensions escaping any schema – tensions driving perpetual additions. This systematic demon he partly flaunts, partly conceals through digressions, multi-angled approaches, and occasional garrulousness. (Alas, a merely chatty Frye exists too, evidenced by his recently translated Culture and Myths of Our Time, Rizzoli editions – three lectures for Canada's centennial.) Symptomatically, even a devoted Frye scholar who persuaded me to engage this book's mechanics a year prior (Gianni Celati, The Bottomless Dream in "Quindici" n.9) has since shifted – as his newer article shows2 – toward non-systematic yet equally rigorous readings of the Anatomy. For my part, taking the systematic Frye at face value and charting synoptic tables led me into inextricable tangles, driving me back to "essayistic" reading.

1011

Tocchiamo qui il punto cruciale delle valutazioni sulla critica d’oggi: una possibile «scientificità» della critica. Certo la critica anglosassone anche più rigorosa finisce per apparirci amabilmente saggistica da quando lo strutturalismo francese ci ha abituato negli ultimi anni a una formalizzazione molto più riduttiva e austeramente scarna dei procedimenti di lettura. Confrontiamo il Frye catalogatore degli elementi del romance medievale con un recente saggio strutturalista sulla Quête du Graal (Tzvetan Todorov, La quête du récit, in «Critique», marzo 1969, n. 262). Là dove Frye, alle prese con una vegetazione brulicante di simboli, pare sempre affannato a rincorrere le lepri che scappano da tutte le parti, Todorov vede davanti a sé un mondo lineare e simmetrico in cui esegue movimenti d’esatta eleganza ed economia: dei tre livelli di significato che in questo romanzo francese del XIII secolo si rimandano l’un l’altro, nessuno ha un senso se non nel rapporto con gli altri due; la ricerca del Graal altro non è che la ricerca del racconto. Mentre Frye apre un gioco di specchi per cui in ogni opera si rifrange l’enciclopedia della civiltà umana, Todorov chiude l’opera su se stessa, senza finestre per guardare fuori, escludendo anzi metodologicamente l’esistenza d’un «fuori» che possa esser guardato.

1011

Here we touch the crux of contemporary critical evaluation: potential "scientificity" in criticism. Anglo-Saxon criticism's most rigorous efforts inevitably strike us as amiably essayistic since French structuralism accustomed us to far more reductive and austerely lean formalizations. Compare Frye cataloguing medieval romance elements with Tzvetan Todorov's structuralist essay on The Quest of the Grail ("La quête du récit" in Critique n.262, March 1969). Where Frye, confronting swarming symbolic vegetation, seems forever chasing hares scattering in all directions, Todorov maneuvers through linear symmetrical worlds with exacting elegance: the three interdependent narrative levels in this 13th-century French romance render the Grail quest inseparable from the quest for narrative itself. While Frye opens mirror-games where each work refracts civilization's encyclopedia, Todorov seals texts windowless, methodologically excluding any observable "outside."

1012

Forse l’analisi critica che cerco è quella che non punta sul «fuori» direttamente, ma esplorando il «dentro» del testo riesce, proprio approfondendosi nella sua marcia centripeta, ad aprire sul «fuori» dei colpi d’occhio inattesi. Risultato che non dipende tanto dal metodo quanto dal modo con cui di un metodo ci si vale: l’ascetismo a cui mi sottopongo per entrare nell’«universo semantico» di Greimas, che riduce e razionalizza all’estremo le già scheletriche formule di Propp, mi è ripagato dalla soddisfazione di vedere che il «modèle actantiel» permette di mettere a confronto il comportamento di Ivan lo scemo del villaggio con quello dell’investitore economico in una ricerca sociologica, cioè di stabilire dei rapporti tra tipi d’esperienze che non riuscirei altrimenti a collegare (A.J. Greimas, Semantica strutturale, Rizzoli, Milano 1969, cfr. pp. 220-222).

1012

Perhaps the critical analysis I seek neither targets the "outside" directly nor, through centripetal textual immersion, unexpectedly glimpses the "outside" via methodological asceticism. My self-imposed austerity entering Greimas's "semantic universe" – which streamlines Propp's skeletal formulas – is repaid when his actantial model bridges Ivan the Village Fool's behavior with that of economic investors in sociological studies, connecting otherwise disparate experiential types (A.J. Greimas, Structural Semantics, Rizzoli 1969, cf. pp.220-222).

1013

Se continuo a leggere libri di critica è perché mi aspetto sempre da loro sorprese di questo genere. La più grande di tutte è stata quella di trovare, nascosto in un capitolo del Dostoevskij di Bachtin (pp. 159-172 della traduzione italiana, Einaudi, Torino 1968), un modello di «rivoluzione permanente» che – visto come proprio dell’antichità e del Medioevo – potrebbe benissimo proporsi come società del futuro, l’unico modello che risponderebbe a tutte le esigenze che non si riesce a far quadrare insieme: una società fondata sull’alternarsi regolare di periodi eversivi di carnevale-consumo e periodi d’austerità produttiva.

1013

I persist in reading criticism anticipating such surprises. The greatest remains discovering – hidden in Bakhtin's Dostoevsky (pp.159-172, Italian edition Einaudi 1968) – a model of "permanent revolution" ascribed to antiquity and the Middle Ages that could well propose itself as future society: the sole framework reconciling irreconcilable demands through regular alternation of subversive Carnival-consumption periods and phases of productive austerity.

1014

Ogni vero libro di critica può essere letto come uno dei testi di cui tratta, come un tessuto di metafore poetiche; così anche Frye. Che si sia tentati di estendere anche fuori dalla letteratura creativa i suoi strumenti d’analisi è naturale; andando più in là che nel suo capitolo La retorica della prosa non-letteraria, cioè cercando di comprendere quanta parte hanno i modi i simboli gli archetipi letterari in ogni discorso umano, in ogni modello teorico, in ogni visione del mondo. Ricordo un libro americano che ho letto qualche anno fa (Stanley E. Hyman, The Tangled Bank: Darwin, Marx, Frazer and Freud as imaginative writers, Athenaeum, New York 1962): l’autore affrontava l’opera di quattro innovatori del pensiero dell’Ottocento come fossero opere di immaginazione, cosmogonie mitiche, poemi, tragedie, cicli romanzeschi; ne metteva in rilievo i personaggi le situazioni le immagini i conflitti il senso della natura senza staccarsi mai dai metodi della critica letteraria. Si trattava solo d’un divertimento sofisticato? Devo dire che per me il libro di Hyman è rimasto come un’utilissima lezione di lettura.

1014

Every genuine work of criticism can be read as one of the texts it discusses, as a fabric of poetic metaphors; this holds true for Frye as well. That we might be tempted to extend his analytical tools beyond creative literature is natural; going further than his chapter The Rhetoric of Non-Literary Prose, we might seek to comprehend how literary modes, symbols, and archetypes permeate all human discourse, every theoretical model, every worldview. I recall an American book I read years ago (Stanley E. Hyman, The Tangled Bank: Darwin, Marx, Frazer and Freud as Imaginative Writers, Athenaeum, New York 1962): the author approached the works of four 19th-century intellectual innovators as if they were imaginative creations—mythic cosmogonies, poems, tragedies, novelistic cycles—highlighting their characters, situations, images, conflicts, and visions of nature without ever departing from literary critical methods. Was this merely sophisticated entertainment? I must confess Hyman’s book remains for me an invaluable lesson in reading.

1015

E penso che anche Frye ci entrasse per qualcosa, lui che per larga parte della sua Anatomia insegna come anche i libri sacri debbano essere letti dal critico letterario esclusivamente come opere letterarie. Il che per un clergyman non è poco: anzi, se il tono di Frye prende toni vibrati da controversia religiosa è proprio dove condanna la tendenza di Coleridge a trasformare la critica in una teologia naturale.

1015

I suspect Frye too plays a role here, he who throughout much of his Anatomy insists that even sacred texts must be read by literary critics exclusively as literary works. This is no small claim for a clergyman: indeed, Frye’s tone grows most vehemently polemical when condemning Coleridge’s tendency to transform criticism into a natural theology.

1016

Pure, esiste un punto in cui l’universo letterario e l’universo religioso di Frye si incontrano: entrambi infatti sono universi biblicocentrici. Nel capitolo sulle «forme enciclopediche», Frye considera la Bibbia (Vecchio e Nuovo Testamento) come una struttura archetipica completa, oltre che come un compendio di tutti i modi i simboli i miti della letteratura mondiale. L’obiezione di critica letteraria che si può muovergli è che la Bibbia non è un libro ma una biblioteca, cioè una scelta di libri messi l’uno accanto all’altro ai quali si dà un particolare valore globale e attorno ai quali si ordinano tutti gli altri libri possibili.

1016

Yet there exists a point where Frye’s literary universe and religious universe converge: both are fundamentally Bible-centric. In his chapter on "encyclopedic forms," Frye treats the Bible (Old and New Testaments) not only as a complete archetypal structure but as a compendium of all modes, symbols, and myths in world literature. From a literary-critical standpoint, one might object that the Bible is not a single book but a library—a curated selection of texts placed side by side, endowed with collective significance, around which all other possible books are organized.

1017

La nozione di «biblioteca» non fa parte della terminologia fryeana ma potrebbe pur esservi aggiunta. La letteratura non è fatta solo di opere singole ma di biblioteche, sistemi in cui le varie epoche e tradizioni organizzano i testi «canonici» e quelli «apocrifi». All’interno di questi sistemi ogni opera è diversa da come sarebbe se fosse isolata o inserita in un’altra biblioteca. Una biblioteca può avere un catalogo chiuso oppure può tendere a diventare la biblioteca universale ma sempre espandendosi attorno a un nucleo di libri «canonici». Ed è il luogo dove risiede il centro di gravità che differenzia una biblioteca dall’altra, più ancora del catalogo. La biblioteca ideale a cui tendo è quella che gravita verso il fuori, verso i libri «apocrifi», nel senso etimologico della parola, cioè i libri «nascosti». La letteratura è ricerca del libro nascosto lontano, che cambia il valore dei libri noti, è la tensione verso il nuovo testo apocrifo da ritrovare o da inventare.

1017

The concept of a "library" does not belong to Frye’s terminology but could fruitfully be added to it. Literature consists not only of individual works but of libraries—systems through which different eras and traditions arrange "canonical" and "apocryphal" texts. Within these systems, every work differs from what it would be in isolation or within another library. A library may have a closed catalog or aspire to become the universal library, always expanding around a nucleus of "canonical" books. The gravitational center distinguishing one library from another resides here, more than in the catalog itself. My ideal library gravitates outward toward "apocryphal" books in the etymological sense—the "hidden" books. Literature is the quest for distant hidden texts that alter the value of known works, the tension toward new apocryphal texts to be rediscovered or invented.

1018

1. Northrop Frye, Anatomy of Criticism, Princeton University Press, 1957. Trad. it. Anatomia della critica, Einaudi, Torino 1969, 2a ed. riveduta 1972.

1018

1. Northrop Frye, Anatomy of Criticism, Princeton University Press, 1957. Italian trans. Anatomia della critica, Einaudi, Turin 1969, 2nd revised ed. 1972.

1019

2. Gianni Celati, Anatomie e sistematiche letterarie, pubblicato sullo stesso numero 5 di «Libri Nuovi», agosto 1966.

1019

2. Gianni Celati, Anatomie e sistematiche letterarie, published in the same issue of «Libri Nuovi», no. 5, August 1966.

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La macchina spasmodica

1021

The Spasmodic Machine

1022

«Il Caffè», n. 5-6, 1969 (1970). Risponde a discussioni (citate nel testo) a proposito del mio scritto Appunti sulla narrativa come processo combinatorio (cfr. Cibernetica e fantasmi a p. 201).

1022

«Il Caffè», no. 5-6, 1969 (1970). Responds to discussions (cited in the text) regarding my essay Notes on Narrative as a Combinatorial Process (see Cybernetics and Ghosts on p. 201).

1023

Caro Vicari,

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Dear Vicari,

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Ho letto con gran piacere sul «Caffè», 2-3, 1969, il tuo scritto Il significato inatteso e quello di Cesare Milanese Dal processo combinatorio alla teoresi mitopoietica che sviluppano e discutono le mie note sulla narrativa come processo combinatorio («Nuova Corrente», 46-47).

1024

I read with great pleasure your essay Il significato inatteso (The Unexpected Meaning) and Cesare Milanese’s Dal processo combinatorio alla teoresi mitopoietica (From Combinatorial Process to Mythopoietic Theory) in «Il Caffè», 2-3, 1969, which expand upon and critique my notes on narrative as a combinatorial process («Nuova Corrente», 46-47).

1025

Quel mio scritto aveva un’andata e un ritorno: un’andata riduttiva e tranquillizzante (il mondo sembra infinitamente terribile, ma rassicuriamoci: le cose pensabili e dicibili sono un numero finito) e un ritorno teso verso l’imprevisto e l’inesplorato (le costruzioni mentali e le parole sembrano ripetersi in un numero squallidamente limitato, ma non lasciamoci demoralizzare: attraverso ad esse s’aprono spiragli sulla terribilità e ricchezza inesauribili del mondo). Insomma, il mio atteggiamento era per metà dominato dall’agorafobia e per metà dalla claustrofobia; da ciò derivavano contraddizioni e oscillazioni nel mio argomentare; i vostri consensi mi servono anche perché portano elementi per superarle, tu riconducendo il discorso al suo senso unitario, Milanese sviluppando l’opposizione tra le due polarità che esso contiene.

1025

That essay of mine had a departure and return: a reductive, reassuring departure (the world seems infinitely terrifying, but let us take comfort—the things thinkable and expressible exist in finite number) and a return straining toward the unforeseen and unexplored (mental constructs and words seem to repeat within a bleakly limited scope, but let us not be disheartened—through them, glimpses open onto the inexhaustible terror and richness of the world). In short, my stance was half dominated by agoraphobia and half by claustrophobia; from this arose contradictions and oscillations in my reasoning. Your agreements serve me well, as they contribute elements to overcome these tensions—you by recentering the discourse to its unified meaning, Milanese by developing the opposition between the two polarities it contains.

1026

Nel tempo intercorso tra la stesura di quelle mie note e oggi (più di due anni) agorafobia e claustrofobia hanno continuato a disputarsi la mia anima, ma non mi sono mai più sorpreso a pensare a un universo finito e numerabile (idea più che errata, infernale) e l’analisi del processo combinatorio mi è apparsa solo come un metodo tanto più necessario in quanto mai esaustivo per addentrarci nello sterminato intrico del possibile.

1026

In the time between drafting those notes and today (over two years), agoraphobia and claustrophobia have continued to vie for my soul, but I have never again caught myself imagining a finite, enumerable universe (an idea more infernal than erroneous). The analysis of combinatorial processes now appears to me only as a method made all the more necessary by its inherent inability to exhaustively penetrate the boundless tangle of the possible.

1027

Scrivo questo forse anche sotto l’influenza della lettura recente del libro di Gian Carlo Roscioni La disarmonia prestabilita, che ricostruisce sui testi editi e inediti il sistema del mondo di quell’ultimo «filosofo naturale» che è Carlo Emilio Gadda. Infatti, il nucleo della ricerca di Gadda (filosofo e scrittore, perché i due si confondono in ogni riga) risulta essere – tramite l’arte combinatoria di Leibniz – proprio quello dei nostri discorsi. L’oggetto dello scrivere di Gadda è il sistema di relazione tra le cose, che attraverso una genetica combinatoria mira a una mappa o catalogo o enciclopedia del possibile, e, risalendo una genealogia di cause e di concause, a collegare tutte le storie in una, nell’intento eroico di liberarsi dal groviglio dei fatti subiti passivamente contrapponendo loro la costruzione d’un «groviglio conoscitivo» – o, noi diremmo, d’un «modello» – altrettanto articolato. Intento continuamente frustrato: la complessità dei vorticosi processi di trasformazione s’espande in labirinti concentrici e non tarda ad aver ragione del più ostinato ottimismo gnoseologico; la speculazione di Gadda è eroica perché tragica. Da tempo non leggevo esposizione di filosofia che m’appassionasse e «convincesse» quanto questa.

1027

I write this perhaps under the recent influence of Gian Carlo Roscioni’s book La disarmonia prestabilita (The Pre-Established Disharmony), which reconstructs—through published and unpublished texts—the world-system of that last "natural philosopher," Carlo Emilio Gadda. Indeed, the core of Gadda’s inquiry (philosopher and writer, for the two merge in every line) proves—via Leibniz’s combinatorial art—precisely aligned with our own discussions. The object of Gadda’s writing is the relational system among things, which through a combinatorial genetics aims at a map, catalog, or encyclopedia of the possible. By tracing a genealogy of causes and contributing causes, he seeks to unite all stories into one, in the heroic endeavor to liberate oneself from the tangle of passively endured facts by opposing them with the construction of an equally intricate "cognitive tangle"—or, as we might say, a "model." A perpetually frustrated endeavor: the complexity of whirling transformation processes expands into concentric labyrinths, swiftly overwhelming even the most stubborn epistemological optimism. Gadda’s speculation is heroic because tragic. It has been a long time since I read a philosophical exposition that engaged and "convinced" me as much as this one.

1028

Vedo che il tuo discorso non diverge da questo corso di pensieri, quando commentando le mie note t’accorgi continuamente dei pericoli di tecnicismo in esse impliciti, – d’una semplificazione e mistificazione tecnicistica – e di come l’aspetto meccanico finisca per essere preponderante su quello liberatorio. La linea di soluzione che proponi è di contrapporre alla fissità dei «fatti» (decisi dall’autorità e dall’inerzia delle strutture sociali) la verità esplosiva che le parole custodiscono e che va continuamente riscoperta muovendole e disponendole fuori dalle cristallizzazioni, in «nuovi emblemi e simboli».

1028

I see your argument aligns with this line of thought when, in commenting on my notes, you continually notice the dangers of technicism implicit within them – of a technicist simplification and mystification – and how the mechanical aspect ends up prevailing over the liberatory one. The solution you propose is to counter the fixity of "facts" (determined by authority and the inertia of social structures) with the explosive truth that words safeguard and which must be continuously rediscovered by moving and arranging them outside crystallized forms into "new emblems and symbols."

1029

Nel sottoscrivere il tuo discorso, non mancherò d’osservare che il ripetitivo cui vuoi sfuggire poi lo ritrovi come significati elementari e immagini primarie, cioè non altro che strutture mitiche fondamentali, che il linguaggio continuamente veicola, cela e rivela. Ha dunque ragione chi dice che ogni nuovo mito e ogni nuova favola è riconducibile a un mito o favola antico, e queste forse a un mito o favola unica di cui tutte le altre non sono che varianti? Sì, ha ragione, purché tenga conto del fatto che Chisciotte e Amleto e Robinson sono pur stati miti «nuovi»; e se anche questi possono ridursi a schemi e meccanismi canonici, ciò prova soltanto che sono stati costruiti come si deve per funzionare da miti. Per «nuovo» non s’intende altro che quel «nuovo» che essi portano, per difenderci come tu dici contro «i fatti» o indicarci una via per padroneggiarli.

1029

While endorsing your argument, I must observe that the repetitive you seek to escape reappears as elementary meanings and primary images – that is, nothing other than fundamental mythical structures, which language continually conveys, conceals, and reveals. Is the critic correct, then, in claiming that every new myth and fable can be traced back to an ancient myth or fable, and these perhaps to a single primal myth or fable of which all others are mere variants? Yes, provided one acknowledges that Don Quixote, Hamlet, and Robinson were indeed "new" myths in their time; and even if these can be reduced to canonical schemas and mechanisms, it only proves they were properly constructed to function as myths. By "new," we mean precisely the novelty they bring – to defend us, as you say, against "facts" or to show us a way to master them.

1030

(M’accorgo che in questo capoverso ho toccato la fondamentale differenza tra il nostro attuale orizzonte speculativo e quello di Gadda: il «modello» di storia unica cui Gadda tende non è quello riduttivo e semplificatore di Propp o Greimas ma è un modello inclusivo e totalizzante. Il procedimento di Gadda va dal complicato al complicato, dalla complicazione subita alla complicazione prestabilita e poi subito di nuovo soverchiante, di cui la formula algebrica è solo un fragile schermo.)

1030

(I realize this paragraph touches on the fundamental difference between our current speculative horizon and Gadda’s: the "model" of unified history that Gadda pursues is not the reductive, simplifying model of Propp or Greimas but an inclusive and totalizing one. Gadda’s method moves from complexity to complexity – from endured complication to preestablished complication, which soon overpowers again, where algebraic formulas serve only as fragile screens.)

1031

Molto bene Milanese definisce la contraddizione (che l’opera portata veramente a compimento risolve) tra stato d’indifferenza (il modello che opera scavalcando l’autore) e stato di drammaturgia (il gioco ha senso solo se è sulla pelle propria che si gioca, cosicché, compiutasi l’opera, l’autore non potrà più essere quello che era, o che credeva d’essere). Gioco sulla pelle propria, è bene insistere sulla relazione di questi due termini (anche perché è con la lieve correzione di tiro che questa sottolineatura comporta che posso dichiararmi anche d’accordo con la prima parte del discorso di Milanese): gioco, in quanto non va mai dimenticato l’aspetto ludico che incrina e dissolve la gravità sempre ideologica che tende a cristallizzarsi attorno ai discorsi letterari; e pelle propria, in quanto la letteratura si dovrebbe differenziare dalle altre operazioni mentali e sperimentazioni pratiche che tendono invece a farsi sulla pelle altrui.

1031

Milanese aptly defines the contradiction (resolved only when the work is fully realized) between a state of indifference (the model operating independently of the author) and a state of dramaturgy (where the game only makes sense if played with one’s own skin at stake, so that upon completing the work, the author can no longer remain who they were or believed themselves to be). Gambling with one’s own skin – it is worth emphasizing the relationship between these terms (and it is through the slight adjustment this emphasis entails that I can agree with the first part of Milanese’s argument): game, in that we must never forget the ludic aspect that fractures and dissolves the ideological gravity perpetually crystallizing around literary discourse; and one’s own skin, in that literature should distinguish itself from other mental operations and practical experiments that instead gamble with others’ skins.

1032

Rifacendomi all’uso spastico del linguaggio (e della ragione) nel Gadda di Roscioni1 definirei il «modello operativo (l’organon)» di Milanese: modello spastico. È questa macchina letteraria spastica che agisce attraverso l’autore, la vera responsabile dell’opera, ma essa non funzionerebbe senza gli spasmi d’un io immerso in un tempo storico, senza una sua reattività, una sua ilarità convulsa, una sua rabbia da dar la testa contro i muri.

1032

Recalling the spastic use of language (and reason) in Gadda as analyzed by Roscioni1, I would define Milanese’s "operative model (organon)" as a spastic model. It is this spastic literary machine acting through the author – the true agent of the work – yet it cannot function without the spasms of a self immersed in historical time, without its reactivity, its convulsive mirth, its rage to smash heads against walls.

1033

1. Gian Carlo Roscioni, La disarmonia prestabilita. Studio su Gadda, Einaudi, Torino 1969, p. 25 e passim. L’aggettivo «spastico» (da «spasmo») è usato da Gadda per qualificare le deformazioni dell’espressione letteraria vista come «tensione (o spasmo) poetica», «tensione spastica dell’intelligenza dell’autore e del lettore».

1033

1. Gian Carlo Roscioni, La disarmonia prestabilita. Studio su Gadda, Einaudi, Turin 1969, p. 25 and passim. The adjective "spastic" (from "spasm") is used by Gadda to characterize the deformations of literary expression seen as "poetic tension (or spasm)," "spastic tension of the author’s and reader’s intelligence."

1035

Il mondo alla rovescia

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The World Turned Upside Down

1036

Rivista «Pirelli», n. 1-2, 1970.

1036

Published in «Pirelli», no. 1-2, 1970.

1037

Chi pensa più al Carnevale? Nella vita contemporanea, credo che siano sempre meno le persone che si ricordano o s’accorgono se è Carnevale o Quaresima. Nei libri, invece, mi capita di leggere sempre più spesso riferimenti al Carnevale, come se oggi che è tramontata dalle nostre esperienze dirette questa costumanza si caricasse di tutto il suo significato, diventasse un elemento necessario per comprendere i fondamenti etnologici della civiltà occidentale.

1037

Who still thinks about Carnival? In contemporary life, I believe fewer and fewer people remember or notice whether it is Carnival or Lent. In books, however, I encounter references to Carnival with increasing frequency, as though this custom – now vanished from our direct experience – has accrued its full significance, becoming indispensable for understanding the ethnological foundations of Western civilization.

1038

«Il carnevale è uno spettacolo senza ribalta e senza divisione in esecutori e spettatori. Nel carnevale tutti sono attivi partecipanti, tutti prendono parte all’azione carnevalesca. Il carnevale non si contempla e non si recita: si vive in esso, si vive secondo le sue leggi, finché queste leggi sono in vigore, cioè si vive la vita carnevalesca. Ma la vita carnevalesca è una vita tolta dal suo normale binario, è in una certa misura una “vita all’incontrario”, un “mondo alla rovescia”.»

1038

"Carnival is a spectacle without a stage or division between performers and spectators. In Carnival, all are active participants; all take part in the carnivalesque action. Carnival is neither contemplated nor performed: one lives within it, according to its laws, for as long as those laws endure – that is, one lives carnivalesque life. But carnivalesque life is life derailed from its ordinary track, a kind of ‘life in reverse,’ a ‘world turned upside down.’"

1039

La suggestiva interpretazione del Carnevale da cui è tratto questo brano si trova nel libro dove meno ci si aspetterebbe di veder trattato un tale tema: uno studio sullo stile di Dostoevskij, uscito a Mosca due anni fa (trad. it. Michail Bachtin, Dostoevskij, poetica e stilistica, Einaudi, Torino 1968). Bachtin sottolinea il fatto che «le leggi, i divieti e le limitazioni che determinano il regime e l’ordine della vita normale, cioè extracarnevalesca, durante il Carnevale sono aboliti; è abolito anzitutto l’ordinamento gerarchico e tutte le forme ad esso collegate di terrore, devozione, pietà, etichetta e così via, cioè tutto ciò che è determinato da una ineguaglianza gerarchico-sociale o di qualsiasi altro tipo (compresa quella dell’età). È abolita qualsiasi distanza tra le persone ed entra in vigore una particolare categoria carnevalesca, il libero contatto familiare tra gli uomini. Questa categoria del contatto familiare determina anche il particolare carattere di organizzazione delle azioni di massa, e il libero gesticolare carnevalesco, e la franca parola carnevalesca».

1039

This evocative interpretation of Carnival comes from an unlikely source: a study of Dostoevsky’s style published in Moscow two years ago (Italian trans.: Mikhail Bakhtin, Dostoevskij, poetica e stilistica, Einaudi, Turin 1968). Bakhtin emphasizes that "the laws, prohibitions, and restrictions governing the regime and order of normal, non-carnivalesque life are abolished during Carnival; abolished first and foremost is the hierarchical system and all associated forms of terror, devotion, piety, etiquette, etc. – everything determined by hierarchical-social inequality or any other disparity (including age). All distance between people is suspended, replaced by a distinct carnivalesque category: free familiar contact between individuals. This category of familiar contact shapes the unique organization of mass actions, the uninhibited carnivalesque gestures, and the frank carnivalesque word."

1040

Ecco perché il Carnevale interessa il critico letterario: per questa liberazione della parola, che la fa diventare eccentrica, tale da essere giudicata inopportuna in qualsiasi altra occasione che non sia questo tempo eccezionale, e per gli accostamenti tra gli attributi della regalità e della follia, del sacro e del profano, della baldoria e della morte; accostamenti che sono stati, da sempre, grandi temi letterari. Il rito del Carnevale consisteva innanzi tutto nell’incoronazione d’un re da burla e nella sua successiva scoronazione (e, spesso, messa in scena della sua esecuzione capitale). Il folklore europeo fornisce innumerevoli varianti di questo cerimoniale simbolico dell’avvicendarsi del tempo, della relatività d’ogni potere. Il re del Carnevale è – già nel momento in cui viene incoronato – colui che verrà detronizzato e deriso alla fine, è re e schiavo al medesimo tempo. Così già nelle scorpacciate e bevute carnevalesche, c’è il presagio dell’austerità quaresimale: il mito dell’abbondanza, l’utopia del Paese della Cuccagna che il Carnevale invera, nasce sullo sfondo della civiltà agricola sempre minacciata dalla carestia.

1040

This is why Carnival interests the literary critic: for this liberation of speech, which renders it eccentric - speech that would be deemed inappropriate on any occasion other than this exceptional time - and for the juxtapositions between attributes of royalty and madness, sacred and profane, revelry and death; juxtapositions that have always been great literary themes. The Carnival ritual consisted primarily in the coronation of a mock king and his subsequent dethronement (often culminating in a staged execution). European folklore provides countless variations of this symbolic ceremony marking the succession of time and the relativity of all power. The Carnival King is - even at the moment of coronation - he who will be deposed and ridiculed in the end, simultaneously sovereign and slave. Thus even in the carnivalesque feasts and drinking bouts, there lies the foreshadowing of Lenten austerity: the myth of abundance, the utopia of the Land of Cockaigne that Carnival actualizes, emerges against the backdrop of an agricultural civilization perpetually threatened by famine.

1041

Ci sono peraltro segni che anche il successore di Re Carnevale, Quaresima, avesse la sua parte di follia contestatrice. Secondo una studiosa americana, «Il Matto» dei tarocchi, non sarebbe altro che Re Quaresima. Studiando il mazzo di tarocchi miniati quattrocenteschi di Bonifacio Bembo che si trova metà all’Accademia Carrara di Bergamo e metà alla Morgan Library di New York, Gertrude Moakley è giunta a formulare una singolare teoria sulla controversa questione dell’origine degli «arcani» dei tarocchi: sarebbero figure dei cortei di «trionfi» carnevaleschi. Almeno, tale sarebbe il mazzo di tarocchi del Bembo, che riprodurrebbe i «trionfi» che sfilarono in occasione delle nozze di Bianca Visconti con Francesco Sforza: cioè (quasi come nel libro di Petrarca) le allegorie dell’Amore, delle Virtù, della Morte, del Tempo. La prima carta dei Tarocchi «Il Bagatto» altro non sarebbe che il Re Carnevale. Attorno al suo carro, volteggia, a piedi e scalzo, il suo successore, Quaresima, armato di randello, che dileggia e minaccia il sovrano ancora per poco in trono. Re Carnevale apriva il corteo e Quaresima lo chiudeva, ma siccome i carri compivano i loro giri in un circuito chiuso, Re Quaresima a piedi si trovava a precedere Re Carnevale in trono, e ne contestava l’autorità. Questo personaggio di castigamatti, vestito di laceri abiti penitenziali, partecipava al corteo ma sempre come una presenza estranea; passando dalle antiche mascherate alle carte da gioco, è diventato «Il Matto», il ventiduesimo «arcano», l’unica carta che non ha un numero né un posto definito (G. Moakley, The Tarot Cards, The New York Public Library, New York 1966).

1041

There are indications, however, that even Carnival King's successor, Lent, had its share of subversive madness. According to an American scholar, "The Fool" in tarot cards might be none other than King Lent. Studying the 15th-century illuminated tarot deck by Bonifacio Bembo (split between Bergamo's Accademia Carrara and New York's Morgan Library), Gertrude Moakley developed a singular theory about the controversial origin of tarot "arcana": they would represent figures from carnival "triumph" processions. At least, this would apply to Bembo's deck, which allegedly reproduces the "triumphs" parading during Bianca Visconti's wedding to Francesco Sforza - namely (almost as in Petrarch's work) allegories of Love, Virtues, Death, and Time. The first Tarot card, "The Magician," would be none other than the Carnival King. Around his chariot hovers his barefoot successor, Lent, wielding a club to mock and threaten the soon-to-be-deposed sovereign. Carnival King led the procession while Lent closed it, but as the chariots circled in a closed circuit, King Lent on foot ended up preceding the enthroned Carnival King, contesting his authority. This disciplinarian figure, clad in penitential rags, participated in the procession yet remained an alien presence; transitioning from ancient masquerades to playing cards, he became "The Fool," the twenty-second arcana, the only card without fixed number or position (G. Moakley, The Tarot Cards, The New York Public Library, New York 1966).

1042

Ma già quella sarebbe un’epoca che secondo Bachtin vede i primi segni di declino del Carnevale: quando le feste cortigiane in maschera sottraggono il Carnevale al suo vero elemento: la piazza.

1042

Yet even that era, according to Bakhtin, already showed early signs of Carnival's decline: when courtly masked festivals began wresting Carnival from its true element - the public square.

1043

È nella Roma antica e nel tardo Medioevo che Bachtin vede realizzarsi la funzione del Carnevale. Ma ancora nel Rinascimento essa era ben viva, tanto che la più importante eredità che il Carnevale ha lasciato alla letteratura, l’atteggiamento della parodia, è allora che dà i suoi capolavori; Erasmo, Rabelais, Cervantes, con la loro ricchezza di linguaggio in cui si mescolano espressioni sublimi e plebee.

1043

Bakhtin locates the fulfillment of Carnival's function in ancient Rome and the late Middle Ages. Nevertheless, its vitality persisted through the Renaissance, as evidenced by Carnival's most significant legacy to literature - the parodic attitude - which then produced masterworks; Erasmus, Rabelais, Cervantes, with their linguistic richness blending sublime and vulgar expressions.

1044

Le grandi città del tardo Medioevo ci appaiono, nell’esposizione di Bachtin, in una inattesa luce di società carnevalesca, perché il Carnevale si estendeva ai giorni di fiera, di vendemmie, di sacre rappresentazioni, accompagnava in certe manifestazioni tutte le grandi feste ecclesiastiche. «Si può dire (con certe riserve, naturalmente) che l’uomo medievale viveva due vite: una ufficiale, monoliticamente seria e accigliata, sottomessa a un rigoroso ordine gerarchico, piena di paura, dogmatismo, devozione e pietà, e un’altra carnevalesca, di piazza, libera, piena di riso ambivalente, di sacrilegi, profanazioni, degradazioni e oscenità, di contatto familiare con tutto e con tutti. Entrambe queste vite erano legalizzate, ma divise da rigorosi confini temporali.»

1044

In Bakhtin's exposition, late medieval cities appear under the unexpected light of carnivalesque society, for Carnival extended to fair days, grape harvests, religious plays, accompanying all major ecclesiastical festivals. "We might say (with due reservations) that medieval man lived two lives: an official one, monolithically serious and grim, subjugated to strict hierarchical order, filled with fear, dogmatism, devotion and piety; and another carnivalesque, square life, free, replete with ambivalent laughter, sacrileges, profanations, degradations and obscenities, familiar contact with all things and all people. Both lives were legally sanctioned, yet separated by strict temporal boundaries."

1045

Questo «modello» paradossale di società (poco importa se storicamente fondato o meno) che ci arriva, come un messaggio in una bottiglia, dalle rive di una civiltà del nostro tempo «monoliticamente seria e accigliata», è quanto mai d’attualità in un mondo come il nostro, mosso nello stesso tempo da spinte antiautoritarie, antirepressive, antiautomatizzanti, e spinte a sottomettere ogni valore alle esigenze della produzione. L’alternanza dei ritmi di vita e degli «stili» di comportamento era dettata al tempo degli antichi carnevali dal ciclo stagionale-agricolo. Potrà in una società futura realizzarsi qualcosa di simile seguendo il ritmo dei cicli economici industriali, dei piani quinquennali, dell’alternanza tra periodi di produzione accumulazione austerità pedagogia e periodi di consumo festa contestazione delle autorità demistificazione a tutti i livelli?

1045

This paradoxical societal "model" (regardless of historical accuracy) reaches us like a message in a bottle from the shores of a "monolithically serious and grim" contemporary civilization, proving remarkably pertinent to our world - torn between anti-authoritarian, anti-repressive, anti-automation drives and pressures to subordinate all values to production demands. In ancient Carnival times, the alternation of life rhythms and behavioral "styles" followed seasonal-agricultural cycles. Could a future society realize something similar through industrial economic cycles, five-year plans, alternating periods of production/accumulation/austerity/education with phases of consumption/festivity/authority-contestation/all-level demystification?

1046

Per ora il «modello» bachtiniano del Carnevale funziona nella critica letteraria, come modello di poetica. Il discorso di Bachtin ha trovato eco soprattutto in Francia. La più autorevole teorica della rivista «Tel Quel» nel suo recentissimo libro (Julia Kristeva, Semeiotiké, Ed. du Seuil, Paris 1969) commenta Bachtin sottolineando l’aspetto eversivo della «cosmogonia carnevalesca» che «resta come un sostrato spesso misconosciuto o perseguitato dalla cultura occidentale ufficiale lungo tutta la sua storia». La Kristeva mette in guardia contro un’ambiguità nell’uso del termine «carnevalesco»: «si tende ad occultare l’aspetto drammatico (cruento, cinico, rivoluzionario nel senso d’una trasformazione dialettica)».

1046

For now, Bakhtin's Carnival "model" operates in literary criticism as a poetic model. His discourse has found particular resonance in France. The leading theorist of Tel Quel journal, in her recent book (Julia Kristeva, Semeiotiké, Ed. du Seuil, Paris 1969), comments on Bakhtin by emphasizing the subversive aspect of "carnivalesque cosmogony" that "persists as a thick substrate often misrecognized or persecuted throughout Western official culture's history." Kristeva cautions against ambiguities in using the term "carnivalesque": "there's a tendency to obscure its dramatic dimension (bloody, cynical, revolutionary in the sense of dialectical transformation)."

1047

Questo aspetto è ben vivo in Bachtin che sottolinea per esempio l’ambivalenza dell’immagine del fuoco nelle feste carnevalesche: il fuoco che contemporaneamente distrugge e rinnova il mondo; e cita Goethe che descrive nel Viaggio in Italia il Carnevale di Roma, con la festa dei «moccoli» in cui ognuno regge una candela accesa e cerca di spegnere le candele altrui, gridando: «sia ammazzato!» (letta in Goethe, l’apostrofe suona più forte che il cordiale e per nulla truculento va’ a morì ammazzato dei romani d’oggi). Goethe racconta di un ragazzo che spegne la candela di suo padre con l’allegro grido: «Sia ammazzato il signor padre!»

1047

This aspect remains vividly present in Bakhtin, who emphasizes for instance the ambivalence of the fire image in Carnival festivities: the flame that simultaneously destroys and renews the world. He cites Goethe’s description in Italian Journey of Rome’s Carnival, with the "moccoli" festival where everyone holds a lit candle while trying to extinguish others’, shouting: "Let him be slain!" (In Goethe’s reading, this apostrophe sounds fiercer than the cordial and far from bloodthirsty Roman dialect phrase va’ a morì ammazzato heard today). Goethe recounts a boy blowing out his father’s candle while cheerfully crying: "Let the honorable father be slain!"

1048

La forza del Carnevale è insomma, per Bachtin, (e qui mi pare anche la forza, letteraria ed extraletteraria, del suo discorso) che in esso non si tratta di «idee astratte sull’eguaglianza e la libertà, sul reciproco legame del tutto, sull’unità dei contrasti, ecc. No, sono idee concreto-sensibili, ritual-spettacolari, vissute e interpretate nella forma della vita stessa, formatesi e conservatesi nel corso dei millenni in seno alle più larghe masse popolari dell’umanità europea».

1048

For Bakhtin, Carnival’s power – and here I find both the literary and extra-literary strength of his discourse – lies in how it embodies not "abstract ideas about equality and freedom, the mutual bond of all things, the unity of opposites, etc. No, these are concrete-sensory ideas, ritual-spectacular, lived and interpreted as life itself, formed and preserved over millennia within the broadest popular masses of European humanity."

1050

Definizioni di territori: l’erotico
(Il sesso e il riso)

1050

Definitions of Territories: The Erotic
(Sex and Laughter)

1051

«20th Century Studies», n. 2, Canterbury 1969, col titolo Considerations on Sex and Laughter, traduzione inglese di Guido Almansi. Il numero della rivista era dedicato a The treatment of sexual themes in the modern novel. L’originale italiano è stato pubblicato in seguito dal «Caffè», n. 2, luglio-settembre 1970.

1051

Originally published in 20th Century Studies No. 2, Canterbury 1969, under the title Considerations on Sex and Laughter, translated by Guido Almansi. The journal issue focused on The treatment of sexual themes in the modern novel. The Italian text later appeared in Il Caffè No. 2, July-September 1970.

1052

In letteratura la sessualità è un linguaggio in cui quello che non si dice è più importante di quello che si dice. Questo principio non vale soltanto per gli scrittori che – per ragioni buone o cattive – affrontano i temi sessuali più o meno indirettamente, ma anche per quelli che investono in essi tutta la forza del loro discorso. Perfino agli scrittori la cui immaginazione erotica vuole oltrepassare ogni barriera, accade d’usare un linguaggio che, partendo dalla massima chiarezza, passa a una misteriosa oscurità proprio nei momenti di maggiore tensione, come se il suo punto d’arrivo non potesse essere altro che l’indicibile. Questo movimento a spirale per aggirare e sfiorare l’indicibile accomuna gli scrittori dell’erotismo più estremo, da Sade a Bataille, agli scrittori dalle cui pagine il sesso sembra rigorosamente bandito, come Henry James.

1052

In literature, sexuality functions as a language where the unspoken outweighs the spoken. This principle applies not only to writers who – for better or worse reasons – approach sexual themes more or less indirectly, but also to those investing their full discursive power in them. Even authors whose erotic imagination seeks to transcend all barriers end up deploying a language that, starting from maximal clarity, slips into mysterious obscurity precisely at moments of highest tension – as if its ultimate destination could only be the unsayable. This spiral movement to circumvent and graze the unsayable unites writers of extreme eroticism from Sade to Bataille with those whose pages seem rigorously purged of sex, like Henry James.

1053

La spessa corazza simbolica sotto cui l’eros si nasconde non è altro che un sistema di schermi coscienti o incoscienti che separano il desiderio dalla sua rappresentazione. Da questo punto di vista ogni letteratura è erotica così come è erotico ogni sogno; nello scrittore esplicitamente erotico potremo riconoscere allora colui che attraverso i simboli del sesso cerca di far parlare qualcosa d’altro, e questo altro, oltrepassate una serie di definizioni che tendono a configurarsi in termini filosofici e religiosi, può essere ridefinito in ultima istanza un altro eros, un eros ultimo, fondamentale, mitico, inattingibile.

1053

The thick symbolic armor under which eros hides constitutes nothing but a system of conscious or unconscious screens separating desire from its representation. From this perspective, all literature becomes erotic just as every dream is erotic. The explicitly erotic writer may thus be recognized as one who, through sexual symbols, seeks to articulate something beyond – an "other" that, after surpassing a series of definitions tending toward philosophical and religious terms, can ultimately be redefined as another eros: ultimate, fundamental, mythical, unattainable.

1054

La maggior parte degli scrittori si situa in zone intermedie tra questi due estremi. Per molti l’approccio di segni del sesso si è svolto tradizionalmente attraverso il codice del gioco, del comico, o almeno dell’ironico. Oggi il rigore intellettuale tende a condannare come superficiale e conformista (specie in Francia, per reazione al tradizionale spirito gaulois) il costume di far oggetto di scherzo o di strizzata d’occhio le cose sessuali. Polemica giustissima, soprattutto quando colpisce appunto il costume (maschile) d’abbassare il sesso, d’avvilirlo; ma essa rischia di far dimenticare il legame profondo, a livello antropologico, tra sesso e riso. Perché il riso è pure difesa della trepidazione umana di fronte alla rivelazione del sesso, è esorcismo mimetico – attraverso lo sconvolgimento minore dell’ilarità – per padroneggiare lo sconvolgimento assoluto che il rapporto sessuale può scatenare. L’atteggiamento ilare che accompagna il parlare del sesso può essere dunque inteso non solo come anticipo impaziente della felicità sperata, ma pure come riconoscimento del limite che si sta per varcare, dell’entrata in uno spazio diverso, paradossale, «sacro». Oppure, semplicemente, come modestia della parola di fronte a ciò che è troppo al di là della parola, di contro alla rozza pretesa che un linguaggio sublime o serioso potrebbe avere di darne «l’equivalente».

1054

Most writers occupy intermediate zones between these two extremes. For many, the approach to sexual signs has traditionally unfolded through the code of playfulness, comedy, or at least irony. Today’s intellectual rigor tends to condemn as superficial and conformist (particularly in France, reacting against the traditional Gaullic spirit) the custom of treating sexual matters through winks and jokes. An utterly justified polemic, especially when targeting the (masculine) habit of degrading and debasing sex. Yet this risks obscuring the profound anthropological link between sex and laughter. For laughter also defends against human trepidation before sexuality’s revelations – a mimetic exorcism through laughter’s minor upheaval to master the absolute upheaval sexual relations may unleash. The mirthful attitude accompanying sexual discourse can thus be understood not merely as impatient anticipation of hoped-for bliss, but also as recognition of the threshold being crossed: entry into a different, paradoxical, "sacred" space. Or simply as language’s modesty before what exceeds language, countering the crude presumption that sublime or solemn speech could provide its "equivalent."

1055

Ciò che occorre a questo punto stabilire è se in questo quadro può trovare posto l’intento smitizzante d’una rappresentazione diretta, oggettiva, spassionata, dei rapporti sessuali come fatti della vita in mezzo agli altri fatti della vita.1 Se questo atteggiamento fosse possibile esso occuperebbe non solo un luogo centrale, in opposizione tanto alle censure interne della repressione e dell’ipocrisia quanto alle speculazioni sacrali o demoniche sull’eros, ma sarebbe senz’altro la [scelta] vincitrice, sgombrerebbe il campo da tutte le altre. L’esperienza letteraria degli ultimi cinquant’anni ci persuade però che questa posizione resta una pretesa intellettuale e illuministica. Il linguaggio della sessualità ha senso infatti soltanto se è posto al culmine d’una scala di valori semantici: è quando la partitura ha bisogno delle note più acute o delle più gravi, dove la tela domanda i colori più accesi, che il segno del sesso entra in gioco. Nell’universo del linguaggio, questa è la funzione del segno del sesso: esso non può uscire dalla sua posizione privilegiata, infrarossa o ultravioletta, ed è la connotazione positiva o negativa che accompagna i segni del sesso in ogni singola produzione letteraria a diventare determinante d’ogni sistema d’attribuzione di valori interno al testo.

1055

What must now be established is whether this framework can accommodate the demystifying intent of direct, objective, dispassionate representation – treating sexual relations as facts of life among life’s other facts.1 Were such an attitude possible, it would occupy not only a central position, opposing both internal censorships of repression/hypocrisy and sacred/demonic speculations about eros, but would unquestionably emerge victorious, clearing the field of all alternatives. However, literary experience over the past fifty years persuades us that this stance remains an intellectual and Enlightenment pretense. The language of sexuality only gains meaning when positioned at the peak of a scale of semantic values: it enters play when the score demands extreme highs or lows, when the canvas requires its most vibrant pigments. In language’s universe, this is the sexual sign’s function – it cannot escape its privileged position in the infrared or ultraviolet spectrum. The positive or negative connotations accompanying sexual signs in each literary work become decisive for every text-internal value system.

1056

Possiamo dire che l’asse dei valori nell’immaginazione letteraria oscilla tra apologetica e vituperio del rapporto sessuale: a un estremo l’esaltazione trionfalistica e all’altro estremo la discesa agli inferi della «miseria della carne». Il secondo atteggiamento è largamente dominante nella letteratura d’oggi: la rappresentazione dei rapporti sessuali più tipica – penso soprattutto ai romanzi americani degli ultimi anni – è su un registro di anticlimax, in cui gli elementi della ripugnanza e della desolazione e quelli grottesco-caricaturali sono così forti da richiamare alla memoria la tradizione sessuofobica della predicazione ecclesiastica e le visioni erotico-mostruose delle tentazioni dei Santi. Ma è soltanto nell’opposizione con l’atteggiamento complementare che può essere situato oggi questo predominio tematico: studiando come il versante dell’apologetica del sesso abbia raggiunto un grado di mistificazione retorica tale da esser reso difficilmente praticabile se non a livello di mass-media.

1056

We might say that the axis of values in literary imagination oscillates between apologetic celebration and vituperation of sexual relations: at one extreme lies triumphalist exaltation, at the other the descent into the inferno of "the misery of the flesh." The latter attitude dominates much of contemporary literature: the most typical representations of sexual relations – I'm thinking particularly of recent American novels – operate on a register of anticlimax, where elements of repugnance, desolation, and grotesque caricature are so pronounced as to recall the sexophobic tradition of ecclesiastical preaching and the erotic-monstrous visions of saints' temptations. Yet this thematic dominance can only be situated today through its opposition to the complementary attitude: by examining how the apologetic approach to sex has reached such a degree of rhetorical mystification that it's become nearly unsustainable outside mass media contexts.

1057

Qui il discorso interno al testo (a ogni possibile testo) non basta più ed è il momento giusto per situare il testo nel quadro sociale da cui nasce. Viviamo in un’epoca di tendenziale desessualizzazione; la lotta per l’esistenza nelle metropoli è tale da avvantaggiare l’asessualità; la mitologia sessuale a livello di mass-media ha una funzione di compensazione, di recupero di qualcosa che si sente già perduto o fortemente in pericolo.

1057

Here, the internal discourse of the text (any possible text) no longer suffices, making this the right moment to situate texts within their originating social framework. We live in an era of progressive desexualization; the struggle for existence in metropolitan centers favors asexuality; sexual mythology at the mass media level functions as compensation, attempting to recover something already felt as lost or gravely endangered.

1058

È in questo quadro che si possono giudicare le attribuzioni di valore interne ai testi letterari. E allora colui che rappresenta il sesso in modi grotteschi o infernali può essere visto come qualcuno che ci avverte di questa situazione limite, o ci mette in guardia dall’illusione di recuperare facilmente una pienezza perduta; mentre l’apologeta del sesso può essere uno che mente, che perpetua un’illusione, che occulta con artifici verbali (noi italiani pensiamo subito a D’Annunzio) l’invivibilità del mondo asessuato in cui stiamo affondando; oppure può essere uno che si rende conto fino in fondo della perdita che ci minaccia e si fa predicatore d’un riscatto sessuale (che magari assume aspetti regressivi, di mitizzazione intellettualistica del primitivo, come in D.H. Lawrence), oppure cerca di stabilire un rapporto più calorosamente umano con la realtà dando all’incontro sessuale un posto centrale e stabilendo una scala di valori in base alla comunicativa vitale d’ogni esperienza e d’ogni presenza umana (per Henry Miller, che sembra unire in sé la linea grottesca e quella apologetica, la letteratura è un metodo per restituire eros all’esistenza).

1058

It's within this framework that we can evaluate value attributions within literary texts. Thus, those representing sex through grotesque or infernal modes might be seen as warning us about this liminal situation, or cautioning against illusions of easily recovering lost plenitude; while sexual apologists could be liars perpetuating illusions, obscuring through verbal artifices (we Italians immediately think of D'Annunzio) the unlivability of the asexualized world we're sinking into. Alternatively, they might be those who fully grasp the impending loss and become preachers of sexual redemption (which may assume regressive aspects, like intellectualized mythologizing of the primitive in D.H. Lawrence), or seek to establish a warmer human relationship with reality by centering sexual encounter and creating value systems based on the vital communicability of every experience and human presence (for Henry Miller, who seems to unite grotesque and apologetic lines, literature becomes a method for restoring eros to existence).

1059

Oggi la situazione è più grave e i rimedi devono essere più estremi. Le arti plastiche già si sono poste il problema di stabilire una comunicazione erotica con i materiali e gli oggetti della nostra più squallida vita quotidiana. La letteratura può seguire la stessa via inventando una comunicazione di segni sessuali sul piano linguistico più basso (quello della fine del mondo di Beckett o quello della regressione dell’uomo di massa di Sanguineti) o immaginando rapporti sessuali non antropomorfi (come ho tentato io, raccontando amori di molluschi o di organismi unicellulari).

1059

Today the situation is graver, demanding more extreme remedies. Visual arts have already confronted the problem of establishing erotic communication with materials and objects from our most squalid daily life. Literature might follow by inventing sexual semiotic communication on the lowest linguistic plane (Beckett's end-of-world register or Sanguineti's mass-man regression) or imagining non-anthropomorphic sexual relationships (as I've attempted in stories about mollusk loves or unicellular organisms).

1060

Ho citato adesso esperienze letterarie che si svolgono sotto il segno del riso. Come volevo dimostrare, solo il riso – irrisione sistematica, falsetto autoderisorio, smorfia convulsa – garantisce che il discorso è all’altezza della terribilità del vivere e segna una mutazione rivoluzionaria.

1060

I've just cited literary experiments unfolding under laughter's sign. As I wished to demonstrate, only laughter – systematic derision, self-mocking falsetto, convulsive grimace – guarantees discourse equal to life's terribleness and signals revolutionary mutation.

1061

1. L’idea che l’eros sia rappresentabile solo attraverso immagini indirette era espressa anche in un precedente mio intervento su questo tema: la risposta alle Otto domande sull’erotismo in letteratura della rivista «Nuovi Argomenti», n. 51-52, luglio-ottobre 1961. Ma un partito preso di contraddizione verso Moravia, direttore della rivista, mi portava a estremizzare la mia tesi in una sottovalutazione sistematica della rappresentazione diretta della sessualità, come risulta dal seguente brano: «Oggi che le immagini e le parole dell’erotismo sono ormai logore e inservibili, resta all’espressione poetica l’infinita libertà dei traslati. Una delle più forti e inequivocabili cariche di eros espresse nel nostro secolo ci viene dalle poesie e dalle narrazioni di Dylan Thomas, quanto mai caste d’immagini e di parole. Perché Thomas trae dall’esperienza dell’eros il senso di deflagrazione dell’universo contenuto in ogni foglia, in ogni ricordo, in ogni allegria e trepidazione. Jorge Luis Borges ha espresso il trasporto amoroso in racconti dove un’immagine di donna si collega a un simbolo di totalità cosmica (vedi Lo Zahir e L’Aleph) raggiungendo per via intellettuale una dimensione emotiva che per la solita via della mimesi decadentistica delle sensazioni non ci si sognerebbe neanche. Oppure c’è la via opposta: usare le immagini dell’erotismo, ormai prive d’ogni carica emotiva, come ideogrammi d’un’altra serie di significati. Esempio: La noia di Moravia. In questo romanzo qualcuno mi ha avvertito che si parla molto di rapporti sessuali; io, pur avendo letto il libro con gran passione, non me ne ero accorto; tutta l’attenzione era presa dal tema vero della narrazione, la ricerca d’un rapporto tra il soggetto e l’oggettività dell’universo».

1061

1. The idea that eros can only be represented through indirect images was also expressed in my earlier intervention on this theme: the response to Eight Questions on Eroticism in Literature from the journal "Nuovi Argomenti," no. 51-52, July-October 1961. However, a contrarian stance toward Moravia, the journal's editor, led me to radicalize my thesis into systematic undervaluation of direct sexual representation, as evident in this passage: "Now that erotic images and words have become worn and unusable, poetic expression retains the infinite freedom of metaphors. Some of our century's strongest, most unambiguous erotic charges come from Dylan Thomas's poems and stories, remarkably chaste in imagery and language. For Thomas draws from erotic experience the sense of universal detonation contained in every leaf, every memory, every joy and tremor. Jorge Luis Borges expressed amorous transport through tales where womanly images connect to cosmic totality symbols (see The Zahir and The Aleph), achieving through intellectual means an emotional dimension unthinkable via decadentist sensation-mimesis. Alternatively, there's the opposite approach: using decharged erotic images as ideograms for other meaning-systems. Example: Moravia's The Empty Canvas. Someone pointed out this novel contains much sexual intercourse; though I read it passionately, I hadn't noticed – my attention was consumed by the narrative's true theme: the search for a relationship between subject and cosmic objectivity."

1063

Definizioni di territori: il fantastico

1063

Definitions of Territories: The Fantastic

1064

«Le Monde», 15 agosto 1970. Scritto in francese. Inedito in italiano. Risposte a un’inchiesta sulla letteratura fantastica, in occasione dell’uscita del libro di Tzvetan Todorov, Introduction à la littérature fantastique. Le domande riguardavano:

1064

Le Monde, August 15, 1970. Originally written in French. Unpublished in Italian. Responses to a survey on fantastic literature, occasioned by Tzvetan Todorov's Introduction à la littérature fantastique. The questions concerned:

1065

1) la definizione di «fantastico»;

1065

1) the definition of "fantastic";

1066

2) l’esistenza d’una letteratura fantastica oggi;

1066

2) the existence of fantastic literature today;

1067

3) la situazione della propria opera in rapporto al fantastico;

1067

3) one's own work in relation to the fantastic;

1068

4) modelli di romanzi e racconti fantastici.

1068

4) models of fantastic novels and stories.

1069

1. Nel linguaggio letterario francese attuale il termine fantastico è usato soprattutto per le storie di spavento, che implicano un rapporto col lettore alla maniera ottocentesca: il lettore (se vuole partecipare al gioco, almeno con una parte di se stesso) deve credere a ciò che legge, accettare di essere colto da un’emozione quasi fisiologica (solitamente di terrore o d’angoscia) e cercarne una spiegazione, come per un’esperienza vissuta. In italiano (come originariamente anche in francese, credo) i termini fantasia e fantastico non implicano affatto questo tuffo del lettore nella corrente emozionale del testo; implicano al contrario una presa di distanza, una levitazione, l’accettazione d’un’altra logica che porta su altri oggetti e altri nessi da quelli dell’esperienza quotidiana (o dalle convenzioni letterarie dominanti). Così si può parlare del fantastico del Ventesimo Secolo oppure del fantastico del Rinascimento. Per i lettori d’Ariosto non si è mai posto il problema di credere o di spiegare; per loro, come oggi per i lettori del Naso di Gogol’, di Alice in Wonderland, della Metamorfosi di Kafka, il piacere del fantastico si trova nello sviluppo d’una logica le cui regole, i cui punti di partenza o le cui soluzioni riservano delle sorprese. Lo studio di Todorov è molto preciso su un’importante accezione del fantastico e molto ricco di suggestioni su altre accezioni, in vista d’una possibile classificazione generale. Se si vorrà disegnare un atlante esaustivo della letteratura d’immaginazione bisognerà partire da una grammatica di quello che Todorov chiama il meraviglioso, al livello delle prime operazioni combinatorie di segni nei miti primitivi e nelle fiabe, e dei bisogni simbolici dell’inconscio (prima di ogni sorta d’allegoria cosciente), così come al livello dei giochi intellettuali d’ogni epoca e d’ogni civiltà.

1069

1. In current French literary terminology, the word fantastic is used primarily for horror stories that imply a 19th-century-style relationship with the reader: the reader (if they wish to participate in the game, at least partially) must believe what they read, accept being gripped by an almost physiological emotion (usually terror or anguish), and seek an explanation as if for a lived experience. In Italian (as originally in French, I believe), the terms fantasy and fantastic do not at all imply this plunge into the emotional current of the text; on the contrary, they suggest a distancing, a levitation, the acceptance of another logic that leads to different objects and connections from those of daily experience (or dominant literary conventions). Thus, one can speak of the fantastic of the 20th century or the fantastic of the Renaissance. For readers of Ariosto, the problem of believing or explaining never arose; for them, as today for readers of Gogol’s The Nose, Alice in Wonderland, or Kafka’s The Metamorphosis, the pleasure of the fantastic lies in the development of a logic whose rules, starting points, or resolutions hold surprises. Todorov’s study is very precise on one important sense of the fantastic and rich in suggestions about others, toward a possible general classification. To design an exhaustive atlas of imaginative literature, one must begin with a grammar of what Todorov calls the marvelous, at the level of primitive combinatorial operations of signs in myths and fairy tales, and the symbolic needs of the unconscious (prior to any form of conscious allegory), as well as the intellectual games of every era and civilization.

1070

2. Il fantastico dell’Ottocento, prodotto raffinato dello spirito romantico, è entrato presto nella letteratura popolare. (Poe scriveva per i giornali.) Nel Novecento è un uso intellettuale (e non più emozionale) del fantastico che s’impone: come gioco, ironia, ammicco, e anche come meditazione sugli incubi o i desideri nascosti dell’uomo contemporaneo.

1070

2. The 19th-century fantastic, a refined product of the Romantic spirit, soon entered popular literature. (Poe wrote for newspapers.) In the 20th century, it is an intellectual (rather than emotional) use of the fantastic that prevails: as game, irony, wink, and also as meditation on the hidden nightmares or desires of contemporary man.

1071

3. Lascio ai critici il compito di situare i miei romanzi e racconti all’interno (o all’esterno) d’una classificazione del fantastico. Al centro della narrazione per me non è la spiegazione d’un fatto straordinario, bensì l’ordine che questo fatto straordinario sviluppa in sé e attorno a sé, il disegno, la simmetria, la rete d’immagini che si depositano intorno ad esso come nella formazione d’un cristallo.

1071

3. I leave it to critics to situate my novels and stories within (or outside) a classification of the fantastic. For me, the core of narrative lies not in explaining an extraordinary event, but in the order that this event develops within itself and around itself—the design, symmetry, network of images that accumulate around it like the formation of a crystal.

1072

4. Cercherò tra le mie letture recenti qualche nome poco conosciuto che rappresenti diverse possibilità del fantastico. Per primo un romanzo dell’Ottocento che si può definire di fanta-geometria: Flatland dell’inglese Abbott. All’altro estremo, un romanzo polacco dell’epoca tra le due guerre che parte dalla memoria familiare per una trasfigurazione visionaria d’una ricchezza inesauribile: quello di Bruno Schulz. Poi, i racconti di Felisberto Hernandez, uruguaiano, nei quali il narratore – di solito un pianista – è invitato in ville solitarie dove ricchi maniaci organizzano complicate messinscena con scambi tra donne e bambole. Ha alcuni elementi in comune con Hoffmann, ma in realtà non assomiglia a nessuno.

1072

4. From my recent readings, I will select some lesser-known names representing diverse possibilities of the fantastic. First, a 19th-century novel of "geo-fantasy": Flatland by the Englishman Abbott. At the opposite extreme, a Polish interwar novel that begins with family memory to achieve visionary transfiguration of inexhaustible richness: Bruno Schulz’s work. Then, the stories of Felisberto Hernández, a Uruguayan writer, in which the narrator—usually a pianist—is invited to isolated villas where wealthy eccentrics orchestrate elaborate stagings involving exchanges between women and dolls. These share elements with Hoffmann yet resemble no one else.

1074

Il romanzo come spettacolo

1074

The Novel as Spectacle

1075

«Il Giorno», 14 ottobre 1970. Intervento in una polemica tra Carlo Cassola e Pietro Citati.

1075

«Il Giorno», October 14, 1970. Contribution to a debate between Carlo Cassola and Pietro Citati.

1076

Visitando l’esposizione che il Victoria and Albert Museum di Londra ha dedicato quest’anno al centenario di Dickens, la cosa che più dà il senso di cosa voleva dire fare il romanziere a metà del secolo scorso, sono i giornaletti popolari che Dickens ha pubblicato durante tutta la sua vita e in cui uscivano a puntate i suoi romanzi. Sotto vari titoli, tutti bonariamente casalinghi, («Miscellanea Bentley», «L’orologio di Mastro Humphrey», «Parole familiari», «Per tutto l’anno»), questi fascicoli settimanali o mensili, di cui Dickens era spesso editore direttore e unico collaboratore, consistevano soprattutto (o esclusivamente) d’una dispensa del romanzo che lo scrittore stava scrivendo, con le illustrazioni nei momenti culminanti. Sull’importanza delle illustrazioni e sui rapporti con i disegnatori (Seymour che cominciò ma non finì Pickwick; Cruikshank con cui Dickens litigò dopo l’Oliver Twist; Browne detto «Phiz» che restò il fedele interprete di quasi tutta la restante produzione) l’esposizione dà molti documenti: vi si vede come Dickens segnava sul manoscritto il punto in cui doveva essere inserita una vignetta; si segue attraverso gli schizzi come un personaggio trovava, sotto la guida dell’autore, la faccia che doveva renderlo riconoscibile e popolare per migliaia di lettori.

1076

Visiting the Victoria and Albert Museum’s exhibition commemorating Dickens’s centenary this year, what most conveys the essence of being a mid-19th-century novelist are the popular periodicals Dickens published throughout his life, serializing his novels. Under various homely titles («Bentley’s Miscellany», «Master Humphrey’s Clock», «Household Words», «All the Year Round»), these weekly or monthly pamphlets – often edited, directed, and solely authored by Dickens – consisted primarily (or exclusively) of installments from his ongoing novel, complete with illustrations at key moments. The exhibition offers ample documentation on the importance of these illustrations and Dickens’s relationships with artists: Seymour, who began but never finished Pickwick; Cruikshank, with whom Dickens quarreled after Oliver Twist; and Browne, known as «Phiz», who remained the faithful interpreter of nearly all his later works. Here, we see how Dickens marked manuscript passages for vignettes and how characters – guided by the author’s hand – acquired the faces that would make them recognizable to thousands of readers through preliminary sketches.

1077

Dickens aveva una forte passione istrionica. Provò a far l’attore ma senza successo. Grande successo ebbe invece quando, al culmine della sua fama, leggeva episodi dei suoi romanzi in teatri di Londra e della provincia. La narrativa tornava alle sue origini di comunicazione orale; il pubblico pagava il biglietto per i recital del romanziere come per uno spettacolo. Ma questo carattere di spettacolo s’estendeva anche alla pagina stampata. Per Dickens essere autore d’un romanzo non voleva dire solo scriverlo, ma anche essere regista della sua interpretazione visuale, dirigendo l’illustratore, e del ritmo delle emozioni del pubblico, mediante le interruzioni delle puntate, per cui il farsi del romanzo, come d’uno spettacolo, avveniva quasi sotto gli occhi del lettore, in dialogo con le sue reazioni: curiosità, paura, pianto, riso.

1077

Dickens harbored a strong theatrical passion. He attempted acting without success but achieved great acclaim through public readings of his novels in London and provincial theaters. Narrative thus returned to its oral origins; audiences paid admission for the novelist’s recitals as they would for a performance. Yet this spectacle-like quality extended to the printed page. For Dickens, being a novelist meant not only writing but also directing the visual interpretation of his work through illustrators, and orchestrating readers’ emotional rhythms via serialized cliffhangers. The novel’s creation unfolded like a spectacle before the reader’s eyes, in dialogue with their reactions: curiosity, fear, tears, laughter.

1078

In una di queste rivistine dickensiane i romanzi erano presentati da un personaggio buffo che raccontava d’averne trovato i manoscritti nella cassa d’un vecchio orologio in una casa misteriosa: come negli antichi novellieri, una finzione faceva da cornice ad altre finzioni: quelle storie che i lettori avrebbero seguito come fatti di persone di loro conoscenza non nascondevano il loro carattere convenzionale e spettacolare, il loro uso degli effetti, in una parola la loro natura romanzesca. Le lettere che i lettori delle dispense scrivevano a Dickens perché non lasciasse morire un personaggio, erano prodotto non d’una confusione tra finzione e realtà, ma della passione del gioco, dell’antico gioco tra chi narra e chi ascolta, che esige la presenza fisica d’un pubblico che intervenga a far da coro, quasi provocato dalla voce del narratore.

1078

In one such Dickensian periodical, novels were introduced by a comic character claiming to have discovered their manuscripts inside an old clock-case in a mysterious house. Like ancient storytellers, this fictional frame housed other fictions: stories readers would follow as tales of familiar people while never concealing their conventional, spectacular artifice – their use of effects, in short, their novelistic nature. Letters from serial readers begging Dickens not to kill off characters sprang not from confusion between fiction and reality but from a passion for the game – the age-old interplay between storyteller and audience demanding a physical public presence, a chorus provoked by the narrator’s voice.

1079

Questo carattere di spettacolo collettivo la narrazione ha continuato a portarselo con sé anche dopo secoli che essa non era più recitazione di favoleggiatori o cantastorie, ma oggetto d’una lettura solitaria e silenziosa. Possiamo dire che s’è perso in epoca relativamente recente e forse è ancora presto per dire se si tratta d’un tramonto definitivo o d’un’eclisse temporanea.

1079

Narrative carried this collective spectacle character for centuries after ceasing to be the recitation of wandering bards or minstrels, becoming instead the object of silent, solitary reading. We might say it faded relatively recently, and it may still be too soon to declare whether this marks a definitive sunset or a temporary eclipse.

1080

Giustamente Cassola fa segnare a Flaubert la fine del «romanzesco» (per questo Flaubert va riconosciuto come l’iniziatore della dissoluzione delle forme letterarie che sarà poi programma delle avanguardie), e giustamente lo tiene presente come modello costante della sua poetica personale. Ma quando da questa pretende di trarre una precettistica universale, va contro allo spirito profondo della sua stessa ispirazione. Contemplare la vita al di là delle mediazioni mitiche e culturali, attendere «la rivelazione della verità dal linguaggio muto delle cose» implica non solo una particolare idea del mondo oggettivo e del proprio io, ma anche un rapporto eccezionale tra i due termini, un itinerario spirituale, uno stato di grazia; chi ci arriva davvero forse dimenticherà che era solo per scrivere un romanzo che s’era messo su quella via. La poetica dell’ineffabilità dell’esistenza è e resterà legata a esperienze individuali rare, a particolari congiunture storiche. Cassola dice che ha trionfato; non si rende conto che questo trionfo è una sconfitta? Cosa può voler dire questo trionfo, oggi? Romanzi sbiaditi come l’acqua della rigovernatura dei piatti, in cui nuota l’unto di sentimenti ricucinati. Per chi, come Cassola, ha ragione d’esprimere il suo amore per la lezione flaubertiana, meglio varrebbe riconoscere che mai si è stati tanto lontani da quella stagione, che quello stato d’animo non è riproducibile a piacere, e rivendicare orgogliosamente la propria solitaria condizione d’epigono.

1080

Cassola rightly identifies Flaubert as marking the end of the «novelistic» (thus recognizing him as the initiator of literary form’s dissolution, later embraced by avant-garde movements) and appropriately holds him as a constant model for his personal poetics. Yet when he derives universal precepts from this stance, he contradicts the profound spirit of his own inspiration. To contemplate life beyond mythical and cultural mediations, to await «truth’s revelation through the mute language of things» implies not only a particular vision of the objective world and the self but also an exceptional relationship between the two – a spiritual journey, a state of grace. Those who truly arrive may forget they embarked on this path merely to write a novel. The poetics of existence’s ineffability remains tied to rare individual experiences and specific historical conjunctures. Cassola claims this approach has triumphed; does he not realize this triumph is a defeat? What could such victory mean today? Novels as insipid as dishwater, greasy with reheated sentiments. For those like Cassola, who rightly express love for Flaubert’s lesson, it would be better to acknowledge how distant we are from that era – how unreproducible that mindset is – and proudly reclaim their solitary status as epigones.

1081

Se in questo momento sono portato ad associarmi a Citati nella riabilitazione del «romanzesco» e a scommettere in una sua futura reincarnazione, non è soltanto perché gli aspetti «artigianali» dell’arte narrativa m’hanno sempre interessato, ma anche perché mi pare che le ragioni interne della ricerca letteraria finiranno per spingere su quella via.

1081

If I now join Citati in rehabilitating the «novelistic» and bet on its future reincarnation, it is not merely because the «artisanal» aspects of narrative have always intrigued me, but also because literature’s internal logic may ultimately push in that direction.

1082

A fare il punto su ciò che avviene oggi nei laboratori letterari più specializzati, rileviamo due aspetti che sembrano contraddittori: da una parte il romanzo (o ciò che per la letteratura di ricerca ha preso il posto del romanzo) ha come prima regola il non rimandare più a una storia (a un mondo) fuori delle proprie pagine, e il lettore è chiamato a seguire solo il procedimento della scrittura, il testo nell’atto dello scriversi; dall’altra parte c’è un convergere di studi, d’analisi su ciò che è (o è stato) il racconto tradizionale in tutte le sue manifestazioni. Mai come oggi questa funzione umana, sempre operante in tutte le fasi della civiltà, che è il narrare è stata tanto analizzata, smontata e rimontata nei suoi meccanismi elementari, sia come racconto orale (mito primitivo, fiaba infantile, epopea) sia come racconto scritto (novella, romanzo popolare, fatto di cronaca giornalistica) o come racconto attraverso immagini (film, fumetto). Si direbbe che il raccontare stia toccando contemporaneamente il culmine della sua eclisse dai testi creativi e il culmine dell’interesse critico-analitico.

1082

Surveying today’s most specialized literary laboratories reveals two seemingly contradictory trends: on one hand, the novel (or what replaces it in experimental literature) now prioritizes not referencing any external story (or world), inviting readers to follow only the writing process – the text inscribing itself. On the other hand, there is a convergence of studies analyzing traditional storytelling in all its manifestations. Never before has this human function – storytelling, ever-present across civilizations – been so dissected, dismantled, and reassembled in its elementary mechanisms: as oral tale (primitive myth, children’s fable, epic), written narrative (short story, popular novel, news report), or imagistic sequence (film, comic). It seems storytelling now touches both the apex of its eclipse from creative texts and the zenith of critical-analytical interest.

1083

Certo se Roland Barthes dedica il suo ultimo libro (Esse-Zeta)1 a un’analisi minuziosissima d’un racconto di Balzac, in cui ogni minimo dettaglio si rivela funzionale in vista d’un effetto e nulla vi resta d’insignificante, egli dichiara di poterlo fare perché un testo così pieno di senso, leggibile attraverso «codici» di decifrazione che comprendono tutti i luoghi comuni consci e inconsci d’una società, oggi non lo si può più scrivere: se possiamo finalmente compiere una lettura esaustiva d’un romanzo «classico» (che qui vuol dire romantico, romanzesco) è perché si tratta d’una forma morta.

1083

Certainly, when Roland Barthes devotes his latest book (S/Z)1 to a meticulous analysis of a Balzac story - where every minute detail reveals itself as functional toward an effect and nothing remains insignificant - he declares this possible precisely because such a sense-saturated text, legible through "codes" of decipherment encompassing all the conscious and unconscious commonplaces of a society, can no longer be written today: our ability to finally perform an exhaustive reading of a "classical" novel (here meaning romantic, novelistic) signals the death of this form.

1084

Il ragionamento però si può capovolgere: se ora conosciamo le regole del gioco «romanzesco» potremo costruire romanzi «artificiali», nati in laboratorio, potremo giocare al romanzo come si gioca a scacchi, con assoluta lealtà, ristabilendo una comunicazione tra lo scrittore, pienamente cosciente dei meccanismi che sta usando, e il lettore che sta al gioco perché ne conosce le regole e sa che non può esser preso più a zimbello. Ma siccome gli schemi del romanzo sono quelli d’un rito d’iniziazione, d’un addestramento delle nostre emozioni e paure e dei nostri processi conoscitivi, anche se praticato ironicamente il romanzo finirà per coinvolgerci nostro malgrado, autore e lettori, finirà per rimettere in gioco tutto quel che abbiamo dentro e tutto quel che abbiamo fuori. E per «fuori» intendo naturalmente il contesto storico-sociale, tutto l’«impuro» che ha nutrito il romanzo nelle sue epoche d’oro.

1084

Yet the argument can be inverted: now that we know the rules of the "novelistic" game, we could construct "artificial" novels born in the laboratory, play the novel like chess with absolute fairness, reestablishing communication between the writer (fully conscious of the mechanisms being deployed) and the reader (who plays along knowing the rules won't deceive them). But since novelistic patterns mirror initiation rituals - training grounds for our emotions, fears, and cognitive processes - even when practiced ironically, the novel will inevitably entangle us against our will, author and readers alike. It will inevitably put back into play everything within us and everything outside. By "outside," I naturally mean the socio-historical context, all the "impurities" that nourished the novel during its golden ages.

1085

1. Roland Barthes, S/Z, Ed. du Seuil, Paris 1970. Trad. it. Einaudi, Torino 1973. Il racconto di Balzac analizzato da Barthes è Sarrasine.

1085

1. Roland Barthes, S/Z, Ed. du Seuil, Paris 1970. Italian translation: Einaudi, Turin 1973. The Balzac story analyzed by Barthes is Sarrasine.

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Per Fourier

1087

On Fourier

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1. La società amorosa

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1. The Amorous Society

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«L’Espresso» (supplemento-colore, 18 aprile 1971). In occasione della pubblicazione della mia scelta di scritti di Charles Fourier. (Vedi presentazione del testo seguente.)

1089

«L’Espresso» (color supplement, April 18, 1971). Published on the occasion of my curated selection of Charles Fourier’s writings. (See presentation in the following text.)

1090

La speciale qualità della sua immaginazione visionaria contraddistinse Fourier anche ai tempi suoi: ci fu chi lo definì già allora «l’Ariosto degli utopisti» ed era solo per dire che non era il caso di prenderlo sul serio. Pure ebbe seguaci che vollero mettere in pratica punto per punto le sue dettagliate istruzioni per fondare le Falangi e i Falansteri. E non solo in Francia: Dostoevskij fu come «fourierista» che si trovò un giorno di fronte al plotone d’esecuzione; e negli Stati Uniti la Falange di Brook Farm ebbe sostenitori illustri, tra cui Hawthorne. Stendhal chiamò Fourier «sognatore sublime», Engels «uno dei più grandi satirici di tutti i tempi». Ma la fortuna moderna dell’utopista di Besançon comincia con Breton che nella sua Ode a Charles Fourier lo celebra come il progenitore della rivoluzione surrealista.

1090

The peculiar quality of his visionary imagination distinguished Fourier even among his contemporaries: some already labeled him "the Ariosto of utopians," implying he shouldn’t be taken seriously. Yet he attracted followers determined to implement his detailed instructions for founding Phalanxes and Phalansteries. Not just in France: Dostoevsky found himself before a firing squad as a "Fourierist"; in the United States, the Brook Farm Phalanx counted eminent supporters like Hawthorne. Stendhal called Fourier a "sublime dreamer," Engels "one of the greatest satirists of all time." But the modern fortune of this Besançon utopian begins with Breton, who in his Ode to Charles Fourier hails him as the progenitor of the surrealist revolution.

1091

Commerciante passato di dissesto in dissesto durante la Rivoluzione francese e le guerre napoleoniche, Fourier elaborò una critica radicale della civiltà mercantile. Anzi: della Civiltà tout-court, perché Civiltà era per lui un’epoca determinata, succeduta alla Barbarie, e che com’era cominciata era destinata a finire, lasciando il posto all’Armonia.

1091

A merchant plagued by bankruptcies during the French Revolution and Napoleonic Wars, Fourier developed a radical critique of mercantile civilization. Or rather: of Civilization period, for Civilization represented to him a specific epoch succeeding Barbarism, destined like its predecessors to end, making way for Harmony.

1092

Altro bersaglio della sua polemica accanita è la famiglia: la sua analisi delle ipocrisie del matrimonio era giudicata scandalosa dagli stessi suoi discepoli; la sua rivendicazione della libertà femminile ne fa oggi un precursore del Woman’s Lib.

1092

Another target of his relentless polemic was the family: his analysis of marital hypocrisies scandalized even his disciples; his advocacy for women’s freedom positions him today as a precursor to Women’s Lib.

1093

Fourier aveva l’ossessione di classificare tutto in lunghi elenchi divisi in generi e specie: stese pure una classificazione dei vari tipi di mariti cornuti, che insieme ad altri elenchi (per esempio, i vari tipi di bancarotta commerciale) doveva far parte d’un’analisi generale dei difetti della Civiltà.

1093

Fourier obsessively classified everything into lengthy lists divided into genera and species: he even compiled a taxonomy of cuckolded husbands, which alongside other inventories (e.g., types of commercial bankruptcy) formed part of a general analysis of Civilization’s defects.

1094

Questo aspetto di critica della civiltà occupa una larga parte nell’opera di Fourier, ma di critici della civiltà ce ne sono stati e continuano a essercene parecchi, e non è questo che rende Fourier uno scrittore unico nel suo genere, bensì la sua facoltà di vedere un mondo completamente diverso, di descriverlo nei più minuti particolari, di analizzarlo nel meccanismo delle sue motivazioni.

1094

This aspect of civilizational critique occupies substantial space in Fourier’s work, but civilization’s critics have been and remain plentiful. What makes Fourier unique isn’t this, but his capacity to see an entirely different world, to describe it in minute detail, to dissect its motivational machinery.

1095

A differenza di quasi tutti i pensatori sociali prima e dopo di lui, Fourier non vuole cambiare le «passioni» umane: le «passioni» sono la sola essenza dell’uomo, sono positive per definizione, mentre negativo è tutto ciò che le intralcia e le reprime, cioè la Civiltà. Partendo dall’analisi di queste «passioni», Fourier costruisce pezzo per pezzo un modello di società in cui le passioni di tutti possano essere soddisfatte, anzi: in cui la soddisfazione delle passioni altrui garantisca la soddisfazione delle proprie. Ne viene fuori un’organizzazione complicatissima: al contrario di quel che si può pensare, una teoria antirepressiva portata alle ultime conseguenze come questa di Fourier lascia ben poco margine alla spontaneità, al caso, alla indeterminatezza degli impulsi psicologici: tutto è calcolato, preciso, concertato.

1095

Unlike nearly all social thinkers before and after him, Fourier sought not to change human "passions": these "passions" constitute humanity’s sole essence, positive by definition, while negativity resides in their repression by Civilization. Through analyzing these "passions," Fourier piecemeal constructs a societal model where everyone’s passions find satisfaction - indeed, where satisfying others’ passions guarantees one’s own. The result is an immensely complex organization: contrary to expectations, an anti-repressive theory pushed to its limits like Fourier’s leaves little room for spontaneity, chance, or psychological indeterminacy. Everything is calculated, precise, orchestrated.

1096

L’organizzazione d’una giornata lavorativa nella Falange, in cui ognuno passa da un lavoro all’altro senza soffermarvisi mai più di due ore, con mansioni e ruoli diversi nelle varie «Serie» a cui è associato, si basa soprattutto sul soddisfacimento della passione detta «Farfallante», cioè del desiderio di alternare le occupazioni e le compagnie. Le coreografie, le mascherate, le divise, le sfilate, hanno grande parte nella vita sociale, anzi, nella vita produttiva, perché «il fasto nei luoghi di lavoro» e le acconciature e decorazioni mitologiche o esotiche per ogni categoria professionale sono grandi incentivi alla produzione sociale.

1096

The organization of a workday in the Phalanx - where each member shifts between tasks every two hours, adopting different roles across various "Series" - primarily satisfies the "Butterfly Passion," the desire to alternate occupations and companions. Choreographies, masquerades, uniforms, and parades play major roles in social life, indeed in productive life, as "splendor in workplaces" and mythological or exotic attire for each profession serve as powerful incentives for social production.

1097

L’aspetto della vita d’Armonia che l’autore ha descritto in modo più esauriente è il sistema educativo; e sono queste le pagine più sorprendenti. Fourier considera inutili le virtù materne e dannosa la convivenza dei figli coi padri. Già il lattante inizia una vita collettiva sotto le cure di bambinaie di vocazione; e a tre anni, divertendosi a sbucciare piselli, il bambino comincia a svolgere un lavoro utile: cosa del tutto naturale in un mondo in cui è difficile tracciare un confine tra il lavoro e il gioco.

1097

The most exhaustively described aspect of Harmonic life is its educational system, containing Fourier’s most astonishing pages. He deems maternal virtues useless and child-parent cohabitation harmful. Infants begin collective living under vocation-driven nurses; by age three, children happily shelling peas commence useful labor - naturally, in a world where work and play merge indistinguishably.

1098

La trovata più straordinaria e famosa del Fourier pedagogista è quella delle Piccole Orde. I bambini che amano giocare con la sporcizia – cioè la gran maggioranza – sono organizzati in Piccole Orde che hanno l’incombenza della raccolta delle immondizie. Così quello che nella Civiltà è un vizio, diventa in Armonia una passione benemerita della collettività; e ciò che nella Civiltà è una fatica ripugnante, diventa in Armonia un gioco che corrisponde all’intima vocazione. Anziché essere disprezzate, le Piccole Orde sono circondate dalla venerazione pubblica, i loro membri sono considerati dei piccoli santi, e questo prestigio stimola la loro dedizione al bene comune. I bambini delle Piccole Orde portano uniformi da ussaro, suonano trombe e campanacci, cavalcano poneys (mentre le Piccole Bande, cioè i bambini più gentili che si occupano dei fiori, sono montati su zebre, animale molto caro a Fourier). Il frastuono e la rozzezza del linguaggio sono prerogative delle Piccole Orde, inscindibili dai loro compiti sociali, che comprendono la caccia ai rettili e la lavorazione delle trippe nelle macellerie. (Gli psicoanalisti trovano una coincidenza puntuale tra la descrizione delle Piccole Orde e quella che Freud dà della fase sadico-anale dell’infanzia.)

1098

The most extraordinary and famous innovation of Fourier the educator is that of the Little Hordes. Children who enjoy playing with filth – that is, the vast majority – are organized into Little Hordes entrusted with garbage collection. Thus, what in Civilization is a vice becomes in Harmony a passion beneficial to the community; and what in Civilization is repugnant labor becomes in Harmony a game aligned with one’s innermost vocation. Far from being scorned, the Little Hordes are surrounded by public veneration, their members regarded as minor saints, and this prestige stimulates their dedication to the common good. The children of the Little Hordes wear hussar uniforms, blow trumpets and rattles, and ride ponies (while the Little Bands, composed of gentler children who tend to flowers, are mounted on zebras, an animal dear to Fourier). Clamor and crude language are prerogatives of the Little Hordes, inseparable from their social duties, which include hunting reptiles and processing tripe in butcher shops. (Psychoanalysts note a precise coincidence between the description of the Little Hordes and Freud’s account of the sadistic-anal phase of childhood.)

1099

Il cammino della santità sociale, che s’intraprende nell’infanzia con le Piccole Orde, può essere proseguito dall’età adulta in due campi principali: la gastronomia e la vita amorosa. Quando scrive di «scienza gastronomica» (o «gastrosofia»), Fourier, che non per niente era parente, compaesano e amico di Brillat-Savarin, ha sempre la mano felice. La classificazione dei gusti gastronomici e l’associazione di amatori di questa o quella vivanda o di questo o quel particolare modo di cucinare una data vivanda, è fondamentale per il buon andamento della Falange. Le galline vecchie, che messe in tavola da spose malaccorte provocano scenate coniugali, possono fare la felicità degli appassionati di pollame stagionato, che in Civiltà non si conoscono tra loro e raramente trovano chi li capisca, mentre in Armonia si riuniranno periodicamente per gustare il piatto favorito.

1099

The path to social sanctity, embarked upon in childhood with the Little Hordes, can be continued into adulthood through two main fields: gastronomy and amorous life. When writing of "gastronomic science" (or "gastrosophy"), Fourier – unsurprisingly a relative, townsman, and friend of Brillat-Savarin – proves consistently inspired. The classification of gastronomic tastes and the association of enthusiasts for this or that dish or particular cooking method are fundamental to the smooth functioning of the Phalanx. Aged hens, which provoke marital scenes when served by inept brides, can bring happiness to aficionados of mature poultry who, in Civilization, remain strangers to one another and rarely find understanding, whereas in Harmony they will gather periodically to savor their favorite dish.

1100

La classificazione dei gusti regola anche il perfetto funzionamento del sistema degli amori. Prima di Krafft-Ebing e del rapporto Kinsey, Fourier sente la necessità d’esplorare il mondo delle manie sessuali. Contemporaneo di Sade, grafomane visionario come lui, Fourier non si lascia suggestionare dal sadismo: dove c’è sadismo c’è soffocamento d’una passione: la principessa Stroganoff che torturava le sue schiave era lesbica senza saperlo; la sua passione se soddisfatta veramente non avrebbe provocato la sofferenza altrui ma solo il piacere.

1100

The classification of tastes also regulates the perfect functioning of the system of loves. Before Krafft-Ebing and the Kinsey Report, Fourier felt compelled to explore the world of sexual fixations. A contemporary of Sade and, like him, a visionary graphomaniac, Fourier remains unswayed by sadism: where there is sadism, there is the suffocation of passion. Princess Stroganoff, who tortured her enslaved women, was a lesbian without knowing it; had her passion been genuinely satisfied, it would not have caused others’ suffering but only mutual pleasure.

1101

Il lesbismo riceve da Fourier un’attenzione particolare, ed egli è ben cosciente di questa predilezione. Pure sollecito egli si mostra verso le soddisfazioni amorose dei vegliardi e delle vegliarde. Ma tra tutte le passioni amorose, quella per l’amore platonico sembra suscitare gli aneliti più divoranti; questo aspetto definisce meglio d’ogni altro il carattere di Fourier, la sua estrema libertà mentale e il suo fondamentale candore.

1101

Lesbianism receives particular attention from Fourier, and he is keenly aware of this predilection. He shows equal solicitude toward the amorous satisfactions of elderly men and women. Yet among all amorous passions, that for platonic love seems to stir the most devouring yearnings; this aspect defines Fourier’s character more than any other – his extreme mental freedom and fundamental innocence.

1102

I manoscritti recentemente scoperti del Nuovo Mondo Amoroso contengono un vero e proprio romanzo: Fakma e il Turbine di Cnido. È un’avventura fanta-erotica in un Oriente di maniera che potremmo benissimo veder illustrata dai cartoons di Barbarella. Un’armata di bellissime donne e giovinetti s’avventura in una guerra galante. Caduti in un’imboscata, gli avvenenti prigionieri devono riscattarsi con prestazioni amorose che siano anche prove di virtù. Fakma, gigantesca regina che aspira alla santità, viene presa dal desiderio d’una casta passione platonica: riuscirà a realizzare il suo sogno ma solo a patto di concedersi carnalmente a cinquantasei persone.

1102

The recently discovered manuscripts of The New Amorous World contain a veritable novel: Fakma and the Whirlwind of Cnido. This is a fantasy-erotic adventure set in a stylized Orient that could easily be illustrated by Barbarella cartoons. An army of beautiful women and youths embarks on a gallant war. Captured in an ambush, the comely prisoners must ransom themselves through amorous performances that double as tests of virtue. Fakma, a gigantic queen aspiring to sainthood, is seized by the desire for a chaste platonic passion: she will realize her dream only on condition of carnally surrendering to fifty-six people.

1104

Per Fourier

1104

On Fourier

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2. L’ordinatore dei desideri

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2. The Organizer of Desires

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Introduzione a: Charles Fourier, Teoria dei Quattro Movimenti – Il Nuovo Mondo Amoroso e altri scritti sul lavoro, l’educazione, l’architettura nella società d’Armonia. Scelta e introduzione di Italo Calvino, traduzione di Enrica Basevi, Einaudi, Torino 1971. La stesura di questa introduzione, datata aprile 1971, e la pubblicazione del volume concludono un periodo di letture di e su Fourier, iniziato nel 1968.

1106

Introduction to: Charles Fourier, Theory of the Four Movements – The New Amorous World and Other Writings on Work, Education, and Architecture in the Society of Harmony. Selected and introduced by Italo Calvino, translated by Enrica Basevi, Einaudi, Turin 1971. The drafting of this introduction, dated April 1971, and the publication of the volume conclude a period of reading Fourier and related works begun in 1968.

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Inesauribile inventore di vocaboli, Fourier non ebbe la fortuna linguistica dalla sua. Dei bizzarri neologismi di cui traboccano le sue pagine, uno solo fu accolto e consacrato dall’uso comune, in tutta l’area delle lingue europee: «Falansterio». Perduta a poco a poco la sua connotazione avveniristica, il termine ha finito per designare gli enormi monotoni fabbricati popolari delle periferie urbane, simbolo del livellamento collettivo della nostra civiltà: tutto l’opposto insomma del mondo multicolore e multiforme immaginato da colui che fu definito, da un pubblicista del suo tempo, «l’Ariosto degli utopisti».

1107

An inexhaustible inventor of vocabulary, Fourier found little linguistic fortune. Among the bizarre neologisms overflowing his pages, only one was adopted and consecrated in common usage across European languages: "Phalanstery." Gradually stripped of its futuristic connotations, the term has come to designate the enormous, monotonous tenement blocks of urban peripheries – symbols of collective homogenization in our civilization: the very antithesis, in short, of the multicolored and multiform world imagined by the man once dubbed, in his time, "the Ariosto of utopians."

1108

Sebbene Fourier resti, per i più, «quello dei Falansteri», il termine s’incontra poche volte nei dodici tomi delle sue opere complete: molto vi si parla delle Serie di Gruppi, o Serie passionali, cioè dell’insieme di persone che si dedicano alle diverse specialità di uno stesso lavoro o d’una stessa passione; e dei Seristeri o locali destinati alle Serie; e della Falange, cioè dell’unità sociale, – agricola e industriale – formata dalle Serie, che deve rendere possibili le combinazioni tra gli 810 caratteri e temperamenti umani; e dell’Ordine societario, basato sulle Falangi, che instaurerà nel mondo intero l’Armonia.

1108

Though Fourier remains, for most, "the one with the Phalansteries," the term appears only sparingly across the twelve volumes of his complete works. Much is said of the Series of Groups, or Passional Series – collectives dedicated to different specialties within the same work or passion; of Seristeries, the spaces allotted to these Series; of the Phalanx, the social unit (agricultural and industrial) formed by the Series, designed to enable combinations among the 810 human characters and temperaments; and of the Societary Order, founded on Phalanxes, which will establish global Harmony.

1109

Tra i tanti quadri in cui lo spirito visionario e minuzioso di Fourier anticipò le opere e i giorni dell’Armonia, un posto poco più che marginale occupa la descrizione dell’edificio, o insieme d’edifici, abitato dalla Falange, il Phalanstère, che concentra nel bel mezzo d’un paesaggio campestre gli agi della vita metropolitana, escludendone gli inconvenienti esecrati dal nostro autore in modo quasi ossessivo: il fango, le immondizie, il puzzo, i rumori.

1109

Among the many tableaux in which Fourier’s meticulous visionary spirit anticipated the works and days of Harmony, the description of the building – or complex – housing the Phalanx, the Phalanstère, occupies a marginal position at best. Situated amid rural landscapes, it concentrates metropolitan comforts while excluding inconveniences our author obsessively execrated: mud, refuse, stench, and noise.

1110

Eppure, la fortuna emblematica del Falansterio – nome e immagine – cominciò subito, non solo tra i profani ma soprattutto tra i seguaci, col titolo del primo giornale fourierista e con i primi esperimenti societari. Una ragione doveva pur esserci, per questa presa immediata sull’immaginazione: l’Ordine proposto da Fourier è per prima cosa un ordine mentale, non astratto ma fantasmatico, un sistema di rapporti tra le persone e prima ancora di rapporti all’interno d’ogni singola persona, di conoscenza e chiarezza interiore; le prime operazioni che egli chiede a chi l’ascolta sono il doute absolu e l’écart absolu, cioè di mettere in discussione e allontanare da sé tutto ciò che è stato detto e pensato fin qui in fatto di filosofia e soprattutto di morale. Fourier ha un bel dire che non l’uomo va cambiato ma la Civilisation: poiché questa costituisce una grossa parte di noi stessi, è pur sempre una metamorfosi interiore quella che egli esige come condizione preliminare; e si può capire che tanto i discepoli quanto gli avversari, anziché interrogarsi su questo punto, preferissero attaccarsi all’immagine più solida e stabile ed esterna che veniva loro offerta, quella dell’edificio. La storia dei fallimenti cui il fourierismo «pratico» andò incontro, sta tutta nelle pieghe di questa dottrina che si presenta come d’un’evidenza irrefutabile.

1110

Yet the emblematic fortune of the Phalanstery – both name and image – began immediately, not only among laypeople but especially among followers, with the title of the first Fourierist journal and the initial societal experiments. There must have been a reason for this instant grip on the imagination: the Order proposed by Fourier is first and foremost a mental order, not abstract but phantasmatic, a system of relationships between people and even more fundamentally within each individual – relationships of self-knowledge and inner clarity. The initial operations he demands of his listeners are doute absolu and écart absolu, meaning to question and divest oneself of everything previously thought or said regarding philosophy and above all morality. Fourier may insist that it is not man but Civilisation that needs changing; yet since this constitutes a substantial part of ourselves, what he requires as a preliminary condition is ultimately an inner metamorphosis. One can understand why both disciples and opponents preferred to latch onto the more solid, stable, and external image offered to them – that of the building – rather than interrogate this point. The history of failures encountered by "practical" Fourierism lies entirely within the folds of this doctrine that presents itself as irrefutably self-evident.

1111

E anche nel nostro secolo, alla riscoperta di Fourier da parte dei poeti e degli scrittori (e dei psicoanalisti), s’accompagna quella da parte degli architetti, come precursore dell’urbanistica moderna,1 altro sogno di felicità fallito (la ville radieuse di Le Corbusier è il riferimento che viene fatto di solito); ma tra le due riscoperte resta uno iato difficile da colmare.

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Even in our century, the rediscovery of Fourier by poets and writers (and psychoanalysts) coincides with his reclamation by architects as a precursor of modern urban planning1 – another failed dream of happiness (Le Corbusier's ville radieuse being the usual reference). Yet between these two rediscoveries remains a chasm difficult to bridge.

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È la contraddizione tra i due modi d’usare l’utopia: considerandola per quello che in essa appare realizzabile, come il modello d’una società nuova che possa crescere in margine alla vecchia per eclissarla con l’evidenza dei nuovi valori, oppure per quello che in essa appare irreducibile a ogni conciliazione, in opposizione radicale non solo al mondo che ci circonda ma ai condizionamenti interni che governano le nostre attribuzioni di valori, la nostra immaginazione, la nostra capacità di desiderare una vita diversa, il nostro modo di rappresentarci il mondo: una rappresentazione totale che ci liberi dentro per renderci capaci di liberarci fuori. Possiamo dire che si comincia a leggere Fourier soltanto oggi, da quando nella sua opera non si cerca più di separare gli aspetti seri da quelli fantasiosi e scandalosi, come facevano i suoi imbarazzati seguaci, ma si considerano gli aspetti visionari non meno significativi degli altri, e gli aspetti più seri come improntati allo stesso spirito visionario, e gli uni e gli altri felicemente apportatori di scandalo.

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This is the contradiction between two ways of using utopia: considering either what appears realizable within it – the model of a new society that might grow alongside the old to eclipse it through the self-evidence of new values – or what appears irreducible to any reconciliation, radically opposed not only to the surrounding world but to the internal conditioning that governs our value systems, imagination, capacity to desire different lives, and ways of representing the world. It is a total representation that liberates us inwardly to make us capable of outward liberation. We might say Fourier is only beginning to be read today – now that his work is no longer approached by separating "serious" aspects from fantastical or scandalous ones (as his embarrassed disciples did), but by considering visionary elements as equally significant, recognizing that the most serious aspects are imbued with the same visionary spirit, with all elements happily contributing to the scandal.

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Questo non è che uno dei tanti capovolgimenti di cui è fatta la storia della fortuna del nostro. Il quale, se pure ha divulgato di sé un’immagine di profeta inascoltato, l’uomo che aspetta ogni giorno a mezzogiorno il mecenate che finanzi la prima Falange –, fu già in vita (almeno per gli ultimi dodici anni) a capo d’una nutrita scuola di seguaci, cui non mancarono nemmeno i munifici finanziatori, e fece in tempo a vedere tentare – e fallire – il primo esperimento societario. La sua scuola sopravvisse per più decenni alla sua morte, pur tra aspre divisioni, e moltiplicò gli esperimenti.2 Vi fu, negli anni tra il 1830 e il 1848, un’espansione fourierista internazionale: per l’influenza che ebbe sull’intellighenzia rivoluzionaria russa basti ricordare il circolo Petraševskij di Mosca i cui membri (tra i quali Dostoevskij) finirono nel 1849 davanti al plotone d’esecuzione e (graziati in extremis) in Siberia; negli Stati Uniti, l’esperimento della collettività di Brook Farm, fondata nel New England dal reverendo George Ripley come applicazione della filosofia trascendentalista di Emerson, a cui partecipò anche Hawthorne, si trasformò, in seguito alla propaganda fourierista di Albert Brisbane, nella North American Phalanx; esperimenti e influenze si propagarono fino in Romania e in Spagna.3

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This represents but one of many reversals in our thinker's reception history. Though projecting an image of the unheeded prophet – the man waiting daily at noon for a patron to fund the first Phalanx – Fourier actually spent his final twelve years leading a substantial school of followers, complete with generous financiers, and lived to see (and witness the failure of) the first societal experiment.2 His school survived him by decades despite bitter divisions and multiplied such attempts.3 Between 1830 and 1848, Fourierism experienced international expansion: its influence on Russian revolutionary intelligentsia is epitomized by the Petraševskij Circle in Moscow, whose members (including Dostoevsky) faced firing squads in 1849 before being pardoned in extremis and exiled to Siberia. In the United States, the Brook Farm collective – founded in New England by Reverend George Ripley as an application of Emerson's transcendentalist philosophy, with Hawthorne's participation – transformed under Albert Brisbane's Fourierist propaganda into the North American Phalanx; experiments and influences spread as far as Romania and Spain.

1114

Ciononostante il fourierismo come progetto pratico e come movimento politico finì nel nulla; non solo perché le Falangi agricole naufragarono e le divisioni si moltiplicarono all’interno della scuola, ma perché i mali della civiltà denunciati dal maestro prendevano dimensioni tali da non potersi più pretendere di guarirli con la forza dell’esempio di piccole colonie societarie.

1114

Nevertheless, Fourierism as practical project and political movement dissolved into nothingness. This occurred not only because agricultural Phalanxes foundered and internal schisms multiplied, but because the ills of civilization denounced by the master assumed dimensions too vast to be cured by the exemplary force of small societal colonies.

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Contemporaneamente a Fourier cadeva in obsolescenza il suo principale rivale, contro la cui scuola egli non aveva risparmiato le polemiche: Saint-Simon. Ma nell’oblio che li accomuna, le loro vie divergono ancora radicalmente: se nessuno oggi legge più Saint-Simon né si richiama a lui, è perché ci viviamo dentro, perché la «società industriale», tecnocratica e produttivistica che egli aveva profetato ha vinto; non è stata la panacea dei mali sociali che egli prometteva, non ha eliminato dalla scena l’esecrato potere militare, anzi si è integrata ad esso, ma continua a essere il modello implicito e incontrastato a cui tende il divenire storico, impersonato dai due colossi che oggi si dividono il pianeta.

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Contemporaneously with Fourier's decline into obsolescence came that of his principal rival, against whose school he had polemicized relentlessly: Saint-Simon. Yet in their shared oblivion, their paths diverge absolutely: if no one reads Saint-Simon today or invokes him, it is because we live inside his vision – because the technocratic, productivist "industrial society" he prophesied has triumphed. It did not become the social panacea he promised, nor did it eliminate the execrated military power; rather, it integrated with it. Yet it remains the implicit, unchallenged model toward which historical development tends, embodied by the two colossuses now dividing the planet.

1116

Paragonato a Saint-Simon, Fourier resta l’inattualità assoluta: lucido com’era nella sua critica del presente, non aveva capito nulla di quel che bolliva in pentola. Di un «nuovo mondo industriale» parlavano tutti e due, ma l’anglofilo Saint-Simon (reduce dalla Rivoluzione americana, per giunta) aveva gli occhi aperti su un mondo niente affatto utopico, mentre l’anglofobo Fourier metteva in scena una kermesse di gai coltivatori, e nei suoi esempi non sapeva riferirsi ad altro che all’orticoltura e al giardinaggio, o ad ateliers che sono manifatture poco più che artigiane.

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Compared to Saint-Simon, Fourier remains absolute untimeliness: lucid as he was in critiquing the present, he understood nothing of what was brewing. Both spoke of a "new industrial world," but the Anglophile Saint-Simon (a veteran of the American Revolution, no less) kept his eyes open to a thoroughly non-utopian reality, while the Anglophobic Fourier staged a pageant of merry horticulturalists, his examples never progressing beyond gardening plots or ateliers scarcely more advanced than artisanal workshops.

1117

Non solo questo macroscopico errore di prospettiva (o rimozione inconscia, o intenzionale determinazione a cancellare dalla propria visuale la prospettiva rifiutata) rese Fourier impraticabile. L’ansia di dar fondo all’universo pervade i suoi volumi farraginosi, dalla struttura labirintica, sulle cui complicate suddivisioni prolifera una concrezione di prefazioni, intermezzi e conclusioni designati da una ricchissima terminologia a base di Prolégomenes, Préambule, Intermède, Cislégomenes, Extraducion, Arrière-propos, più i vari Antienne, Cis-Médiante, Trans-Médiante, Intrapause, Cis-Lude, Ulter-pause, Ultralogue, Ultienne, Postienne, Post-ambule, ecc. ecc., con elenchi e tavole sinottiche disposti secondo una numerazione particolare,4 per cui le cifre s’alternano a segni grafici speciali che indicano il pivot (fulcro) o centro della Serie (da cui si diramano le due ali e i due ailerons ascendenti e discendenti) e l’ambigu5 o termine di transizione d’una serie nell’altra, disposizione che può pure corrispondere a una scala musicale,6 con accordi in maggiore e in minore. Ma le bizzarrie formali sono perfettamente coerenti con il flusso dei ragionamenti che straripa in tutte le direzioni, tra continui rimandi a un’opera futura in cui verranno dette le cose fondamentali.7

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Yet this macroscopic error of perspective (or unconscious repression, or intentional determination to erase the rejected viewpoint from his vision) was not the sole factor rendering Fourier impractical. An anxiety to exhaustively map the universe permeates his unwieldy volumes with their labyrinthine structures, where complicated subdivisions breed a concretion of prefaces, interludes, and conclusions designated by an extraordinarily rich terminology: Prolégomenes, Préambule, Intermède, Cislégomenes, Extraducion, Arrière-propos, plus various Antienne, Cis-Médiante, Trans-Médiante, Intrapause, Cis-Lude, Ulter-pause, Ultralogue, Ultienne, Postienne, Post-ambule, etc., accompanied by lists and synoptic tables arranged through a unique numbering system.4 Here, numerals alternate with special graphic symbols indicating the pivot (fulcrum) or center of the Series (from which ascend and descend the two wings and two ailerons), and the ambigu5 or transitional term between one series and another – a disposition that may also correspond to a musical scale,6 with major and minor chords. These formal eccentricities remain perfectly coherent with the reasoning’s torrential flow in all directions, interspersed with continual references to a future work where fundamental truths will be revealed.7

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Cosa distingue dunque quest’opera dai tanti scartafacci di grafomani genialoidi, elaboratori di sistemi universali, che continuano a piovere nei cestini delle case editrici e delle riviste accademiche, quelle opere di filosofi incompresi e cosmologi della domenica che Raymond Queneau (gran lettore di Fourier, per l’appunto) in gioventù s’era proposto di censire spulciando i cataloghi della Bibliothèque Nationale?

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What then distinguishes this work from the reams of manuscripts by graphomaniacal geniuses – elaborators of universal systems that continue to flood editorial offices and academic journals – those productions of misunderstood philosophers and Sunday cosmologists that Raymond Queneau (himself a devoted Fourier reader, incidentally) once proposed cataloguing by combing through the Bibliothèque Nationale’s holdings?

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Più ancora che la visione d’una società dedita alle feste e ai cortei, in costumi guarniti di gale e pennacchi, che si sfida in guerre gastronomiche e galanti, che addomestica le zebre e gli struzzi, erano le profezie cosmiche che facevano le spese dei motteggiatori: l’aurora boreale che diventerà stabile e renderà temperato il clima di tutto il globo; il mare che acquisterà sapore di limonata; la luna che, da tempo uccisa dai miasmi della terra, sarà sostituita da cinque lune più piccole;8 animali utili all’uomo – l’anti-leone, l’anti-balena, l’anti-coccodrillo – che prenderanno il posto delle più temibili fiere.9

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More than the vision of a society devoted to festivals and processions in braid-trimmed costumes and plumes, waging gastronomic and gallant wars while domesticating zebras and ostriches, it was the cosmic prophecies that drew mockery: the aurora borealis becoming permanent to temper the globe’s climate; seawater acquiring a lemonade flavor; the moon – long dead from earthly miasmas – being replaced by five smaller satellites;8 and useful anti-beasts (the anti-lion, anti-whale, anti-crocodile) supplanting nature’s most fearsome creatures.9

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Era dunque un matto, Fourier? O un mistificatore che si prendeva gioco dei suoi lettori? O un umorista che si rivolge a un lettore smaliziato? O era la sua una cortina fumogena per contrabbandare il vero contenuto, la radicale critica alla società? Forse nessuna di queste definizioni è esatta, e se una cosa accomuna Fourier ai pensatori della sua epoca e di prima e di dopo è appunto l’ambizione di estendere il proprio discorso ai campi più lontani dal loro luogo di partenza, fino alle scienze naturali, alla cosmologia, secondo un’antica tradizione sistematica, che la specializzazione delle discipline non ha mai del tutto soffocato. «Non è forse questa l’attitudine abituale del filosofo che vuole assolutamente piegare la realtà al sistema che ha scoperto? – osserva uno dei suoi più recenti commentatori, Emile Lehouck –.10 Fourier che sconvolge la disposizione dei pianeti non è più ridicolo dello Hegel della Filosofia della Natura che pretende di spiegare i regni vegetale e animale con una successione di tesi, antitesi e sintesi… I più illustri pensatori hanno fatto ricorso a costruzioni bizzarre e ben artificiali per sfuggire alle contraddizioni della loro metafisica o per conciliare scoperte scientifiche e credenze religiose… Eppure questi filosofi non sono trattati da matti, ma studiati col più grande rispetto.»

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Was Fourier then a madman? A charlatan mocking his readers? A humorist addressing sophisticated audiences? Or was this a smokescreen to smuggle in his radical societal critique? Perhaps none of these labels suffice, for what connects Fourier to thinkers of his era – and those before and after – is precisely his ambition to extend discourse into realms far removed from their starting points: natural sciences, cosmology, following an ancient systematic tradition never fully suppressed by disciplinary specialization. “Is this not the habitual attitude of philosophers determined to bend reality to their discovered system? – observes one of his most recent commentators, Emile Lehouck –.10 Fourier overturning planetary arrangements proves no more absurd than Hegel’s Philosophy of Nature claiming to explain vegetable and animal kingdoms through thesis-antithesis-synthesis… The most illustrious thinkers resorted to bizarre, artificial constructions to escape their metaphysics’ contradictions or reconcile scientific discoveries with religious beliefs… Yet these philosophers are studied with utmost respect, not dismissed as lunatics.”

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Comunque sia, la chiave di lettura doveva radicalmente cambiare, con il cambiare delle prospettive sociali. Dal 1848 in poi ogni progetto di società futura dovrà tener conto dell’entrata in campo degli operai dell’industria come «classe». E l’ennesima contraddizione della storia di Fourier vuole che proprio i teorici della nuova prospettiva rivoluzionaria siano stati, oltre che i seppellitori definitivi della sua dottrina, i più simpatetici e congeniali e moderni tra i suoi lettori del secolo XIX.

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Regardless, interpretative keys had to radically shift alongside evolving social perspectives. Post-1848, every futuristic societal project would need to account for industrial workers’ emergence as a “class.” In yet another contradiction of Fourier’s reception history, the theorists of this new revolutionary outlook became both the definitive gravediggers of his doctrine and the most sympathetic, congenial, and modern among his 19th-century readers.

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Spietatamente sarcastici verso i teorici loro contemporanei, Marx ed Engels prendono volentieri le difese dei tre precursori della generazione precedente, gli «utopisti» Saint-Simon, Owen, Fourier. Ma per quest’ultimo, oltre a una solidale comprensione storica, essi esprimono (contro le ironie dei detrattori, Karl Grün o Dühring) un’istintiva ammirazione poetica. Stabilito che ogni utopia è un «romanzo filosofico» e come tale va letto, Marx ed Engels s’affrettano a distinguere: «Qualcuno di questi romanzi, per esempio il sistema di Fourier, è improntato a uno spirito veramente poetico; altri, come quelli di Owen e di Cabet sono privi della minima poesia…».11 E stigmatizzati come «borghesi dottrinari» i fourieristi ortodossi, «agli antipodi» del maestro, viene da Marx ed Engels delineata quella opposizione tra «forma sistematica» e «reale contenuto» del sistema, che resta la chiave di lettura decisiva per Fourier (e non solo per lui) e che viene ora sviluppata e ridefinita con acutezza da Roland Barthes,12 come opposizione tra sistema e sistematico.

1122

While ruthlessly sarcastic toward contemporary theorists, Marx and Engels readily defended three precursor figures from the prior generation – the “utopians” Saint-Simon, Owen, Fourier. For the latter particularly, beyond historical solidarity, they expressed (against detractors like Karl Grün or Dühring) an instinctive poetic admiration. Having established that every utopia constitutes a “philosophical novel” to be read as such, Marx and Engels hasten to distinguish: “Some of these novels, like Fourier’s system, breathe a genuinely poetic spirit; others, such as Owen’s and Cabet’s, lack the slightest poetry…”.11 After stigmatizing orthodox Fourierists as “bourgeois doctrinaires” – “polar opposites” of their master – Marx and Engels outline that opposition between a system’s “formal structure” and its “substantive content” which remains the decisive interpretative key for Fourier (and not just him), now refined with acuity by Roland Barthes12 as the distinction between system and systematicity.

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Era soprattutto il temperamento di Engels a stabilire un legame di congenialità che s’estendeva a tutti gli aspetti fondamentali dell’opera fourieriana: la critica della società, della famiglia, dell’economia (come scopritore della «crisi pletorica» del capitalismo, per cui «la sovrabbondanza diventa fonte di miseria»,13 le doti satiriche («uno dei più grandi satirici di tutti i tempi») e forse perfino quelle matematiche.14 E quanto a visione storica, Engels non esita a dichiarare che Fourier «maneggia la dialettica con la stessa maestria del suo contemporaneo Hegel. Con pari dialettica egli, di fronte alle chiacchiere sull’infinita perfettibilità umana, mette in rilievo il fatto che ogni fase storica ha il suo ramo ascendente ma anche il suo ramo discendente, e applica questo modo di vedere anche al futuro dell’umanità».15

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It was above all Engels' temperament that established a bond of congeniality extending to all fundamental aspects of Fourier's work: the critique of society, family, and economy (as the discoverer of capitalism's "plethoric crisis," where "overabundance becomes the source of misery"),13 his satirical gifts ("one of the greatest satirists of all time"), and perhaps even his mathematical inclinations.14 Regarding historical vision, Engels does not hesitate to declare that Fourier "handles dialectics with the same mastery as his contemporary Hegel. With equal dialectical skill, he counters the chatter about infinite human perfectibility by emphasizing that every historical phase has both its ascending and descending branches, applying this perspective even to humanity's future."15

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Engels si trovava a riabilitare così anche il Fourier più visionario, l’autore di quello schema di storia dell’universo in cui – dialettica o meno – certo la negatività e la discontinuità hanno una grande parte e il nostro pianeta vive d’una vita precaria, dato il permanere degli uomini nel caos della Civilisation che rischia di provocarne la distruzione attraverso un bombardamento di comete: quella «fine del mondo animale e vegetale» che, anche se gli uomini raggiungeranno l’Armonia e gli ottomila anni di «apogeo della felicità», non per questo sarà esorcizzata una volta per tutte, in quanto alle sedici fasi ascendenti corrisponderanno altrettante fasi discendenti, fino alla «caduta e dissoluzione lattea». Questo motivo è appena accennato nella montagna degli scritti fourieriani, ma Engels, cui il problema non era estraneo,16 lo sottolinea: «Come Kant introdusse nella scienza naturale la futura distruzione della terra, così Fourier introduce nel pensiero storiografico la futura distruzione dell’umanità».17

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Engels thus found himself rehabilitating even the most visionary Fourier, the author of that universal historical schema where - dialectical or not - negativity and discontinuity certainly play a major role. Our planet leads a precarious existence, given humanity's persistence in the chaos of Civilisation, risking destruction through comet bombardments: this "end of the animal and vegetable world" would not be exorcised even if humanity achieved Harmony and its eight thousand years of "apogee of happiness," as sixteen ascending phases would correspond to sixteen descending ones, culminating in "milky dissolution and decline." Though merely hinted at within Fourier's mountainous writings, Engels - to whom this problem was not foreign16 - underscores it: "Just as Kant introduced the future destruction of the Earth into natural science, Fourier introduces the future destruction of humanity into historical thought."17

1125

A Marx che, meno pronto dell’amico a esaltare «in toto» l’opera fourieriana, pure dimostra verso di essa una divertita confidenza di lettore,18 toccherà esprimere l’inconciliabilità di fondo: nei Grundrisse,19 in polemica con Adam Smith che valuta il lavoro solo in quanto sacrificio, Marx taccia – all’altro estremo – Fourier d’ingenuità e frivolezza per aver creduto che il lavoro possa diventare un piacere e un divertimento. Per Marx il lavoro emancipato – libera creazione o partecipazione al processo produttivo sociale – non sarà più sacrificio perché l’uomo realizzerà se stesso come soggetto della produzione, ma non richiederà per questo meno sforzo.

1125

For Marx, who was less inclined than his friend to praise Fourier's work "in toto" yet demonstrated amused familiarity as a reader,18 it fell to express the fundamental incompatibility: in the Grundrisse,19 polemicizing against Adam Smith's view of labor as mere sacrifice, Marx accuses Fourier - at the opposite extreme - of naivety and frivolity for believing work could become pleasure and amusement. For Marx, emancipated labor - whether free creation or participation in social production - would no longer be sacrifice because humans would realize themselves as subjects of production, yet this would require no less effort.

1126

Oggi possiamo dire che qui s’apre l’interrogativo più drammatico della storia del nostro secolo: se il socialismo accetta realisticamente la sofferenza come elemento ancora necessario del processo produttivo, ciò che distingue il lavoro sfruttato dal lavoro emancipato sarà in ultima istanza la possibilità d’una sublimazione della fatica e della sofferenza da parte dei lavoratori: la convinzione di stare realizzando il socialismo come modello filosofico deve necessariamente precedere le soddisfazioni sensibili; ma per quanto tempo? e chi garantisce che questa convinzione non sia ancora frutto d’una manipolazione ideologica, e che la rivoluzione vera per raggiungere l’emancipazione non resti sempre da fare? A conti fatti, l’immaginazione utopica, col suo modello immediatamente percepibile dai sensi, aveva anch’essa un suo «realismo», o meglio una sua possibilità di rapido confronto col principio di realtà: si vedeva subito se il tentativo di metterla in pratica corrispondeva al modello o no; se il bonheur non è un risultato immediato l’esperimento è fallito; e ciò non esclude che il modello continui a esercitare la sua forza d’opposizione irreducibile verso la realtà.

1126

Today we might say this opens the most dramatic question of our century's history: if socialism realistically accepts suffering as still necessary to production, what ultimately distinguishes exploited labor from emancipated labor will be workers' ability to sublimate fatigue and suffering. The philosophical conviction of building socialism must necessarily precede sensory satisfactions - but for how long? And who guarantees this conviction isn't itself ideological manipulation, leaving true revolutionary emancipation perpetually deferred? Ultimately, utopian imagination, with its immediately perceptible model, possessed its own "realism" - or rather a possibility for rapid confrontation with reality's principles: one immediately saw whether practical attempts matched the model. If bonheur wasn't instantly achieved, the experiment failed - yet the model's irreducible oppositional force against reality persisted.

1127

Di contro al pensiero sette-ottocentesco che cerca nella ragione un fondamento per la morale, Fourier sente che l’unico terreno solido su cui può costruire una morale è il principio del piacere. In questo senso i commentatori odierni che tendono a considerarlo un precursore di Freud possono farlo a giusto titolo, ma pur sempre tenendo conto che Freud non credeva possibile nessuna forma di civiltà umana senza repressione e sublimazione. Cioè il rapporto tra Fourier e Freud si configura in modo non molto dissimile da quello con Marx: Fourier pretende di costruire un sistema conoscitivo e pratico senza bisogno di sublimare nulla e nessuno e tanto meno di reprimere. O meglio, è la «passione» che, accettata in quanto tale, porta in presa diretta a un risultato sublime: organizzati nelle Piccole Orde – la trovata più sorprendente e famosa della pedagogia fourieriana20 –, i bambini che hanno il gusto della sporcizia21 diventano i benemeriti della società armoniana perché l’incombenza della nettezza urbana è per loro piacevole come un gioco. In uniformi da ussaro, le Piccole Orde galoppano in sella a poneys, accompagnate dal frastuono di trombette, campanacci e timpani in un perpetuo carnevale sovvertitore. (La loro antisublimazione è anche linguistica: le Piccole Orde parlano in argot.)

1127

Against 18th-19th century thought seeking moral foundations in reason, Fourier feels pleasure's principle alone provides solid ground for morality. Contemporary commentators claiming him as Freud's precursor do so legitimately, provided they acknowledge Freud's belief that civilization requires repression and sublimation. Thus Fourier's relationship to Freud resembles that with Marx: Fourier claims to build a cognitive and practical system needing neither sublimation nor repression. Or rather, "passion" itself - accepted as such - directly achieves sublime results: organized in Little Hordes (Fourier's most striking pedagogical innovation20), children who relish filth21 become Harmonious society's benefactors, as urban cleaning becomes pleasurable play. Dressed in hussar uniforms, the Little Hordes gallop on ponies amid trumpet blasts, cowbells and kettledrums in perpetual carnival subversion. (Their anti-sublimation extends to language: the Little Hordes speak in argot.)

1128

Nella sua classificazione delle passioni, accanto ai «cinque appetiti semplici dei sensi» e alle «quattro passioni semplici dell’anima» (ambizione, amicizia, amore, paternità), sono soprattutto le tre «distributive» di cui egli si vanta scopritore, la Cabaliste, la Papillonne e la Composite, a essere definite con più calore e colore, e previlegiate come i meccanismi fondamentali del sistema societario.

1128

In his classification of passions, beyond the "five simple sensory appetites" and "four simple soul passions" (ambition, friendship, love, parenthood), the three "distributive" passions he claims to have discovered - the Cabalist, Papillonne, and Composite - are defined with particular warmth and color, privileged as fundamental mechanisms of the societary system.

1129

La Cabalista o Cabalona (da Cabale, complotto, parola-chiave della politica di corte dell’Ancien Régime) è la passione degli intrighi e delle rivalità; la Composita (o Esaltante, o Ingranante) è il bisogno di piaceri che soddisfino insieme i sensi e lo spirito per potersi abbandonare a un cieco entusiasmo; la Farfallante o Farfallina, detta anche Alternante, è la passione dei cambiamenti, della novità, degli stimoli. Le Serie e i Gruppi in cui s’articola la vita sociale dell’Armonia si reggono soprattutto su queste tre passioni (o meglio, sulla Cabalista e sulla Farfallante; la Composita, nei suoi aspetti di foga irrazionale, non si riesce a metterla a fuoco altrettanto bene). La giornata del Societario è un continuo passare da un Gruppo all’altro, nelle coltivazioni, nei laboratori (non ci si dedica mai per più di due ore di seguito allo stesso lavoro),22 nelle mense o nelle feste. Soddisfare la Farfallante richiede (al contrario di quel che il nome può evocare) un’organizzazione metodica e puntigliosa: ogni «Gruppo industriale» è un po’ come una squadra sportiva, e passando da un gruppo all’altro ogni Societario assume ruoli e incontra compagni sempre diversi; per formare queste squadre, per distribuire i turni d’attività in rapporto con gli orari delle altre formazioni, per metterle in concorrenza emulativa, di modo che ogni attività sia come una gara, la partecipazione a un continuo campionato, è necessario lo stimolo della Cabalista, passione della strategia, del gioco di squadra, aggressività, istinto conflittuale reintegrato come forza sociale positiva.

1129

The Cabalist or Cabalona (from Cabal, conspiracy - a key term in Ancien Régime court politics) is the passion for intrigue and rivalry; the Composite (or Exalting, or Interlocking) Passion is the need for pleasures that satisfy both senses and spirit to surrender to blind enthusiasm; the Butterfly Passion (Papillonne), also called Alternating Passion, is the passion for change, novelty, and stimulation. The Series and Groups structuring social life in Harmony rely chiefly on these three passions (or rather, on the Cabalist and Butterfly Passions; the Composite Passion, with its aspects of irrational fervor, remains less clearly defined). The Societarian’s day involves continuously moving from one Group to another - in fields, workshops (never dedicating more than two consecutive hours to the same task),22 dining halls, or festivities. Satisfying the Butterfly Passion requires (contrary to what its name might suggest) methodical and meticulous organization: each "industrial Group" functions like a sports team, with Societarians assuming ever-shifting roles and companions as they switch groups. To form these teams, schedule activity shifts in coordination with other formations, and spark competitive emulation - transforming every task into a contest within an ongoing championship - demands the stimulus of the Cabalist Passion: a drive for strategy, teamwork, and aggression rechanneled as socially constructive conflict.

1130

Confrontato coi più illustri classificatori delle passioni umane, sia nella tradizione della Chiesa, da Tommaso ai gesuiti, sia in quella della filosofia, da Cartesio a Spinoza, Fourier appare a un tempo più semplicista e più inventivo: ma quel che colpisce nel suo sistema è la praticità diagrammatica applicata a una materia così opinabile e sfuggente: in ogni situazione si può sempre riempire con un più o con un meno la casella che corrisponde all’odorato o al tatto, all’ambizione o alle soddisfazioni paterne.

1130

When compared to renowned classifiers of human passions - from Thomist and Jesuit traditions to philosophers like Descartes and Spinoza - Fourier appears both more simplistic and more inventive. What stands out in his system is the diagrammatic practicality applied to such elusive, subjective matter: in every situation, one can quantify degrees of satisfaction for smell or touch, ambition or paternal pride.

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Non si dimentichi che le tre passioni «distributive» da lui scoperte vengono chiamate anche meccanizzanti e una di esse (la Composita) è detta pure Ingranante. Walter Benjamin, pur nella sua valutazione limitativa, ha messo per primo in luce il punto fondamentale, che rende Fourier meno estraneo all’era tecnologica di quel che appaia a prima vista: la sua utopia «deve il suo impulso più intimo all’apparizione delle macchine… La sua complicatissima organizzazione appare come un meccanismo. Gli addentellati delle passioni… sono analogie primitive della macchina nel materiale psicologico».23

1131

It must not be forgotten that the three "distributive" passions he discovered are also called mechanizing, with one (the Composite) termed Interlocking. Walter Benjamin, despite his limited appraisal, first highlighted the crucial point that makes Fourier less alien to the technological age than he appears: his utopia "owes its deepest impulse to the emergence of machines... His labyrinthine organization resembles a mechanism. The interlocking of passions... constitutes primitive analogies to machinery in psychological material."23

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Il sogno che Fourier definisce (nel titolo d’un suo capitolo) «l’alleanza del meraviglioso con l’aritmetica» oggi potremmo chiamarlo «l’alleanza dell’eros con la cibernetica» senza attenuare la forza dell’antinomia, l’inconciliabilità del sogno con la realtà: ai nostri occhi l’Armonia si configura come un gigantesco ordinatore dei desideri; la Falange presuppone un computer continuamente in azione per i calcoli necessari al perfetto assortimento delle Serie; Fourier ha lavorato tutta la vita a elaborare dati per realizzare la felicità del genere umano su schede perforate.

1132

The dream Fourier described (in a chapter title) as "the alliance of the marvelous with arithmetic" might today be called "the alliance of eros with cybernetics" - without softening the antithesis between dream and reality. To modern eyes, Harmony resembles a giant computer of desires; the Phalanx presupposes a perpetually active mainframe calculating the perfect arrangement of Series. Fourier spent his life processing data to punch happiness for humanity onto perforated cards.

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La linea su cui potremmo situarlo come estremo punto d’arrivo è quella di Lamettrie, di Helvétius, di Diderot. Ma è quasi certo che non li avesse mai letti; e, comunque, li avrebbe accomunati nell’esecrazione verso i philosophes, verso le «scienze incerte», verso tutta la cultura del secolo in cui era nato. La rivolta antisettecentesca di Fourier non risparmia niente e nessuno;24 col rancore del commerciante rovinato dalle crisi del volgere del secolo,25 egli compie le sue vendette contro i responsabili veri o presunti dei suoi mali: dal mercantilismo a Robespierre, dal blocco continentale a Rousseau e a Voltaire. Nel tuonare contro le austere virtù repubblicane, contro l’egalitarismo, contro l’ateismo,26 Fourier non è da meno di un De Maistre; della Rivoluzione e delle guerre napoleoniche non vede che i massacri e i fallimenti.

1133

The lineage where we might situate him as a culminating figure extends from La Mettrie and Helvétius to Diderot. Yet he likely never read them - and would have lumped them into his anathema against philosophes, "uncertain sciences," and Enlightenment culture as a whole. Fourier’s anti-18th-century revolt spares nothing and no one;24 with the bitterness of a merchant ruined by turn-of-the-century crises,25 he exacts vengeance against real or imagined culprits: from mercantilism to Robespierre, from the Continental Blockade to Rousseau and Voltaire. In his thunderous denunciations of republican austerity, egalitarianism, and atheism,26 Fourier rivals De Maistre; he sees only massacres and failures in the Revolution and Napoleonic Wars.

1134

Al momento in cui io sto scrivendo queste pagine, l’Aufklärung non gode d’una buona stampa intellettuale, e nessuno accuserà Fourier d’essere un reazionario perché nemico dei Lumi e degli Immortali Principî dell’89. Ma anche considerato con l’ottica d’un progressismo razionalista che non abbia conosciuto crisi, sarebbe difficile confondere la polemica di Fourier con quella di un legittimista. Piuttosto si ha l’impressione che parli continuamente di qualcosa d’altro, che sia in ogni occasione talmente più avanti del dibattito a lui contemporaneo, da usare termini in parte identici per dire cose completamente diverse.

1134

As I write these lines, the Enlightenment fares poorly in intellectual circles, and none would brand Fourier a reactionary for opposing the Lumières and the Immortal Principles of 1789. Yet even viewed through the lens of an unwavering rationalist progressivism, his polemics cannot be conflated with legitimist rhetoric. Rather, one senses he is always speaking of something else - so far ahead of contemporary debates that he uses identical terms to convey radically different meanings.

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Così quando afferma che prendersela col trono e con l’altare è inutile e dannoso, bisogna tener presente che la società che egli vuole fondare sulla disuguaglianza s’estrinseca soprattutto in gerarchie da parata (oltre che nella ripartizione dei 4/12 degli utili agli investitori di capitali), per cui i Sovrani d’Armonia, a parte gli onori parodistici che loro spettano come a re d’una festa mascherata, hanno tutte le caratteristiche di buoni borghesi che godono dei benefici d’un pacchetto azionario più grosso degli altri, e per il resto partecipano alle varie Serie con varie attribuzioni e incombenze, indipendentemente dalla loro dignità reale, e s’alzano ogni mattino alle quattro per raccogliere bergamotti o infornare vol-au-vent insieme ai loro associati roturiers. Quanto al clero, che Fourier anziché abolire vorrebbe moltiplicare, è formato da preti e pretesse (detti anche Coribanti e Coribantesse) che dirigono le attività nuziali, e godono nel regime «onnigamico» di prerogative tutt’altro che ascetiche.

1135

Thus when he claims attacking throne and altar is futile and harmful, we must remember his vision of inequality-based society manifests chiefly in ceremonial hierarchies (alongside allocating 4/12 of profits to capital investors). The Sovereigns of Harmony, beyond their parodic royal honors as kings of a masked ball, resemble bourgeois shareholders enjoying larger dividends while otherwise participating in various Series with assorted duties - rising at four each morning to harvest bergamots or bake vol-au-vents alongside plebeian associates. As for the clergy - which Fourier would multiply rather than abolish - it comprises priests and priestesses (called Corybants and Corybantesses) directing nuptial activities while enjoying privileges in the "omnigamous" regime that are anything but ascetic.

1136

Insomma, questo negatore della Rivoluzione francese è proprio nelle sue fantasie di trono e d’altare che si rivela figlio della Rivoluzione, o meglio suo discendente già lontano, come se non stesse scrivendo sotto la Restaurazione o la Monarchia di Luglio, ma in un mondo che avesse dimenticato da secoli il senso delle antiche istituzioni. Così come questo capovolgitore del Settecento razionalista si rivela figlio del Settecento in ogni piega del suo pensiero.

1136

In short, this denier of the French Revolution reveals himself precisely through his throne-and-altar fantasies as the Revolution’s offspring - or rather, its distant descendant, as if writing not under the Restoration or July Monarchy but in a world that had forgotten the meaning of ancient institutions centuries prior. Similarly, this subverter of rationalist Enlightenment thought proves the Enlightenment’s child in every fold of his thinking.

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Certo la cultura del secolo XVIII da cui egli nasce è più complessa di quel che ogni etichetta pretenda di spiegare, e proprio Fourier non si sa bene se situarlo al termine della linea degli «Illuministi» (nel senso che questa parola ha assunto in italiano, cioè delle Lumières, dell’Aufklärung, dell’Enlightenment) o degli «Illuministes» (nel senso prevalente che la parola conserva in francese, cioè degli «illuminati», degli occultisti): due aree della mappa settecentesca che in parte si oppongono e in parte si sovrappongono.

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Certainly, the 18th-century culture from which he emerged is more complex than any label pretends to explain, and precisely with Fourier, it remains unclear whether to situate him at the end of the line of "Illuminists" (in the Italian sense of the term, meaning the Lumières, the Aufklärung, the Enlightenment) or of "Illuministes" (in the predominant French sense, meaning "illuminati," occultists): two areas of the 18th-century map that partly oppose and partly overlap.

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Tipica di quest’ambito ideologico è la morale che il fare umano deve collaborare all’esecuzione del progetto divino, in sé perfetto ma che richiede l’aiuto dell’uomo per essere portato a termine. Non per nulla pare che la predicazione di Fourier sia cominciata nelle logge massoniche di Lione: comunque alla Massoneria egli dedica aspre rampogne per non aver saputo approfittare dell’occasione che la Rivoluzione le aveva aperto di fondare una nuova religione.27 Certo la teoria dei «corpi aromali» degli astri rientra in una vasta tradizione occultistica,28 sia pur con applicazioni tipiche dello spirito fourieriano, come la convinzione che i morti nell’al di là non possono essere felici finché non saranno felici i viventi: la felicità non può essere che generale, di tutti i morti e di tutti i vivi; se i vivi sono infelici, come sarebbe possibile secondo giustizia che fossero felici i morti?

1138

Typical of this ideological realm is the morality that human action must collaborate in executing the divine plan—in itself perfect but requiring human assistance to reach completion. It is no coincidence that Fourier's preaching reportedly began in Masonic lodges in Lyon: in any case, he harshly rebukes Freemasonry for failing to seize the opportunity the Revolution had given it to found a new religion.27 Certainly, the theory of the "aromatic bodies" of celestial bodies belongs to a vast occultist tradition,28 albeit with applications typical of the Fourierian spirit, such as the conviction that the dead in the afterlife cannot be happy until the living are happy: happiness can only be universal, encompassing all the dead and all the living. If the living are unhappy, how could justice allow the dead to be happy?

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Fourier era insomma talmente altro, diverso da tutti, che non c’è da meravigliarsi che la seconda metà del suo secolo e la prima metà del nostro gli abbiano voltato le spalle. Poeti e scrittori compresi: Baudelaire passò attraverso una fase di simpatie fourieriane che poi si mutò in antipatia;29 e Flaubert conobbe gli scritti del nostro quel tanto che basta per far compiere a Bouvard e Pécuchet una tappa falansteriana nella loro frustrante peregrinazione enciclopedica.

1139

Fourier was, in short, so other, so different from everyone, that it is no wonder the latter half of his century and the first half of ours turned their backs on him. Poets and writers included: Baudelaire went through a phase of Fourierian sympathies that later turned to antipathy;29 and Flaubert knew just enough of our thinker's works to include a Phalanstery episode in Bouvard and Pécuchet's frustrating encyclopedic pilgrimage.

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La previsione di Stendhal restava isolata e inadempiuta. Giusto un mese prima della morte di Fourier, nel settembre 1837, Stendhal dice – o fa dire a un suo amico fourierista – nei Mémoires d’un touriste: «Non gli si riconoscerà che tra vent’anni il suo rango di sognatore sublime». Questa profezia da parte d’un contemporaneo congeniale come colui che vede nella bellezza la promesse du bonheur,30 che considera il valore estetico come un’utopia contestatrice del presente – cade a segno oggi, quando i termini appaiono capovolti e si torna a leggere la promesse du bonheur dell’utopia fourieriana per goderne come d’un oggetto estetico, e solo così, per questa via indiretta, si torna ad affermarla come promessa di felicità, in un tempo in cui le promesse di felicità appaiono tutte rimandate, indirette, come in una prospettiva di specchi.

1140

Stendhal's prediction remained isolated and unfulfilled. Just one month before Fourier's death in September 1837, Stendhal remarks—or has a Fourierist friend remark—in Mémoires d’un touriste: "His rank as a sublime dreamer will only be recognized twenty years from now." This prophecy by a kindred spirit—one who sees in beauty the promesse du bonheur,30 who considers aesthetic value as a utopian contestation of the present—rings true today, when the terms appear inverted. We now return to read the promesse du bonheur of Fourierian utopia as an aesthetic object, and only through this indirect route do we reaffirm it as a promise of happiness in an age when all such promises seem deferred, indirect, as in a hall of mirrors.

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Di là si passa direttamente alla Seconda guerra mondiale: André Breton, rifugiato negli Stati Uniti, legge le opere di Fourier, e scrive un poema-saggio che è insieme diario di questa lettura, diario di viaggio americano, e amaro disincantato discorso sullo stato del mondo. L’Ode a Charles Fourier,31 che sarà pubblicata nel 1945, resta uno degli scritti più ricchi e appassionati della bibliografia sull’utopista, una discussione con lui sullo sfondo d’una situazione mondiale che sembra smentire tutte le sue profezie.

1141

From there, we leap directly to the Second World War: André Breton, exiled in the United States, reads Fourier's works and writes a poem-essay that is simultaneously a reading diary, an American travelogue, and a bitter, disenchanted discourse on the state of the world. Ode to Charles Fourier,31 published in 1945, remains one of the richest and most passionate writings in the bibliographies on the utopian thinker—a dialogue with him against the backdrop of a global situation that seems to refute all his prophecies.

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Nel dopoguerra si può dire non ci sia scritto di Breton o iniziativa ispirata da lui in cui non ci si richiami a Fourier. Alla riscoperta bretoniana faranno seguito il ritrovamento degli inediti «censurati» del Nouveau Monde Amoureux, la ristampa anastatica delle opere complete,32 una rinnovata attualità di Fourier nel clima delle «contestazioni» e delle teorizzazioni antirepressive, e infine nel 1970 una serie di nuove letture da parte dei nomi di punta delle lettere francesi: Butor, Barthes, Klossowski, Blanchot.33 (Queneau era andato in esplorazione per conto suo, già nel ’58-’59, sulla pista dei suoi vagabondaggi enciclopedici e «patafisici».)

1142

In the postwar period, hardly a text by Breton or an initiative inspired by him fails to invoke Fourier. The Bretonian rediscovery would be followed by the recovery of censored manuscripts like Le Nouveau Monde Amoureux, the anastatic reprinting of complete works,32 a renewed relevance of Fourier amid the climate of "contestations" and anti-repressive theorizing, and finally in 1970, a wave of new readings by leading French literary figures: Butor, Barthes, Klossowski, Blanchot.33 (Queneau had already ventured on his own exploration in 1958-59, tracing Fourier's encyclopedic and "pataphysical" wanderings.)

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Quando Breton scriveva l’Ode ancora non erano conosciuti34 i manoscritti sulla vita amorosa in Armonia, che né l’autore né tanto meno i discepoli avevano osato pubblicare35 (e il poeta non mancava di rimproverare Fourier per la sua reticenza su quel punto). Le Nouveau Monde Amoureux,36 il volume che li raccoglie, in un’edizione che una maggior cura filologica avrebbe reso ancor più benemerita, esce nel 1967, e da allora è diventato un testo centrale per una definizione di Fourier.

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When Breton wrote the Ode, the manuscripts on amorous life in Harmony—which neither the author nor his disciples had dared publish35—remained unknown.34 Le Nouveau Monde Amoureux,36 the volume compiling these texts in an edition that greater philological care would have made even more commendable, appeared in 1967 and has since become a central text for defining Fourier.

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Se nel clima austero delle dottrine politiche la proposta argomentata di unioni poligamiche e «onnigamiche» faceva e farà scandalo, il lettore a cui questo testo giunge preceduto da una fama libertina troverà invece in Fourier aspetti d’irreducibile pruderie: pretende che fanciulli e fanciulle prima dei quindici anni siano tenuti lontani da ogni notizia sulla vita sessuale; ha il culto romantico della purezza sentimentale e prevede (nel campionario della Falange in cui ogni tipo di passione deve trovare adepti) coppie così angeliche da amarsi solo platonicamente; se la prende con le dame che, concedendosi troppo presto e senza preamboli sentimentali, colgono l’uomo impreparato, gli fanno fare una brutta figura, e poi lo trattano da impotente. (Questa rivendicazione di dignità spirituale per il «fiasco» maschile, gli ispira una delle sue pagine più vibrate contro «l’imperizia dei Civilizzati».)

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If the argued proposal of polygamous and "omnigamous" unions scandalized the austere climate of political doctrines, the reader approaching this text with expectations of libertinage will instead find in Fourier aspects of irreducible prudery: he insists that boys and girls under fifteen be shielded from all knowledge of sexual life; he romanticizes sentimental purity and envisions (in the Phalanx catalog where every passion must find adherents) angelic couples who love each other only platonically; he chastises ladies who yield too quickly and without sentimental preludes, catching men unprepared, making them look foolish, and then labeling them impotent. (This defense of male dignity in the face of "failure" inspires one of his most impassioned pages against "the ineptitude of the Civilized.")

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Vero è che le coppie «angeliche» salvano la castità della loro unione stabilendo una rete di rapporti carnali con altre persone d’ambo i sessi. Ma è pur sempre l’amor platonico che Fourier privilegia: tanto che si direbbe che tutta la giostra di rapporti sessuali prevista nei suoi «amori in orchestra» o «quadriglie amorose» non abbia altro scopo che di contornare ed esaltare il gaudio più ambito e raro, cioè l’amor spirituale.

1145

True, the "angelic" couples preserve the chastity of their union by establishing a network of carnal relations with others of both sexes. Yet Fourier consistently privileges platonic love: one might say the entire carousel of sexual relations envisioned in his "orchestrated loves" or "amorous quadrilles" serves only to frame and exalt the most coveted and rare joy—spiritual love.

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Le passioni, in Armonia, più sono soddisfatte, meno sono abbandonate a se stesse: nulla può essere mai lasciato al caso. E per rappresentare in azione la complicata organizzazione dell’«onnigamia», il discorso teorico a un certo punto si trasforma in un vero e proprio romanzo (o se vogliamo pièce teatrale, perché è per larga parte dialogato), Fakma e il Turbine di Cnido. Non che sia una buona prova del Fourier scrittore: tutt’altro (e lui del resto lo sapeva e affermava: «Io fornisco il tema, che qualcun altro vi aggiunga la sua prosa. Si richiedono fiori di retorica e polvere d’ali di farfalla»), ma ci dice molto sulle radici letterarie del mondo fourieriano,37 tra il Seicento «prezioso» dell’Astrée di Honoré d’Urfé e il Settecento delle finzioni satiriche ispirate alle Mille e una notte. Il repertorio visuale dell’evasione non è in fondo molto cambiato da allora: agli occhi del lettore moderno le avventure della stupenda gigantesca Fakma evocano i fumetti fanta-erotici di Barbarella.

1146

In Harmony, the more passions are satisfied, the less they are left to their own devices: nothing can ever be left to chance. To illustrate the complex organization of "omnigamy" in action, the theoretical discourse at a certain point transforms into a veritable novel (or theatrical piece, as it is largely dialogued), Fakma and the Whirlwind of Cnido. This is by no means a strong example of Fourier's literary prowess: quite the contrary (he himself was aware and stated: "I provide the theme; let another add their prose to it. What's needed are flowers of rhetoric and powdered butterfly wings"), yet it reveals much about the literary roots of the Fourierian world,37 situated between the "precious" 17th century of Honoré d’Urfé's Astrée and the 18th century of satirical fictions inspired by The Thousand and One Nights. The visual repertoire of escapism has not fundamentally changed since then: to modern readers, the adventures of the magnificent giantess Fakma evoke the fantastical erotic comics of Barbarella.

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La vera sorpresa del Nuovo Mondo Amoroso è però un’altra: l’esplorazione del mondo delle «manie amorose». Le perversioni sessuali sono il banco di prova decisivo per la morale fourieriana che si rifiuta di vedere il «male» in una «passione» qualsiasi essa sia: metodico e imperturbabile l’autore riesce a dimostrare che sempre le passioni possono e devono giovare al prossimo e mai fargli danno perché il male è solo là dove una passione è contrastata e repressa. Con l’esempio d’una principessa russa che godeva a torturare le sue schiave, ma solo perché non aveva la libertà di seguire la sua vocazione lesbica, Fourier scosta col minimo sforzo la gigantesca pietra d’inciampo posta sul suo cammino dall’opera parallela di quell’altro grande grafomane e visionario che è Sade. La componente sadica dell’eros, distruttiva e ciecamente egoista, viene dissolta («evaporata», dice Barthes) nel perfetto meccanismo distributivo del sistema societario, in cui ogni vocazione segreta può venir compresa e soddisfatta.

1147

The true surprise of The New Amorous World, however, lies elsewhere: the exploration of the realm of "amorous manias." Sexual perversions serve as the ultimate test for Fourierian morality, which refuses to see "evil" in any "passion" whatsoever: methodical and unflappable, the author consistently demonstrates that passions can and should benefit others without causing harm, for evil arises only where a passion is opposed and repressed. Through the example of a Russian princess who took pleasure in torturing her slaves solely because she lacked the freedom to pursue her lesbian vocation, Fourier effortlessly displaces the colossal stumbling block placed in his path by the parallel work of that other great graphomaniac and visionary, Sade. The sadistic component of eros—destructive and blindly egoistic—is dissolved ("evaporated," as Barthes says) within the perfect distributive mechanism of the societary system, where every secret vocation can be understood and fulfilled.

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Definire Fourier in rapporto a Sade – oggi che nel discorso critico francese pare che tutta la letteratura non possa definirsi che in un rapporto a quel suo punto estremo – diventa dunque un passaggio obbligato.38 Per Pierre Klossowski, l’opera di Fourier, in cui «la serietà della perversione deve essere sostituita dal gioco», è considerata senza esitazione «altrettanto insolita, altrettanto importante, altrettanto delirante di quella di Sade». Invece Maurice Blanchot, in uno scritto che è una netta presa di distanza dal nostro autore, definisce quella di Fourier «una passione senza desiderio… una passione misurata, non erotica, che la soddisfazione riesce a colmare e che raggiunge dunque sempre il suo oggetto. Il che sarebbe ben insipido, se dietro a ogni passione, e come sua potenza (sua verità) sempre camuffata, la passione sovrana dell’unità non vegliasse al suo avvicendamento, fino a un sistema la cui complicazione ne lasci sempre differire il compimento». Secondo Blanchot, Fourier sarebbe animato dalla «preoccupazione di rassicurarsi rassicurandoci con la certezza d’una felicità fatta universo… La misura – la felicità misurata – è un’esigenza così smisurata che obbliga non solo tutto l’universo a modificarsi, ma non si contenta dell’universo e lo fa elemento d’un altro e così via, quasi senza fine, fino alla notte calma in cui tutto si ferma senza che nulla si disfaccia».

1148

Defining Fourier in relation to Sade—now that in French critical discourse all literature seems compelled to position itself against this extreme point—has become an obligatory passage.38 For Pierre Klossowski, Fourier's work, in which "the seriousness of perversion must be replaced by play," is unhesitatingly deemed "as unusual, as important, as delirious as that of Sade." Conversely, Maurice Blanchot, in a text marking a clear distancing from our author, describes Fourier's project as "a passion without desire… a measured, non-erotic passion that fulfillment can satiate and which thus always attains its object. This would be insipid indeed, were it not that behind every passion—and as its (truthful) potency, ever disguised—the sovereign passion for unity oversees its alternation, extending into a system whose complexity perpetually defers completion." According to Blanchot, Fourier is driven by "the preoccupation of reassuring himself while reassuring us through the certainty of a happiness made universal… Measure—measured happiness—is so immoderate a demand that it compels not only the entire universe to modify itself but remains unsatisfied with the universe, rendering it an element of another, and so on, almost endlessly, until the calm night when all comes to rest without anything dissolving."

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Si direbbe che ogni visione tragica del mondo sia incompatibile con quest’occhio pur sensibilissimo a tutto il negativo della sua (e nostra) civiltà, ma sempre capace di dissolvere la negatività, il male, il vizio, con la sola forza della sua serenità ordinatrice.39 Anche le manie, con tutto il loro esclusivismo ed egotismo, se accettate pubblicamente e praticate con l’aiuto dell’organizzazione sociale, diventano un legame prezioso per l’armonia generale. Le tabelle di distribuzione delle tendenze passionali, necessarie al buon funzionamento dei Gruppi e delle Serie, devono partire dai gusti più rari e bizzarri, sia gastronomici (come quelli dell’astronomo Lalande che si dice mangiasse ragni vivi) che erotici (come quelli d’un ufficiale prussiano che si limitava a grattare i calcagni della donna amata). Il censimento delle manie è fondamentale per stabilire a quali altri caratteri esse s’accompagnano, e di lì estendere lo studio delle correlazioni alle inclinazioni via via più diffuse: Fourier annuncia la necessità d’un «rapporto Kinsey» su larga scala che permetta di stabilire l’«oroscopo» d’ogni individuo fin dall’infanzia, in modo da prevenire i crimini e da non lasciare inoperosi i talenti e gli ingegni.

1149

One might say that every tragic vision of the world proves incompatible with this gaze so exquisitely sensitive to all the negativity of his (and our) civilization, yet always capable of dissolving negativity, evil, and vice through the sheer force of its ordering serenity.39 Even manias, with all their exclusivity and egotism, when publicly accepted and practiced with the support of social organization, become precious bonds for general harmony. The distribution charts of passionate tendencies, essential for the proper functioning of Groups and Series, must begin with the rarest and most bizarre tastes — whether gastronomic (like those of the astronomer Lalande, said to have eaten live spiders) or erotic (like those of a Prussian officer who limited himself to scratching his beloved's heels). Cataloging manias proves fundamental for determining which other character traits they accompany, thereby extending the study of correlations to increasingly widespread inclinations: Fourier heralds the necessity of a large-scale "Kinsey Report" to establish each individual's "horoscope" from childhood onward, thus preventing crimes and leaving no talents or ingenuity idle.

1150

Nell’eros come nella ghiottoneria, il piacere è fatto di precisione. Non per nulla Fourier era parente e amico dell’autore della Fisiologia del gusto, Brillat-Savarin: la sua ghiottoneria non è mai generica, punta ogni volta su un piatto determinato, e su un determinato modo di cucinare quel dato piatto.

1150

In eros as in gastronomy, pleasure lies in precision. It comes as no surprise that Fourier was related to and befriended the author of The Physiology of Taste, Brillat-Savarin: his gluttony is never generic, each time fixating on a specific dish and its precise preparation.

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Certo le sue immagini di bonheur traevano ispirazione dai costumi gaudenti delle classi ricche; la sua polemica accanita contro la civiltà mercantile non colpisce la ricchezza in quanto apportatrice di piaceri ma se mai il modo inabile di goderne. Non si dimentichi che nel suo diagramma delle passioni o «albero passionale» è chiamato Luxisme il ramo da cui si distaccano i cinque appetiti dei sensi, e per Luxisme egli intende il desiderio del «lusso interno» (che sarebbe la salute) e del «lusso esterno» (cioè la ricchezza), condizioni entrambe necessarie al pieno esercizio dei sensi. L’Armonia, lungi dal tentare di scindere il nesso ricchezza-piaceri, ne vuole un’applicazione generalizzata e sfaccettata.40

1151

Certainly, his images of bonheur drew inspiration from the pleasure-seeking customs of wealthy classes; his fierce polemic against mercantile civilization attacks not wealth as a source of pleasures but rather the inept manner of enjoying it. Let us not forget that in his diagram of passions or "passional tree," the branch from which the five sensory appetites diverge is called Luxisme, by which he means the desire for "internal luxury" (health) and "external luxury" (wealth) — both necessary conditions for the full exercise of the senses. Harmony, far from attempting to sever the wealth-pleasure nexus, seeks its generalized and multifaceted application.40

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Se di costumi gaudenti egli avesse diretta esperienza – come vogliono alcuni, attribuendogli una vita conforme all’edonismo delle sue teorie –, non è chiaro; delle sue possibili baldorie di viaggiatore di commercio e commensale di pensioni familiari non restano testimonianze. Nel Nuovo Mondo Amoroso egli accenna, come d’una sua esperienza morale fondamentale, d’aver scoperto casualmente in se stesso una «mania amorosa»: il piacere ad assistere e a partecipare al gioco d’una coppia saffica. Nella fantasmagoria erotica da lui costruita, il lesbismo è circondato da una speciale aureola. (Un’altra passione, – inconfessata questa –, che ha un particolare rilievo nelle sue pagine, è la gerontofilia: con quanto fervore di dedizione vediamo i giovinetti accingersi ad azioni di «carità amorosa» verso anziane matrone e «patriarche»; del resto tra le sue esemplificazioni gastronomiche, una delle più felici riguarda la predilezione per le galline coriacee…)

1152

Whether he had direct experience of hedonistic customs — as some claim, attributing to him a life conforming to his theories' edonism — remains unclear; no testimonies survive of his possible revelries as a commercial traveler and diner at family pensions. In The New Amorous World, he hints — as at a fundamental moral experience — at having casually discovered in himself an "amorous mania": the pleasure of observing and participating in the play of a Sapphic couple. Within his constructed erotic phantasmagoria, lesbianism is encircled by a special aura. (Another unconfessed passion prominent in his pages is gerontophilia: with what fervent dedication we see young men undertaking acts of "amorous charity" toward elderly matrons and "patriarchs"; moreover, among his gastronomic exemplifications, one of the happiest concerns the predilection for tough hens...)

1153

Ma queste costanti del suo mondo fantasmatico non autorizzano ad alcuna illazione sull’uomo e sulla sua vita privata. Discepoli e memorialisti concordano nel rappresentarlo come un uomo austero, arcigno, freddo, carattere che ben risponde alla fisionomia tramandataci dai ritratti e alla concentrazione fanatica testimoniata dalla mole dell’opera scritta. Si racconta che non ridesse mai, parlasse poco (il suo migliore amico, Just Muiron, era sordo), vivesse solo in un modesto appartamento pieno di gatti e di piante da fiore, uscisse per le strade con una canna da agrimensore perché aveva la mania di misurare tutto. Uno storico americano che cerca di ricostruire il ritratto psicologico dei «profeti di Parigi», Frank E. Manuel, si domanda «se questo inventore del sistema dell’attrazione appassionata ne abbia mai sperimentata una».41

1153

Yet these constants of his phantasmatic world authorize no conjectures about the man and his private life. Disciples and memoirists unanimously portray him as austere, stern, cold — a character aligning with the physiognomy preserved in portraits and the fanatical concentration evidenced by the sheer volume of his written work. It is said he never laughed, spoke little (his closest friend, Just Muiron, was deaf), lived alone in a modest apartment filled with cats and flowering plants, and walked the streets with a surveyor's rod due to his mania for measuring everything. An American historian reconstructing the psychological portraits of "prophets of Paris," Frank E. Manuel, wonders "whether this inventor of the system of passionate attraction ever experienced one himself."41

1154

La «natura perennemente gaia» a cui Engels attribuiva il genio satirico di Fourier era dunque una di quelle nature che trovano la loro allegria solo nell’atto dello scrivere. Breton, inserendolo nella seconda edizione42 dell’Anthologie de l’humour noir, gli trova la giusta ascendenza, anche temperamentale, in Swift (che con Sade e Lichtenberg lo precedono nella genealogia degli «umoristi neri»). Una vena di misantropia latente scorre attraverso le pagine di questo missionario della felicità universale: il richiamo a Molière è esplicito nella Hiérachie du Cocuage, la prova migliore del Fourier «moralista», sulla linea dei grandi autori di «caratteri» del Seicento francese.

1154

The "perennially cheerful nature" to which Engels attributed Fourier's satirical genius thus belonged to that category of temperaments finding their mirth solely in the act of writing. Breton, including him in the second edition42 of the Anthology of Black Humor, identifies his proper ancestral line, temperamentally speaking, in Swift (who with Sade and Lichtenberg precedes him in the genealogy of "black humorists"). A vein of latent misanthropy runs through this missionary of universal happiness: the explicit reference to Molière in Hiérarchie du Cocuage offers the finest proof of Fourier as "moralist," continuing the line of great French seventeenth-century authors of "character" studies.

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Una delle definizioni dispregiative che si attirò nell’Ottocento, quella di «alchimista sociale» (a dirlo fu quell’Eugen Dühring che provocò la calorosa difesa di Engels), oggi, mutato l’atteggiamento intellettuale verso l’alchimia, fuori dall’opposizione elementare tra ciarlataneria e scienza, ci appare come una metafora felice. Se l’alchimia era soprattutto una tecnica di conoscenza e trasformazione interiore dell’uomo operata attraverso il rituale d’una trasformazione della materia, la via di Fourier, divergente da quelle della scienza, basata su un sistema d’analogie di tradizione medievale, assomiglia alla ricerca alchemica, e come tale stabilisce un rapporto d’affinità col lavoro degli artisti e dei poeti, con le loro manipolazioni della materia linguistica e mitica nella speranza di riuscire attraverso ad esse a «cambiare la vita».

1155

One nineteenth-century derogatory label — "social alchemist" (coined by that Eugen Dühring who provoked Engels' ardent defense) — now appears, given our changed intellectual attitude toward alchemy beyond elementary oppositions between charlatanry and science, as a felicitous metaphor. If alchemy was above all a technique of knowledge and inner human transformation effected through the ritual of material transmutation, Fourier's path — diverging from scientific methods, grounded in a system of medieval analogies — resembles alchemical inquiry. As such, it establishes an affinity with the work of artists and poets through their manipulations of linguistic and mythic matter in hopes of thereby succeeding to "change life."

1156

Da molte parti si parla oggi dell’attualità di Fourier: facendone un precursore della psicoanalisi (di Freud, o di Reich, o dell’analisi di gruppo);43 avvicinandolo a Norman O. Brown (che si richiama spesso a lui) o a Marcuse (che invece non ne parla); considerandolo tra i classici della pedagogia antiautoritaria e antirepressiva;44 prendendolo a nume tutelare volta a volta del maggio parigino 1968,45 delle comunità hippy californiane,46 della rivoluzione femminile o delle esperienze amorose comunitarie.47 A mio avviso, tutti i messaggi «operativi» che gli possono essere attribuiti non fanno che tornare a sottometterlo a un tipo di lettura cui si è felicemente liberato da quando non può più essere inteso come il prontuario per la fondazione d’una nuova società ma continua a funzionare come un congegno per mettere alla prova la nostra capacità di pensare e «vedere» la libertà di tutti, di dare senso e rigore a una rappresentazione illimitata dei nostri desideri. Si direbbe che Fourier sia stato spinto a mescolare nelle sue pagine organizzazione sociale e «copulazioni astrali» per impedire che la sua parola fosse intesa in senso normativo: ogni volta che il suo discorso sente la minaccia di venir preso alla lettera, ecco che dalle istruzioni pratiche per la Falange si passa ai «geroglifici» vegetali e animali, o alle dislocazioni dei «biniversi» e dei «triniversi», e il lettore è obbligato a ricordarsi che quello che ha di fronte è un testo scritto, la cui efficacia non risiede nella sua «illusione di trasparenza».48

1156

Today, Fourier's contemporary relevance is discussed from many angles: casting him as a precursor to psychoanalysis (of Freud, Reich, or group analysis);43 aligning him with Norman O. Brown (who frequently references him) or Marcuse (who does not); recognizing him among the classics of anti-authoritarian and anti-repressive pedagogy;44 or invoking him as a tutelary figure for the Parisian May 1968 protests,45 Californian hippy communes,46 the feminist revolution, or communal love experiments.47 In my view, all "operative" messages attributed to him merely resubjugate him to a mode of interpretation from which he has fortunately escaped since ceasing to be seen as a handbook for founding a new society. Instead, his work now functions as a mechanism to test our capacity to think and "see" universal freedom, to imbue rigor and meaning into an unbounded representation of our desires. One might say Fourier deliberately mingled social organization with "astral copulations" in his writings to prevent his words from being taken as normative prescriptions: whenever his discourse risks being literalized, he shifts from practical instructions for the Phalanx to vegetal and animal "hieroglyphs," or to the dislocations of "biniverses" and "triniverses," forcing the reader to remember that this is a written text whose efficacy lies not in its "illusion of transparency."48

1157

Non è un caso che attraverso un testo «bastardo», «ambiguo», «composito» come l’opera di Fourier (do a questi aggettivi il valore positivo che avevano per lui e che giustamente meritano) si giunga a definire l’esperienza che il discorso letterario ha fatto su di sé, per il proprio uso, per la propria utilità pubblica, e che può trasmettere per l’uso, per l’utilità d’ogni altro tipo di discorso.

1157

It is no accident that through a "hybrid," "ambiguous," "composite" text like Fourier's work (I apply these adjectives with the positive value they held for him and rightly deserve), we arrive at defining the self-reflexive experience literary discourse has undergone for its own use, for its public utility, and which it can transmit for the utility of all other forms of discourse.

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1. Sul posto di Fourier tra i precursori dell’urbanistica, cfr. l’utilissima antologia di Françoise Choay, L’urbanisme, utopies et réalités, Ed. du Seuil, Paris 1965. Un’informazione dettagliata sulla città fourieriana e sulle realizzazioni dei suoi seguaci si trova nel libro di Leonardo Benevolo, Le origini dell’urbanistica moderna, Laterza, Bari 1963. Sullo stesso tema cfr. anche Carlo Aymonino, Origini e sviluppo della città moderna, Marsilio, Padova 1971. Ai progetti architettonici di Fourier si riferisce – in una valutazione tendenzialmente negativa – Walter Benjamin, in Fourier e i passaggi, uno dei «saggi e frammenti» tradotti da Renato Solmi nel volume Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962. I nessi utopia-arte moderna-urbanistica sono studiati da Filiberto Menna, Profezia d’una società estetica, Lerici, Roma 1968. Per un confronto con i grandi architetti «visionari» della fine del secolo XVIII, Boullée e Ledoux, cfr. R. Schérer, Fourier ou la contestation globale, Seghers, Paris 1970, pp. 84-85.

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1. On Fourier's place among the precursors of urban planning, see the highly useful anthology by Françoise Choay, L’urbanisme, utopies et réalités, Ed. du Seuil, Paris 1965. Detailed information on the Fourierist city and his followers' implementations can be found in Leonardo Benevolo’s Le origini dell’urbanistica moderna, Laterza, Bari 1963. On the same topic, see also Carlo Aymonino, Origini e sviluppo della città moderna, Marsilio, Padova 1971. Walter Benjamin addresses Fourier’s architectural projects – with a tendentially negative assessment – in Fourier et les passages, one of the "essays and fragments" translated by Renato Solmi in the volume Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962. The connections between utopia, modern art, and urbanism are examined by Filiberto Menna in Profezia d’una società estetica, Lerici, Roma 1968. For a comparison with the great "visionary" architects of the late 18th century, Boullée and Ledoux, see R. Schérer, Fourier ou la contestation globale, Seghers, Paris 1970, pp. 84-85.

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2. Sulla storia della scuola fourierista prima e dopo la morte del maestro (già negli ultimi anni della sua vita egli era tenuto un po’ in disparte dai discepoli), esiste una copiosa bibliografia, per la quale rimando alla pubblicazione dell’Istituto Giangiacomo Feltrinelli, Il socialismo utopistico. I. Charles Fourier e la scuola societaria (1801-1922), saggio bibliografico a cura di Giuseppe Del Bo, Milano 1957. Qui basti accennare che il gruppo si divise in «ortodossi» (con a capo Victor Considerant), in genere borghesi benpensanti, e «dissidenti», divisi a loro volta in vari gruppetti con iniziative pratiche sempre sfortunate. Cfr. Emile Poulat, Ecritures et traditions fourieristes, in «Revue Internationale de Philosophie», VI, n. 60, Bruxelles 1962 (fasc. 2, numero speciale dedicato a Fourier). Una parte della scuola s’identificò più tardi col movimento cooperativo, perdendo ogni rapporto con la dottrina antimercantile del maestro. Sul «Familistère» di Guisa, fondato nel 1855 da André Godin come cooperativa industriale, che fu l’unico esperimento che poté dirsi riuscito, cfr. Benevolo, Le origini dell’urbanistica moderna,, cit.

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2. On the history of the Fourierist school before and after the master’s death (even in his final years, he was somewhat sidelined by his disciples), there exists an extensive bibliography, for which I refer to the publication by the Giangiacomo Feltrinelli Institute, Utopian Socialism. I. Charles Fourier and the Societary School (1801-1922), bibliographic essay edited by Giuseppe Del Bo, Milan 1957. Here it suffices to note that the group split into "orthodox" followers (led by Victor Considerant), typically respectable bourgeois, and "dissidents," themselves divided into various small factions with invariably ill-fated practical initiatives. Cf. Emile Poulat, Ecritures et traditions fourieristes, in «Revue Internationale de Philosophie», VI, n. 60, Brussels 1962 (issue 2, special edition dedicated to Fourier). A segment of the school later merged with the cooperative movement, severing all ties with the master’s anti-mercantile doctrine. On the "Familistère" of Guisa, founded in 1855 by André Godin as an industrial cooperative and the only experiment deemed successful, cf. Benevolo, Le origini dell’urbanistica moderna, cit.

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3. Il maggior numero di notizie sulla fortuna di Fourier in Russia si trova in Franco Venturi, Il populismo russo, Einaudi, Torino 1952. Per Brook Farm, molte notizie si trovano in Benevolo, Le origini dell’urbanistica moderna, cit. Per i fourieristi spagnoli, cfr. l’antologia di scritti Socialismo utópico español, Selección, prólogo y notas de Antonio Elorza, Alianza Editorial, Madrid 1970.

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3. The most comprehensive account of Fourier’s reception in Russia can be found in Franco Venturi, Russian Populism, Einaudi, Turin 1952. For Brook Farm, extensive details appear in Benevolo, Le origini dell’urbanistica moderna, cit. On Spanish Fourierists, cf. the anthology Utopian Socialism in Spain, Selection, prologue, and notes by Antonio Elorza, Alianza Editorial, Madrid 1970.

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4. Gli schemi secondo i quali vengono ordinati i Gruppi e le Serie nell’Ordine societario, e che ritornano in tutti gli elenchi e le classificazioni di Fourier, richiedono speciali segni grafici e accorgimenti d’impaginazione, e rendono difficile la lettura delle opere complete (in particolare dei quattro tomi della Théorie de l’Unité Universelle). Le esposizioni più chiare del sistema numerico delle Serie si trovano nel saggio di Raymond Queneau, Dialectique hégélienne et Séries de Fourier, in Bords, Hetmann, Paris 1963, e nel volumetto cit. di Schérer, Fourier ou la contestation globale.

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4. The schemata by which Groups and Series are ordered within the Societary Order – recurring in all of Fourier’s lists and classifications – require specialized graphic symbols and typographical arrangements, complicating the reading of his complete works (particularly the four volumes of the Théorie de l’Unité Universelle). The clearest expositions of the numerical system of Series appear in Raymond Queneau’s essay Hegelian Dialectics and Fourier Series, in Bords, Hetmann, Paris 1963, and in Schérer’s aforementioned volume, Fourier ou la contestation globale.

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5. Sull’ambigu, cfr. Roland Barthes (nel saggio Vivre avec Fourier, in «Critique», n. 281, ottobre 1970) [ora in Sade, Fourier, Loyola, Ed. du Seuil, Paris 1971; trad. it. Einaudi, Torino 1977]: «In quanto classificatore (tassonomista), quel che a Fourier più serve sono i passaggi, i termini speciali che permettono di transitare (d’ingranare) da una classe all’altra, è la sorta di lubrificante di cui l’apparecchio combinatorio deve far uso per non cigolare» (p. 801).

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5. On the ambigu, cf. Roland Barthes (in the essay Vivre avec Fourier, in «Critique», n. 281, October 1970) [now in Sade, Fourier, Loyola, Ed. du Seuil, Paris 1971; Italian trans. Einaudi, Turin 1977]: "As a classifier (taxonomist), what Fourier most requires are transitions, the specialized terms that enable movement (engagement) from one class to another – the sort of lubricant the combinatorial apparatus must employ to avoid creaking" (p. 801).

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6. Sull’impostazione matematico-musicale di Fourier, sulla sua «concezione sinfonica o polifonica dell’universo» in rapporto a Keplero, ai Pitagorici, a Platone, cfr. Simone Debout-Oleskiewicz, L’analogie ou le poème mathématique de Charles Fourier, in «Revue Internationale de Philosophie», numero speciale, cit.

1163

6. On Fourier’s mathematical-musical framework and his "symphonic or polyphonic conception of the universe" in relation to Kepler, the Pythagoreans, and Plato, cf. Simone Debout-Oleskiewicz, L’analogie ou le poème mathématique de Charles Fourier, in «Revue Internationale de Philosophie», special issue, cit.

1164

7. Roland Barthes (nel saggio Vivre avec Fourier, cit., pp. 794 e 803) osserva che «il discorso di Fourier è sempre solo propedeutico», rimanda «continuamente l’esposizione definitiva a più tardi: la dottrina è allo stesso tempo superba e dilatoria».

1164

7. Roland Barthes (in the essay Vivre avec Fourier, cit., pp. 794 and 803) observes that "Fourier’s discourse is always merely propaedeutic," perpetually "deferring definitive exposition to a later date: the doctrine is at once grandiose and dilatory."

1165

8. Cfr. il saggio di Raymond Queneau sui «nemici della luna» Fourier e Mallarmé (nel volume Bords, cit.).

1165

8. See Raymond Queneau’s essay on the “enemies of the moon” Fourier and Mallarmé (in the volume Bords, cit.).

1166

9. A parziale correzione della mancata previsione tecnologica, Fourier può essere visto come un Jules Verne che anziché macchine onnipotenti evoca in aiuto dell’uomo la creazione di nuove specie animali: l’anti-leone è una perfetta prefigurazione dell’automobile; l’anti-balena funziona come il motore d’un piroscafo. Ma non mancano profezie d’invenzioni tecniche ancora più inattese, come quella delle telecomunicazioni via satellite (Œuvres complètes, tomo IV, p. 261).

1166

9. To partially correct his failure in technological foresight, Fourier might be seen as a Jules Verne who, instead of omnipotent machines, summons the creation of new animal species to aid humanity: the anti-lion perfectly prefigures the automobile; the anti-whale functions like a steamship engine. Yet he also prophesies even more unexpected technical inventions, such as satellite telecommunications (Œuvres complètes, Vol. IV, p. 261).

1167

10. Emile Lehouck, Fourier aujourd’hui, Denoël (Lettres Nouvelles), Paris 1966, pp. 148 e 134. Argomenti analoghi svolge André Vergez (Fourier, PUF, Paris 1969): «Di fatto Fourier non è né più né meno pazzo di tanti fondatori di religioni o grandi metafisici. Né Leibniz né Kant passano per dementi, eppure nell’universo del buon senso quotidiano non si trovano né “monadi” né “noumeni”… Ammettiamo che se Fourier fosse più astratto ci sorprenderebbe di meno. Le costruzioni di Fourier, paragonate ai sistemi filosofici ci sembrano deliranti perché sono rischiosamente precise e concrete, perché Fourier non ha lo stesso genere di cultura dei metafisici regolari e possiede un’immaginazione molto più viva».

1167

10. Emile Lehouck, Fourier aujourd’hui, Denoël (Lettres Nouvelles), Paris 1966, pp. 148 and 134. André Vergez develops similar arguments in Fourier, PUF, Paris 1969: “In fact, Fourier is neither more nor less mad than many religious founders or great metaphysicians. Neither Leibniz nor Kant are considered insane, yet in the universe of everyday common sense, one finds neither ‘monads’ nor ‘noumena’... Let us admit that if Fourier were more abstract, he would surprise us less. Fourier’s constructions, compared to philosophical systems, seem delirious because they are perilously precise and concrete, because Fourier lacks the same cultural pedigree as regular metaphysicians and possesses a far more vivid imagination.”

1168

11. Marx-Engels, L’ideologia tedesca, tomo II, 1.

1168

11. Marx-Engels, The German Ideology, Vol. II, 1.

1169

12. Nel saggio Vivre avec Fourier, cit., pp. 802-804.

1169

12. In the essay Living with Fourier, cit., pp. 802-804.

1170

13. Engels, Antidühring, parte II, cap. 2.

1170

13. Engels, Anti-Dühring, Part II, Chapter 2.

1171

14. Nella Dialettica della Natura, Engels parla del «poema matematico» di Fourier paragonandolo al «poema dialettico» di Hegel. I commentatori più autorevoli stabiliscono trattarsi del famoso matematico barone Jean-Baptiste-Joseph Fourier. Raymond Queneau, in un suo straordinario saggio del 1958 (ripubblicato nel volume dei suoi scritti matematici ed enciclopedici: Bords, cit.), si prova a dimostrare – e non è detto che non ci riesca – che Engels era di Charles Fourier che parlava. Spiegando le caratteristiche aritmetiche delle Serie di Charles Fourier, Quenau dimostra come per Marx ed Engels esse potessero indicare lo sviluppo d’un metodo dialettico più articolato di quello hegeliano.

1171

14. In Dialectics of Nature, Engels speaks of Fourier’s “mathematical poem,” comparing it to Hegel’s “dialectical poem.” Authoritative commentators assert this refers to the renowned mathematician Baron Jean-Baptiste-Joseph Fourier. Raymond Queneau, in his remarkable 1958 essay (reprinted in his collection of mathematical and encyclopedic writings: Bords, cit.), attempts to demonstrate — and not without success — that Engels was actually speaking of Charles Fourier. By explaining the arithmetic characteristics of Charles Fourier’s Series, Queneau shows how Marx and Engels might have seen in them the development of a dialectical method more nuanced than Hegel’s.

1172

15. Engels, Antidühring, cit., parte III, cap. 1.

1172

15. Engels, Anti-Dühring, cit., Part III, Chapter 1.

1173

16. Cfr. il bel saggio di Sebastiano Timpanaro jr., Engels, materialismo, «libero arbitrio», in «Quaderni piacentini», n. 39 (2º semestre 1969), pp. 99-102.

1173

16. See Sebastiano Timpanaro Jr.’s insightful essay Engels, Materialism, ‘Free Will’, in Quaderni Piacentini, No. 39 (2nd Semester 1969), pp. 99-102.

1174

17. Engels, Antidühring, cit., parte III, cap. 1.

1174

17. Engels, Anti-Dühring, cit., Part III, Chapter 1.

1175

18. Ne vedo una prova in una citazione nascosta: l’espressione, fourieriana quante altre mai, «geroglifico inesplicabile per l’intelletto dei Civilizzati», che figura tra i vari epiteti con cui Marx definisce Napoleone III, nella pagina culminante delle Lotte di classe in Francia.

1175

18. I find evidence of this in an obscure quotation: the quintessentially Fourierian phrase “an inexplicable hieroglyph to the intellect of the Civilized,” which appears among the various epithets Marx applies to Napoleon III in the climactic pages of The Class Struggles in France.

1176

19. Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia, Firenze 1970, vol. II, pp. 277 sgg., 407-411.

1176

19. Karl Marx, Grundrisse: Foundations of the Critique of Political Economy, La Nuova Italia, Florence 1970, Vol. II, pp. 277 ff., 407-411.

1177

20. Oggi nelle «Piccole Orde» viene riconosciuta una perfetta descrizione della fase sadico-anale dell’infanzia secondo Freud. Cfr. nel numero speciale dedicato a Fourier della rivista freudiana «Topique» (n. 4-5, PUF, Paris ottobre 1970), lo scritto di J. Goret, L’essai d’une «phalangette» d’enfants, che è il confronto con un’esperienza pedagogica reichiana in Urss nel 1921-24, nella breve stagione delle prospettive «utopiche» postrivoluzionarie.

1177

20. Today, the "Little Hordes" are recognized as a perfect description of the sadistic-anal phase of childhood according to Freud. See in the special issue on Fourier from the Freudian journal Topique (n. 4-5, PUF, Paris October 1970) the essay by J. Goret, L’essai d’une «phalangette» d’enfants, which compares this concept with a Reichian pedagogical experiment conducted in the USSR during 1921-24, in the brief post-revolutionary era of "utopian" prospects.

1178

21. Su questo punto cfr. Walter Benjamin nel commento alla poesia di Brecht Del bambino che non voleva lavarsi, in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966.

1178

21. On this point, see Walter Benjamin’s commentary on Brecht’s poem The Child Who Wouldn’t Wash in The Work of Art in the Age of Mechanical Reproduction, Einaudi, Turin 1966.

1179

22. Il tempo che il Societario dedica al lavoro presso ogni singola Serie è chiamato séance, letteralmente «seduta»; il termine implica oltre al senso di «riunione» quello di avvicendamento temporale, per cui abbiamo preferito tradurlo semplicemente «turno».

1179

22. The time the Societarian dedicates to work within each individual Series is called a séance, literally "session"; the term implies both a "meeting" and a temporal rotation, hence our choice to translate it simply as "shift."

1180

23. Benjamin, Fourier e i passaggi, cit., p. 142.

1180

23. Benjamin, Fourier and the Arcades, cit., p. 142.

1181

24. Sull’opposizione di Fourier all’atomismo del pensiero settecentesco e sul suo posto nell’organicismo ottocentesco, cfr. il saggio di Armando Saitta, in «Belfagor», III, n. 3, Firenze, maggio 1947, pp. 272-292.

1181

24. On Fourier’s opposition to the atomism of 18th-century thought and his place within 19th-century organicist currents, see the essay by Armando Saitta in Belfagor, III, n. 3, Florence, May 1947, pp. 272-292.

1182

25. L’odio verso i commercianti, unito allo spirito classificatorio e a una sommaria tipologia etnica, lo porta a esecrare i tre popoli mercantili per eccellenza: gli inglesi (responsabili del «monopolio insulare», contro cui scrive un libello), gli ebrei e i cinesi (questi ultimi due popoli s’attirano pure altri biasimi in quanto «patriarcali»).

1182

25. His hatred for merchants, combined with his classificatory zeal and rudimentary ethnic typology, leads him to revile the three quintessential mercantile peoples: the English (responsible for "insular monopoly," against which he writes a pamphlet), the Jews, and the Chinese (the latter two also criticized for their "patriarchal" customs).

1183

26. Sulla concezione religiosa di Fourier, cfr. Henri Desroche, Fouriérisme ambigu. Socialisme ou religion?, nel numero speciale cit. della «Revue Internationale de Philosophie», che inquadra il problema tra i «nuovi cristianesimi» francesi, inglesi, tedeschi dell’epoca.

1183

26. On Fourier’s religious conception, see Henri Desroche, Fouriérisme ambigu. Socialisme ou religion?, in the aforementioned special issue of Revue Internationale de Philosophie, which situates the question within the "new Christianities" emerging in France, England, and Germany during that era.

1184

27. Œuvres complètes, cit., tomo I, pp. 195-202. La critica fondamentale di Fourier alla Massoneria va alla pretesa austerità che s’unisce al culto della ricchezza; mentre egli proponeva d’aprire le Logge alle donne e il culto religioso alla voluttà.

1184

27. Œuvres complètes, cit., vol. I, pp. 195-202. Fourier’s fundamental critique of Freemasonry targets its pretension to austerity while venerating wealth; he instead proposed opening the Lodges to women and integrating voluptuousness into religious practice.

1185

28. Sulle cosmologie vitaliste di Restif de la Bretonne, di Fourier e del discepolo di quest’ultimo Victor Hennequin che lo spiritismo portò alla pazzia, cfr. Hélène Tuzet, Le cosmos et l’imagination, Librairie J. Corti, Paris 1965. André Breton, in Anthologie de l’humour noir e in Arcane 17 insiste sui rapporti di Fourier con l’occultismo (già Baudelaire l’aveva avvicinato a Swedenborg) e su una possibile sua influenza su Eliphas Levy (l’ex abate Constant). Egli si basa soprattutto sul libro di Auguste Viatte, V. Hugo et les illuminés de son temps, Montreal 1924, che delinea, all’interno dei movimenti occultistici ottocenteschi, l’opposizione tra una «destra» e una «sinistra». Simone Debout, nell’appendice all’edizione Pauvert 1967 della Théorie des Quatre Mouvements (pp. 376-377) parla d’una possibile influenza su Fourier di Claude de St-Martin. E. Lehouck (Fourier aujourd’hui, cit.) invece nega punto per punto ogni parallelo tra Fourier e le tradizioni occultistico-massoniche.

1185

28. On the vitalist cosmologies of Restif de la Bretonne, Fourier, and his disciple Victor Hennequin (driven to madness by spiritualism), see Hélène Tuzet, Le cosmos et l’imagination, Librairie J. Corti, Paris 1965. André Breton, in Anthology of Black Humor and Arcane 17, emphasizes Fourier’s ties to occultism (Baudelaire had already linked him to Swedenborg) and his possible influence on Eliphas Levi (the former abbot Constant). Breton draws chiefly from Auguste Viatte’s V. Hugo et les illuminés de son temps, Montreal 1924, which outlines a division between "right" and "left" factions within 19th-century occultist movements. Simone Debout, in the appendix to the 1967 Pauvert edition of Théorie des Quatre Mouvements (pp. 376-377), suggests Fourier may have been influenced by Claude de Saint-Martin. Conversely, E. Lehouck (Fourier aujourd’hui, cit.) systematically rejects any parallels between Fourier and occultist-Masonic traditions.

1186

29. Sui rapporti tra Baudelaire e l’opera di Fourier, cfr. Michel Butor, Histoire extraordinaire, Gallimard, Paris 1961 (trad. it. Una lettera di Baudelaire, Il Saggiatore, Milano 1962).

1186

29. On the relationship between Baudelaire and Fourier's work, see Michel Butor, Histoire extraordinaire, Gallimard, Paris 1961 (Italian trans. Una lettera di Baudelaire, Il Saggiatore, Milan 1962).

1187

30. La frase si legge in De l’amour (1822) ma il concetto è già espresso nell’Histoire de la peinture (1817). Sulla storia di questa idea in Stendhal e sul nodo di riferimenti che a essa si legano, cfr. il bel saggio di Giansiro Ferrata, Il valore e la forma, in «Questo e altro», n. 8, Milano, giugno 1964.

1187

30. The phrase appears in De l’amour (1822), but the concept is already expressed in the Histoire de la peinture (1817). On the history of this idea in Stendhal and the web of references linked to it, see the excellent essay by Giansiro Ferrata, Il valore e la forma, in «Questo e altro», no. 8, Milan, June 1964.

1188

31. Testo francese e traduzione italiana di Giordano Falzoni in André Breton, Poesie, Einaudi, Torino 1967.

1188

31. French text and Italian translation by Giordano Falzoni in André Breton, Poesie, Einaudi, Turin 1967.

1189

32. In dodici tomi, pubblicati tra il 1966 e il 1968 dalle Editions Anthropos, a cura della signora Simon Debout. I primi sei tomi riproducono l’edizione delle Œuvres complètes 1841-45; il settimo è l’inedito Le Nouveau Monde Amoureux; l’ottavo e nono riproducono l’edizione 1835-36 de La fausse industrie; gli ultimi tre tomi riproducono i quattro volumi di manoscritti pubblicati postumi dal 1851 al 1858, e le pagine della rivista «La Phalange» contenenti altri manoscritti sparsi.

1189

32. In twelve volumes, published between 1966 and 1968 by Éditions Anthropos, edited by Simone Debout. The first six volumes reproduce the 1841-45 edition of the Œuvres complètes; the seventh contains the unpublished Le Nouveau Monde Amoureux; the eighth and ninth reproduce the 1835-36 edition of La fausse industrie; the final three volumes reproduce the four posthumous manuscript volumes published from 1851 to 1858, along with pages from the journal «La Phalange» containing other scattered manuscripts.

1190

33. Michel Butor ha dedicato un piccolo libro a una sorta di «continuazione di Fourier» (La Rose des Vents, Gallimard, Paris 1970); dei trentadue periodi previsti nella sua storia dell’umanità, Fourier ne aveva descritto solo nove; Butor completa il quadro assimilandone il «sistema» nei minimi particolari e portandolo alle estreme conseguenze. Il saggio di Roland Barthes (Vivre avec Fourier, cit.) è – come già l’ode di Breton – anche diario di viaggio e meditazione sul presente. Il numero speciale cit. della rivista di studi freudiani «Topique» reca tra l’altro una lettera di Maurice Blanchot e un importante saggio di Pierre Klossowski, Sade et Fourier.

1190

33. Michel Butor dedicated a short book to a kind of "continuation of Fourier" (La Rose des Vents, Gallimard, Paris 1970); of the thirty-two historical periods Fourier envisioned for humanity, he had described only nine. Butor completes the framework by assimilating the "system" in minute detail and pushing it to its extreme conclusions. Roland Barthes’ essay (Vivre avec Fourier, cited) functions – like Breton’s ode – as both a travel diary and a meditation on the present. The special issue of the Freudian journal «Topique» cited earlier includes a letter by Maurice Blanchot and an important essay by Pierre Klossowski, Sade et Fourier.

1191

34. L’esistenza degli inediti «amorosi» era già stata segnalata nell’anteguerra da qualche ricercatore. Per alcuni anni si credette che fossero andati persi durante l’ultima guerra. Furono ritrovati e fatti oggetto di studi e pubblicazioni frammentarie verso la fine degli anni ’50, e poi pubblicati in volume.

1191

34. The existence of the unpublished "amorous" manuscripts had been noted by some researchers before the war. For several years, it was believed they had been lost during the last war. They were rediscovered in the late 1950s, becoming the subject of fragmentary studies and publications before appearing in full volume form.

1192

35. La datazione probabile dei manoscritti «amorosi» è attorno al 1820-1821: essi fanno parte del materiale che doveva completare il grande trattato, la Théorie de l’Unité Universelle, di cui l’autore pubblicò solo una parte. Le poche pagine che i discepoli pubblicarono postume nella rivista «La Phalange» recano pesanti tracce della loro censura.

1192

35. The probable dating of the "amorous" manuscripts is around 1820-1821: they form part of the material intended to complete the grand treatise Théorie de l’Unité Universelle, of which the author published only a portion. The few pages posthumously published by his disciples in the journal «La Phalange» bear heavy traces of their censorship.

1193

36. Charles Fourier, Le Nouveau Monde Amoureux, manuscrit inédit, texte intégral. Etablissement, notes et introduction de Simone Debout-Oleszkiewicz (Œuvres complètes de Ch. F., tome VII, Edition Anthropos, Paris 1967).

1193

36. Charles Fourier, Le Nouveau Monde Amoureux, unpublished manuscript, complete text. Edited with notes and introduction by Simone Debout-Oleszkiewicz (Œuvres complètes de Ch. F., tome VII, Éditions Anthropos, Paris 1967).

1194

37. Tra le probabili fonti del mondo visionario di Fourier, indicherei, sulla traccia del toponimo Gnide (Cnido), un poema in prosa attribuito a Montesquieu, Le Temple de Cnide (1724), componimento mitologico di maniera, in cui abbondano i motivi lesbici.

1194

37. Among the probable sources for Fourier’s visionary world, following the toponym Gnide (Cnidos), I would cite a prose poem attributed to Montesquieu, Le Temple de Cnide (1724), a mannered mythological composition abundant in lesbian motifs.

1195

38. Un quadro più completo degli universi visionari che presero forma attorno alla Rivoluzione francese dovrebbe estendere il confronto anche al terzo – o primo in ordine di tempo – grande grafomane e catalogatore della vita erotica, Restif de la Bretonne, che può essere avvicinato a Fourier per l’audace esplorazione della natura umana e per l’immaginazione cosmologica, ma che cede però spesso all’ipocrisia del finto moralista.

1195

38. A more comprehensive overview of the visionary universes that took shape around the French Revolution should extend the comparison to the third — or chronologically first — great graphomaniac and cataloguer of erotic life, Restif de la Bretonne, who can be likened to Fourier for his bold exploration of human nature and cosmological imagination, though he often succumbs to the hypocrisy of faux moralizing.

1196

39. Su questo punto, si veda, nel saggio cit. di Barthes, Vivre avec Fourier, il capitolo Le calcul de plaisir.

1196

39. On this point, see the chapter The Calculus of Pleasure in Barthes' aforementioned essay Living with Fourier.

1197

40. Riflessioni su questo punto riportate all’oggi, si trovano nel saggio cit. di Barthes, Vivre avec Fourier, p. 706.

1197

40. Contemporary reflections on this topic appear in Barthes' cited essay Living with Fourier, p. 706.

1198

41. Frank E. Manuel, The Prophets of Paris (Turgot, Condorcet, Saint-Simon, Fourier, Comte), Harper & Row, New York 1962. Alle stesse conclusioni arriva un altro attento studioso americano: Nicholas V. Riasanovsky, The Teaching of Charles Fourier, University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1969.

1198

41. Frank E. Manuel, The Prophets of Paris (Turgot, Condorcet, Saint-Simon, Fourier, Comte), Harper & Row, New York 1962. Another meticulous American scholar reaches similar conclusions: Nicholas V. Riasanovsky, The Teaching of Charles Fourier, University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1969.

1199

42. 1947 (trad. it. di Ippolito Simonis, Einaudi, Torino 1970).

1199

42. 1947 (Italian trans. by Ippolito Simonis, Einaudi, Turin 1970).

1200

43. Per la psicoanalisi di gruppo, cfr. Simone Debout, introduzione alla Théorie des Quatre Mouvements, Pauvert, Paris 1967, pp. 50-52. Nel numero speciale cit. della rivista «Topique», si veda, oltre al citato scritto reichiano di J. Goret, le conclusioni – di scuola lacaniana – di François Perrier.

1200

43. On group psychoanalysis, see Simone Debout's introduction to the Theory of the Four Movements, Pauvert, Paris 1967, pp. 50-52. In the cited special issue of «Topique», see both J. Goret's Reichian text and François Perrier's Lacanian-school conclusions.

1201

44. Per uno studio generale delle idee pedagogiche, cfr. Jean Dauty, Fourier et les questions d’éducation, in «Revue Internationale de Philosophie», numero speciale cit.

1201

44. For a general study of pedagogical ideas, see Jean Dauty, Fourier and Educational Questions, in the cited special issue of «Revue Internationale de Philosophie».

1202

45. Schérer, Fourier ou la contestation globale, cit.

1202

45. Schérer, Fourier or the Global Contestation, cit.

1203

46. Dominique Desanti, San Francisco: des hippies pour Fourier, nel numero speciale cit. di «Topique».

1203

46. Dominique Desanti, San Francisco: Hippies for Fourier, in the cited special issue of «Topique».

1204

47. Un primo quadro della liberazione della donna e dell’organizzazione della libertà amorosa nella politica fourieriana fu dato dalla rivista «Arguments», nel numero dedicato a L’amour-problème (V, n. 23, 1º trimestre 1961), con lo scritto di Pierre Gaudibert.

1204

47. An initial framework of women's liberation and the organization of amorous freedom in Fourier's politics appeared in the journal «Arguments», in its issue dedicated to Love-Problem (V, n. 23, 1st quarter 1961), featuring Pierre Gaudibert's essay.

1205

48. Barthes definisce, leggendo Fourier, l’opposizione tra «sistema» e «sistematico», cioè tra forma chiusa e linguaggio aperto. «Di fronte al sistema, monologico, il sistematico è dialogico (va avanti a forza d’ambiguità, non soffre di contraddizioni); è una scrittura, ne ha l’eternità (la permutazione perpetua dei sensi lungo la storia); il sistematico non sollecita l’applicazione (se non a titolo puramente immaginario, d’un teatro del discorso), ma la trasmissione, la circolazione (significante); ma non è trasmissibile che a condizione d’essere deformato (dal lettore)» (Système/Systématique, in Barthes, Vivre avec Fourier, cit., pp. 802-804).

1205

48. Barthes defines, through his reading of Fourier, the opposition between "system" and "systematicity" — that is, between closed form and open language. "Faced with the monological system, the systematic is dialogical (it progresses through ambiguity, unbothered by contradictions); it is a writing, possessing writing's eternity (the perpetual permutation of meanings across history); the systematic does not solicit application (except in a purely imaginary sense, as a theater of discourse), but transmission, circulation (as signifier); yet it is transmissible only if deformed (by the reader)" (System/Systematicity, in Barthes, Living with Fourier, cit., pp. 802-804).

1207

Per Fourier

1207

For Fourier

1208

3. Commiato. L’utopia pulviscolare

1208

3. Valediction. The Dust-Scattered Utopia

1209

«Almanacco Bompiani 1974», Milano, dicembre 1973. L’almanacco, dedicato al tema Utopia rivisitata, s’apriva con questo mio testo, intitolato Quale utopia?

1209

«Bompiani Almanac 1974», Milan, December 1973. The almanac, dedicated to the theme Utopia Revisited, opened with this text of mine titled Which Utopia?

1210

Quando in un paese un tentativo di mettere in pratica un’idea di società meno mostruosa delle altre è schiacciato manu militari, capita sempre di leggere la frase: «fine d’un’utopia». Invece, questo carattere di rischio, di scommessa, d’appeso-a-un-filo, di trovarsi ogni giorno alle prese con un problema inaspettato, tutto ciò che fa il pathos delle rivoluzioni vissute giorno per giorno, è estraneo alle utopie – quelle scritte – le quali si dànno come meccanismo funzionante in ogni sua rotella, autosufficiente autoregolato autoriproduttivo, ignaro delle crisi d’ogni inizio e d’una sempre possibile fine.

1210

When a country's attempt to implement a societal vision less monstrous than others is crushed by military force, one invariably reads the phrase: "the end of a utopia." Yet this very character of risk, gamble, precariousness — of confronting unexpected problems daily — which constitutes the pathos of revolutions lived day by day, remains foreign to written utopias. These present themselves as perfectly functioning mechanisms: self-sufficient, self-regulating, self-reproducing, oblivious to the crises of beginnings and potential ends.

1211

L’utopia sfida il tempo insediandosi in un non-luogo, negando il rapporto col mondo altro e necessariamente nemico. (Certo Fourier, per esempio, stabiliva una gradualità, una storia evolutiva all’interno dell’Armonia, e nei primi tempi ammetteva rapporti col vicinato dei «civilizzati» filistei che si direbbero di scambi culturali o di turismo informativo: ma in seguito raccomandava l’isolamento, prevedeva anche lui le sue «cortine».) L’utopia sente il bisogno d’opporre una sua compattezza e permanenza al mondo ch’essa rifiuta e che si mostra altrettanto compatto e pervicace.

1211

Utopia defies time by inhabiting a non-place, denying relations with an external and necessarily hostile world. (True, Fourier established evolutionary stages within Harmony's history, initially permitting cultural exchanges with neighboring "civilized" philistines, though later recommending isolation and foreseeing his own "iron curtains.") Utopia feels compelled to assert its solidity and permanence against the world it rejects, a world equally solid and obstinate.

1212

Già questo qualifica l’utopia come produzione favorita d’epoche in cui l’azione pratica è sconfitta. Non per nulla le grandi stagioni dell’utopia sono due: quella in cui vengono meno le speranze di palingenesi della Riforma (anche se il testo eponimo di Tommaso Moro aveva preceduto d’un anno l’affissione delle tesi di Lutero) e quella in cui la piena della Rivoluzione francese rientra nell’alveo.

1212

This already identifies utopia as favored product of eras when practical action is defeated. Tellingly, utopia's golden ages coincide with two historical moments: the waning of Reformation-era hopes for palingenesis (though Thomas More's eponymous text predated Luther's theses by a year), and the receding tide of the French Revolution.

1213

Subito viene da domandarci se ciò vale anche per la nostra epoca, con tutte le batoste che s’è presa: l’attuale interesse per l’utopia confermerebbe il parallelo, ma si tratta pur sempre d’un interesse riflesso, storico-critico, e resta da chiederci cosa è l’equivalente creativo dell’utopia nel nostro secolo. Più che d’utopia in senso classico, strutturata come genere letterario, troviamo campi d’energia utopica, diffusi soprattutto dalla letteratura e dall’arte, nelle loro proposte più irriducibili a essere assorbite dalla consuetudine (pensiamo a quello che ha voluto essere il surrealismo più esigente) e di cui possiamo seguire una derivazione diretta o indiretta nelle correnti giovanili ispirate a un modo artistico o ludico o comunque antivirtuistico d’intendere la liberazione e la vita.

1213

We immediately wonder if this applies to our own battered century. Current interest in utopia would confirm the parallel, but it remains largely historical-critical. What then constitutes our era's creative equivalent of utopia? Rather than classically structured literary utopias, we find fields of utopian energy diffused through art and literature's most unassimilable proposals (consider Surrealism's most exacting aspirations), directly or indirectly inherited by youth movements embracing artistic, ludic, or anti-virtuosic approaches to liberation and living.

1214

Ma come genere letterario l’utopia rivive solo come antiutopia (Huxley, Orwell), visione d’un futuro infernale, dove la prevedibilità è condanna.

1214

Yet as a literary genre, utopia survives only as anti-utopia (Huxley, Orwell) — visions of infernal futures where predictability equals damnation.

1215

D’altra parte non possiamo non tenere conto dell’opposta tentazione utopistico-tecnologica che è ancor più proclive a condensarsi in modelli totalizzanti, anche se il futurologo che aspira a scientificità s’impone di limitarsi a rilievi tendenziali e settoriali.

1215

Conversely, we cannot ignore the opposing techno-utopian temptation, equally prone to crystallize into totalizing models, even as future-oriented scientists impose self-limiting sectoral projections.

1216

Comunque, nessuno più pensa di descrivere una città perfetta, né la giornata dei suoi abitanti ora per ora. Lo spessore – e la complessità – del mondo si è saldato intorno a noi senza spiragli. L’immaginazione politica ha sempre bisogno d’un altrove, ma geograficamente determinato: certo, se immaginazione dev’essere (pur lontana da quel «potere» che le attribuiva un generoso slogan d’un maggio già lontano) deve privilegiare territori fluidi, aperti a interpretazioni che lasciano margine alla creatività dell’interprete, come la Cina degli anni della rivoluzione culturale. Ma anche lì (parlo della Cina nei discorsi della sinistra occidentale, non della Cina che sta in Cina e che risponde certo a un’altra logica o a cento logiche che non conosciamo) non d’utopia si tratta ma d’una carica utopica che deve continuamente fare i conti con i nuovi dati che si aggiungono, masticare informazioni che qualche volta le vanno per traverso.

1216

Nevertheless, no one today thinks of describing a perfect city or scheduling its inhabitants' days hour by hour. The density — and complexity — of the world has solidified around us without cracks. Political imagination still requires an elsewhere, but one geographically defined: certainly, if imagination is to exist (however distant from the "power" attributed to it by a generous slogan from a May now long past), it must privilege fluid territories open to interpretations allowing room for the interpreter’s creativity, like China during the years of the Cultural Revolution. But even there (I speak of China in Western leftist discourse, not the China within China, which surely follows another logic or a hundred logics we do not know) we are dealing not with utopia but with a utopian charge that must continually reckon with accumulating new data, digesting information that occasionally chokes it.

1217

La visione d’un futuro globale è emarginata dal pensiero politico, confinata in un genere letterario minore, la fantascienza (e spesso anche lì è l’utopia negativa, il viaggio agli inferi del futuro, che domina) e ciò vuol dire che questo sistema scritto che pretendeva d’estendere la sua organizzazione di segni all’organizzazione delle cose è rimasto prigioniero d’un’altra strategia letteraria più efficace come presa emotiva immediata, il racconto a effetto di spaesamento e avventura, che può pure fissare una rapida riflessione sul domani, ma non ha il potere di mettere in crisi il nostro modo di trovarci qui.

1217

The vision of a global future has been marginalized in political thought, confined to a minor literary genre — science fiction (where negative utopia, the journey to the inferno of tomorrow, often dominates). This means that this written system, which claimed to extend its organization of signs into the organization of things, remains trapped by another literary strategy more effective as immediate emotional capture: the disorienting adventure tale, which may briefly reflect on tomorrow but lacks the power to destabilize our way of being here.

1218

L’ha avuto mai, questo potere, l’utopia? Certo per Campanella l’aveva, e forse anche per gli stravaganti saintsimonisti di Enfantin. Vedere un possibile mondo diverso come già compiuto e operante è ben una presa di forza contro il mondo ingiusto, è negare la sua necessità esclusiva.

1218

Did utopia ever possess this power? Certainly for Campanella it did, and perhaps for the eccentric Saint-Simonians of Enfantin. To see a possible different world as already complete and operational is indeed a strike of force against an unjust world, a denial of its exclusive necessity.

1219

La critica al presente s’è espressa durante i secoli con più frequenza nel topos letterario del ritorno all’età dell’oro, del passato mitico (o, nell’accezione più tenue, dell’Arcadia) e poi del buon selvaggio, e più sporadicamente nell’omologo e simmetrico mito della città futura, giusta e felice secondo ragione. Il che dimostra che di fronte all’inaccettabilità del presente la spinta regressiva è più facilmente registrata di quella verso un escaton che richiede sempre un forte investimento ideologico e incontra forti resistenze (e qui parlo solo di quelle interne). Ma occorre dire che in ogni ritorno all’età dell’oro c’è anche una componente utopistica (così come nelle utopie non mancano aspetti di ritorno al passato).

1219

Across centuries, critiques of the present have more frequently expressed themselves through the literary topos of returning to a golden age, a mythical past (or, in its milder form, Arcadia), and later through the noble savage — only sporadically through the homologous and symmetrical myth of the future city, just and happy by reason. This shows that when faced with an unacceptable present, regressive impulses register more easily than those toward an eschaton, which always demands strong ideological investment and meets fierce resistance (here I speak only of internal resistance). Yet it must be said that every return to the golden age contains a utopian element (just as utopias retain aspects of return to the past).

1220

Evasione? Sull’accezione negativa che la parola evasione ha nel linguaggio della critica storico-letteraria ho sempre avuto le mie riserve. Per chi è prigioniero evadere è sempre stata una bella cosa, e anche un’evasione individuale può essere un primo passo necessario per mettere in atto un’evasione collettiva. Questo deve valere anche al livello delle parole e delle immagini fantasmatiche: dalla prigione delle rappresentazioni del mondo che ribadiscono a ogni frase la tua schiavitù, evadere vuol dire proporre un altro codice, un’altra sintassi, un altro lessico attraverso cui dare forma al mondo dei tuoi desideri. Certo, se uno crede d’aver trovato così la libertà e se ne contenta, è vittima d’un equivoco crudele, ma non più di chiunque s’appaga d’una liberazione verbale e simbolica anche se il linguaggio che adopera offre meno il fianco alla taccia d’«evasione». Insomma, se nessuno può credibilmente mettere in dubbio la superiorità del pensiero politico «scientifico» su quello «utopico», viene pure il momento in cui ci si può chiedere se quel passo avanti verso la scientificità non abbia avuto un suo passivo, cioè se con gli scenari di carta dell’utopia non sia andato perso qualcosa d’insostituibile. Il fine, il mondo rigenerato era pensato – anzi: visto – dall’utopia nelle sue risultanze esteriori: una città, una convivenza, un insieme di comportamenti, mentre dalla teorizzazione scientifica verrà pensato – anzi: detto – attraverso i termini del discorso filosofico, astratti e di più incerta verifica. Insomma, il materialismo dei visionari è sempre più corposo di quello dei filosofi.

1220

Escapism? I have always harbored reservations about the negative connotation this word carries in historical-literary criticism. For prisoners, escape has always been a fine thing, and even individual evasion can be a necessary first step toward enacting a collective escape. This must hold true at the level of words and phantasmal images: to escape the prison of world-representations that reaffirm your bondage with every phrase means proposing another code, another syntax, another lexicon through which to shape the world of your desires. Of course, if one believes they have thus found freedom and rests content, they suffer a cruel misunderstanding — but no more than those satisfied with verbal and symbolic liberation, even if their language is less vulnerable to accusations of "escapism." In short, while no one can credibly dispute the superiority of "scientific" over "utopian" political thought, there comes a moment when we may ask whether that step toward scientificity incurred its own cost: whether something irreplaceable was lost with the paper landscapes of utopia. Utopia envisioned — or rather, saw — the regenerated world in its exterior results: a city, a coexistence, a set of behaviors. Scientific theorization, however, would conceive — or rather, speak — it through abstract philosophical terms, less verifiable. In the end, the materialism of visionaries remains more corporeal than that of philosophers.

1221

Per anni il rifiuto di Marx a prefigurare la società socialista ho continuato a sentirlo come una grave lacuna, e ci ho messo molto tempo a capire che era un principio decisivo del suo metodo. Non si dànno ricette per le cucine dell’avvenire: e perché? Una ricetta presuppone sempre delle cucine future: se no, non c’è bisogno di scrivere ricette, si fa cucina e basta. Quando Marx scriveva, e per un pezzo di tempo dopo, quel cartello di senso vietato sulla via della proiezione utopica voleva dire concentrare il pensiero e la prassi sulla critica e sulla strategia d’attacco contro la sola società esistente, e questo aveva il senso di una disciplina austera e fattiva. Ma dal momento in cui una società alternativa ci fu, e alla fluidità ed effervescenza sperimentale dei suoi inizi (una stagione che poté, anche quella, essere detta utopica) seguì un’apologetica ufficiale del ferreo presente come già fosse il più desiderabile dei futuri, il veto alla prefigurazione assunse il significato – sottinteso o esplicito – di non farsi altro modello se non quell’uno.

1221

For years, I felt Marx’s refusal to prefigure socialist society as a grave lacuna, and it took me long to understand it as a decisive methodological principle. No recipes are given for the kitchens of the future: why? A recipe presupposes future kitchens; otherwise, there is no need to write recipes — one simply cooks. When Marx wrote, and for some time after, that prohibition against utopian projection meant concentrating thought and praxis on critiquing and strategically attacking the sole existing society — an austere, action-oriented discipline. But once an alternative society emerged, and its initial experimental fluidity (a season that could itself be called utopian) gave way to an official apologia of the rigid present as if it were the most desirable of futures, the veto on prefiguration took on the implied or explicit meaning of permitting no model except that one.

1222

Dico questo non per continuare un recrimine ormai vecchio (da una quindicina d’anni a questa parte i modelli che pretendono di rappresentare la realizzazione d’una nuova società sono tanti e le varie fasi all’interno d’ogni modello si pongono come modello esse stesse: il che assicura se non altro un vario campionario di difetti e d’errori da evitare, e invita all’esercizio parautopico di costruirsi un modello con pezzi collaudati, collage di frammenti dei modelli già storici), ma per rintracciare le radici d’una fame di prefigurazione che ci siamo portati lungamente con noi e che veniva anche stimolata dal fatto che negli stessi anni la vocazione di progettare la felicità umana in scala generale e particolare s’era impadronita del capitalismo (o almeno visitava qualche suo sogno fuori orario).

1222

I say this not to prolong an old grievance (for the past fifteen years, the models claiming to represent new societies have multiplied, with each phase within them posing as its own model — ensuring at least a varied catalog of defects and errors to avoid, inviting the para-utopian exercise of constructing models from tested fragments, collages of historical precedents), but to trace the roots of a hunger for prefiguration we long carried within us — a hunger further whetted by capitalism’s own appropriation (or at least its occasional overtime dreaming) of the vocation to design human happiness in both general and particular scales.

1223

Nel nostro ieri del dopoguerra, le premesse per rivisitare l’utopia nascevano dallo stesso terreno in cui l’urbanistica si poneva come la disciplina pilota che avrebbe dato forma sociale tecnica estetica al teatro delle nostre vite. Dopo tutti gli scacchi che la fiducia nella progettazione e previsione razionale ha subito da allora, dopo che tante intenzioni si sono ottuse contro il muro d’inerzia degli interessi e dei comportamenti condizionati, dopo che le reti di tanti piani regolatori hanno visto le loro maglie strappate da pesci troppo grossi, ora che l’orizzonte della cultura capitalistica ruota intorno a un’immagine di catastrofe, concentrando su di essa tutte le fantasie (previsione prevenzione amministrazione della catastrofe), proprio adesso si rivisita l’utopia. Ma perché? Con quale spirito?

1223

In our postwar past, the premises for revisiting utopia emerged from the same terrain where urban planning positioned itself as the pilot discipline that would give social, technical, and aesthetic form to the theater of our lives. After all the setbacks suffered since then by trust in rational design and forecasting, after so many intentions blunted against the wall of inertia from entrenched interests and conditioned behaviors, after the networks of countless zoning plans saw their meshes torn by oversized fish – now that the horizon of capitalist culture revolves around an image of catastrophe, concentrating all fantasies upon it (predicting, preventing, administering catastrophe) – it is precisely now that we revisit utopia. But why? In what spirit?

1224

Non già come i disegni di Leonardo, macchine fantastiche che iniziano la genealogia delle macchine inventabili e costruibili, ma all’opposto per la loro radice irriducibile a ogni compromesso con l’oggi o col probabile domani, macchine logico-fantastiche autonome. Una delle tante fughe in avanti, ma che sa di non essere altro? O, peggio, un alibi intellettuale, un rifugio d’anime belle? I diagnostici della cattiva coscienza non mancano tra noi, e non mancheranno di dare il responso. Io qui tento solo di ricostruire un diario di miei rapporti (soprattutto privati) con l’utopia, nei loro alti e bassi. La macchina logico-fantastica autonoma mi sta a cuore in quanto (e se) serve a qualcosa d’insostituibile: ad allargare la sfera di ciò che possiamo rappresentarci, a introdurre nella limitatezza delle nostre scelte lo «scarto assoluto» d’un mondo pensato in tutti i suoi dettagli secondo altri valori e altri rapporti. Insomma l’utopia come città che non potrà essere fondata da noi ma fondare se stessa dentro di noi, costruirsi pezzo per pezzo nella nostra capacità d’immaginarla, di pensarla fino in fondo, città che pretende d’abitare noi, non d’essere abitata, e così fare di noi i possibili abitanti d’una terza città, diversa dall’utopia e diversa da tutte le città bene o male abitabili oggi, nata dall’urto tra nuovi condizionamenti interiori ed esteriori.

1224

Not as Leonardo’s drawings, those fantastic machines that inaugurated the genealogy of inventable and constructible machinery, but rather through their root irreducible to any compromise with today or probable tomorrow – autonomous logic-fantasy machines. One of many forward escapes, yet aware of being nothing more? Or worse, an intellectual alibi, a refuge for delicate souls? Diagnosticians of bad conscience abound among us and will not fail to deliver their verdict. Here, I attempt only to reconstruct a diary of my (largely private) relationship with utopia, through its highs and lows. The autonomous logic-fantasy machine matters to me insofar as (and if) it serves something irreplaceable: expanding the sphere of what we can represent, introducing into the narrowness of our choices the "absolute deviation" of a world conceived in all its details according to other values and relations. In short, utopia as a city that cannot be founded by us but founds itself within us, constructing itself piece by piece through our capacity to imagine it, to think it through exhaustively – a city that claims to inhabit us rather than be inhabited, thereby making us potential residents of a third city, distinct from utopia and from all cities habitable today for better or worse, born from the collision between new interior and exterior constraints.

1225

Il lato dell’utopia che ha più cose da dirci è dunque quello che volta le spalle alla realizzabilità. E ciò vale anche per quei riformatori ottocenteschi che utopisti non si credevano, ma inventori di progetti d’attuazione immediata, e che impiantavano nuove comunità e rischiavano, come Owen, come Cabet, e infallibilmente fallivano.

1225

The aspect of utopia with the most to tell us is thus the one that turns its back on realizability. This holds even for those 19th-century reformers who did not consider themselves utopians but inventors of immediately actionable projects – those who established new communities and took risks, like Owen, like Cabet, and invariably failed.

1226

È sempre il luogo che mette in crisi l’utopia. Dove attuarla? In margine alla società esistente, per convertirla con la virtù dell’esempio? Allora dal radicalismo della Riforma al compromesso del riformismo il passo è breve. In un mondo nuovo, in terre vergini, in un’isola deserta? (Utopia nasce dopo il viaggio di Colombo, non dimentichiamolo.) Ma sappiamo che non esiste un mondo di nessuno: l’esportare una civiltà si chiama colonialismo, anche se si è convinti di fondarla nuova di sana pianta, diversa da quella della metropoli. Quanto a Fourier – lui che diceva di non aspettare altro che un mecenate per dare inizio all’Armonia – quando i suoi seguaci s’accingevano a mettere in pratica il suo modello societario, lui s’affrettava a dissociarsi. Sapeva, o almeno presentiva, che se il suo sistema si staccava dalla carta scritta, dal discorso predicatorio, perdeva la forza dell’opposizione assoluta verso tutto ciò che si era fatto e detto.

1226

It is always the place that destabilizes utopia. Where to enact it? On the margins of existing society, to convert it through exemplary virtue? Then from the radicalism of the Reformation to reformist compromise, the step is short. In a new world, virgin lands, a desert island? (Let us not forget that Utopia was born after Columbus’ voyage.) But we know there exists no unclaimed world: exporting a civilization is called colonialism, even if convinced of founding it anew, distinct from the metropolis. As for Fourier – he who claimed to await only a patron to initiate Harmony – when his followers set about implementing his societal model, he hastened to dissociate himself. He knew, or at least sensed, that if his system detached from the written page, from sermonic discourse, it would lose its force of absolute opposition to all that had been done and said.

1227

Tra i lettori odierni di Fourier non è mancato chi si è chiesto se per caso il sogno di Fourier non abbia trovato una parte di realizzazione oggi, nella nostra civiltà dei loisirs, magari in istituzioni tipo il Club Méditerranée, dove il tempo libero è minuziosamente programmato; basterebbe questo dubbio a distruggere tutto il suo edificio; invece mi pare vero che regge il colpo: il confronto con l’oggi mette in luce come l’idea fourieriana d’una organizzazione radicale della felicità di tutti sia incompatibile col povero orizzonte della felicità commerciale.

1227

Among today’s readers of Fourier, some have wondered whether his dream might not find partial realization in our leisure civilization, perhaps in institutions like Club Méditerranée, where free time is meticulously programmed. This doubt alone could dismantle his entire edifice; yet I believe it withstands the blow: comparison with today highlights how Fourier’s idea of radically organizing universal happiness remains incompatible with the impoverished horizon of commercial happiness.

1228

Diverso è – io credo – il discorso da fare sull’altra monumentale progettazione primo-ottocentesca, quella di Saint-Simon. Il modello della «società industriale», del potere tecnocratico, che Saint-Simon ha proposto, si può dire sia quello che ha vinto, quello che guida al vertice le scelte sia americane sia sovietiche. (Anche se lui voleva così togliere di mezzo i militari, e in questo la realtà è molto in ritardo sulle scadenze della profezia.) La diminuita distanza dal possibile è la prova del fuoco per l’utopia: o ne resta la cenere, come di Saint-Simon, o si sublima.

1228

Different considerations apply to the other monumental early-19th-century project: that of Saint-Simon. The model of "industrial society," of technocratic power he proposed, could be said to have triumphed – guiding choices at the apex of both American and Soviet systems. (Though he intended this to displace military power, and here reality lags far behind prophetic timelines.) Reduced distance from feasibility is utopia’s litmus test: either reduced to ashes, as with Saint-Simon, or sublimated.

1229

Meglio le utopie più visionarie di un Cyrano, di un Restif de la Bretonne. Così, negli anni intorno al Sessantotto, avevo voluto leggere Fourier: come si legge un poeta, un romanziere, un moralista, cioè per appropriarsi d’un sistema fantastico-morale. (E quel che m’interessava era il caso più unico che raro d’una morale antirepressiva fondata sull’esattezza, sul rigore metodico, sulla classificazione.)

1229

Better the more visionary utopias of Cyrano or Restif de la Bretonne. Thus, around 1968, I had chosen to read Fourier as one reads a poet, a novelist, a moralist – to appropriate a fantastical-moral system. (What interested me was the rare case of an anti-repressive morality grounded in precision, methodological rigor, classification.)

1230

Se ricordo qui questa proposta è perché essa ha trovato poco seguito, e mi manca di verificare se anche ad altri dà lo stesso risultato che ha dato a me. Cioè d’insoddisfazione. Qualcosa nel mio approccio non era giusto; poeti romanzieri moralisti (parlo dei veri) una volta diventati tuoi continuano a seguirti; l’utopista no. L’utopia non ha spessore: puoi condividerne lo spirito, crederci, ma al di là della pagina non continua nel mondo, non riesci a darle un seguito per tuo conto. Chiuso il libro, Fourier non mi segue, devo tornare a sfogliarne le pagine per ritrovarlo lì, testardo e limpido, e ammirarlo. Ma mi sono reso conto che appena avevo saldato questo debito d’ammirazione che avevo per lui, ogni passo che facevo era per allontanarmi.

1230

If I recall this approach here, it is because it found little following, and I lack verification whether others derive from it what I did: dissatisfaction. Something in my method was flawed; poets, novelists, moralists (the true ones), once assimilated, continue to accompany you; the utopian does not. Utopia lacks depth: you can share its spirit, believe in it, but beyond the page it does not extend into the world – you cannot independently give it continuation. Once the book is closed, Fourier does not follow me; I must reopen its pages to rediscover him there, stubborn and lucid, and admire him. But I realized that having settled this debt of admiration, every subsequent step took me further away.

1231

Certo ultimamente anche il mio bisogno di rappresentazione sensoriale della società futura è scemato. Non per vitalistica rivendicazione dell’imprevedibile, né per cinica rassegnazione al peggio, o perché abbia riconosciuto la superiorità dell’astrazione filosofica nell’indicarmi l’auspicabile, ma forse solo perché il meglio che m’aspetto ancora è altro, e va cercato nelle pieghe, nei versanti in ombra, nel gran numero d’effetti involontari che il sistema più calcolato porta con sé senza sapere che forse là più che altrove è la sua verità. Oggi l’utopia che cerco non è più solida di quanto non sia gassosa: è un’utopia polverizzata, corpuscolare, sospesa.

1231

Certainly, my need for a sensory representation of future society has waned of late. Not due to any vitalistic insistence on the unpredictable, nor from cynical resignation to worsening conditions, or because I now recognize philosophy’s abstract superiority in outlining desirable paths. Perhaps it is simply because the better world I still hope for lies elsewhere — in the folds, the shadowed slopes, the multitude of unintended effects that even the most calculated system carries within itself, unaware that therein may lie its truest revelation. Today, the utopia I seek is no more solid than gaseous — a pulverized, particulate utopia, suspended.

1233

L’estremismo

1233

Extremism

1234

«Nuovi Argomenti», nuova serie, n. 31, gennaio-febbraio 1973. Risposte (scritte l’anno prima) alle Otto domande sull’estremismo formulate dai direttori della rivista (Alberto Moravia, P.P. Pasolini, Enzo Siciliano). All’inchiesta, introdotta da uno scritto di Pasolini, risposero diciannove interpellati operanti nella cultura e nella politica.

1234

«Nuovi Argomenti», new series, no. 31, January-February 1973. Responses (written the previous year) to the Eight Questions on Extremism posed by the journal’s editors (Alberto Moravia, P.P. Pasolini, Enzo Siciliano). The survey, introduced by Pasolini’s essay, received replies from nineteen cultural and political figures.

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1. Che cosa intendete per estremismo?

1235

1. What do you understand by extremism?

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Di destra?

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Of the right?

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Di sinistra?

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Of the left?

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«Estremismo» è un termine che preferisco non usare, perché è impreciso e non serve né a esprimere né a motivare un giudizio. Il termine ha anche per me la connotazione negativa che gli si dà comunemente, e non potrebbe essere diversamente dato il mio temperamento (che credo sia del tipo che chiamano «alieno da ogni estremismo»), data la mia prima formazione politica (compiuta nel partito comunista, che giudica l’estremismo una deviazione), e dato che nelle numerose occasioni di sfogare umori estremisti degli ultimi anni mi sono tenuto in disparte e in silenzio. D’altra parte, di fare prediche contro l’estremismo non mi sento: il mondo sta andando come tutti sappiamo, ed è naturale che molti, cominciando a rendersi conto della necessità di farlo cambiare, sentano più facilmente l’appello di formulazioni estremiste; l’importante è vedere come questa spinta di partenza venga in seguito tradotta in pratica, al contatto con la realtà. In mezzo a molti casi in cui, vedendo che le cose sono meno semplici di quel che sembrava, si accentua la spinta verso l’irresponsabilità e l’astrazione, vi sono casi di gruppi e individui che rispondono alle stesse esperienze trovando uno spazio sociale da esplorare, da portare a conoscenza, da far vivere, spazi dove le organizzazioni di sinistra tradizionale non erano riuscite a stabilire un contatto minuto: e questo è un fatto secondo me molto positivo, che implica l’aver compreso che ogni rivoluzione è un processo di tempi lunghi, e innanzitutto un processo di conoscenza. Dirò insomma che credo giusto avere una coscienza estremista della gravità della situazione, e che proprio questa gravità richieda spirito analitico, senso della realtà, responsabilità delle conseguenze di ogni azione parola pensiero, doti insomma non estremiste per definizione.

1238

"Extremism" is a term I prefer not to use, for its imprecision and inability to express or justify judgments. For me, it also carries the negative connotation commonly ascribed to it — unsurprising given my temperament (presumably of the sort "alien to all extremism"), my early political formation (within the communist party, which views extremism as a deviation), and my deliberate distance from the extremist sentiments vented in recent years. Yet I feel no urge to preach against extremism: the world moves as we all know, and many, awakening to the need for change, naturally gravitate toward extreme formulations. What matters is how this initial impulse translates into practice when confronting reality. While many double down on irresponsibility and abstraction upon discovering complexity, some groups and individuals instead find unexplored social spaces to map, inhabit, and vitalize — spaces traditional leftist organizations failed to meaningfully engage. This strikes me as profoundly positive, recognizing revolution as a long-term process of knowledge above all. I would argue that while an extremist awareness of our dire situation is justified, this very gravity demands analytical rigor, realism, and accountability for every action, word, and thought — qualities by definition non-extremist.

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Rispondendo a questo questionario, accetterò il termine «estremismo» nei significati che volta a volta il contesto delle domande gli attribuisce. Mi è però difficile far entrare nello stesso discorso gli «estremismi di sinistra» che possono essere discussi, valutati o confutati in base a una teoria, a un rapporto con i problemi e le situazioni particolari, a una strategia, a una tattica, e gli «estremismi di destra» in un’epoca storica in cui la conservazione reazionaria non dispone d’una idea generale che le serva per mobilitare le masse scontente, come era stato il nazionalismo. Forse un discorso da fare oggi c’è, ed è quello sul meridionalismo, sulla sconfitta del meridionalismo che pure nei primi anni della Repubblica sembrava il principale banco di prova delle forze politiche italiane, su come la destra eversiva abbia potuto trovare un terreno di massa nella protesta del Sud, nella sua forma certo più arretrata ma anche più radicata, cioè il campanilismo. Forse partendo da questa nuova matrice meridionalistica che differenzia il nuovo fascismo dal vecchio si può fare un discorso sull’«estremismo di destra». Per il resto parlare dell’«estremismo» dei picchiatori professionali, dei killers, degli agenti provocatori mascherati da ultrasinistri è per lo meno ozioso. Ma la serie di fatti mortiferi e misteriosi che dal 1969 cerca di condizionare emotivamente la vita italiana ha aspetti molto più gravi che le gesta tradizionali di sicari fascisti ed agenti provocatori, e sono le ombre che prendono forma tra le quinte dei servizi di polizia e della magistratura. Direi che di estremismo si può parlare finché esiste una logica di mezzi e di fini, ma sfuggono a qualsiasi logica gli organi dello Stato non sottoposti a controllo, dove più si combinano disastri più si fa carriera, grazie alle coperture e alle omertà che si creano: e questo è il problema politico numero uno, in guerra e in pace, negli stati capitalisti e pre-capitalisti e post-capitalisti di tutto il mondo.

1239

In answering this questionnaire, I will adopt "extremism" according to the meanings each question’s context assigns it. Yet I struggle to lump together discussable "left extremisms" — assessable through theory, situational analysis, strategy — and "right extremisms" in an era where reactionary conservatism lacks mass-mobilizing ideas like yesterday’s nationalism. A pertinent discussion today might center on meridionalismo — on its defeat despite being Italy’s primary political testing ground in the Republic’s early years — and how the insurgent right found fertile soil in Southern protest, its most backward yet entrenched form being campanilismo. Perhaps this new meridionalist matrix differentiating neofascism from its predecessor could ground a discussion of "right extremism." As for the "extremism" of professional thugs, assassins, and agent provocateurs disguised as ultra-leftists — the term seems at best trivial. But Italy’s deadlier shadowplay since 1969 — the specters haunting police bureaus and courtrooms — exceeds fascist hitmen’s traditional theatrics. Extremism remains discussable where means and ends follow logic, but state organs immune to oversight defy all reason: where disaster breeds promotion through coverups and omertà. This — not left or right — is the paramount political problem worldwide, in war and peace, across capitalist, pre- and post-capitalist states.

1240

2. L’estremismo è una posizione ideologica oppure un mero fatto di temperamento? In altri termini, l’estremismo ha una storia? Una tradizione? Un corpo di idee? Oppure non è che l’affiorare via via della violenza che è propria della difesa degli interessi e dello spirito di conservazione?

1240

2. Is extremism an ideological position or mere temperament? In other words: does extremism have a history? A tradition? A body of ideas? Or is it merely the surfacing of violence inherent in defending interests and preservationist instincts?

1241

A mia esperienza l’estremismo è in larga parte questione di temperamento: per temperamento non essendo io estremista, sono portato a diffidare da idee o comportamenti o affermazioni estremi. (Oppure: per temperamento essendo io estremista, censuro in me ogni idea o comportamento o affermazione estremi, sapendo per esperienza che urterebbero contro il principio di realtà e mi obbligherebbero a contraddirmi.) Se invece vogliamo parlare d’una «storia dell’estremismo», allora dobbiamo definire estremismo la serie di idee e modi di vita con cui si è cercato di rispondere a una situazione della civiltà diventata tanto intollerabile da esigere solo cambiamenti radicali, cioè tracciamo una storia di idee e movimenti spirituali e atteggiamenti psicologico-pratici del nostro secolo.

1241

From my experience, extremism is largely temperamental: being non-extremist by nature, I distrust extreme ideas or behaviors. (Alternatively: being extremist by temperament, I censor such impulses in myself, knowing they clash with reality’s demands.) To speak of "extremism’s history," however, we must define it as ideas and lifestyles responding to civilizational crises so intolerable as to demand radical change — thus tracing a century-spanning history of spiritual movements, psychological stances, and practical approaches.

1242

Violenza: la violenza non è un elemento necessario dell’estremismo. Direi che la non-violenza è una dottrina molto più estremista, più rappresentativa dell’animus estremista, esige un rigore nella visione del mondo e nel comportamento, mentre la lotta violenta avvicina a modi di pensare e a forme di vita in qualche modo affini a quelli dei militari, i quali – pensando poco o nulla – con l’estremismo non possono aver a che fare (se non per vie mediate, in veste di esecutori). Mentre se penso a un estremista fino in fondo penso a Tolstoj, al Tolstoj anziano, «tolstojano», o a Gandhi, penso agli obiettori di coscienza, ai vegetariani, che se sono tali per una coerente visione del mondo, sono gli estremisti più estremi. Anzi ogni opposizione al mondo ingiusto e crudele, portata alle ultime conseguenze, deve arrivare al rifiuto di mangiare carni d’animali. Si può sostenere che ci sono problemi più urgenti, una graduatoria nelle ingiustizie cui si può metter riparo, ma allora si esce dalla logica dell’estremismo, ci si adatta a riconoscere valori anche nel relativo e nel provvisorio in cui ci troviamo a vivere, come fanno quanti di noi, pur simpatizzando coi vegetariani, continuano a nutrirsi di bistecche e a vivere nella contraddizione.

1242

Violence: violence is not a necessary element of extremism. I would argue that non-violence is a far more extremist doctrine, more representative of the extremist animus, demanding rigor in worldview and behavior. Violent struggle, by contrast, aligns with modes of thinking and forms of life akin to those of military personnel — who, thinking little or not at all, cannot engage with extremism (except indirectly, as enforcers). When I imagine a thoroughgoing extremist, I think of Tolstoy, the elderly "Tolstoyan" Tolstoy, or Gandhi; I think of conscientious objectors, vegetarians — who, if they adhere to such practices through a coherent worldview, are the most extreme extremists. Indeed, any opposition to an unjust and cruel world, pursued to its logical conclusion, must arrive at the refusal to consume animal flesh. One might argue that there are more urgent problems, a hierarchy of injustices to address — but this already exits the logic of extremism, adapting to recognize value in the relative and provisional conditions in which we live. Such is the case for those of us who sympathize with vegetarians yet continue eating steaks, dwelling in contradiction.

1243

3. Qual è il motivo per cui l’estremismo sembra indivisibile dalla gioventù? Esiste un rapporto tra l’estremismo naturale del temperamento giovanile e l’estremismo sistematico del politico anche maturo come si è potuto vedere ai tempi del fascismo e del nazismo? In altre parole, da una parte c’è il temperamento giovanile portato naturalmente all’estremismo, dall’altra c’è una ideologia estremistica. Come e perché avviene la collisione?

1243

3. Why does extremism seem inseparable from youth? Is there a relationship between the natural extremism of youthful temperament and the systematic extremism of mature politicians, as seen during Fascism and Nazism? In other words, on one side lies the youthful temperament inclined to extremism; on the other, an extremist ideology. How and why do they collide?

1244

La gioventù s’accosta alle idee nella loro forma più semplice e assoluta, scrostandole ogni volta dalle concrezioni che la storia v’ha depositato sopra e che il più delle volte tendono a riprodursi. La gioventù tende all’azione e questa è l’unica via per cui può sfuggire all’astrattezza dottrinaria: sbagliando, prendendo testate contro i muri, cioè facendosi un’esperienza, che vale solo quando è fatta di persona. La domanda pone a confronto l’estremismo giovanile e quello dei capi fascisti e nazisti: anche qui mi pare che la parola copra fatti radicalmente diversi. I fascisti maturi erano scaltri opportunisti del potere, o torvi fanatici come Farinacci: degli entusiasmi dei giovani si servivano mandandoli a morire. Da una parte c’è la violenza fredda del potere, dall’altra la violenza calda di cui i giovani sono naturalmente i portatori e le vittime. Ma anche qui, per continuare il discorso su violenza e estremismo della domanda precedente: nella lotta violenta riescono meglio i giovani che si esprimono nella competizione fisica con più libertà e allegria (non chi è spinto da un bisogno di violenza coercitivo, tristo, morbido: questi avranno vocazione più di aguzzini che di combattenti) e le convinzioni ideali – estremistiche o meno – possono averci la loro parte, o essere solo un pretesto, o non entrarci per nulla. Almeno, questa è l’esperienza della mia generazione, che si divise tra partigiani e repubblichini, e la violenza non dovette inventarla ma la trovò già in atto e dovette viverci dentro, secondo le risorse dei temperamenti individuali, nel campo in cui, per scelta o talvolta per caso, si trovava a combattere.

1244

Youth approaches ideas in their simplest and most absolute form, stripping away the historical encrustations that tend to regenerate. Youth gravitates toward action — the sole means to escape doctrinal abstraction: through error, through collisions with walls, that is, through firsthand experience. The question juxtaposes youthful extremism with that of Fascist and Nazi leaders — here too, I find the term masks radically distinct phenomena. Mature Fascists were shrewd power opportunists or grim fanatics like Farinacci: they exploited youthful fervor, sending the young to die. On one side lies the cold violence of power; on the other, the hot violence for which youth are natural vessels and victims. Returning to the earlier discussion of violence and extremism: in violent struggle, youth excel, expressing themselves through physical competition with greater freedom and vitality (not those driven by coercive, sullen, morbid violence — such individuals lean toward becoming torturers rather than fighters). Ideological convictions — extremist or otherwise — may play a role, serve as pretexts, or remain entirely absent. At least, this was the experience of my generation, divided between partisans and Salò Fascists. Violence was not invented but encountered, lived within, according to individual temperaments and the contingencies of whichever side one fought for.

1245

Ci si può chiedere se un discorso simile vale per la generazione giovane adesso, che si trova a vivere tra combattimenti di strada, manganellate, bombe lacrimogene. Credo che qui ci sia un elemento diverso cioè la famosa questione di chi sono gli studenti e di che cosa rappresentano, un elemento di trasfigurazione simbolica che porta a identificare una lotta di studenti con la lotta di classe. Mentre per il picchiatore fascista o per il poliziotto addestrato a caricare i manifestanti lo scontro di strada è un fine, è l’unico fine possibile, per i giovani dei gruppi di sinistra è solo simbolo di qualcos’altro. Il mio parere istintivo, «temperamentale» è che la manifestazione di strada come teatro di scontro agonistico possa essere favorevole solo ai picchiatori di professione, perché per loro non si tratta d’una rappresentazione simbolica ma di riaffermare il principio delle botte. Ma certo io sono portato a sottovalutare il valore simbolico di certe azioni: l’assalto della Bastiglia, vecchia prigione fuori uso, poteva lì per lì sembrare un inutile spreco d’energie (certo io l’avrei considerato tale, trovandomi a passare di lì quel 14 luglio 1789); poi si vide che il suo valore simbolico superava di gran lunga la sua modesta portata pratica.

1245

We might ask whether similar reasoning applies to today’s youth, navigating street battles, baton charges, tear gas. I believe a distinct element exists here: the much-debated question of who students are and what they represent — a symbolic transfiguration that conflates student struggles with class struggle. For Fascist thugs or police trained to charge protesters, street clashes are an end in themselves. For leftist youth groups, they are merely symbols of something else. My instinctive, "temperamental" opinion is that street demonstrations as arenas for ritualized conflict favor professional brawlers, for whom it is not symbolic theater but a reaffirmation of brute force. Yet I likely undervalue the symbolic potency of such actions: the storming of the Bastille — an obsolete prison — might have seemed a futile waste of energy in July 1789 (I, had I been present, would have deemed it so). Later, its symbolic weight far outweighed its modest practical impact.

1246

4. L’estremismo è indissolubile dal moralismo sia sincero sia demagogico. Perché?

1246

4. Why is extremism inseparable from moralism, whether sincere or demagogic?

1247

Da quando ero giovane mi sono arrovellato a definire una distinzione tra moralità e moralismo, anzi una contrapposizione netta perché il moralismo è stato sempre una delle mie bestie nere, il moralismo che stabilisce le regole per gli altri, mentre la moralità stabilisce le regole per se stessi. (Anche lì, direi, con armonia tra ciò a cui si tende e ciò che si è, perché l’autorepressivo finisce per diventare repressivo degli altri.) Di Franco Fortini, cui per molti anni ho attribuito un ruolo di «moralista» anche nei miei confronti, ho letto di recente una definizione che mi pare convincente e di cui riporto qui le proposizioni principali: «Moralità è tensione a una coerenza tra valori e comportamento; e coscienza del disaccordo. Diventa politica, ne è il nome privato. Moralismo è errore di chi nega debbano o possano esistere valori e comportamenti altri da quelli che la moralità ha presenti in quel momento dato».1

1247

Since my youth, I have agonized over distinguishing morality from moralism — indeed, opposing them sharply, for moralism has always been one of my bêtes noires. Moralism imposes rules upon others; morality establishes rules for oneself. (Even then, I’d argue, harmony between aspiration and being is essential, for self-repression ultimately represses others.) Regarding Franco Fortini, whom I long cast as a "moralist" even toward myself, I recently encountered a persuasive definition worth paraphrasing: «Morality is the tension toward coherence between values and behavior, and the awareness of their discord. It becomes politics — its private name. Moralism is the error of denying that values and behaviors other than those morality currently upholds can or should exist.»1

1248

5. Quando si parla di estremismo di destra e di sinistra, si dovrebbe distinguere almeno quale dei due estremismi ha per fine la violenza e quale invece se ne serve come mezzo. Il fine della violenza non può non essere che una violenza maggiore e magari definitiva. La violenza come mezzo, d’altra parte, rischia di diventare facilmente fine, specie se adoperata in maniera indiscriminata e sistematica.

1248

5. When discussing right-wing and left-wing extremism, should we not distinguish which treats violence as an end and which as a means? The end of violence can only be greater, perhaps definitive violence. Violence as a means, however, risks becoming an end, particularly when deployed indiscriminately and systematically.

1249

È vero che l’estremismo secondo la nota definizione di Lenin è la malattia infantile del comunismo? Non ci sono state nella storia ideologie, movimenti, sistemi che sono nati estremisti e si sono mantenuti estremisti fino alla fine? Per esempio l’Islam, il puritanesimo, la Controriforma, lo stalinismo e via dicendo. In altre parole, esistono teorie e movimenti ideologici e spirituali che sono estremisti per natura in quanto chiedono all’uomo sacrifici e sforzi estremi. Come distinguerli dagli estremismi propri degli interessi e dell’istinto di conservazione anch’essi feroci fino alla fine?

1249

Is it true that extremism, per Lenin’s famous formulation, is the infantile disorder of communism? Have there not been ideologies, movements, systems born extremist and remaining so until their end? Consider Islam, Puritanism, the Counter-Reformation, Stalinism, etc. In other words, do there exist theories and movements — ideological and spiritual — that are extremist by nature, demanding extreme sacrifices and efforts from humanity? How do we distinguish them from extremisms rooted in self-interest and preservationist instinct, which are equally ferocious to the last?

1250

Una religione, una filosofia, un movimento si mantengono estremisti quando devono continuare a postulare l’avvento del regno di Dio sulla terra senza poterlo fondare in pratica. Una volta che cominciano a fondare il regno di Dio in terra sarà la pratica a condurre il gioco, a imporre le sue correzioni, in meglio o in peggio, e l’estremismo non sarà più tale.

1250

A religion, a philosophy, a movement remain extremist as long as they must continue to postulate the advent of God's kingdom on earth without being able to establish it in practice. Once they begin to found God's kingdom on earth, practice will take the lead, imposing its corrections — for better or worse — and extremism will cease to be such.

1251

Quanto alla fine della violenza, la fondazione d’un potere statale autoritario ripropone nel tempo la violenza a tutti i livelli. Per la destra questa è una conferma della propria visione del mondo; per la sinistra è la contraddizione fondamentale, il problema dei problemi, ancora tutto da risolvere.

1251

As for the end of violence, the foundation of an authoritarian state power perpetuates violence across all levels over time. For the Right, this confirms their worldview; for the Left, it constitutes the fundamental contradiction, the problem of problems, still entirely unresolved.

1252

6. Quali sono i punti in comune tra estremismo politico di destra e di sinistra e l’estremismo in arte e in letteratura? Esiste una posizione estremista nella cultura?

1252

6. What common ground exists between political extremism of the Right and Left, and extremism in art and literature? Does an extremist position exist in culture?

1253

L’arte e la letteratura del nostro secolo sono estremiste, si pongono come opposizione totale al linguaggio, alla cultura dominante, al mondo. Una cultura d’opposizione totale al sistema di valori imperante ha operato già durante tutto il secolo scorso in paesi in cui la società del capitalismo industriale e del regime parlamentare si è installata su basi solide. Nei paesi come l’Italia, dove la formazione d’una tale società è stata più lenta e fragile, la cultura si è trovata a lungo alle prese con compiti di costruzione e di sostegno; lo spazio per una opposizione radicale si può dire si stia profilando solo ora, ed è ancora presto per un bilancio.

1253

The art and literature of our century are extremist, positioning themselves as total opposition to dominant language, culture, and the world. A culture of total opposition to the prevailing value system already operated throughout the last century in countries where industrial capitalism and parliamentary regimes had solidified. In nations like Italy, where the formation of such a society was slower and more fragile, culture long grappled with constructive and supportive tasks. Space for radical opposition has only begun to emerge recently, and it remains too early for definitive assessments.

1254

7. Qual è la differenza tra estremismo e fanatismo?

1254

7. What distinguishes extremism from fanaticism?

1255

E tra estremismo e rivoluzionarismo?

1255

And extremism from revolutionism?

1256

E tra estremismo e religione?

1256

And extremism from religion?

1257

Non sono forse tutte le religioni agli inizi estremiste?

1257

Are not all religions extremist in their origins?

1258

Non è forse estremista per sua natura il pensiero? La poesia?

1258

Is not thought itself inherently extremist? What of poetry?

1259

Risponderò in ordine inverso a questa serie di domande. La poesia è per sua natura estremista. Il pensiero può e talora deve essere estremista: è bene che ogni idea sia pensata fino alle ultime conseguenze. Le religioni estremiste sono quelle che partono dalla considerazione d’una incommensurabile distanza degli uomini da Dio, per sanare la quale occorrono prove estreme. Lo stesso si può dire per le dottrine politiche, dove per Dio s’intende mondo come dovrebbe essere. Le domande su «rivoluzione» e «fanatismo» riguardano l’area semantica delle due parole che può coincidere in alcuni punti ma non in tutti con quella di «estremismo». «Fanatismo» ha e deve avere una connotazione sempre negativa.

1259

I will respond to this series of questions in reverse order. Poetry is extremist by nature. Thought can and sometimes must be extremist: it is good for every idea to be pursued to its ultimate consequences. Extremist religions are those starting from the recognition of an immeasurable distance between humanity and God, requiring extreme trials to bridge. The same applies to political doctrines, where God is understood as the world as it should be. The questions regarding "revolution" and "fanaticism" touch upon semantic fields that may overlap with "extremism" in parts but not wholly. "Fanaticism" carries and should always carry a negative connotation.

1260

8. Alla fine, non credete che tra tutte le attività umane, la politica è o dovrebbe essere la meno estremista?

1260

8. Ultimately, do you not believe that among all human activities, politics is or should be the least extremist?

1261

E non credete che l’estremismo in politica sia il risultato di una contaminazione con l’estetismo?

1261

And do you not think political extremism results from contamination with aestheticism?

1262

Anche uccidere non è forse prima di tutto un atto che per l’estremista ha una sua forma e un suo significato simbolico?

1262

Is killing not, first and foremost, an act that holds symbolic form and meaning for the extremist?

1263

La politica ha bisogno d’un modello ideale a cui tendere (se no, è solo gestione d’un potere) ma nello stesso tempo la politica è empiria, verifica sui fatti, tentativo, correzione ininterrotta dell’errore (se no, è solo teoria astratta). Un buon dirigente politico può far leva sull’estremismo (estremismo della situazione, degli stati d’animo, delle idee) ma non essere estremista lui stesso. Ossia: deve tendere a una sua immagine ideale di società, che può essere magari ancora molto lontana da una possibile realizzazione, e approssimarsi ad essa magari valendosi di estremismi che sa immaturi e destinati a essere smentiti dalla pratica, ma non identificandosi con essi, pronto a spostarsi, contro di essi, dalla parte della realtà, della necessità, del tempo.

1263

Politics requires an ideal model to strive toward (otherwise, it is mere power management) while simultaneously being empirical — a verification through facts, experimentation, and uninterrupted error correction (otherwise, it remains abstract theory). A good political leader can leverage extremism (extremism of circumstance, sentiment, or ideas) without being extremist themselves. That is: they must aim for their ideal societal vision, which may still lie far from realization, approaching it perhaps by harnessing immature extremisms they know practice will refute — yet without identifying with them, remaining ready to shift against such extremes in favor of reality, necessity, and time.

1264

Quanto alle ultime due domande, direi che l’estremismo ha sempre una radice intellettualistica (più dottrinario-moralistica che estetica); direi che uccidere può aver senso solo come atto simbolico, tanto è vero che quando si uccide qualcuno non si uccide mai la persona giusta e si dovrebbe ucciderne anche un’altra e così via, quindi è meglio non cominciare nemmeno.

1264

Regarding the last two questions, I would say that extremism always has an intellectualist root (more doctrinal-moralistic than aesthetic); I would add that killing can only make sense as a symbolic act, which is precisely why when you kill someone, you never kill the right person and would have to kill another and so on — hence it's better not to start at all.

1265

1. Da uno scritto di Fortini su Pasolini del 1972, ora in Franco Fortini, Questioni di frontiera, Einaudi, Torino 1977, p. 259.

1265

1. From a 1972 text by Fortini on Pasolini, now in Franco Fortini, Questioni di frontiera, Einaudi, Turin 1977, p. 259.

1267

Lo sguardo dell’archeologo

1267

The Archaeologist's Gaze

1268

1972. Inedito. Proposta di testo programmatico per una rivista mai realizzata progettata con Gianni Celati, Guido Neri, Carlo Ginzburg e altri amici. Il testo faceva parte di materiali preparatori da sottoporsi alla discussione comune e rifletteva in parte spunti su cui c’eravamo trovati d’accordo, in parte miei orientamenti personali.

1268

1972. Unpublished. Proposed programmatic text for an unrealized journal project planned with Gianni Celati, Guido Neri, Carlo Ginzburg, and other friends. This text formed part of preparatory materials for collective discussion and partially reflected shared ideas we had agreed upon, as well as my personal orientations.

1269

Ce ne siamo accorti da un pezzo: il magazzino dei materiali accumulati dall’umanità – meccanismi, macchinari, merci, mercati, istituzioni, documenti, poemi, emblemi, fotogrammi, opera picta, arti e mestieri, enciclopedie, cosmologie, grammatiche, topoi e figure del discorso, rapporti parentali e tribali e aziendali, miti e riti, modelli operativi, – non si riesce più a tenerlo in ordine. I metodi continuamente rettificati e aggiornati durante gli ultimi quattrocento anni per stabilire un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto (e mettere da parte ciò che resta fuori), – quei metodi unificabili in una metodologia generale, la Storia, cioè la scelta d’un soggetto denominato l’Uomo, volta a volta definito dai suoi predicati, – hanno patito troppe crepe e falle per pretendere di tenere ancora tutto insieme come se niente fosse. L’urto che li sfascia – l’antagonista di quel preteso soggetto – si chiama ancora Uomo, ma quanto mutato da quello che credeva d’essere: è il genere umano dei grandi numeri in crescita esponenziale sul pianeta, è l’esplosione della metropoli, è la fine dell’eurocentrismo economico-ideologico, è il rifiuto da parte degli esclusi, degli inarticolati, degli omessi d’accettare una storia per loro fondata sull’espulsione, l’obliterazione, la cancellazione dai ruoli. Tutti i parametri, le categorie, le antitesi che erano serviti per immaginare e classificare e progettare il mondo sono in discussione: e non solo quelli più legati ad attribuzioni di valori storiche: il razionale e il mitico, il lavorare e l’esistere, il maschile e il femminile, ma pure i poli di topologie ancor più elementari: l’affermare e il negare, l’alto e il basso, il vivente e la cosa.

1269

We've realized this for some time: the repository of materials accumulated by humanity — mechanisms, machinery, goods, markets, institutions, documents, poems, emblems, film frames, painted works, arts and crafts, encyclopedias, cosmologies, grammars, topoi and figures of speech, kinship and tribal and corporate relations, myths and rites, operational models — can no longer be kept in order. The methods continuously revised and updated over the last four hundred years to assign each thing its place (and set aside what remains outside) — those methods unifiable into a general methodology, History, meaning the selection of a subject called Man, alternately defined by his predicates — have suffered too many cracks and leaks to still hold everything together as if intact. The force shattering them — the antagonist of that supposed subject — is still called Man, but how changed from what he believed himself to be: he is the exponentially growing human species on the planet, the explosion of the metropolis, the end of economic-ideological Eurocentrism, the refusal by the excluded, the inarticulate, the omitted to accept a history founded on their expulsion, obliteration, erasure from the records. All parameters, categories, and antitheses used to imagine, classify, and design the world are under scrutiny: not only those most tied to historical value assignments — the rational and the mythical, laboring and existing, masculine and feminine — but even the poles of more elementary topologies: affirming and negating, high and low, living and inert.

1270

Insoddisfatti come siamo del nostro mondo sempre meno abitabile e persuasi che gli strumenti per cambiarlo non si dànno se non insieme a quelli per capirlo, ogni occasione per ripensare qualcosa da capo ci rallegra. Non si va avanti se non rimettendo in gioco qualcosa che già si credeva punto d’arrivo, acquisto consolidato, certezza. Ma con questa avvertenza: altro è essere pronti a retrocedere per meglio saltare, altro è idoleggiare (ideologizzare) la regressione; anche nel giorno in cui meno siamo sicuri (sperimentalmente) di che cosa sia progresso, la regressione resta il nome d’un pericolo preciso (sperimentato).

1270

Dissatisfied as we are with our increasingly uninhabitable world and convinced that tools to change it emerge only alongside those to understand it, any chance to rethink something from scratch heartens us. We cannot advance without putting back into play something previously considered an endpoint, a consolidated gain, a certainty. But with this caveat: stepping back to leap forward differs from idolizing (ideologizing) regression; even on days when we feel least certain (experimentally) of what constitutes progress, regression remains the name of a precise danger (experimented with).

1271

Difendercene vuol dire per noi innanzi tutto vietarci d’intestare l’inventario dei nuovi reperti ancora a un soggetto ridefinito Uomo, con la prospettiva riduttiva che gli antropocentrismi portano sempre con sé. Perciò cercheremo sempre di metterci dalla parte del fuori, degli oggetti, dei meccanismi, dei linguaggi; vorremmo far nostro lo sguardo dell’archeologo e del paleoetnografo, così sul passato come su questo spaccato stratigrafico che è il nostro presente, disseminato di produzioni umane frammentarie e mal classificabili: industrie metalliche, megaliti, veneri steatopigie, scheletri di ecatombi, feticci.

1271

To defend against this means above all forbidding ourselves to inscribe the inventory of new findings under a subject redefined as Man, with the reductive perspective that anthropocentrisms always carry. Thus, we will always strive to position ourselves on the side of the outside, of objects, mechanisms, languages; we wish to adopt the gaze of the archaeologist and paleoethnographer, applied equally to the past and to this stratigraphic cross-section that is our present, strewn with fragmentary and poorly classifiable human productions: metallurgical industries, megaliths, steatopygous Venuses, skeletons of hecatombs, fetishes.

1272

Nel suo scavo l’archeologo rinviene utensili di cui ignora la destinazione, cocci di ceramica che non combaciano, giacimenti di altre ere da quella che s’aspettava di trovare lì: suo compito è descrivere pezzo per pezzo anche e soprattutto ciò che non riesce a finalizzare in una storia o in un uso, a ricostruire in una continuità o in un tutto. A questo si arriverà in seguito, forse; oppure si capirà che non una motivazione esterna a quegli oggetti, ma il solo fatto che oggetti così e così si ritrovino in quel punto già dice tutto quel che c’era da dire.

1272

In their excavations, archaeologists uncover tools of unknown purpose, ceramic shards that don't fit together, deposits from eras unexpected at that site: their task is to describe each piece, especially what resists incorporation into a history or use, what cannot be reconstructed into continuity or totality. This may come later, perhaps; or we may realize that no external motivation for those objects exists — that their mere presence at that site already says all there is to say.

1273

Analogamente noi vorremmo che il nostro compito fosse d’indicare e descrivere più che di spiegare: perché se abbiamo troppa fretta di dare una spiegazione il nostro punto di partenza tornerebbe a essere quello che non è nemmeno un punto di arrivo, cioè noi stessi: teleonomia a un tempo vanagloriosa e delusiva. D’altro canto ci è ugualmente estraneo il compiacimento dell’inesplicabile: teleonomico anch’esso, anche se il Soggetto cui rimanda è incognito. Al contrario: il rifiuto a usare noi oggi qui come spiegazione delle cose obbligherà alla fine le cose a spiegare noi oggi qui. (Molto alla lunga; ogni percorso d’avvicinamento deve includere il punto più lontano; sempre il levante si buscherà per il ponente.)

1273

Similarly, we want our task to be indicating and describing rather than explaining: because if we rush to explain, our starting point reverts to what isn't even an endpoint — ourselves: a teleonomy both vainglorious and delusive. Conversely, we equally reject the complacency of the inexplicable: itself teleonomic, even if the Subject it references remains unknown. On the contrary: refusing to use "us here today" as explanation will ultimately force things to explain "us here today." (In the very long run; every approach must include the farthest point; the east will always pay for the west.)

1274

Così si chiarisce un altro punto necessario a definirci: di fronte alla scuola (o insieme di scuole) che rileva i rapporti interni ai sistemi linguistici o i rapporti interni ai sistemi di segni o i rapporti interni ai sistemi di rapporti interumani, mentre molti ne sollecitano un rapido riconvergere sull’asse verticale della Storia, a noi invece quel che più incuriosisce e intriga in questo tipo di sapere è il suo espandersi orizzontale, la spinta tendenziale a render conto di tutti i modelli di rappresentazione e di comunicazione, a generalizzare e formalizzare il codice delle prime operazioni dell’ordinatore umano e più in là biologico, e più in là ancora il meccanismo delle scelte e opposizioni elementari attraverso le quali la materia si diversifica e comunica con se stessa.

1274

This clarifies another defining point: facing the school (or schools) that examines internal relations within linguistic systems, sign systems, or systems of human relations — while many urge their rapid convergence onto the vertical axis of History — what most intrigues us in this type of knowledge is its horizontal expansion, its drive to account for all models of representation and communication, to generalize and formalize the code of humanity's primary cognitive operations, then biology's, and beyond that the mechanism of elementary choices and oppositions through which matter diversifies and communicates with itself.

1275

Il metodo detto strutturale o semiotico dunque più vale per noi quanto meno «filosofico» e meno «letterario» si presume, cioè quanto più si serba algebrico e impassibile. (È al di là del suo orizzonte che le opzioni filosofiche o poetiche cioè le motivazioni prescientifiche di ciascuno di noi possono sbizzarrirsi a antivedere la propria realizzazione: le norme per costringere il caso ad ammettere un senso, o la mappa della prigione che permette di guadagnarsi una libertà, o più in là ancora la grammatica generale di ciò che esiste, la matrice pitagorica del mondo.)

1275

The so-called structural or semiotic method thus holds most value for us when least "philosophical" or "literary" in presumption — that is, when most algebraic and impassive. (Beyond its horizon lie the philosophical or poetic options, the prescientific motivations that let each of us fantasize their realization: rules to force chance to admit meaning, the prison map enabling earned freedom, or further still, the universal grammar of existence, the Pythagorean matrix of the world.)

1276

Proprio perché rispettiamo il metodo nelle sue procedure formalizzanti più rigorose (e alcuni di noi lo applichino nel proprio specifico lavoro), vogliamo qui distanziarcene istituendo un diverso spazio di ricerca. Come prima approssimazione diremo che sono i contenuti che qui ci stanno a cuore: estrazione di oggetti, estraniazione del senso. Il vero luogo della nostra impresa precede oppure segue l’applicazione d’un metodo: fornendogli materie prime o rifornendosi di semilavorati dalle sue officine.

1276

Precisely because we respect the method in its most rigorous formalizing procedures (and some of us apply it in our specific work), we wish here to distance ourselves by establishing a different research space. As a first approximation, we might say that it is the contents that matter to us here: extraction of objects, estrangement of meaning. The true locus of our endeavor either precedes or follows the application of a method: providing raw materials to it or sourcing semi-finished goods from its workshops.

1277

È la letteratura – è venuto il momento di dirlo – il campo d’energie che sostiene e motiva questo incontro e confronto di ricerche e operazioni in discipline diverse, anche se apparentemente distanti o estranee. È la letteratura come spazio di significati e di forme che valgono non solo per la letteratura. Noi crediamo che le poetiche letterarie possano rimandare a una poetica del fare, anzi: del farsi.

1277

It is literature – the time has come to say it – that constitutes the energy field sustaining and motivating this encounter and confrontation of research and operations across diverse disciplines, even seemingly distant or unrelated ones. It is literature as a space of meanings and forms that hold value beyond literature itself. We believe literary poetics can point toward a poetics of doing – or rather, of becoming.

1278

Questo, e una generale insofferenza per molto di quel che oggi si dice e si scrive, ci accomunano: le vie che potrà prendere la nostra collaborazione non le sapremo che percorrendole.

1278

This, along with a general impatience toward much of what is said and written today, unites us: the paths our collaboration may take will only reveal themselves through the walking.

1279

Un nuovo progetto – o un nuovo atlante – letterario, se verrà, non sarà il nostro atto di fondazione ma solo il risultato d’un lavoro compiuto insieme; d’un mutuo allargamento d’orizzonti. Oggi non potremmo che riattaccare la lagna su ciò che non è stato, su ciò che è stato poco e male: preferiamo astenercene. Quel che ci sta a cuore è altro: è il contesto in cui la letteratura prende senso. È su questo contesto che vogliamo operare.

1279

A new literary project – or atlas – should it emerge, will not be our founding act but merely the result of work accomplished together; of mutual horizon-expanding. Today we could only rehash laments about what has not been, what has been done sparsely and poorly: we prefer to abstain. What concerns us is different: it is the context in which literature acquires meaning. It is upon this context that we wish to operate.

1281

I Promessi Sposi:
il romanzo dei rapporti di forza

1281

I Promessi Sposi:
The Novel of Power Relations

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Relazione al Convegno Manzoniano dell’Università di Nimega, ottobre 1973. Pubblicato negli Atti del Convegno a cura di Carlo Ballerini, con la discussione degli intervenuti. Una parte di questo testo era stata pubblicata su «Il Giorno» del 20 maggio 1973 (numero con quattro pagine dedicate al centenario manzoniano).

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Lecture delivered at the Manzoni Conference of Nijmegen University, October 1973. Published in the Conference Proceedings edited by Carlo Ballerini, including discussions with participants. A portion of this text had previously appeared in «Il Giorno» on May 20, 1973 (issue featuring four pages dedicated to the Manzoni centenary).

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1. Le biblioteche di Renzo e Lucia

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1. The Libraries of Renzo and Lucia

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Renzo e Lucia non sanno né leggere né scrivere: nei Promessi Sposi questo fatto ha un rilievo decisivo cui non mi pare sia stata data la importanza dovuta. Certo il non saper leggere e scrivere è (o si può presumere sia) caratteristica comune a eroi ed eroine di molte opere letterarie, prima e dopo di loro, ma non saprei citare un altro grande libro in cui la condizione dell’illetterato sia così presente alla coscienza dell’autore. Renzo e Lucia non sanno né leggere né scrivere in un mondo in cui la parola scritta si para continuamente davanti a loro, a separarli dalla realizzazione del loro modesto sogno.

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Renzo and Lucia can neither read nor write: in The Betrothed, this fact carries decisive significance that seems underappreciated. Certainly illiteracy is (or one might presume to be) characteristic of heroes and heroines in many literary works before and after them, but I know of no other great book where the condition of illiteracy is so present in the author's consciousness. Renzo and Lucia's inability to read or write exists in a world where the written word constantly interposes itself between them and the realization of their modest dream.

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Nell’universo di Renzo e Lucia la parola scritta si presenta sotto un duplice volto: strumento di potere e strumento d’informazione. Come strumento di potere è sistematicamente avversa ai due poveri fidanzati: è la parola scritta di cui detiene l’uso il dottor Azzecca-garbugli, è la «carta, penna, calamaio» con cui l’oste della Luna Piena cerca di registrare le generalità degli avventori, o peggio ancora la carta-penna-calamaio invisibile con cui Ambrogio Fusella riesce a mettere in trappola Renzo.

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In Renzo and Lucia's universe, the written word wears two faces: instrument of power and medium of information. As an instrument of power, it systematically opposes the two poor betrothed: it is the written word wielded by Dr. Azzecca-garbugli, the "paper, pen, inkwell" used by the innkeeper of Moon's Inn to register patrons' details, or worse still, the invisible paper-pen-inkwell through which Ambrogio Fusella ensnares Renzo.

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Come strumento d’informazione, è la sua mancanza che diventa uno dei motivi ricorrenti di questo che è per larga parte il romanzo d’una lontananza. Meriterebbero d’essere più spesso ricordate, come uno dei luoghi più significativi del libro, alcune pagine del capitolo XXVII in cui si parla delle difficoltà a corrispondere tra Renzo e Lucia, attraverso lettere scritte e lette da interposte persone. A come gli analfabeti comunichino per lettera, Manzoni dedica un paragrafo che metterei senz’altro tra i più belli del libro:

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As a medium of information, its absence becomes one of this novel's recurring motifs – a work largely about separation. Worthy of greater recognition as one of the book's most significant passages are those pages in Chapter XXVII detailing the difficulties of correspondence between Renzo and Lucia through letters written and read by intermediaries. To how illiterates correspond by letter, Manzoni dedicates a paragraph I would unhesitatingly rank among the novel's finest:

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Il contadino che non sa scrivere, e che avrebbe bisogno di scrivere, si rivolge a uno che conosca quell’arte, scegliendolo, per quanto può, tra quelli della sua condizione, perché degli altri si perita, o si fida poco; l’informa, con più o meno ordine e chiarezza, degli antecedenti: e gli espone, nella stessa maniera, la cosa da mettere in carta. Il letterato, parte intende, parte fraintende, dà qualche consiglio, propone qualche cambiamento, dice: lasciate fare a me; piglia la penna, mette come può in forma letteraria i pensieri dell’altro, li corregge, li migliora, carica la mano, oppure smorza, lascia anche fuori, secondo gli pare che torni meglio alla cosa: perché, non c’è rimedio, chi ne sa più degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro mani; e quando entra negli affari altrui, vuol anche fargli andare un po’ a modo suo. Con tutto ciò, al letterato suddetto non gli riesce sempre di dire tutto quel che vorrebbe; qualche volta gli accade di dire tutt’altro: accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa. Quando la lettera così composta arriva alle mani del corrispondente, che anche lui non abbia pratica dell’abbiccì, la porta a un altro dotto di quel calibro, il quale gliela legge e gliela spiega. Nascono delle questioni sul modo d’intendere; perché l’interessato, fondandosi sulla cognizione de’ fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della composizione, pretende che ne vogliano dire un’altra. Finalmente bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui l’incarico della risposta: la quale, fatta sul gusto della proposta, va poi soggetta a un’interpretazione simile. Che se, per di più, il soggetto della corrispondenza è un po’ geloso; se c’entrano affari segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, c’è stata anche l’intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra di loro come altre volte due scolastici che da quattr’ore disputassero sull’entelechia: per non prendere una similitudine da cose vive; che ci avesse poi a toccare qualche scappellotto.

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The peasant who cannot write, yet needs to write, turns to someone versed in that art, choosing among his own class as much as possible, being diffident toward or distrustful of others. He explains, with varying coherence, the background, then states the matter to be put on paper. The literate one partly understands, partly misapprehends, offers advice, suggests changes, says "leave it to me"; takes up the pen, renders the other's thoughts into epistolary form as best he can, corrects them, improves them, lays it on thick or tones it down, omits as seems fit – for there's no remedy: those who know more than others refuse to be mere instruments in their hands; when meddling in others' affairs, they must do things their way. Yet even this literate often fails to convey all that's intended; sometimes ends up saying quite the opposite – happens even to us who write for print. When such a letter reaches its recipient, equally unversed in ABCs, he takes it to another scholar of similar caliber for reading and explanation. Quarrels arise over interpretation: the interested party, grounded in prior knowledge, insists certain words mean one thing; the reader, drawing on compositional experience, claims they mean another. Eventually, the illiterate must entrust himself to the literate, charging him with the reply – composed in the same spirit as the original, subject to similar misinterpretation. Should the correspondence concern jealous matters or secret affairs not meant for third parties (should letters go astray), or should there be deliberate obfuscation, then – if the exchange continues – the correspondents end up understanding each other like two scholastics after four hours debating entelechy: we avoid living parallels, lest someone get cuffed.

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La lotta tra l’urgenza dei sentimenti, la resistenza della lingua scritta e le deformazioni della trasmissione sono descritte come partecipe referto di vita sociale ma anche come implicita confessione di scrittore che diventa esplicita nella chiosa «accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa». E viene da rimpiangere che nel riferirci questo delusivo scambio di messaggi attraverso un canale così disturbato, Manzoni non si sia dilungato di più, non abbia esteso l’incerta rete postale tra Renzo e Agnese fino a includervi anche Lucia.

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The struggle between urgent emotions, the resistance of written language, and distortions of transmission are described both as participatory social reportage and implicit writer's confession – made explicit in the aside "happens even to us who write for print." One regrets that in recounting this disappointing message exchange through such faulty channels, Manzoni didn't linger longer, extending the precarious postal network between Renzo and Agnese to include Lucia too.

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Però nello stesso capitolo XXVII il ruolo della parola scritta torna in primo piano subito dopo, ed è un ruolo molto diverso ma ancora negativo: ci viene descritta la biblioteca di Don Ferrante, questo catalogo dell’epistème rinascimentale che potrebbe entrare pari pari in uno dei primi capitoli de Les mots et les choses di Michel Foucault, e che Manzoni guarda con occhio privo d’ogni pietas storica, come il museo della falsa scienza. Non è soltanto la ripulsa illuminista delle tenebre del passato che anima Manzoni, ma uno dei motivi ricorrenti della sua polemica morale: il processo alla corruzione della cultura. La cultura è il luogo dove la debolezza umana si manifesta nelle forme per Manzoni più colpevoli; l’errore della cultura è per Manzoni un segno di condanna, una manifestazione della caduta: da ciò la sua severità nel giudicare scrittori e intellettuali, e il suo duro giudizio sulla decadenza della letteratura italiana cinquecentesca e secentesca. La Storia della colonna infame ha la sua forza non solo nel rigore della battaglia illuministica contro un pregiudizio e un errore giudiziario, ma nell’ultima parte di polemica sulle responsabilità degli intellettuali, in cui Manzoni non risparmia nessuno.

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Yet in the same Chapter XXVII, the role of the written word resurfaces shortly thereafter, assuming a different but equally negative form: we are presented with Don Ferrante's library, this catalog of Renaissance episteme that could seamlessly belong to an early chapter of Michel Foucault's Les mots et les choses. Manzoni observes it without a trace of historical piety, as a museum of false science. What drives Manzoni here is not merely Enlightenment-era rejection of past obscurantism, but a recurring motif in his moral polemic: the indictment of cultural corruption. For him, culture is where human weakness manifests in its most culpable forms; cultural error signifies condemnation, a mark of humanity's fall. Hence his severity in judging writers and intellectuals, and his harsh verdict on the decline of sixteenth- and seventeenth-century Italian literature. The power of The Column of Infamy lies not only in its Enlightenment rigor against judicial prejudice and error but also in its final polemic on intellectual accountability, where Manzoni spares no one.

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Contrapposta alla biblioteca di Don Ferrante, potremmo citare la biblioteca del sarto del villaggio, nella cui casa Lucia viene ospitata dopo la conversione dell’Innominato: «un uomo che sapeva leggere, che aveva letto infatti più d’una volta il Leggendario dei Santi, il Guerrin Meschino e i Reali di Francia, e passava, in quelle parti, per un uomo di talento e di scienza». È la biblioteca della cultura popolare paesana, che Manzoni considera con simpatia, come un uso della parola scritta non ancora corrotto, ma anche con un po’ di sufficienza: «Con questo, la miglior pasta del mondo». L’atteggiamento di Manzoni non è ancora la rivendicazione romantica del folklore, e non è più il disdegno illuministico per le fole della tradizione: è una curiosità con una punta di diffidenza, che precorre quella del moderno sociologo verso le ragioni e i torti della cultura di massa.

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Contrasting with Don Ferrante's library, we might cite the village tailor's library where Lucia finds shelter after the Innominato's conversion: "a man who could read, having indeed perused the Lives of the Saints, Guerrin Meschino, and Chronicles of France, passing in those parts for a man of wit and learning." This is the library of rural popular culture, which Manzoni regards with sympathy as an uncorrupted use of the written word, yet also with a touch of condescension: "For all that, the best-natured soul alive." Manzoni's attitude here anticipates neither Romantic folkloric celebration nor Enlightenment disdain for traditional fables, but rather a sociologist's guarded curiosity toward mass culture's merits and flaws.

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Insomma, il romanzo dei due illetterati è un libro che contiene in sé una pluralità di biblioteche: a ben vedere è tutto il romanzo che si situa dentro una biblioteca, quella che contiene il «dilavato e graffiato autografo» dell’anonimo secentesco autore della storia milanese. Così come tutto il romanzo culmina nella fondazione della Biblioteca Ambrosiana, a coronare il centro ideale del libro, la vita di Federigo Borromeo: biblioteca a cui Manzoni finalmente affida la realizzazione del suo ideale di cultura, non senza puntate polemiche contro la cattiva tenuta delle biblioteche italiane. Ma anche qui l’accento batte sullo spirito che anima Federigo nell’ideare e organizzare praticamente la biblioteca, più che sul risultato, sugli effetti che dalla biblioteca si trasmettono alla storia degli uomini: «Non domandate quali siano stati gli effetti di questa fondazione del Borromeo sulla coltura pubblica; sarebbe facile dimostrare in due frasi, al modo che si dimostra, che furon miracolosi, o che non furon niente». E quando poi si passa a considerare lo scaffale delle cento opere scritte dal cardinale in persona, Manzoni si tira indietro, non senza averci lasciato capire che la statura di Federigo scrittore non era ahimè paragonabile a quella di Federigo uomo.

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In short, the novel of two unlettered protagonists contains within itself a plurality of libraries. Properly considered, the entire work resides within a library — the one housing the "faded and scuffed autograph" of the anonymous seventeenth-century Milanese chronicler. Just as the novel culminates in the founding of the Ambrosian Library, crowning the ideological core of the book — Federigo Borromeo's life — Manzoni entrusts this institution with realizing his cultural ideal, though not without polemical jabs at Italian libraries' poor upkeep. Yet even here, emphasis falls on the spirit driving Federigo's conception and practical organization of the library rather than its tangible outcomes: "Ask not what effects this Borromean foundation had on public culture; it would be easy to prove in two sentences, as proofs go, that they were miraculous or nonexistent." When surveying the shelf of the cardinal's hundred authored works, Manzoni retreats, having already implied that Federigo the writer fell lamentably short of Federigo the man.

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Più volte, nel romanzo, è sull’uso sbagliato del libro che Manzoni si sofferma. L’uso che ne fa Don Abbondio, per esempio, lettore casuale d’enfatici panegirici in cui San Carlo è paragonato a un malnoto Carneade. «Bisogna saper che Don Abbondio si dilettava di leggere un pochino ogni giorno; e un curato suo vicino, che aveva un po’ di libreria, gli prestava un libro dopo l’altro, il primo che gli veniva alle mani.» O, peggio ancora, l’uso che si fa dei libri nel palazzotto di Don Rodrigo, dove la Gerusalemme liberata è tirata in ballo nelle dispute conviviali come codice di regole cavalleresche a uso degli spadaccini arroganti.

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The novel repeatedly dwells on the misuse of books. Consider Don Abbondio's haphazard reading of bombastic panegyrics comparing Saint Charles to the obscure Carneades: "It should be known that Don Abbondio took pleasure in reading a little each day; a neighboring curate with a modest library lent him books at random." Worse still is the deployment of books in Don Rodrigo's manor, where Jerusalem Delivered is invoked during dinner debates as a chivalric code for swaggering swordsmen.

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Mai comunque la scrittura risulta così mal usata come nelle carte giuridiche. Il contrasto tra il formalismo della legge scritta e la realtà di fatto dei rapporti di forza domina tutto il libro, che non a caso comincia dal primo capitolo con le «gride» contro i bravi, a dimostrare l’impotenza del legiferare, e riprende subito nel terzo capitolo a indicare come la legge venga usata secondo due pesi e due misure dagli Azzecca-garbugli. Né la legge della Chiesa ha miglior destino: poco serve, per esempio, che essa salvaguardi la libertà della novizia di scegliere la sua vocazione, quando le famiglie per non disperdere i patrimoni condannano al sacerdozio i figli cadetti e alla monacazione le figlie femmine: l’autorità paterna e le pressioni dell’ambiente riusciranno certo a piegare la riottosità di Gertrude.

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Nowhere, however, is writing more abused than in legal documents. The clash between written law's formalism and the reality of power relations permeates the novel, which pointedly opens with edicts against bravos demonstrating legislative impotence, then resumes in Chapter III showing how Azzecca-garbugli manipulates the law through double standards. Even Church law fares no better: its protections for a novice's free choice of vocation prove futile when families force younger sons into priesthood and daughters into convents to preserve estates — parental authority and social pressures inevitably crush Gertrude's resistance.

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Da tutti questi elementi emerge un dato comune: ed è la sfiducia di Manzoni per la parola scritta, cioè sfiducia verso le mascherature ideologiche del potere. Sconfitti tanto sul piano della forza pratica quanto su quello della parola scritta, i due tapini illetterati hanno dalla loro una verità che la scrittura quasi sempre occulta anziché rivelare, una verità per nulla consolatoria o edificante: l’esperienza brutale dei rapporti di forza.

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From these elements emerges a unifying thread: Manzoni's distrust of the written word as ideological camouflage for power. Defeated both by brute force and the written word's manipulations, the two illiterate wretches cling to a truth that writing typically obscures — the brutal reality of power dynamics, neither consoling nor edifying.

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2. Il triangolo del potere

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2. The Triangle of Power

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Attorno a Renzo e Lucia e al loro contrastato matrimonio le forze in gioco si dispongono in una figura triangolare, che ha per vertici tre autorità: il potere sociale, il falso potere spirituale e il potere spirituale vero. Due di queste forze sono avverse e una propizia: il potere sociale è sempre avverso, la Chiesa si divide in buona e cattiva Chiesa, e l’una s’adopera a sventare gli ostacoli frapposti dall’altra. Questa figura triangolare si presenta due volte sostanzialmente identica: nella prima parte del romanzo con Don Rodrigo, Don Abbondio e fra Cristoforo, nella seconda con l’Innominato, la Monaca di Monza e il cardinal Federigo.

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Around Renzo and Lucia's thwarted marriage, the forces at play arrange themselves in a triangular configuration with three authorities at its vertices: social power, false spiritual power, and true spiritual power. Two forces oppose, one aids: social power remains consistently hostile, the Church splits into good and bad factions, each countering the other's obstructions. This triangular structure repeats almost identically — first with Don Rodrigo, Don Abbondio, and Fra Cristoforo; later with the Innominato, the Nun of Monza, and Cardinal Federigo.

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Estrarre uno schema geometrico da un libro tanto modulato e complesso non è una forzatura: mai romanzo fu calcolato con tanta esattezza come I Promessi Sposi; ogni effetto poetico e ideologico è regolato da un’orologeria predeterminata ma essenziale, da diagrammi di forze ben equilibrati. Certo la qualità manzoniana del romanzo è data non tanto dallo scheletro quanto dalla polpa, e lo stesso scheletro avrebbe potuto servire a un libro tutto diverso, per esempio a un romanzo nero: gli ingredienti e i personaggi per metter su addirittura un Sade, a base di castelli dei supplizi e conventi perversi, ci sarebbero stati, se Manzoni non fosse stato allergico alla rappresentazione del male. Ma appunto per dare a Manzoni l’agio di far entrare nel romanzo tutto quel che gli sta a cuore di dire e di lasciare in ombra tutto quel che preferisce tacere, bisogna che l’ossatura sia assolutamente funzionale; e non esiste racconto più funzionale della fiaba in cui c’è un obiettivo da raggiungere malgrado gli ostacoli frapposti da personaggi oppositori e mediante il soccorso di personaggi aiutanti, e l’eroe o l’eroina non hanno altro da pensare che a fare le cose giuste e ad astenersi dalle cose sbagliate: come appunto il povero Renzo e la povera Lucia.

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Extracting a geometric schema from such a nuanced and complex book is no forced interpretation: no novel was ever calculated with such precision as The Betrothed; every poetic and ideological effect is regulated by a predetermined yet essential clockwork mechanism, by carefully balanced diagrams of forces. Certainly, the Manzonian quality of the novel lies not in its skeleton but in its flesh, and the same skeleton could have served a completely different book - for instance, a Gothic novel. The ingredients and characters for something even akin to a Sadean tale, complete with torture castles and perverse convents, were all present, had Manzoni not been allergic to representing evil. Yet precisely to allow Manzoni the freedom to include everything he wished to express while omitting what he preferred to silence, the structural framework must remain absolutely functional. No narrative is more functional than the folktale where protagonists must overcome obstacles through opponents' hindrance and helpers' aid, where heroes need only do right and avoid wrong - as with poor Renzo and poor Lucia.

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Nei due triangoli, una somiglianza un po’ ripetitiva e generica lega Don Rodrigo e l’Innominato, e lo stesso o quasi si può dire per fra Cristoforo e Federigo. Mentre è nel terzo vertice, quello del falso potere spirituale, che avviene uno stacco netto: Don Abbondio e Gertrude sono personaggi così diversi e autonomi da comandare al tono generale della narrazione intorno a loro, commedia di caratteri là dove Don Abbondio è al centro del quadro, dramma di coscienze là dove domina Gertrude. (Possiamo anche considerare I Promessi Sposi come un poliromanzo in cui vari romanzi si susseguono e s’incrociano, e il romanzo di Don Abbondio e quello di Gertrude non sono che i primi e i più compiuti.) È chiaro che delle tre forze in gioco del suo triangolo, quella che Manzoni conosce meglio, o diciamo quella che esprime meglio il fondo settecentesco della sua cultura e del suo gusto, è la cattiva Chiesa. La Chiesa buona, malgrado l’ampio posto che nel romanzo occupano Cristoforo e Federigo, resta una presenza funzionale ma esterna. Ancora attorno a Cristoforo si muove quella complessità dei rapporti di forze che è una delle grandi dimensioni manzoniane: la posizione dell’ordine dei cappuccini, sospesa tra l’autonomia dal sistema e l’esserne parte necessaria, per via dell’immunità dei conventi, preziosa agli uni e agli altri (come già fu preziosa all’ex prepotente Cristoforo) e che rende i frati ben visti anche tra i bravi. Invece, per Federigo, nonostante il personaggio storico presentato in tutto il suo contesto, è solo la predeterminazione romanzesca che muove sia lui che il suo temuto penitente. Nel famoso episodio della conversione i giochi sono fatti fin dall’entrata in scena dei personaggi, e non resta margine per la diversione o per lo scacco: l’Innominato già dal primo momento mostra «se non rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze», e il cardinale è così sicuro del suo potere sulle anime che quando gli annunciano la visita del tristo cavaliere pensa subito alla pecorella smarrita e non a una mossa formale di convenienza politica.

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In the two triangles, a somewhat repetitive and generic similarity links Don Rodrigo to the Innominato, and much the same applies to Fra Cristoforo and Federigo. The true rupture occurs at the third vertex of false spiritual power: Don Abbondio and Gertrude are such distinct, autonomous characters that they dictate the narrative tone surrounding them - a comedy of manners where Don Abbondio occupies center stage, a drama of consciences where Gertrude dominates. (We might consider The Betrothed as a poly-novel where multiple narratives intersect, with Don Abbondio's story and Gertrude's forming the first and most complete threads.) Clearly, among the three forces in this triangular dynamic, Manzoni best understands - or rather, most vividly expresses the Enlightenment core of his culture and taste through - the bad Church. Despite the ample space given to Cristoforo and Federigo, the good Church remains a functional yet external presence. Around Cristoforo still swirls that complexity of power dynamics constituting one of Manzoni's great dimensions: the Capuchin order's position, suspended between systemic autonomy and necessary complicity through convent immunities valued by all parties (much like the former bully Cristoforo himself), making friars welcome even among thugs. In contrast, Federigo's portrayal - despite his historical contextualization - moves along predetermined novelistic tracks, as does his formidable penitent. In the famed conversion episode, the outcome is sealed from the characters' first appearance, leaving no room for diversion or reversal: the Innominato already shows "if not remorse, a certain weariness of his villainies," while the Cardinal, so assured of his spiritual authority, immediately thinks of stray lambs rather than political maneuvers when notified of the sinister knight's visit.

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Anche quello del tiranno resta un ruolo di repertorio. Tra Don Rodrigo e l’Innominato prima della conversione non c’è una differenza se non quantitativa, il secondo gode di più autorità e impunità del primo (non sappiamo bene perché) e d’una fama più sinistra (ma anche delle sue scelleratezze poco sappiamo), il suo «castellaccio» ripete con coloritura più fosca la funzione scenografica del «palazzotto» di Don Rodrigo («castellotto» in Fermo e Lucia). Chi siano esattamente Don Rodrigo e l’Innominato non è chiaro: e non solo come caratteri psicologici ma neppure come posizione sociale. Manzoni che è sempre preciso nel delineare le gerarchie, la distribuzione dei poteri, nella Chiesa e negli organi politici, centrali e periferici, – castellano spagnolo, podestà, console, – quando tocca il diritto feudale propriamente detto diventa d’un’insolita reticenza: che Don Rodrigo sia il feudatario dei luoghi è presumibile ma non è mai detto; sappiamo solo che si fa forte dell’autorità politica del «Conte zio», e che dopo la sua morte il palazzo viene ereditato da un marchese; quanto all’Innominato nel Fermo e Lucia figura col titolo di Conte, ma è soprattutto come un fuorilegge, un brigante che Manzoni cerca di farlo apparire, piuttosto che come il titolare d’una giurisdizione feudale col diritto di riscuotere tributi ed esigere corvées. È come se nella coscienza del Manzoni, attentissima a tutte le strutture istituzionali, proprio le regolari istituzioni feudali, fondamento di tutto il meccanismo del potere del romanzo, venissero nascoste da un meccanismo d’autocensura.

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Even the tyrant's role remains stock repertoire. Between Don Rodrigo and the pre-conversion Innominato, differences are merely quantitative: the latter enjoys greater authority and impunity (for unclear reasons) and a more sinister reputation (though his crimes remain vague), his "grim castle" recasting Don Rodrigo's "manor" ("castellotto" in Fermo e Lucia) in darker hues. The precise social standing of Don Rodrigo and the Innominato remains ambiguous - both psychologically and institutionally. Manzoni, ever precise in delineating ecclesiastical and political hierarchies (Spanish castellans, podestàs, consuls), becomes uncharacteristically reticent regarding feudal law's core: we presume Don Rodrigo holds feudal rights but this is never stated, knowing only his reliance on the "Uncle Count's" political authority and his manor's later inheritance by a marquis. The Innominato, styled "Count" in Fermo e Lucia, appears more as outlaw than feudal lord entitled to levy tributes and corvées. As if Manzoni's consciousness - so attuned to institutional structures - actively concealed the feudal system underpinning his novel's power mechanics through self-censorship.

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In realtà stabilire delle regole interne ai Promessi Sposi è difficile: Manzoni sposta continuamente il fuoco delle lenti del suo cannocchiale. Una volta sicuro che nelle grandi linee il suo macchinario romanzesco e concettuale funziona, egli compie un lavoro d’aggiustamento per mettere a fuoco i vari personaggi e i vari aspetti, adattando a ognuno un’illuminazione diversa, più contrastata o più sfumata. La sua tecnica di ritrattista procede per approssimazioni successive nelle varie stesure del romanzo, e non è detto che l’ultima sia migliore della prima (come in un recente articolo ha dimostrato Piovene, soprattutto per Don Rodrigo).

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Establishing internal rules for The Betrothed proves difficult: Manzoni constantly shifts his narrative lens. Once assured his conceptual and novelistic machinery functions in broad strokes, he fine-tunes each character and aspect through distinct lighting - more contrast here, softer shading there. His portraitist technique evolves through successive approximations across the novel's drafts, with no guarantee the final version surpasses the initial (as Piovene recently demonstrated regarding Don Rodrigo).

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Quel che veramente sta a cuore a Manzoni non sono tanto dei personaggi quanto delle forze, in atto nella società e nell’esistenza, e i loro condizionamenti e contrasti. I rapporti di forza sono il vero motore della sua narrazione, e il nodo cruciale delle sue preoccupazioni morali e storiche. Nel rappresentare i rapporti di forza, – fra Cristoforo in mezzo al banchetto di Don Rodrigo, o la «libera elezione» dei voti monacali di Gertrude, o il vicario di provvigione nella carrozza di Ferrer tra la folla inferocita, – Manzoni ha sempre la mano sicura e leggera, sa trovare il punto giusto al millimetro. Non per niente I Promessi Sposi è il nostro libro politico più letto, che ha dato forma alla vita politica italiana secondo tutti i partiti, lettura in cui più d’ogni altro può riconoscersi chi, facendo politica, si trova a commisurare giorno per giorno un’idea generale alle condizioni obiettive. Ma anche libro antipolitico per eccellenza, che parte dalla convinzione che la politica non può cambiare nulla, né con le leggi che pretendono di mettere un freno al potere di fatto, né con l’affermazione d’una forza collettiva da parte degli esclusi. Non che Manzoni conti delle storie, anzi: è pur vero che le «gride» contro i bravi sono gli Azzecca-garbugli che dovrebbero applicarle; è pur vero che a mettersi tra la folla che dà l’assalto ai forni di Milano ci s’imbatte sempre nella provocazione di un Ambrogio Fusella sguinzagliato dal capitano di giustizia per acchiappare il solito capro espiatorio. Classico italiano anche in questo, certo, che non ha mai smesso di modellare la realtà nella sua forma.

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What truly matters to Manzoni are not so much individual characters as the forces at work in society and existence, their constraints and conflicts. Power dynamics are the true engine of his narrative and the crux of his moral and historical concerns. In depicting these dynamics — whether Fra Cristoforo amid Don Rodrigo's banquet, Gertrude's "free choice" of monastic vows, or the provision vicar in Ferrer's carriage surrounded by an enraged mob — Manzoni always demonstrates precise and deft craftsmanship, finding the exact point to the millimeter. No wonder The Betrothed remains Italy's most widely read political novel, shaping Italian political consciousness across all parties, a text in which policymakers recognize their daily struggle to reconcile general ideals with objective conditions. Yet it is also a quintessentially anti-political book, rooted in the conviction that politics cannot change anything: neither through laws attempting to curb de facto power nor through collective action by the oppressed. This is not to say Manzoni invents stories; indeed, the "edicts" against the bravi are enforced by Azzecca-garbugli types, and those confronting the Milanese bread rioters inevitably stumble upon provocations by Ambrogio Fusella, unleashed by the justice captain to catch the usual scapegoats. Classically Italian in this too, the novel never ceases to mold reality into its own form.

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C’è nei Promessi Sposi un romanzo «rivoluzionario» che fa capolino ogni tanto tra le pieghe del romanzo «moderato»: con la famosa «riflessione» sui ruoli d’oppressore e di vittima in mezzo al «serra serra» della «notte degli imbrogli», o con lo sfogo che Renzo trova alla sua sete di giustizia personale nella sommossa milanese contro il caropane. E se come romanzo «rivoluzionario» questo è solo un romanzo d’occasioni mancate, anche le occasioni del romanzo «moderato», per quanto più vistose, sono ripetutamente lasciate cadere: la virtù di fra Cristoforo non tocca il cuore di Don Rodrigo e la conversione risolutrice, rinviata a più alto livello con Federigo e l’Innominato, non porta la soluzione attesa ma segna solo una nuova tappa. Il romanzo «rivoluzionario» d’una rivoluzione impossibile e il romanzo «moderato» d’una conciliazione menzognera sarebbero altrettanto mistificatori. Manzoni, che appartiene a un mondo segnato dal trauma della Rivoluzione francese e che scrive sentendosi addosso la cappa di piombo della Restaurazione, per dare una soluzione al suo romanzo deve cercarla su un altro piano.

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Within The Betrothed, a "revolutionary" novel occasionally peers through the folds of the "moderate" one: in the famous "reflection" on oppressor and victim roles during the chaotic crush of the "night of schemes," or in Renzo's venting of his thirst for personal justice through the Milanese uprising against bread prices. If as a "revolutionary" novel this remains a tale of missed opportunities, even the "moderate" novel's more conspicuous openings are repeatedly abandoned: Fra Cristoforo's virtue fails to touch Don Rodrigo's heart, and the decisive conversion — deferred to higher levels with Federigo and the Innominato — brings not the expected resolution but merely a new phase. Both the "revolutionary" novel of impossible revolution and the "moderate" novel of deceitful reconciliation would prove equally mystifying. Manzoni, belonging to a world scarred by the trauma of the French Revolution and writing under the leaden cloak of the Restoration, must seek his novel's resolution on another plane entirely.

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3. La storia, la carestia, la peste

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3. History, Famine, Plague

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È solo passando dall’orizzonte degli individui a quello universale che può risolversi la vicenda dei due fidanzati di Lecco. E quando ci accorgiamo che la parte della Provvidenza è sostenuta dalla peste comprendiamo che il discorso dell’ideologia politica spicciola è saltato in aria da un pezzo. Le vere forze in gioco del romanzo si rivelano essere cataclismi naturali e storici di lenta incubazione e conflagrazione improvvisa, che sconvolgono il piccolo gioco dei rapporti di potere. Il quadro s’allarga, la connessione tra macrocosmo e microcosmo resta stretta e insieme incerta, come nelle nostre interrogazioni sul futuro biologico e antropologico del mondo d’oggi. A ben vedere, già dall’inizio I Promessi Sposi è il romanzo della carestia, della terra desolata: dall’apertura del capitolo IV, quando fra Cristoforo se ne viene da Pescarenico, con quel travelling su immagini scheletriche: «la fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita…» (C’è un Manzoni pittore di quadri di genere nordico e grottesco, quasi alla Brueghel, che viene fuori ogni tanto; altro esempio di quella «scuola» è il villaggio di Don Rodrigo, al cap. V; un altro ancora, le balie nel lazzaretto degli appestati.)

1304

Only by shifting from individual to universal horizons can the story of Lecco's betrothed couple find resolution. When we realize that Providence's role is played by the plague, we understand that simplistic political ideology has long since exploded. The novel's true forces reveal themselves as natural and historical cataclysms — slowly incubating yet abruptly erupting — that overturn petty power games. The frame expands, the connection between macrocosm and microcosm remaining both tight and uncertain, much like our current inquiries into humanity's biological and anthropological future. Upon closer inspection, The Betrothed has always been the novel of famine and desolate lands: from Chapter IV's opening, when Fra Cristoforo departs Pescarenico amid skeletal imagery captured in a cinematic tracking shot — "the gaunt girl leading her emaciated, stiff-legged heifer to graze..." (Here emerges Manzoni the painter of Northern grotesque genre scenes à la Brueghel, reappearing in Don Rodrigo's village (Ch. V) and among the plague-stricken wet nurses in the lazaretto.)

1305

È una natura abbandonata da Dio, quella che Manzoni rappresenta; altro che provvidenzialismo! E quando Dio vi si manifesta per mettere le cose a posto, è con la peste. C’è oggi chi tende a vedere in Manzoni una specie di nichilista, sotto la vernice dell’ideologia edificante, di quel nichilismo che ritroveremo più radicale solo in Flaubert (si veda il saggio d’un giovane studioso che si muove nella prospettiva critica della letteratura della negazione, Giuseppe Sertoli, in «Nuova Corrente», n. 57-58, 1972).

1305

This is a nature abandoned by God, far from any providentialism! When God finally intervenes to set things right, it is through plague. Some now perceive in Manzoni a kind of nihilist beneath the veneer of edifying ideology — a nihilism we'll later find radicalized in Flaubert (see Giuseppe Sertoli's essay in Nuova Corrente No. 57-58, 1972, approaching this through the critical lens of literature of negation).

1306

Da parte degli uomini, non c’è che guasti: malgoverno, mala economia, guerra, calata dei lanzichenecchi. Libro di storia involto in pagine di romanzo (e di storia come la si intende adesso, in cui la parte événementielle delle battaglie di Wallenstein e della successione del ducato di Mantova è confinata tra le chiacchiere alla tavola di Don Rodrigo e ciò che occupa il campo sono le crisi dell’agricoltura, i prezzi del frumento, la domanda di mano d’opera, la curva delle epidemie) I Promessi Sposi propongono una visione della storia come continuo fronteggiamento di catastrofi.

1306

Humanity offers only ruin: misgovernment, economic collapse, war, Landsknecht invasions. A history book wrapped in novelistic pages (and history as we now conceive it — where the événementielle aspects of Wallenstein's battles and Mantuan succession disputes remain confined to chatter at Don Rodrigo's table, while agricultural crises, wheat prices, labor demands, and epidemic curves dominate) — The Betrothed presents history as perpetual catastrophe management.

1307

Se vogliamo riprendere le nostre figure triangolari, – potenti corrotti, Chiesa cattiva, Chiesa buona, – possiamo sovrapporre ad esse un nuovo triangolo che abbia per vertici la Storia umana (malgoverno, guerra, sommosse), la natura abbandonata da Dio (carestia) e la giustizia divina terribile e imperscrutabile (la peste). La peste di Manzoni, oltre che grande rappresentazione corale, è una dimensione nuova in cui tutti i personaggi e le storie si ritrovano diversi. Anche il viaggio picaresco di Renzo riprende e si trasforma in un itinerario d’iniziazione misterica, che culmina nel salto sul carro dei monatti, traversata della carnevalesca allegria della morte. È un punto che meriterebbe d’essere più ricordato, e non solo per la battuta del «povero untorello», ma perché questa inaspettata danza macabra è uno dei pochi momenti in cui Manzoni si sfrena. C’è anche l’apparizione del frenetico portato via da un cavallo nero cavalcato a rovescio, che nel Fermo e Lucia era Don Rodrigo in persona, trascinato all’inferno come in una sacra rappresentazione.

1307

If we wish to revisit our triangular schema — corrupt powers, evil Church, good Church — we may superimpose upon it a new triangle whose vertices are Human History (misrule, war, uprisings), Nature Abandoned by God (famine), and terrible, inscrutable Divine Justice (the plague). Manzoni’s plague, beyond being a grand choral representation, introduces a new dimension in which all characters and narratives are transfigured. Even Renzo’s picaresque journey resumes and transforms into a mystic initiation rite, culminating in his leap onto the monatti’s cart — a crossing through the carnivalesque mirth of death. This moment deserves greater recognition, not merely for the quip about the "poor plague-spreader," but because this unexpected danse macabre marks one of the few instances where Manzoni unleashes his imagination. There is also the apparition of the frenzied man dragged off by a black horse ridden backward, who in Fermo e Lucia was Don Rodrigo himself, hauled to hell as if in a sacred drama.

1308

Per completare lo schema delle forze oppositrici e delle forze adiuvanti nella «sacra rappresentazione» dei Promessi Sposi, non manca che situare, come controparte del mondo abbandonato da Dio, la volontà degli uomini a forzare i disegni di Dio: una forza risolutrice che si trasforma in ostacolo. Sul piano individuale questa forza si presenta nei tentativi di resistenza di Renzo, dai primi vaghi propositi che falliscono perché gli amici si tirano indietro, alla complessa orchestrazione della «notte degli imbrogli»; sul piano collettivo la stessa forza agisce ed è sconfitta nella giornata milanese dei forni.

1308

To complete the schema of opposing and auxiliary forces in the "sacred drama" of The Betrothed, we need only position, as a counterpoint to the world forsaken by God, humanity’s will to force divine designs — a decisive force that becomes an obstacle. On the individual level, this force manifests in Renzo’s attempts at resistance, from his initial vague plans foiled by friends’ defections to the intricate orchestration of the "night of schemes." On the collective level, the same force acts and is defeated in the Milanese Bread Riots.

1309

E sotto questa rubrica non catalogherei soltanto questi due episodi che sono tra le massime riuscite poetiche di Manzoni, ma anche una zona del libro che è tra le più opache: il voto di Lucia. Manzoni crede poco alla giustificazione attraverso le opere, e considera il voto di Lucia come tutti i gesti del volontarismo umano: un vano tentativo di forzare i disegni di Dio, un errore legalistico, di quel legalismo da cui egli aborre, quasi un voler costringere Dio a un contratto. E come contratto non valido il voto viene facilmente dissolto da fra Cristoforo, un fra Cristoforo risuscitato nel lazzaretto degli appestati, quasi larva ectoplasmatica di se stesso, per tornare a morire appena terminato il suo compito, come l’aiutante magico che nelle fiabe spesso prende l’aspetto d’un animale benefico, destinato al sacrificio.

1309

Under this rubric, I would classify not only these two episodes — among Manzoni’s greatest poetic achievements — but also one of the novel’s more opaque zones: Lucia’s vow. Manzoni places little faith in justification through works, viewing Lucia’s vow as he does all gestures of human voluntarism: a futile attempt to coerce divine plans, a legalistic error stemming from the very legalism he abhors, almost an effort to bind God to a contract. And like an invalid contract, the vow is easily dissolved by Fra Cristoforo — a Fra Cristoforo resurrected in the plague hospital, now an ectoplasmic specter of his former self, destined to perish again once his task is complete, like the magical helper in folktales who often takes the form of a benevolent creature fated for sacrifice.

1310

Il bersaglio è sempre uno: la vanità del volontarismo umano di fronte all’inesorabilità e alla complessità delle forze in atto. E queste forze in atto possono essere identificate tanto nel volto d’una severa trascendenza, quanto nelle forze naturali indagate dalla scienza. In Manzoni più d’una volta il linguaggio d’un’aspra teologia si confonde con quello d’una scienza che si tiene solo ai fatti. La Colonna infame non è l’opera d’un Manzoni illuminista precedente o parallelo al Manzoni provvidenzialista: i due sono uno; la persecuzione dei presunti untori è un errore esecrabile tanto al lume delle conoscenze scientifiche sul propagarsi delle epidemie batteriche, quanto al lume della teologia manzoniana secondo la quale un flagello come la peste non può dipendere da un atto di volontà umana, dalle azioni di pochi uomini, ma solo dalla mano di Dio, ossia dalla catena delle colpe umane che muovono il castigo di Dio e gli estremi rimedi della sua Provvidenza.

1310

The target remains constant: the vanity of human voluntarism in the face of inexorable, complex forces at play. These forces may be identified equally in the visage of severe transcendence and in the natural forces scrutinized by science. In Manzoni, the language of harsh theology repeatedly blurs with that of fact-bound science. The Column of Infamy is not the work of an "enlightened" Manzoni preceding or paralleling the providentialist Manzoni: they are one. The persecution of alleged plague-spreaders stands as an execrable error both under the light of scientific knowledge about bacterial epidemics and under the light of Manzoni’s theology, which holds that a scourge like the plague cannot stem from human will — from the actions of a few — but only from God’s hand, that is, from the chain of human transgressions that provoke divine punishment and the extreme remedies of His Providence.

1311

La stessa linea seguono nei Promessi Sposi le discussioni sulla carestia, che già durante il banchetto di Don Rodrigo al capitolo V s’appuntano sull’errore di credere che il pane manchi per la volontà degli incettatori e dei fornai, fino al capitolo XII in cui il Manzoni storico ed economista spiega la complessità di cause climatiche, sociali, militari e di cattiva amministrazione che portano alla carestia: le ragioni della scienza, anche qui, sono anche le ragioni d’una nozione dell’incommensurabilità di Dio, d’una religiosità che nel suo nocciolo profondo non è più ottimista dell’ateismo di Leopardi.

1311

This same line of reasoning unfolds in The Betrothed regarding discussions of famine, which already during Don Rodrigo’s banquet in Chapter V focus on the error of attributing bread shortages to the will of hoarders and bakers. By Chapter XII, Manzoni the historian and economist explains the complex interplay of climatic, social, military, and administrative failures leading to famine: here too, scientific reasoning aligns with a notion of God’s incommensurability, a religiosity whose profound core proves no more optimistic than Leopardi’s atheism.

1312

Alla crisi della cultura settecentesca, questi due poeti ancora così imbevuti di Settecento reagiscono, sui due opposti versanti ideali, in un modo in cui oggi possiamo riconoscere gli aspetti paralleli e non solo quelli contrastanti su cui si polarizzarono le scelte morali e stilistiche della nostra giovinezza: più drastico Leopardi nel rifiutare quanto la fede nel progresso umano e nella bontà della natura aveva di facile illusione; più contraddittorio e cauto Manzoni nel rifiutare una religiosità consolatoria, dissimulatrice della spietatezza del mondo. Per entrambi, solo partendo da un’esatta cognizione delle forze contro cui deve scontrarsi, l’azione umana ha un senso.

1312

To the crisis of eighteenth-century culture, these two poets – still deeply imbued with Enlightenment thought – react from opposing ideological fronts in ways that today reveal parallelisms beyond their contrasting moral and stylistic choices that polarized our youth. Leopardi adopted a more drastic rejection of facile illusions about human progress and nature’s benevolence; Manzoni offered a more contradictory and cautious refusal of consolatory religiosity that masks the world’s cruelty. For both, human action gains meaning only through precise understanding of the forces it must confront.

1314

Un progetto di pubblico

1314

A Project of Public

1315

«L’Espresso», n. 35, settembre 1974. Intervento in una polemica sui romanzi di successo, aperta da Angelo Guglielmi («Paese sera», 2 agosto 1974) con un articolo a proposito del grande successo di pubblico della Storia di Elsa Morante.

1315

«L’Espresso», No. 35, September 1974. Contribution to a debate on bestsellers initiated by Angelo Guglielmi («Paese sera», August 2, 1974) regarding the widespread success of Elsa Morante’s La Storia.

1316

Sull’«Espresso» intervenivano anche Moravia e Manganelli. I testi dell’intera discussione sono riportati in appendice al volume di Angelo Guglielmi, Carta stampata, Coop. Scrittori, Roma 1978.

1316

Moravia and Manganelli also participated in the Espresso debate. The full texts appear in the appendix to Angelo Guglielmi’s volume Carta stampata, Coop. Scrittori, Rome 1978.

1317

Nell’ultimo canto dell’Orlando Furioso, Ariosto rappresenta nel poema i lettori del poema. L’autore è riuscito a portare la sua nave in porto, e trova i moli affollati di gente che l’attende: nella folla egli riconosce ed enumera molte persone: belle dame, cavalieri, poeti, dotti. È quella la prima volta, credo, che non il lettore singolo e solitario ma il «pubblico» appare riflesso nel libro come in uno specchio; o meglio, il libro vede se stesso come riflesso negli occhi di una folla di lettori. Non è una folla qualsiasi: il poeta ha ritagliato una sua società di lettori ideali all’interno del mondo dei lettori potenziali, cioè della società delle corti italiane del tempo. È un modello di società che può riconoscere se stessa nel suo modo di leggere quel libro; e che anche se non lo leggesse costituirebbe un modello di società di per sé, contrapposto alla società quale essa è.

1317

In the final canto of Orlando Furioso, Ariosto depicts the poem’s readers within the poem itself. Having steered his ship to harbor, the author finds docks crowded with awaiting crowds: among the throng, he recognizes and enumerates many figures – fair ladies, knights, poets, scholars. This marks, I believe, the first instance where not the solitary reader but the «public» appears mirrored in the book – or rather, where the book sees itself reflected in the eyes of a readership. This is no ordinary crowd: the poet has carved an ideal society of readers from the potential readership of Renaissance Italian courts. It models a society capable of self-recognition through its mode of reading, a society that would remain exemplary even if unacquainted with the text – a counter-public to existing society.

1318

Così nell’intenzione che ogni scrittore mette nel suo progetto d’opera, è implicito un progetto di pubblico. Anche lo scrittore più innovatore, più arduo, più controcorrente, e forse proprio lui più degli altri, ha in mente un suo pubblico o contropubblico, sa che questo contropubblico (sia pur minoritario o magari ancora solo potenziale) già esiste ed è quello che conta.

1318

Thus implicit in every writer’s conception of their work lies a conception of its public. Even the most innovative, challenging, or contrarian writer – perhaps especially such writers – envisions a specific public or counter-public, knowing this audience (however minoritarian or latent) already exists as the meaningful one.

1319

Potremmo allora dire che ogni opera è progettata in funzione di un particolare tipo di successo; il progetto di successo dello scrittore che conta implica l’enucleazione di una società di lettori che si distingue in qualche modo dalla società quale essa è; mentre lo scrittore dozzinale ha in mente solo la società quale essa è e la sua risposta immediata.

1319

We might then posit that every work is designed for a particular type of success. The consequential writer’s vision of success entails distilling a readership that distinguishes itself from existing society, while the hack writer merely envisions society as it is and its immediate reactions.

1320

Su scala ancora più estesa, questo vale anche per il grande scrittore popolare, cioè colui che, per una particolare situazione storico-sociale, si trova a compiere operazioni di grande portata poetico-conoscitiva in un genere di produzione letteraria che ha di per sé un pubblico vasto e indifferenziato, come il romanzo popolare durante alcuni decenni della metà del secolo scorso. Per Balzac e Dickens, il progetto di una nuova società di lettori coincide con l’emergere di una nuova struttura sociale; in Dostoevskij e Tolstoj diventa sempre di più progetto pedagogico messianico.

1320

On an even broader scale, this holds true for the great popular writer—that is, one who, due to a particular historical-social situation, carries out operations of profound poetic and cognitive significance within a literary genre that inherently possesses a vast and undifferentiated audience, such as the popular novel during certain decades of the mid-19th century. For Balzac and Dickens, the project of a new society of readers coincides with the emergence of a new social structure; in Dostoevsky and Tolstoy, it increasingly becomes a messianic pedagogical project.

1321

Ma direi che è necessario distinguere il romanzo popolare (quale si è sviluppato nel Settecento e Ottocento fino alle sue specializzazioni odierne) dal romanzo di successo, nell’accezione che ha assunto oggi il best seller, il libro di moda di una stagione o di un’annata. Mentre il romanzo popolare è basato sul funzionamento oggettivo della macchina narrativa, e ha anche nei suoi esempi più illustri un carattere quasi di produzione anonima che lo apparenta alle mitologie (e come tale è campo di studio prediletto delle nuove analisi narratologiche), il best seller come lo si intende oggi sia in America che in Europa è tutto il contrario: anziché sull’oggettività e impersonalità si basa sulla pretenziosa e vaga soggettività dell’autore che trabocca nella pretenziosa e vaga soggettività dei lettori, in una melassa di «umanità». Esso si basa su un errore di metodo che confina con la ruffianeria morale: credere che entità non ben definite come l’umanità, la vita, le passioni, i sentimenti possano passare direttamente nella carta scritta. Il romanzo di successo così concepito può interessare soprattutto il sociologo per il suo rilevamento in negativo della cattiva coscienza sociale.

1321

Yet I would argue it is necessary to distinguish the popular novel (as it developed from the 18th to the 19th century, up to its modern specializations) from the best-selling novel in the sense it has assumed today—the fashionable book of a season or a year. While the popular novel is based on the objective workings of the narrative machinery and even in its most illustrious examples retains an almost anonymous quality akin to mythologies (making it a favored subject for new narratological analyses), the modern best seller, whether in America or Europe, is entirely the opposite: rather than objectivity and impersonality, it relies on the pretentious, vague subjectivity of the author spilling into the pretentious, vague subjectivity of readers, forming a mush of "humanity." It rests on a methodological error bordering on moral pandering: the belief that ill-defined entities like humanity, life, passions, or emotions can transfer directly onto the written page. A best seller conceived in this way may primarily interest the sociologist as a negative indicator of social bad faith.

1322

Questa distinzione tra romanzo popolare e romanzo di successo va fatta perché è un romanzo popolare che Elsa Morante (dato che è di lei che si continua a discutere) ha voluto scrivere, un romanzo che abbia come primi lettori proprio i non lettori, quelli che non leggono nemmeno i romanzi di successo, gli esclusi dalla lettura. La possibilità di scrivere un romanzo popolare di questo tipo è un’ipotesi di grande stimolo intellettuale e tecnico a cui molti o forse tutti gli scrittori hanno pensato almeno per un momento e l’hanno scartata perché subito vengono alla mente dieci o venti buone ragioni storico-sociologiche o esistenziali per non farne niente. Il primo punto da discutere sul libro della Morante è se esso costituisce veramente una proposta di romanzo popolare d’oggi. Ciò che in questo libro più m’interessa è il ricorso al romanzesco che vorrei avesse molto più sviluppo. Ma a questo si sovrappone un altro aspetto, di rapsodia della letteratura italiana sulla Seconda guerra mondiale, che mi tocca da un altro punto di vista, perché si richiama alle prime esperienze letterarie postbelliche della nostra generazione. Non ho qui lo spazio per motivare il mio ammirato rispetto professionale e la distanza che mi separa dalla poetica di Elsa Morante. Mi basti dire che secondo me il vero termine di confronto è I miserabili (altra operazione volutamente «fuori tempo») come modello di summa del romanzesco popolare e di rapsodia dell’epos storico-sociale. La commozione è un ingrediente necessario di una operazione di questo tipo, ma in Victor Hugo l’accettiamo proprio perché è espressa in termini apertamente melodrammatici.

1322

This distinction between the popular novel and the best seller is necessary because Elsa Morante (since the discussion continues to center on her) intended to write a popular novel—one whose first readers would be precisely non-readers, those who do not even read best sellers, those excluded from reading. The possibility of writing such a popular novel represents a hypothesis of great intellectual and technical stimulus, an idea many or perhaps all writers have considered at least briefly before dismissing it, as ten or twenty valid historical-sociological or existential reasons against it immediately come to mind. The first point to discuss regarding Morante's book is whether it truly constitutes a proposal for a popular novel of our time. What most interests me in this work is its recourse to the novelistic, which I wish had been developed far more extensively. Yet overlaying this is another aspect: a rhapsody of Italian literature on the Second World War, which touches me from a different angle, as it recalls the early postwar literary experiences of our generation. I lack the space here to elaborate on my admiring professional respect and the distance separating me from Elsa Morante's poetics. Let me simply say that, in my view, the true point of comparison is Les Misérables (another deliberately "untimely" endeavor) as a model of both a summation of popular novelistic elements and a rhapsody of socio-historical epic. Emotion is a necessary ingredient in such an undertaking, but in Victor Hugo, we accept it precisely because it is expressed through overtly melodramatic terms.

1323

Ciò che oggi è in discussione è la presunzione che il pathos narrativo rappresenti la «vita» o «l’umanità», o i «sentimenti» o il «dolore» o la «verità».

1323

What is under discussion today is the presumption that narrative pathos represents "life" or "humanity," or "emotions" or "suffering" or "truth."

1324

Oggi sentiamo che far ridere il lettore, o fargli paura, sono procedimenti letterari onesti; farlo piangere, no. Perché nel far piangere ci sono pretese che il far ridere o il far paura non hanno. Cosa fare allora?

1324

Today we feel that making readers laugh or frightening them are honest literary procedures; making them cry is not. For in eliciting tears, there are pretensions absent from laughter or fear. What then is to be done?

1325

Guardarsi bene dall’essere «umani» nello scrivere? Siamo in molti ormai a pensarla così; ma non è che aggirare l’ostacolo. La vera riuscita sarebbe quella di chi sapesse affrontare l’insieme di procedimenti e di effetti di tecnica letteraria della commozione, e cercare di capire cosa sono, cosa significano, come funzionano, perché comunicano qualcosa che molti lettori credono di riconoscere. A una chiara coscienza tecnica di questi procedimenti letterari forse potrebbe corrispondere un nuovo uso del pathos come pedagogia morale non mistificante. Il nodo di una futura possibile letteratura popolare è lì: ma siamo molto lontani dal saperlo risolvere.

1325

Take great care not to be "humane" in writing? Many of us now think this way, but that is merely evading the problem. True success would belong to those who confront the entire set of procedures and effects within the literary technique of emotion, seeking to understand what they are, what they signify, how they function, and why they communicate something many readers believe they recognize. A clear technical awareness of these literary procedures might correspond to a new use of pathos as non-mystifying moral pedagogy. The crux of a future possible popular literature lies there—but we remain far from knowing how to resolve it.

1327

Gli dèi della città

1327

The Gods of the City

1328

«Nuovasocietà», n. 67, 15 novembre 1975. Intervento in un’inchiesta pubblicata successivamente in volume: Com’è bella la città, Stampatori, Torino 1977.

1328

«Nuovasocietà», no. 67, November 15, 1975. Contribution to an inquiry later published in the volume: How Beautiful the City Is, Stampatori, Turin 1977.

1329

Per vedere una città non basta tenere gli occhi aperti. Occorre per prima cosa scartare tutto ciò che impedisce di vederla, tutte le idee ricevute, le immagini precostituite che continuano a ingombrare il campo visivo e la capacità di comprendere. Poi occorre saper semplificare, ridurre all’essenziale l’enorme numero d’elementi che a ogni secondo la città mette sotto gli occhi di chi la guarda, e collegare i frammenti sparsi in un disegno analitico e insieme unitario, come il diagramma d’una macchina, dal quale si possa capire come funziona.

1329

To see a city, keeping one's eyes open is not enough. First, one must discard everything that obstructs vision—all received ideas, preconceived images that continue to clutter the visual field and the capacity for understanding. Then one must know how to simplify, reducing the enormous number of elements the city places before our eyes at every moment to their essentials, connecting scattered fragments into an analytical yet unified design, like the diagram of a machine from which we can deduce how it functions.

1330

Il paragone della città con la macchina è nello stesso tempo pertinente e fuorviante. Pertinente perché una città vive in quanto funziona, cioè serve a viverci e a far vivere. Fuorviante perché a differenza delle macchine che sono create in vista d’una determinata funzione, le città sono tutte o quasi il risultato d’adattamenti successivi a funzioni diverse, non previste dal loro impianto precedente. (Penso alle città italiane, con la loro storia di secoli o di millenni.)

1330

The comparison of the city to a machine is at once pertinent and misleading. Pertinent because a city lives insofar as it functions—that is, serves as a place to live and enable living. Misleading because unlike machines, which are created for a determined purpose, cities are nearly all the result of successive adaptations to unforeseen functions, unanticipated by their prior configurations. (I am thinking of Italian cities, with their histories spanning centuries or millennia.)

1331

Più che quello con la macchina, è il paragone con l’organismo vivente nell’evoluzione della specie, che può dirci qualcosa d’importante sulla città: come nel passare da un’era all’altra le specie viventi adattano i loro organi a nuove funzioni o scompaiono, così le città. E non bisogna dimenticare che nella storia dell’evoluzione ogni specie si porta dietro caratteri che sembrano relitti di altre ere in quanto non corrispondono più a necessità vitali, ma che magari un giorno, in mutate condizioni ambientali, saranno quelli che salveranno la specie dall’estinzione. Così la forza della continuità d’una città può consistere in caratteri ed elementi che oggi sembrano prescindibili perché dimenticati o contraddetti dal suo funzionamento odierno.

1331

More apt than the machine analogy is the comparison to living organisms in species evolution, which can tell us something important about cities: just as living species adapt their organs to new functions or face extinction when passing from one era to another, so too with cities. And we must not forget that in evolutionary history, every species carries traits that appear as relics from other eras, no longer corresponding to vital needs—traits that may one day, under altered environmental conditions, save the species from extinction. Thus, the strength of a city's continuity may reside in characteristics and elements that today seem dispensable because forgotten or contradicted by its current functioning.

1332

Lento e rapido che sia, ogni movimento in atto nella società deforma e riadatta – o degrada irreparabilmente – il tessuto urbano, la sua topografia, la sua sociologia, la sua cultura istituzionale e la sua cultura di massa (diciamo: la sua antropologia). Crediamo di continuare a guardare la stessa città, e ne abbiamo davanti un’altra, ancora inedita, ancora da definire, per la quale valgono «istruzioni per l’uso» diverse e contraddittorie, eppure applicate, coscientemente o meno, da gruppi sociali di centinaia di migliaia di persone.

1332

Whether slow or rapid, every ongoing movement in society deforms and readapts — or irreparably degrades — the urban fabric, its topography, its sociology, its institutional culture and mass culture (let us say: its anthropology). We believe we continue to gaze upon the same city, yet before us lies another, still unexpressed, still awaiting definition, for which contradictory "instructions for use" apply — instructions nonetheless implemented, consciously or not, by social groups numbering hundreds of thousands.

1333

Le trasformazioni degli agglomerati urbani a seguito della rivoluzione industriale, nell’Inghilterra della prima metà dell’Ottocento, furono incontrollate e catastrofiche, e condizionarono la vita di milioni e milioni di persone; ma dovevano passare decenni prima che gli inglesi si rendessero conto esattamente di cosa stava succedendo. Dickens, che fu forse il primo a sentire il clima di quest’epoca negli aspetti spettrali di Londra e nei contraccolpi sui destini individuali, non registra mai immagini che si riferiscano direttamente alla condizione operaia. Neanche quando deve descrivere una sua visita a Manchester, dove i quartieri operai e il lavoro nelle fabbriche tessili offrono il quadro più drammatico, riesce a dire quello che ha visto, come se una censura interna l’avesse cancellato dalla sua mente.

1333

The transformations of urban centers following the Industrial Revolution in early 19th-century England were uncontrolled and catastrophic, shaping the lives of millions. Yet decades would pass before the English fully grasped what was occurring. Dickens, perhaps the first to sense this era's atmosphere through London’s spectral aspects and their reverberations on individual destinies, never directly records images of the working-class condition. Even when describing his visit to Manchester — where factory labor and workers' quarters offered the most dramatic tableau — he fails to articulate what he witnessed, as if an internal censorship had erased it from his mind.

1334

Poco dopo è Carlyle a visitare Manchester: la sensazione che gli resta più impressa e che ritornerà più volte nella sua opera, dapprima con accenti di angoscia, e poi d’esaltazione, è l’improvviso fragore che lo risveglia all’alba, e di cui lì per lì non comprende l’origine: le migliaia di telai che vengono messi in moto tutt’insieme.

1334

Shortly thereafter, Carlyle visits Manchester: the impression that most startles him, recurring in his work first with anguish then exaltation, is the sudden roar awakening him at dawn, whose origin he initially cannot discern — the simultaneous startup of thousands of looms.

1335

Bisognerà attendere che un giovane tedesco, figlio del proprietario d’una di quelle fabbriche tessili, scriva un saggio famoso, perché Manchester, quella Manchester, diventi il modello più tipico e più negativo di città industriale. Perché solo lui, Friedrich Engels, riunisce in sé parecchie condizioni che gli altri non avevano: uno sguardo che proviene dall’esterno (in quanto straniero) ma anche dall’interno (in quanto appartenente al mondo dei padroni), un’attenzione al «negativo» propria della filosofia di Hegel in cui s’è formato, una determinazione critica e demistificatoria cui lo porta l’orientamento socialista.

1335

We must await a young German, son of a textile factory owner, to write a famous essay before that Manchester emerges as the quintessential — and most negative — model of an industrial city. Only Friedrich Engels, uniting several conditions others lacked, achieves this: an outsider’s gaze (as a foreigner) yet insider’s perspective (as part of the owner class), a Hegelian-trained attention to "negativity," and a critical, demystifying determination fueled by socialist leanings.

1336

Sto riassumendo il libro recente di uno studioso americano (Steven Marcus, Engels, Manchester and the Working Class, Random House, 1974)1 che ricostruisce come il giovane Engels riesca nel suo primo libro a vedere e a descrivere quello che gli altri avevano sotto gli occhi ma cancellavano dalle loro menti. L’intento di Steven Marcus – un critico letterario che applica con intelligenza la sua indagine a testi extraletterari –, è quello di rintracciare la genesi di un’immagine insieme visuale e concettuale, che appena viene espressa appare subito evidente e incontrovertibile, ma che è il risultato d’un processo conoscitivo non così ovvio e «naturale» come sembra.

1336

I summarize here a recent study by American scholar Steven Marcus (Engels, Manchester and the Working Class, Random House, 1974)1, which reconstructs how young Engels succeeded in his first book to see and describe what others had before their eyes yet erased from consciousness. Marcus — a literary critic applying his acumen to extra-literary texts — seeks to trace the genesis of an image both visual and conceptual: once expressed, it appears self-evident, yet emerges from a cognitive process far less obvious and "natural" than it seems.

1337

L’esempio di Manchester studiato da Marcus mi serve come illustrazione retrospettiva dell’idea che stavo cercando di mettere a fuoco riferendomi all’oggi. Penso alle tante città italiane che in questi mesi sembra stiano tornando a guardarsi in faccia, dopo anni attraversati come alla cieca. Nuove amministrazioni succedono al malgoverno durato decenni interi: un lungo periodo che ha visto l’urbanizzazione di masse enormi, senza alcun piano che prevedesse il loro inserimento, un’epoca in cui la forza degli interessi particolari palesi o nascosti ha corroso ogni progetto di sviluppo sensato. È con occhi nuovi che oggi ci si pone a guardare la città, e ci si trova davanti agli occhi una città diversa, dove composizione sociale, densità d’abitanti per metro quadrato costruito, dialetti, morale pubblica e familiare, divertimenti, stratificazioni del mercato, modi di ingegnarsi a sopperire alle deficienze dei servizi, di morire o sopravvivere negli ospedali, di imparare nelle scuole o per la strada, sono elementi che si compongono in una mappa intricata e fluida, difficile a ricondurre all’essenzialità d’uno schema. Ma è di qui che bisogna partire per capire – primo – come la città è fatta, e – secondo – come la si può rifare.

1337

Marcus’s Manchester case study serves as retrospective illustration for ideas I aim to clarify regarding today. I consider Italy’s many cities now reexamining themselves after years of blind traversal. New administrations follow decades of misrule — an era witnessing mass urbanization without integration plans, where overt and covert private interests corroded all sensible development projects. With fresh eyes, we confront a transformed city: its social composition, population density per square meter, dialects, public and domestic morals, entertainments, market stratifications, and survival tactics amid deficient services compose an intricate, fluid map resistant to schematic reduction. Yet here we must begin to understand — first — the city’s existing form, and — second — how to reshape it.

1338

Infatti, la chiaroveggenza critica della negatività d’un processo ormai avanzato non può oggi bastarci: questo tessuto con le sue parti vitali (anche se solo d’una vitalità biologica e non razionale) e con le sue parti disgregate o cancerose è il materiale da cui la città di domani prenderà forma, in bene o in male, secondo il nostro intento se avremo saputo vedere e intervenire oggi, o contro di esso nel caso contrario. Tanto più l’immagine che trarremo dall’oggi sarà negativa, tanto più occorrerà proiettarci una possibile immagine positiva verso la quale tendere.

1338

Today, mere critical clairvoyance regarding advanced negative processes no longer suffices. This fabric — with its vital sectors (even if only biologically vital) and its disintegrating or cancerous parts — constitutes the raw material for tomorrow’s city, which will take shape for better or worse according to our present capacity to see and intervene. The more negative today’s image appears, the more urgently we must project a positive counterpart toward which to strive.

1339

Detto questo, sottolineata cioè la necessità di tener conto di come città diverse si succedono e si sovrappongono sotto uno stesso nome di città, occorre non perdere di vista quale è stato l’elemento di continuità che la città ha perpetuato lungo tutta la sua storia, quello che l’ha distinta dalle altre città e le ha dato un senso. Ogni città ha un suo «programma» implicito che deve saper ritrovare ogni volta che lo perde di vista, pena l’estinzione. Gli antichi rappresentavano lo spirito della città, con quel tanto di vaghezza e quel tanto di precisione che l’operazione comporta, evocando i nomi degli dèi che avevano presieduto alla sua fondazione: nomi che equivalevano a personificazioni d’attitudini vitali del comportamento umano e dovevano garantire la vocazione profonda della città, oppure personificazioni d’elementi ambientali, un corso d’acqua, una struttura del suolo, un tipo di vegetazione, che dovevano garantire della sua persistenza come immagine attraverso tutte le trasformazioni successive, come forma estetica ma anche come emblema di società ideale. Una città può passare attraverso catastrofi e medioevi, vedere stirpi diverse succedersi nelle sue case, veder cambiare le sue case pietra per pietra, ma deve, al momento giusto, sotto forme diverse, ritrovare i suoi dèi.

1339

Having said this — having emphasized the need to acknowledge how successive cities overlay one another under a single name — we must not lose sight of the continuity each city perpetuates through its history: what distinguishes it from others and grants it meaning. Every city harbors an implicit "program" it must rediscover whenever obscured, lest it face extinction. Ancient peoples embodied the city’s spirit, with requisite vagueness and precision, by evoking gods presiding over its founding — names personifying vital human behavioral traits to guarantee the city’s deep vocation, or environmental elements (watercourses, landforms, vegetation) ensuring its persistence as aesthetic image and emblem of ideal society. A city may endure catastrophes and dark ages, see dynasties replace one another in its houses, witness stone-by-stone reconstruction — yet at crucial moments, under new forms, it must rediscover its gods.

1340

1. Trad. it.: Engels, Manchester e la classe lavoratrice, Einaudi, Torino 1980.

1340

1. Italian edition: Engels, Manchester e la classe lavoratrice, Einaudi, Turin 1980.

1342

Usi politici giusti e sbagliati della letteratura

1342

Right and Wrong Political Uses of Literature

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Right and wrong political uses of Literature, conferenza (scritta direttamente in inglese) letta ad Amherst (Massachusetts), il 25 febbraio 1976, in occasione d’un colloquio sulla politica europea indetto dall’European Studies Program dell’Amherst College. Inedita sia in inglese che in italiano.

1343

Right and wrong political uses of Literature, conference (originally written in English) delivered at Amherst College (Massachusetts) on 25 February 1976 during a colloquium on European politics organized by the European Studies Program. Unpublished in both English and Italian.

1344

Quando ho ricevuto l’invito a parlare al vostro Colloquio il mio primo pensiero è stato quello che mi viene abitualmente in casi come questo: ho cercato di ricordare se c’era qualche mio scritto recente su letteratura e politica che potessi leggervi, qualche intervento in uno dei numerosi dibattiti sull’argomento. E mi sono reso conto di non aver niente di pronto: da parecchi anni non m’era successo di scrivere o di dire nulla su questo tema.

1344

When I received the invitation to speak at your Colloquium, my first thought was the one that habitually comes to me in such cases: I tried to recall if there was any recent writing of mine on literature and politics that I could read to you, some intervention in one of the numerous debates on the subject. And I realized I had nothing prepared: for several years now, I had not written or said anything on this theme.

1345

A ripensarci, è molto strano. Gli anni della mia gioventù, a partire dal 1945 e per tutti gli anni Cinquanta e oltre, hanno avuto come problemi dominanti i rapporti tra lo scrittore e la politica. Potrei dire che ogni discussione girava intorno a questo punto. La mia generazione potrebbe essere definita come quella che ha cominciato a occuparsi di letteratura e di politica allo stesso tempo.

1345

Reflecting on this, it seems quite strange. The years of my youth, starting from 1945 and throughout the 1950s and beyond, were dominated by questions concerning the relationship between writers and politics. I could say that every discussion revolved around this point. My generation could be defined as the one that began to engage with literature and politics simultaneously.

1346

Negli ultimi anni invece mi è capitato spesso di preoccuparmi di come vanno le cose politiche e di come vanno le cose letterarie, ma quando penso alla politica penso solo alla politica e quando penso alla letteratura penso solo alla letteratura. Oggi affrontando queste due problematiche provo due sensazioni separate, e sono entrambe sensazioni di vuoto: il vuoto d’un progetto politico in cui io possa credere, e il vuoto d’un progetto letterario in cui io possa credere.

1346

In recent years, however, I have often found myself preoccupied with how political matters and literary matters are faring, but when I think of politics, I think only of politics, and when I think of literature, I think only of literature. Today, confronting these two problematics, I experience two separate sensations, both sensations of emptiness: the emptiness of a political project in which I can believe, and the emptiness of a literary project in which I can believe.

1347

Ma a un livello più profondo, sono consapevole che il nodo di rapporti tra politica e letteratura contro il quale abbiamo inciampato nella nostra gioventù non è ancora sciolto; nei suoi resti sfilacciati e logori ancora s’impigliano i nostri passi.

1347

Yet at a deeper level, I am aware that the knot of relations between politics and literature that we stumbled upon in our youth remains untied; in its frayed and worn remnants, our steps still become entangled.

1348

Ciò che è avvenuto durante gli anni Sessanta è qualcosa che ha cambiato in profondità molti dei concetti con cui avevamo avuto a che fare, anche se si continua a chiamarli con gli stessi nomi. Non sappiamo ancora cosa significherà tutto questo come effetti ultimi sul futuro della nostra società, ma già sappiamo che c’è stata una rivoluzione della mente, una svolta intellettuale. Se dovessimo dare una definizione sintetica di questo processo, potremmo dire che l’idea di uomo come soggetto della storia è finita, e che l’antagonista che ha detronizzato l’uomo si deve ancora chiamare uomo, ma un uomo ben diverso da prima: il che significa il genere umano dei «grandi numeri» in crescita esponenziale in tutto il pianeta, l’esplosione delle metropoli, l’ingovernabilità della società e dell’economia a qualsiasi sistema esse appartengano, la fine dell’eurocentrismo economico e ideologico, e la rivendicazione di tutti i diritti da parte degli esclusi, dei repressi, dei dimenticati, degli inarticolati. Tutti i parametri, le categorie, le antitesi che usavamo per definire, classificare, progettare il mondo sono messi in questione. Non solo quelli più legati a valori storici, ma anche quelli che sembravano essere categorie antropologiche stabili: ragione e mito, lavoro ed esistenza, maschio e femmina, e perfino le polarità delle topologie più elementari: affermazione e negazione, sopra e sotto, soggetto e oggetto.

1348

What occurred during the 1960s was something that profoundly altered many of the concepts we had grappled with, even as we continue to call them by the same names. We do not yet know what all this will ultimately mean for the future of our society, but we already recognize that there has been a revolution of the mind, an intellectual turning point. If we were to offer a concise definition of this process, we might say that the idea of man as the subject of history has ended, and that the antagonist who has dethroned man must still be called man—but a man profoundly different from before: the human species as "great numbers" exponentially proliferating across the planet, the explosion of metropolises, the ungovernability of society and the economy under any system, the demise of economic and ideological Eurocentrism, and the reclamation of rights by the excluded, the repressed, the forgotten, the inarticulate. All the parameters, categories, and antitheses we once used to define, classify, and project the world are now called into question. Not only those most tied to historical values but even those that seemed to be stable anthropological categories: reason and myth, work and existence, male and female, and even the polarities of the most elementary topologies: affirmation and negation, above and below, subject and object.

1349

Negli ultimi anni le mie preoccupazioni sulla politica e sulla letteratura riguardano la loro insufficienza rispetto ai compiti che questi cambiamenti della nostra mente impongono.

1349

In recent years, my concerns about politics and literature pertain to their inadequacy in facing the tasks imposed by these transformations in our consciousness.

1350

Forse dovrei per prima cosa definire meglio la situazione nel nostro microcosmo domestico della letteratura italiana, per spiegare quello che gli anni Sessanta hanno portato di nuovo.

1350

Perhaps I should first clarify the situation within our domestic microcosm of Italian literature to explain what the 1960s brought anew.

1351

Durante gli anni Cinquanta, la letteratura italiana e specialmente il romanzo ambivano di rappresentare la coscienza etica e sociale dell’Italia contemporanea. Durante gli anni Sessanta questa pretesa fu attaccata su due fronti. Sul fronte della forma letteraria, o meglio su un fronte che non era solo formale ma anche epistemologico ed escatologico, ci fu la nuova avanguardia che attaccò e contestò la narrativa italiana accusandola d’essere sentimentale, antiquata, ipocritamente consolatoria: solo una rottura violenta nel linguaggio, nello spazio e nel tempo narrativi poteva rappresentare la contemporaneità e demistificarne le illusioni.

1351

During the 1950s, Italian literature—particularly the novel—aspired to represent the ethical and social consciousness of contemporary Italy. In the 1960s, this pretense came under attack on two fronts. On the formal literary front, or rather a front that was not merely formal but also epistemological and eschatological, the new avant-garde assailed and contested Italian narrative, accusing it of being sentimental, antiquated, and hypocritically consolatory: only a violent rupture in language, narrative space, and time could represent contemporaneity and demystify its illusions.

1352

Allo stesso tempo, sul fronte della critica politicamente impegnata l’ala più radicale dei critici attaccava e distruggeva la pretesa esemplarità della letteratura impegnata, accusandola di populismo.1 Anche su questo fronte dunque, si preparava il terreno alla rivincita dell’avanguardia, o comunque della letteratura della negazione, cioè di quell’atteggiamento letterario che non pretende di dare un insegnamento positivo ma solo d’esser un segnale del punto in cui siamo.

1352

Simultaneously, on the front of politically engaged criticism, the most radical wing of critics attacked and dismantled the exemplary claims of committed literature, denouncing it as populist.1 Here too, the ground was thus prepared for the resurgence of the avant-garde, or at least of the literature of negation—that literary attitude which does not claim to offer positive instruction but only to signal where we currently stand.

1353

Accanto a questi due fronti d’attacco ne devo considerare un terzo e non meno importante: il retroterra culturale della letteratura italiana s’andava rinnovando completamente: la linguistica, la teoria dell’informazione, la sociologia dei mass-media, l’etnologia e l’antropologia, lo studio strutturale dei miti, la semiologia, un uso rinnovato della psicoanalisi, un uso rinnovato del marxismo divennero gli strumenti abituali per smontare l’oggetto letterario e scomporlo nei suoi elementi primari.

1353

Alongside these two fronts of attack, I must consider a third, no less significant one: the cultural underpinnings of Italian literature were undergoing complete renewal. Linguistics, information theory, mass-media sociology, ethnology and anthropology, the structural study of myths, semiology, a revitalized application of psychoanalysis, and a revitalized use of Marxism became standard tools for dismantling the literary object and breaking it down into its primary elements.

1354

Io credo che in quel momento la letteratura si sia trovata in una situazione più che mai promettente. Il terreno veniva sgombrato dai grossi equivoci che avevano pesato sui dibattiti del dopoguerra. La destrutturazione dell’opera letteraria poteva aprire la via a una nuova valutazione e a una nuova strutturazione. Cosa ne è venuto fuori? Niente, o proprio il contrario di ciò che ci si poteva aspettare. E questo per motivi tanto interni quanto esterni al movimento letterario.

1354

I believe literature found itself in an exceptionally promising situation at that moment. The terrain was being cleared of the major misunderstandings that had weighed on postwar debates. The destructuring of literary works could pave the way for new evaluations and new structurings. What emerged from this? Nothing, or precisely the opposite of what might have been expected. This resulted from factors both internal and external to the literary movement.

1355

Il nuovo radicalismo politico degli studenti del Sessantotto è stato caratterizzato in Italia da un rifiuto della letteratura. Non era la letteratura della negazione che veniva proposta, ma la negazione della letteratura. La letteratura era accusata soprattutto d’essere una perdita di tempo contrapposta alla sola cosa importante: l’azione. Che il culto dell’azione fosse innanzi tutto un vecchio mito letterario fu compreso – o sta per essere compreso – molto lentamente.

1355

The new political radicalism of 1968 student movements in Italy was characterized by a rejection of literature. What was proposed was not the literature of negation, but the negation of literature. Literature stood accused above all of being a waste of time compared to the only thing that mattered: action. That the cult of action was first and foremost an old literary myth came to be understood—or is beginning to be understood—very slowly.

1356

Vorrei dire che questo atteggiamento non era del tutto sbagliato: significava rifiuto d’una mediocre letteratura cosiddetta sociale, rifiuto d’un’immagine sbagliata dello scrittore impegnato; ci si avvicinava così in qualche modo a una giusta valutazione della funzione sociale della letteratura, più che attraverso qualsiasi fasullo culto letterario tradizionale.

1356

I would argue this attitude was not entirely wrong: it signified a rejection of mediocre so-called social literature, a rejection of a false image of the engaged writer; in this way, it approached a proper evaluation of literature’s social function more closely than any hollow traditional literary cult ever could.

1357

Ma era – sto parlando al passato perché credo che qualcosa sia già cambiato, – anche un segno d’autolimitazione, di ristrettezza d’orizzonti, d’incapacità di vedere la complessità delle cose.

1357

But it was—I speak in the past tense because I believe something has already changed—also a sign of self-limitation, narrow horizons, an inability to perceive the complexity of things.

1358

Quando i politici e i politicizzati s’interessano troppo alla letteratura è un brutto segno – brutto segno soprattutto per la letteratura – perché è allora che la letteratura è più in pericolo. Ma è un brutto segno anche quando non ne vogliono sentir parlare – e questo succede tanto agli uomini politici borghesi più tradizionalmente ottusi quanto ai rivoluzionari più ideologizzanti –, un brutto segno soprattutto per loro, perché dimostrano di temere ogni uso del linguaggio che mette in questione la certezza del loro linguaggio.

1358

When politicians and the politically obsessed take excessive interest in literature, it bodes ill—primarily for literature itself, which then faces greater danger. But it also bodes ill when they refuse to hear it mentioned—a tendency found both among traditionally obtuse bourgeois politicians and the most ideological revolutionaries—primarily for them, as it shows their fear of any linguistic practice that questions the certainty of their own discourse.

1359

Comunque sia, l’appuntamento tra le due nuove avanguardie, letteraria e politica, non avvenne. L’avanguardia letteraria risentì della perdita delle potenziali riserve di lettori che s’attendeva. E i già sconfitti scrittori degli anni Cinquanta rioccuparono le loro posizioni. La letteratura non può lasciare posti vuoti senza che vengano occupati: nel peggiore dei casi dai cattivi scrittori, e nel migliore da scrittori di tipo tradizionale.

1359

In any case, the anticipated encounter between the two new avant-gardes—literary and political—never materialized. The literary avant-garde suffered from the loss of its anticipated reserve of readers. Meanwhile, the already defeated writers of the 1950s reclaimed their positions. Literature cannot leave vacancies unfilled: in the worst cases, they are occupied by bad writers; in the best, by traditionalist authors.

1360

Negli anni più recenti, tutti gli atteggiamenti più semplicistici in politica hanno fallito e si è allargata la coscienza della complessità della società in cui viviamo, anche se nessuno può pretendere d’avere una soluzione in tasca. La situazione italiana d’oggi è da una parte di crescente deterioramento e corruzione del nostro quadro istituzionale – e dall’altra parte d’una maturazione collettiva e d’una ricerca di vie d’autogoverno.

1360

In more recent years, all simplistic political postures have failed, and awareness of our society’s complexity has expanded, though no one can claim to hold a ready solution. Italy’s current situation presents on one hand a growing deterioration and corruption of our institutional framework—and on the other, a collective maturation and search for paths to self-governance.

1361

Qual è il posto della letteratura in tale situazione? Devo dire che la situazione non è meno confusa in questo campo che in quello politico. Esiste un esteso pubblico nazionale per il romanzo italiano, e questo avviene soprattutto quando esso tratta di politica e di storia recente, non nel modo didattico di trent’anni fa ma in modo problematico. E d’altra parte c’è la pressione dei mass-media che spinge lo scrittore a scrivere sui giornali, a partecipare alle tavole rotonde televisive, a dare la sua opinione su qualsiasi cosa egli possa sapere o non sapere. Allo scrittore viene data la possibilità di occupare lo spazio vacante d’un discorso politico intellegibile. Ma questo compito si presenta troppo facile (è troppo facile pronunciare affermazioni generali senza alcuna responsabilità pratica) mentre dovrebb’essere il più difficile che uno scrittore possa affrontare. Più il linguaggio politico diventa astratto e stanco, più si avverte una domanda inespressa di un linguaggio diverso, più personale e diretto. Anche più provocatorio: la provocazione è la funzione pubblica più richiesta nell’Italia d’oggi. La vita e la morte e la vita postuma di Pasolini hanno consacrato il ruolo dello scrittore come provocatore.

1361

What is literature’s place in this context? I must say the situation in this field is no less confused than in politics. An extensive national audience exists for the Italian novel, particularly when it addresses politics and recent history—not in the didactic mode of thirty years ago, but in a problematic key. Conversely, there is pressure from mass media pushing writers to publish in newspapers, participate in televised debates, and voice opinions on matters they may or may not understand. Writers are offered the chance to occupy the vacant space of intelligible political discourse. But this task presents itself as too easy (it costs little to make sweeping statements without practical responsibility) when it should be the most difficult challenge a writer could confront. As political language grows more abstract and weary, there emerges an unspoken demand for a different language—more personal and direct. Even more provocative: provocation has become the most sought-after public function in today’s Italy. The life, death, and posthumous existence of Pasolini consecrated the writer’s role as provocateur.

1362

In tutto questo c’è un errore di fondo. Ciò che si chiede allo scrittore è di garantire la sopravvivenza di quel che si chiama umano in un mondo dove tutto si presenta inumano: garantire la sopravvivenza di un discorso umano per consolarci della perdita d’umanità d’ogni altro discorso e rapporto. E cosa s’intende per umano? Di solito, ciò che è umorale, emozionale, ingenuo, non rigoroso. È molto raro il caso di qualcuno che creda in un rigore della letteratura, superiore e contrapposto al falso rigore dei linguaggi che oggi guidano il mondo.

1362

At the root of this lies a fundamental error. What is demanded of writers is to guarantee the survival of what is called the human in a world where everything appears inhuman: to preserve human discourse as consolation for the loss of humanity in all other forms of speech and relation. But what is meant by human? Typically, what is humorally emotional, naive, non-rigorous. Rarely does one encounter belief in a literary rigor superior and opposed to the false rigor of the languages currently governing the world.

1363

Il premio Nobel è andato quest’anno a Eugenio Montale, ma pochi ricordano oggi che la forza della sua poesia è consistita nel suo parlare a bassa voce senza enfasi di nessun tipo, con un tono dimesso e dubbioso. Proprio per questa via egli si è fatto ascoltare da molti e la sua presenza ha avuto un forte impatto su tre generazioni di lettori. È così che la letteratura scava la sua strada: la sua «efficienza», il suo «potere», se esistono, sono di questo tipo.

1363

This year’s Nobel Prize went to Eugenio Montale, though few now recall that the power of his poetry lay in its speaking in a low voice without any emphasis, in a subdued and doubting tone. Precisely through this approach, he reached multitudes of listeners, his presence leaving a strong imprint on three generations of readers. This is how literature carves its path: its “efficacy,” its “power,” if such exist, operate in this manner.

1364

La società d’oggi invece chiede allo scrittore di alzare la voce se vuol essere ascoltato, di proporre idee di effetto sul pubblico, di estremizzare ogni sua reazione istintiva. Ma anche le affermazioni più sensazionali ed esplosive passano sopra la testa dei lettori: tutto è come niente, come il rumore del vento; i commenti sono tutt’al più uno scuotere il capo come alla monelleria d’un ragazzo; tutti sanno che le parole sono solo parole e non producono alcun attrito col mondo intorno, non implicano alcun pericolo né per lo scrittore né per il lettore. Nell’oceano delle parole, stampate o trasmesse, le parole del poeta o dello scrittore si perdono.

1364

Today’s society instead demands that writers raise their voices to be heard, propose sensational ideas for public impact, and amplify every instinctive reaction to extremes. Yet even the most explosive and sensational statements soar over readers’ heads: everything becomes as nothing, like the wind’s noise; responses at most amount to head-shaking at a schoolboy’s mischief. Everyone knows words are merely words, generating no friction with the surrounding world, posing no danger to writer or reader. In the ocean of printed and transmitted words, the poet’s or writer’s voice drowns.

1365

Questo è il paradosso del potere della letteratura: sembra che solo dove la letteratura è perseguitata essa mostri i suoi veri poteri, sfidando l’autorità, mentre nella nostra società permissiva essa sente d’essere usata solo per creare un qualche gradevole contrasto, in una generale inflazione verbale. (Eppure, dovremmo essere così pazzi da lamentarcene? Volesse il cielo che anche le dittature capissero che per sbarazzarsi dei pericoli della parola scritta il sistema migliore è quello di considerarla una cosa che non conta nulla!)

1365

This is the paradox of literature’s power: it seems only where literature is persecuted does it reveal its true force, defying authority, while in our permissive society it feels reduced to creating pleasant contrasts amid general verbal inflation. (And yet, should we be so foolish as to complain? If only dictatorships too would realize that the best way to neutralize the dangers of the written word is to treat it as trivial!)

1366

Per prima cosa dobbiamo ricordarci che dove gli scrittori sono perseguitati ciò significa che non solo la letteratura è perseguitata ma sono vietati anche molti altri tipi di discorso e di pensiero (e di pensiero politico innanzitutto). La narrativa, la poesia, la critica letteraria acquistano in quei paesi uno speciale peso specifico politico in quanto dànno voce a tutti coloro che sono senza voce. Noi che viviamo in una condizione di libertà letteraria sappiamo che questa libertà implica una società che si muove, dove molte cose stanno cambiando (in meglio o in peggio, questo è un altro problema) e anche in questo caso ciò che è in questione è il rapporto tra il messaggio letterario e la società, o più precisamente tra il messaggio e la possibile creazione d’una società che lo riceva. Questa è la relazione che conta, non quella con l’autorità politica, oggi che i governanti non possono dire di tener in mano la direzione della società, né nelle democrazie né nei regimi autoritari di destra o di sinistra. La letteratura è uno degli strumenti di autoconsapevolezza d’una società, non certo il solo, ma uno strumento essenziale perché le sue origini sono connesse alle origini di vari tipi di conoscenza, di vari codici, di varie forme del pensiero critico.

1366

First, we must remember that where writers are persecuted, it signifies not only literature’s suppression but also the banning of many other forms of discourse and thought (political thought foremost). Fiction, poetry, literary criticism gain special political gravity in such nations by giving voice to the voiceless. We who enjoy literary freedom know this liberty implies a society in motion—where much is changing (for better or worse is another matter)—and here too, what matters is the relationship between literary messaging and society, or more precisely, between the message and the potential creation of a society capable of receiving it. This is the vital relationship, not that with political authority, now that rulers—whether in democracies or authoritarian regimes—can no longer claim to steer society. Literature is one instrument of a society’s self-awareness, not the sole one but essential, for its origins intertwine with the birth of diverse knowledges, codes, and forms of critical thought.

1367

Insomma ciò che io credo è che ci siano due modi sbagliati di considerare una possibile utilità politica della letteratura.

1367

In short, I believe there are two misguided ways to consider literature’s potential political utility.

1368

Il primo è di pretendere che la letteratura debba illustrare una verità già posseduta dalla politica, cioè credere che l’insieme dei valori della politica sia qualcosa che viene prima e a cui la letteratura deve semplicemente adattarsi. Quest’opinione implica un’idea di letteratura come qualcosa di ornamentale e superfluo, ma implica anche un’idea di politica come qualcosa di fisso e sicuro di sé, idea che sarebbe disastrosa. Credo che una simile funzione di pedagogia politica si può concepire solo al livello di cattiva letteratura e di cattiva politica.

1368

The first is to demand that literature illustrate truths already held by politics—that is, to view the totality of political values as preexisting dogma to which literature must conform. This notion reduces literature to ornamentation while assuming politics to be fixed and self-assured, an outlook that would prove disastrous. Such a role of political pedagogy, I believe, can only thrive at the level of bad literature and worse politics.

1369

L’altro modo sbagliato è quello di vedere la letteratura come un assortimento di eterni sentimenti umani, come la verità d’un linguaggio umano che la politica tende a dimenticare e che va dunque ricordata ogni tanto. Questa concezione apparentemente lascia più spazio alla letteratura, ma in pratica le assegna un compito di conferma di ciò che già si sa, o magari d’ingenua provocazione elementare, col piacere giovanile della freschezza e della spontaneità. Dietro questa concezione c’è l’idea d’un insieme di valori stabiliti che la letteratura ha il compito di conservare; c’è un’idea classica e immobile d’una letteratura depositaria di una verità data. Se accetta di assumersi questo ruolo, la letteratura limita se stessa a una funzione di consolazione, conservazione, regressione, funzione che credo più dannosa che utile.

1369

The second misguided approach sees literature as a repository of eternal human emotions—a testament to some “human language” that politics tends to forget and must periodically be reminded of. This conception ostensibly grants literature more space but effectively assigns it the task of reaffirming what is already known, or perhaps of naive, elementary provocation, reveling in youthful spontaneity. Behind this lies the idea of fixed values that literature must preserve—a static, classical vision of literature as guardian of received truth. By accepting this role, literature confines itself to consolation, conservation, regression: functions I deem more harmful than helpful.

1370

Questo vuol dire che ogni uso politico della letteratura è sbagliato? No, credo che, come ci sono due modi sbagliati, così ce ne siano due giusti.

1370

Does this mean all political uses of literature are wrong? No. Just as there are two flawed approaches, I believe there are two valid ones.

1371

La letteratura è necessaria alla politica prima di tutto quando essa dà voce a ciò che è senza voce, quando dà un nome a ciò che non ha ancora un nome, e specialmente a ciò che il linguaggio politico esclude o cerca d’escludere. Intendo aspetti situazioni linguaggi tanto del mondo esteriore quanto del mondo interiore; le tendenze represse negli individui e nella società. La letteratura è come un orecchio che può ascoltare al di là di quel linguaggio che la politica intende; è come un occhio che può vedere al di là della scala cromatica che la politica percepisce. Allo scrittore, proprio per l’individualismo solitario del suo lavoro, può accadere d’esplorare zone che nessuno ha esplorato prima, dentro di sé o fuori; di fare scoperte che prima o poi risulteranno campi essenziali per la consapevolezza collettiva.

1371

Literature becomes necessary to politics first when it voices the voiceless, names the nameless—particularly what political language excludes or seeks to exclude. I refer to aspects, situations, and idioms of both outer and inner worlds: repressed tendencies in individuals and society. Literature acts as an ear hearing beyond politics’ intended frequencies, an eye seeing beyond its chromatic scale. The writer, through the solitary individualism of their work, may explore uncharted zones within or without, making discoveries that will eventually prove vital to collective awareness.

1372

Questa è ancora una utilità molto indiretta, non intenzionale, casuale. Lo scrittore segue la sua strada e il caso o le determinazioni sociali e psicologiche lo portano a scoprire qualcosa che può diventare importante anche per l’azione politica e sociale. È compito dell’osservatore politico-sociale non lasciare nulla al caso, applicare il proprio metodo al fatto letterario in modo da non lasciarsi sfuggire nulla.

1372

This remains an indirect, unintentional, almost accidental utility. The writer follows their path, and chance or socio-psychological forces lead them to uncover what may become crucial for political and social action. It falls to political-social observers to leave nothing to chance, applying their methods to literary phenomena so no insight escapes.

1373

Ma c’è anche, io credo, un altro tipo d’influenza, non so se più diretta ma certo più intenzionale da parte della letteratura, cioè la capacità d’imporre modelli di linguaggio, di visione, d’immaginazione, di lavoro mentale, di correlazione di fatti, insomma la creazione (e per creazione intendo organizzazione e scelta) di quel genere di modelli-valori che sono al tempo stesso estetici ed etici, essenziali in ogni progetto d’azione, specialmente nella vita politica.

1373

But there is another influence, I believe—perhaps more intentional—where literature imposes models of language, vision, imagination, mental labor, and fact correlation. By this I mean the creation (through organization and selection) of model-values that are simultaneously aesthetic and ethical, indispensable to any project of action, especially in political life.

1374

Ecco dunque che dopo aver escluso la pedagogia politica dalle funzioni letterarie, mi ritrovo ad affermare che credo in un tipo d’educazione attraverso la letteratura, un tipo d’educazione che può dare i suoi effetti solo se è difficile e indiretta, se implica l’arduo raggiungimento d’un rigore letterario.

1374

Thus, after dismissing political pedagogy from literature’s functions, I find myself asserting a belief in education through literature—an education effective precisely because it is arduous and oblique, demanding the hard-won attainment of literary rigor.

1375

Qualsiasi risultato raggiunto dalla letteratura, se rigoroso, può essere visto come un punto fermo per ogni attività pratica, per chi miri alla costruzione d’un ordine mentale così solido e complesso da contenere in sé il disordine del mondo, per chi tenda a stabilire un metodo così sottile e duttile da essere l’equivalente dell’assenza d’ogni metodo.

1375

Any achievement of literature, if rigorous, may stand as a fixed point for practical endeavors: for those aiming to construct a mental order solid and complex enough to contain the world’s disorder; for those seeking a method so subtle and pliant it equals the absence of all method.

1376

Ho parlato di due usi giusti ma ora ne individuo un terzo, che si collega al modo critico con cui la letteratura vede se stessa. Se un tempo la letteratura era vista come specchio del mondo, o come una diretta espressione di sentimenti, ora noi non riusciamo più a dimenticarci che i libri sono fatti di parole, di segni, di procedimenti di costruzione; non possiamo mai dimenticarci che ciò che i libri comunicano resta talvolta inconscio allo stesso autore, che i libri dicono talvolta qualcosa di diverso da ciò che si proponevano di dire, che in ogni libro c’è una parte che è dell’autore e una parte che è opera anonima e collettiva.

1376

I have spoken of two legitimate uses, but now I identify a third, connected to literature's critical self-awareness. Whereas literature was once seen as a mirror of the world or direct expression of emotions, we can no longer forget that books are made of words, signs, and constructive procedures; we must never forget that what books communicate often remains unconscious even to their authors, that books sometimes say something different from what they intended, that every book contains a part that belongs to the author and a part that is the work of anonymous and collective labor.

1377

Questo genere di consapevolezza non influenza solo la letteratura: può essere utile alla politica per farle scoprire quanto di essa è solo costruzione verbale, mito, topos letterario. La politica, come la letteratura, deve innanzitutto conoscere se stessa e diffidare di se stessa.

1377

This kind of awareness does not influence literature alone: it can prove useful to politics by revealing how much of politics itself is mere verbal construction, myth, topos. Politics, like literature, must first know itself and distrust itself.

1378

Come osservazione finale vorrei dire anche che se oggi è impossibile a chiunque sentirsi innocente, se in qualsiasi cosa che uno fa o dice possiamo scoprire una motivazione segreta, quella dell’uomo bianco, o del maschio, o del fruitore d’una certa rendita, o dell’appartenente a un dato sistema economico, o di chi soffre d’un certo complesso nevrotico, questo non dovrebbe portarci a un senso di colpa universale né a un universale atteggiamento d’accusa.

1378

As a final observation, I would add that while today no one can feel innocent—since in anything we do or say, we may uncover hidden motivations (those of the white man, the male, the beneficiary of certain privileges, the participant in a given economic system, or the sufferer of a neurotic complex)—this should not lead us to a universal sense of guilt or a wholesale accusatory stance.

1379

Quando ci rendiamo conto della nostra malattia o delle nostre motivazioni segrete, abbiamo già cominciato a metterle in crisi. Ciò che conta è il modo in cui accettiamo le nostre motivazioni e viviamo la loro crisi. E questa è l’unica possibilità che abbiamo per diventare diversi da come siamo, cioè l’unico modo di metterci ad inventare un modo nuovo di essere.

1379

When we recognize our maladies or secret motivations, we have already begun to undermine them. What matters is how we accept these motivations and live through their crisis. This is our only path to becoming different from what we are—the only way to begin inventing a new way of being.

1380

1. Si allude soprattutto al libro di Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo. Saggi sulla scrittura populista in Italia, Samonà e Savelli, Roma 1967.

1380

1. This alludes primarily to Alberto Asor Rosa’s book Scrittori e popolo. Saggi sulla scrittura populista in Italia [Writers and the People: Essays on Populist Writing in Italy], Samonà e Savelli, Rome 1967.

1382

La penna in prima persona
(Per i disegni di Saul Steinberg)

1382

The Pen in the First Person
(On the Drawings of Saul Steinberg)

1383

«Derrière le miroir», n. 224, maggio 1977. Traduzione francese di Jean Thibaudeau. Inedito in italiano. Il numero della pubblicazione della Galerie Maeght di Parigi che contiene questo mio testo è dedicato ai disegni di Saul Steinberg. Allusioni precise a disegni e a quadri di Steinberg si susseguono per tutto lo scritto.

1383

Published in French as "Derrière le miroir," no. 224, May 1977, translated by Jean Thibaudeau. Unpublished in Italian. This issue of the Galerie Maeght publication in Paris, dedicated to Saul Steinberg’s drawings, contains precise allusions to specific works by Steinberg throughout the text.

1384

Il primo a considerare gli strumenti e i gesti della propria attività come il vero soggetto dell’opera è stato un poeta, nel XIII secolo. Guido Cavalcanti scrive un sonetto in cui chi parla in prima persona sono le penne e gli strumenti per tagliarle e appuntarle, che si presentano fin dal primo verso:

1384

The first to consider the tools and gestures of their craft as the true subject of their work was a 13th-century poet. Guido Cavalcanti wrote a sonnet in which the speaking "I" belongs to the pens and pen-sharpening tools introduced in the opening lines:

1385

Noi siàn le triste penne isbigottite,

1385

Noi siàn le triste penne isbigottite,

1386

le cesoiuzze e ’l coltellin dolente…

1386

le cesoiuzze e ’l coltellin dolente…

1387

Il poeta («la man che ci movea») è troppo disperato per fare altra cosa che sospirare, e gli arnesi dello scrivere si rivolgono direttamente al lettore (forse alla lettrice, destinataria dei sonetti precedenti e dei sospiri attuali, oppure a una terza persona come testimone imparziale) chiedendo compassione.

1387

The poet ("la man che ci movea") is too despairing to do anything but sigh, and the writing implements appeal directly to the reader (perhaps to the female recipient of prior sonnets and present sighs, or to an impartial witness) for compassion.

1388

È un sonetto che parla di dolori quasi in ogni verso, eppure l’effetto, la musica, è un allegro con brio d’una straordinaria leggerezza.

1388

Though nearly every line speaks of sorrow, the sonnet’s effect—its music—is an allegro con brio of extraordinary lightness.

1389

Guido Cavalcanti apre con questi versi la poesia moderna. La apre e la chiude. Dopo di lui i poeti preferiscono dimenticarsi che mentre scrivono stanno scrivendo e non facendo qualcosa d’altro. Petrarca per più di trecento sonetti fa finta di credere che sta camminando per l’aperta campagna in preda a sofferenze e angosce, mentre invece è seduto tranquillo nel suo studio, con la sua gatta sulle ginocchia, cesellando i suoi versi con piena soddisfazione.

1389

With these verses, Guido Cavalcanti opens—and closes—modern poetry. After him, poets prefer to forget that while writing, they are writing rather than doing something else. For over three hundred sonnets, Petrarch pretends to believe he is wandering the open countryside consumed by anguish, when in reality he sits quietly in his study, a cat on his lap, meticulously crafting verses with full satisfaction.

1390

Bisogna aspettare Mallarmé perché il poeta si renda conto che il luogo dove avviene la sua poesia si situa «sur le vide papier que sa blancheur défende». Con Mallarmé non ci sono dubbi che le parole scritte sono parole scritte e che il buio della notte non è altro che il nero del calamaio. Questa coscienza, tuttavia, resta implicita, e dovranno passare ancora più di cinquant’anni perché cominci a diventare evidente.

1390

We must wait for Mallarmé before the poet realizes that his poetry takes place "sur le vide papier que sa blancheur défende" [upon the blank paper guarded by its whiteness]. With Mallarmé, there is no doubt that written words are written words, and the darkness of night is nothing but the blackness of the inkwell. Yet this awareness remains implicit; over fifty more years must pass before it begins to surface.

1391

La penna che Cavalcanti ha lasciato cadere viene raccolta da Steinberg. È la penna soggetto dell’azione grafica. Ogni linea presuppone una penna che la traccia, e ogni penna presuppone una mano che la impugna. Che cosa ci sia dietro la mano, è questione controversa: l’io disegnante finisce per identificarsi con un io disegnato, non soggetto ma oggetto del disegnare. O meglio, è l’universo del disegno che si disegna, che si esplora ed esperimenta e ridefinisce ogni volta. (Anche l’universo fisico procede nello stesso modo, io credo.)

1391

The pen Cavalcanti dropped is picked up by Steinberg. It becomes the pen-as-subject of graphic action. Every line presupposes a pen that traces it, and every pen presupposes a hand that wields it. What lies behind the hand remains contentious: the drawing self ultimately merges with a drawn self, becoming not the subject but the object of drawing. Or rather, it is the universe of the drawing that draws itself, exploring, experimenting, and redefining itself each time. (The physical universe, I believe, operates similarly.)

1392

Il mondo disegnato ha una sua prepotenza, invade il tavolo, cattura ciò che gli è estraneo, unifica tutte le linee alla sua linea, dilaga dal foglio… No, è il mondo esterno che entra a far parte del foglio: la penna la mano l’artista il tavolo il gatto, tutto è risucchiato dal disegno come da un vortice, tutte le carte sul tavolo, lettere buste cartoline francobolli timbri, dollari con la piramide tronca coll’occhio sopra e il motto latino… No, è la sostanza del segno grafico che si rivela come la vera sostanza del mondo, lo svolazzo o arabesco o filo di scrittura fitta fitta febbrile nevrotica che si sostituisce a ogni altro mondo possibile…

1392

The drawn world asserts itself, invades the table, captures foreign elements, unifies all lines into its own line, spills beyond the page… No, it is the external world that becomes part of the page: the pen, the hand, the artist, the table, the cat—all are sucked into the drawing as by a vortex. All papers on the table—letters, envelopes, postcards, stamps, postmarks, dollar bills with truncated pyramids and watchful eyes above Latin mottos… No, it is the substance of the graphic mark that reveals itself as the world’s true substance: the flourish, arabesque, or feverish neurotic scribble replacing all other possible worlds…

1393

Il mondo è trasformato in linea, un’unica linea spezzata, contorta, discontinua. L’uomo anche. E quest’uomo trasformato in linea è finalmente il padrone del mondo, pur non sfuggendo alla sua condizione di prigioniero, perché la linea tende dopo molte volute e ghirigori a richiudersi su se stessa prendendolo in trappola. Ma certamente l’uomo-linea è padrone di se stesso perché può costruirsi o decostruirsi segmento per segmento, e come ultima scappatoia gli resta quella di suicidarsi con due tratti di penna incrociati, per scoprire che la morte-cancellatura è fatta della stessa sostanza della vita-disegno, un movimento della penna sul foglio. Oppure possiamo dire che gli resta sempre la suprema libertà di condurre la linea nella direzione che meno ci si aspetta in modo che il disegno non riesca più a chiudersi: disegnare un cubo seguendo le regole della prospettiva e poi lasciare che uno spigolo prenda per una direzione in cui non incontrerà mai gli altri spigoli: sarà in questo spigolo incongruo la vera prova dell’esistenza dell’io, l’ergo sum.

1393

The world is transformed into a line—a single broken, twisted, discontinuous line. So too is humanity. And this line-transformed man finally masters the world, though he remains its prisoner, for the line tends after many coils and curlicues to close upon itself, ensnaring him. Yet the line-man surely masters himself, for he can construct or deconstruct himself segment by segment. As a last escape, he may cross himself out with two pen strokes, only to discover that death-erasure shares the same substance as life-drawing: a movement of pen on paper. Alternatively, we might say he retains the supreme freedom to steer the line in unexpected directions, leaving the drawing perpetually open: sketch a cube following perspective rules, then let one edge veer where it will never meet the others. In this incongruous edge lies the true proof of the self’s existence—the ergo sum.

1394

Questa consustanzialità dell’universo disegnato e dell’io è però solo relativa, perché all’interno di essa si aprono tanti universi paralleli incompatibili tra loro: in una dimensione si muovono figure lineari e filiformi, in un’altra figure minuziosamente ornate; un mondo senza spessore si distacca da un mondo tutto volume; un continente dove tutto è suggerito dai contorni e uno dove tutto è ombreggiatura sembrano non aver punti di contatto, e così gli universi si moltiplicano per il numero degli strumenti e delle tecniche e degli stili che si possono usare per dar forma a figure e a segni.

1394

This consubstantiality of the drawn universe and the self is however only relative, for within it open countless parallel universes incompatible with one another: in one dimension move linear and threadlike figures, in another minutely ornate ones; a world without thickness detaches itself from an entirely volumetric world; a continent where everything is suggested by outlines and one where everything is shading seem to share no points of contact, and thus universes multiply according to the number of instruments, techniques, and styles that can be used to give form to figures and signs.

1395

Ma forse gli stili in cuor loro sanno di non essere autosufficienti; forse ognuno d’essi sa d’esistere soltanto in contrasto con ogni altro stile possibile. I cubi dei trattati di geometria sognano lo spessore di materia vissuta e sofferta che hanno i cubi «d’artista»; i quali a loro volta sognano la diafana impassibilità dei diagrammi geometrici. I motivi astratti sognano un letto figurativo dove consumare i loro amplessi: credete che un motivo di cerchi concentrici tracciati col compasso non possa esser preso da una frenetica bramosia amorosa per una spirale tracciata a mano libera?

1395

But perhaps styles secretly know they are not self-sufficient; perhaps each senses it exists only in contrast with every other possible style. The cubes from geometry treatises dream of the lived and suffered material thickness possessed by "artist's" cubes; which in turn dream of the diaphanous impassivity of geometric diagrams. Abstract motifs dream of a figurative bed where to consummate their unions: would you believe that a pattern of concentric circles drawn with compasses might not be seized by a frenetic amorous craving for a freehand spiral?

1396

La vocazione irresistibile di Steinberg, diciamo la missione storica a cui è stato chiamato, è quella di muoversi nello spazio a n dimensioni del disegnato e del disegnabile, di stabilire una comunicazione tra gli universi stilistici più contraddittori, di far coesistere entro l’orizzonte dello stesso foglio elementi appartenenti a culture figurative o a convenzioni percettive divergenti. Una fila di case sulla strada, ognuna d’una diversa epoca e stile, richiede, per essere rappresentata e anche solo per essere guardata, che si ricorra a tecniche grafiche differenti. Così come i passanti che vanno e vengono sul marciapiede portano ognuno con sé lo stile di disegno che può rendere la loro essenza, la pressione più leggera o più marcata della penna sul foglio, la densità dell’inchiostro o l’estendersi del bianco che avvolge il loro segreto.

1396

Steinberg's irresistible vocation, let us say his historic calling, is to move through the n-dimensional space of the drawn and drawable, to establish communication between the most contradictory stylistic universes, to coexist within the horizon of the same sheet elements belonging to divergent visual cultures or perceptual conventions. A row of houses along a street, each from a different era and style, requires - to be represented or even merely observed - recourse to different graphic techniques. Just as the passersby coming and going on the sidewalk each carry with them the drawing style that can capture their essence: the pen's lighter or heavier pressure on paper, the ink's density or the white space enveloping their secret.

1397

I multiformi innumerevoli modi d’usare penne e matite e pennelli s’incontrano sul foglio di Steinberg, compresi i multiformi innumerevoli modi in cui penne e matite e pennelli possono raffigurare penne e matite e pennelli. Fino al momento in cui fanno il loro ingresso nel quadro le penne le matite i pennelli nella loro presenza d’oggetti fisici, assolutamente modesta e assolutamente sicura d’esserci, d’essere lì. Ecco dunque le penne isbigottite di Cavalcanti che tornano a testimoniare in prima persona l’avvenuta trasfigurazione dell’artista nella pratica della sua arte.

1397

The manifold innumerable ways of using pens, pencils, and brushes converge on Steinberg's sheet, including the manifold innumerable ways in which pens, pencils, and brushes can depict pens, pencils, and brushes. Until the moment when the pens the pencils the brushes make their entrance into the picture as physical objects, utterly modest and utterly certain of their presence, of being there. Thus return Cavalcanti's bewildered quills, testifying in first person to the artist's transfiguration through his artistic practice.

1398

«… Talvolta io penso e immagino che tra gli uomini esiste una sola arte e scienza, e che questa sia il disegnare o dipingere, e che tutte le altri siano sue derivazioni. – Così parla Michelangelo nei Dialoghi romani d’un artista portoghese suo contemporaneo, Francisco de Holanda: – Certamente, infatti, ben considerando tutto quel che si fa in questa vita, vi accorgerete che ognuno, senza saperlo, sta dipingendo questo mondo, sia nel creare e produrre nuove forme e figure, come nell’indossare vari abbigliamenti, sia nel costruire e occupare lo spazio con edifici e case dipinte, come nel coltivare i campi, nel fare pitture e segni lavorando la terra, nel navigare i mari con le vele, nel combattere e dividere le legioni, e finalmente nelle morti e nei funerali, come pure in tutte le altre operazioni, gesti e azioni

1398

«...Sometimes I think and imagine that among men there exists but one art and science, and that this is drawing or painting, and all others are its derivatives. - So speaks Michelangelo in the Roman Dialogues by his Portuguese contemporary Francisco de Holanda: - Certainly, indeed, closely considering all that is done in this life, you will realize that everyone, unknowingly, is painting this world - whether in creating and producing new forms and figures, as in wearing various garments; whether in building and occupying space with painted edifices and houses, as in cultivating fields, making paintings and signs by working the earth, in sailing seas with sails, in fighting and dividing legions, and finally in deaths and funerals, as well as in all other operations, gestures, and actions.»

1399

Queste parole di Michelangelo sconvolgono il rapporto tra mondo e arte. Anziché il mondo come oggetto rappresentabile dall’arte e l’arte come rappresentazione del mondo, ci si apre un nuovo orizzonte in cui il mondo vissuto è visto come opera d’arte e l’arte propriamente detta come arte al secondo grado o semplicemente come parte dell’opera complessiva. Tutto ciò che l’uomo fa è figurazione, è creazione visuale, è spettacolo. Il mondo, marcato dalla presenza dell’uomo in ogni sua parte, non è più natura, è prodotto delle nostre mani. S’annuncia una nuova antropologia per cui ogni attività e produzione dell’uomo vale in quanto comunicazione visiva nei suoi aspetti linguistici ed estetici.

1399

These words by Michelangelo overturn the relationship between world and art. Rather than the world as object representable by art and art as representation of the world, a new horizon opens where lived reality is seen as artwork and art proper as second-degree art or simply part of the total work. Everything humans do is figuration, visual creation, spectacle. The world, marked by human presence in every part, is no longer nature but the product of our hands. A new anthropology is announced whereby every human activity and production matters as visual communication in its linguistic and aesthetic aspects.

1400

Ma è solo l’uomo che tende a creare forme e figure? Non vi tendono pure ogni animale e pianta e cosa inanimata, e così il mondo intero e l’universo? Diremo dunque che l’uomo è uno strumento di cui il mondo si serve per rinnovare la propria immagine di continuo. Le forme create dall’uomo essendo sempre in qualche modo imperfette e destinate a cambiare, garantiscono che l’aspetto del mondo quale lo vediamo non è quello definitivo, ma una fase d’approssimazione verso una forma futura.

1400

But is it only humans who tend to create forms and figures? Do not every animal, plant, and inanimate object also tend thus, and so the entire world and universe? We shall therefore say that humans are an instrument through which the world continually renews its own image. The forms created by humans, being always somehow imperfect and destined to change, ensure that the world's appearance as we see it is not definitive, but a phase approximating some future form.

1401

Questo, per quel che riguarda il mondo. E l’arte? L’arte sarà riflessione sulle forme, ipotesi di formalizzazioni visive d’un mondo virtuale; e sarà anche riflessione sul mondo dato come oggetto visuale, critica dell’esposizione permanente del mondo in cui siamo coinvolti nel triplo ruolo d’espositori, d’esposti e di pubblico.

1401

This regarding the world. And art? Art becomes reflection on forms, hypotheses about visual formalizations of a virtual world; it also becomes reflection on the given world as visual object, critique of the permanent exhibition of the world in which we are involved through the triple role of exhibitors, exhibits, and audience.

1402

Queste definizioni valgono tutte per l’arte di Steinberg. Da una parte il disegno scavalca la frontiera tra sé e il mondo e invade lo spazio cosicché anche il disegnatore si trova catturato nel disegno e il visitatore dell’esposizione nel quadro esposto. Dall’altra parte, un «diario di viaggio» continuo aggredisce con implacabile ironia il mondo figurante e il mondo figurato; ogni occasione visuale è portata alle ultime conseguenze paradossali, ogni contraddizione dei materiali plastici della nostra esperienza quotidiana è esasperata fino all’assurdo.

1402

These definitions all apply to Steinberg's art. On one hand, drawing overleaps the frontier between itself and the world to invade space, so that even the draughtsman becomes captured within the drawing and the exhibition visitor within the displayed work. On the other hand, a continuous "travel diary" assaults with implacable irony the figural world and the figured world; every visual occasion is pushed to ultimate paradoxical consequences, every contradiction in the plastic materials of our daily experience is exacerbated to absurdity.

1403

Il passato si somma al presente nelle nostre città come un collage d’incisioni minuziose d’oggetti stracarichi d’ornamenti d’un vecchio catalogo, che troneggiano su uno schizzo a punta di penna d’una via piena di traffico. E del futuro non possiamo farci un’immagine che non sia marcata dalle ipoteche visuali che urbanistica e fumetti, cubo-futur-costruttivismo e fantascienza vi hanno depositato sopra, e che dànno volto alle nostre angosce per quel che ci aspetta.

1403

The past accumulates in our present cities like a collage of meticulous engravings of objects overburdened with ornaments from an old catalogue, looming over a pen-drawn sketch of a traffic-filled street. And of the future, we can form no image not marked by the visual mortgages deposited upon it by urban planning and comics, cubo-futur-constructivism and science fiction - mortgages that give face to our anxieties about what awaits.

1404

La linea come segno del movimento, come godimento del movimento, come paradosso del movimento. Galileo Galilei, che meriterebbe d’esser famoso come felice inventore di metafore fantasiose quanto lo è come rigoroso ragionatore scientifico, tra le molte metafore di cui infiora le discussioni sul moto della Terra intorno al Sole nel Dialogo dei Massimi Sistemi, ne ha una in cui si parla d’una nave, d’una penna e d’una linea.

1404

The line as sign of movement, as delight in movement, as paradox of movement. Galileo Galilei - who deserves fame as a happy inventor of fanciful metaphors no less than as rigorous scientific reasoner - among the many metaphors adorning his discussions of Earth's motion around the Sun in the Dialogue Concerning the Two Chief World Systems, includes one speaking of a ship, a pen, and a line.

1405

Una nave parte da Venezia per Alessandretta: s’immagini sulla nave una penna che lasci il segno del suo percorso in una linea continua che si prolunghi attraverso il Mediterraneo orientale. (Il lettore può immaginare una penna grande come il timone della nave, che traccia la sua linea sul mare di carta; oppure una lunghissima striscia di carta che attraversa il Mediterraneo e scorre sulla coperta della nave in movimento, sotto una piccola penna che vi marca la sua esile scia d’inchiostro.) Questa linea sarà un arco di cerchio perfettamente regolare, anche se «dove più e dove meno flessuosa, secondo che il vassello fusse andato or più or meno fluttuando»: oscillazioni minime, in rapporto alla lunghezza della linea, così come ancor più impercettibili sarebbero le oscillazioni che alla penna porterebbe una mano che la muovesse in qua e in là durante il viaggio.

1405

A ship departs from Venice to Alexandretta: imagine a pen on board leaving a continuous trail of its journey across the Eastern Mediterranean. (The reader might envision a pen as large as the ship's rudder, tracing its line across a sea of paper; or an endless strip of paper spanning the Mediterranean, unfurling across the moving deck beneath a small pen marking its delicate ink wake.) This line would form a perfectly regular arc, even if "here more and there less sinuous, depending on whether the vessel had rocked more or less": minor oscillations relative to the line's length, just as even subtler would be the tremors imparted to the pen by a hand moving it during the voyage.

1406

«Quando dunque un pittore nel partirsi dal porto avesse cominciato a disegnar sopra una carta con quella penna, e continuato il disegno sino in Alessandretta, avrebbe potuto cavar dal moto di quella un’intera storia di molte figure perfettamente dintornate e tratteggiate per mille e mille versi, con paesi, fabbriche, animali ed altre cose, se ben tutto il vero, reale ed essenzial movimento segnato dalla punta di quella penna non sarebbe stato altro che una ben lunga ma semplicissima linea…»

1406

"Had a painter begun sketching with that pen upon leaving port and continued drawing until reaching Alexandretta, he could have extracted from the motion of that pen an entire narrative of countless perfectly outlined figures shaded in a thousand ways — landscapes, buildings, animals, and other elements — even though the true, essential movement marked by the pen's tip would have been nothing but a very long, utterly simple line…"

1407

La vera linea, che corrisponde al moto della nave, non resta sulla carta perché il moto della nave è comune alla carta e alla penna, mentre i movimenti della mano del pittore lasciano il loro segno: quelli tracciati durante la navigazione allo stesso modo che se la nave fosse ferma. Questo esempio serve a Galileo a dimostrare che stando sulla Terra non ci accorgiamo del moto della Terra intorno al Sole perché tutto ciò che sta sulla Terra partecipa dello stesso suo moto.

1407

The true line, corresponding to the ship's motion, does not remain on paper because the ship's movement is shared by both paper and pen, whereas the painter's hand movements leave their trace: those drawn during navigation would appear the same as if the ship were stationary. Galileo uses this example to demonstrate that we on Earth do not perceive the Earth's motion around the Sun because everything on Earth partakes in that same movement.

1408

Con questo, la dimostrazione è finita. Ma l’immagine della linea invisibile che la penna traccia nello spazio assoluto muovendosi insieme alla nave (o alla Terra) – linea di cui tutti i segni che restano sulla carta non sono che lievi deviazioni e accidenti, – continua a incantare l’immaginazione di Galileo, egli si abbandona a una sorta di divagazione o capriccio sui movimenti della penna. La mette in bocca a un altro personaggio del Dialogo, l’aristotelico Simplicio, che, non riuscendo a seguire il filo della logica rigorosa dei suoi interlocutori copernicani, può permettersi d’inseguire un’immagine solo per il piacere che gli dà:

1408

Here, the demonstration concludes. Yet the image of the invisible line traced by the pen through absolute space as it moves with the ship (or Earth) — a line of which all marks on paper are but slight deviations and accidents — continues to captivate Galileo's imagination. He indulges in a kind of digression or whimsy about the pen's motions, placing it in the mouth of another character from the Dialogue, the Aristotelian Simplicio. Unable to follow the rigorous logic of his Copernican interlocutors, Simplicio may chase an image purely for the pleasure it affords:

1409

«Io non ho che dir altro, ed era mezo astratto su quel disegno, e sul pensare come quei tratti tirati per tanti versi, di qua, di là, in su, in giù, innanzi, indietro, e ’ntrecciati con centomila ritortole, non sono, in essenza e realissimamente, altro che pezzuoli di una linea sola tirata tutta per un verso medesimo, senza verun’altra alterazione che il declinar del tratto dirittissimo talvolta un pochettino a destra e a sinistra e il muoversi la punta della penna or più veloce ed or più tarda, ma con minima inegualità. E considero che nel medesimo modo si scriverebbe una lettera, e che questi scrittori più leggiadri, che, per mostrar la scioltezza della mano, senza staccar la penna dal foglio, in un sol tratto segnano con mille e mille ravvolgimenti una vaga intrecciatura, quando fussero in una barca che velocemente scorresse, convertirebbero tutto il moto della penna, che in essenza è una sola linea tirata tutta verso la medesima parte e pochissimo inflessa e declinante dalla perfetta drittezza, in un ghirigoro…»

1409

"I have nothing more to say, and was half-lost in contemplating that sketch, reflecting how those strokes drawn in countless directions — hither, thither, up, down, forward, backward, interlaced with a hundred thousand twists — are, in essence and reality, nothing but fragments of a single line drawn entirely in one direction, with no alteration beyond an occasional slight veering left or right and the pen's tip moving now faster, now slower, though with minimal unevenness. I consider too that in the same way one writes a letter, and that those elegant scribes who, to showcase their hand's fluency, craft intricate flourishes in a single unbroken pen stroke would, if aboard a swiftly moving vessel, transform the pen's motion — which in essence is a single line drawn entirely in one direction, barely bending from perfect straightness — into a mere squiggle…"

1410

La metafisica della linea assoluta e le inesauribili acrobazie del gesto grafico: così Galileo annuncia la cometa siderea Steinberg che traccia la sua orbita attraverso il cielo di carta.

1410

The metaphysics of the absolute line and the inexhaustible acrobatics of graphic gesture: thus Galileo heralds the sidereal comet Steinberg tracing its orbit across the paper sky.

1412

Il sigaro di Groucho

1412

Groucho's Cigar

1413

«Corriere della Sera», 28 agosto 1977. Omaggio alla memoria di Groucho Marx, morto in quei giorni.

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Corriere della Sera, 28 August 1977. Homage to the memory of Groucho Marx, who died in those days.

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Ciò che distacca Groucho Marx dagli altri grandi comici dello schermo è che la sua maschera si presenta con gli attributi esteriori del prestigio, del successo, dell’autorità, del saper vivere: sigaro baffoni occhiali abito scuro e quell’avanzare a lunghi passi a ginocchia piegate in fuori come pattinando che è la sua invenzione mimica più emblematica.

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What sets Groucho Marx apart from other great screen comedians is that his mask bears the external trappings of prestige, success, authority, and savoir-faire: cigar, thick mustache, glasses, dark suit, and that emblematic bent-knee stride — as if skating — his most iconic mimetic invention.

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Mentre lo spazio vitale da cui i suoi due fratelli traggono la loro frenetica euforia sono la libertà l’avidità l’astuzia del nullatenente assoluto (Chico con la sua aria d’emigrante italiano della Brooklyn inizio del secolo; Harpo con la sua aria d’angelo spiritato e un po’ perverso piovuto da un cielo chagalliano) – e in questo rientrano nel filone delle classiche maschere comiche da Chaplin e Keaton a Woody Allen, del disadattato patetico, del povero cane preso a calci dalla vita, dell’underdog sociale o psicologico – i ruoli che Groucho incarna sono invece sempre in qualche modo figure di potere (dittatore, miliardario, impresario, grande avvocato, professore universitario).

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While his brothers draw their frantic euphoria from the absolute have-not's freedom, greed, and cunning (Chico with his air of an early 20th-century Italian immigrant in Brooklyn; Harpo with his aura of a Chagallian mad-angel, slightly perverse) — aligning them with classic comic masks from Chaplin and Keaton to Woody Allen, the pathetically maladjusted, life's kicked underdog — the roles Groucho embodies are always figures of power (dictator, tycoon, impresario, eminent lawyer, university professor).

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Ma di questo potere Groucho mette fuori tutta la sostanza ignobile, svela di quanta bassezza è impastata ogni affermazione di prestigio, di quanto cinismo ogni pretesa di rispettabilità, di come ogni successo non sia che una precaria vacanza senza illusioni prima di ripiombare al livello zero da cui si è partiti. Se le maschere dell’underdog sublimano l’insuccesso, Groucho sveste il mito del successo d’ogni possibile sublimazione, dimostra quanto l’affermazione sociale porta con sé di miserabile e di gaglioffo.

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Yet Groucho lays bare the ignoble substance of such power, exposes the baseness underlying every claim to prestige, the cynicism behind respectability, how every success is but a precarious illusion-free respite before plunging back to the zero level from which one began. If the underdog mask sublimates failure, Groucho strips the myth of success of all possible sublimation, revealing the squalor and roguery inherent in social ascendancy.

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Consumato viveur e conquistatore irresistibile, Groucho insegue bionde vedove giunoniche e soprattutto i loro conti in banca, ma le sue mosse di seduttore sono così sbadate e disincantate da togliere alla conquista ogni significato e valore. Ciò che Groucho sa è che il traguardo d’ogni azione ambizione desiderio è il poco o il nulla. Per questo, in fin dei conti successo e insuccesso s’equivalgono nel suo imperturbabile sarcasmo.

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A consummate viveur and irresistible seducer, Groucho pursues buxom blonde widows — chiefly their bank accounts — yet his conquests are so lackadaisical and disenchanted as to drain all meaning and value from the pursuit. What Groucho knows is that every action, ambition, and desire culminates in little or nothing. Thus, ultimately, success and failure merge in his imperturbable sarcasm.

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Si può dire che Groucho non ha mimica facciale: la sua fisionomia è sempre ferma (in contrasto con gli stralunamenti ininterrotti di Chico e di Harpo); le sue gags sono affidate alla parola; le sue operazioni espressive consistono in cortocircuiti verbali, in fulminee discontinuità comportamentali. «Chiedo mille dollari.» «Te ne offro dieci.» «Ah, ah, ah!» Risata sprezzante e di compatimento, e poi subito: «I take it!» («Ci sto!»).

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One could say Groucho lacks facial mimicry: his features remain perpetually fixed (contrasting with Chico and Harpo's ceaseless grimacing); his gags rely entirely on verbal wit, manifesting through linguistic short-circuits and abrupt behavioral discontinuities. "I ask for a thousand dollars." "I'll give you ten." "Ha, ha, ha!" A scornful, pitying laugh, then immediately: «I take it!» ("I'll take it!").

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Chico, che parla il cattivo inglese degli emigranti, e Harpo il muto, che s’esprime estraendo oggetti dalle inesauribili tasche, compensano il difetto d’articolazione con la musica. (Il primo è un virtuoso di piano, il secondo d’arpa.) Groucho è la negazione della musica, è la prosaicità più brutale, è la stonatura perpetua.

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Chico, speaking the broken English of immigrants, and mute Harpo, who communicates by extracting objects from his bottomless pockets, compensate for their linguistic deficiencies through music. (The former is a piano virtuoso, the latter a harpist.) Groucho embodies the negation of music — brutal prosaicism, perpetual dissonance.

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Ma proprio perché rifiuta ogni autoillusione, proprio perché dissolve gli orpelli e riduce tutto a una essenza umana elementare, Groucho afferma la superiore dignità di chi si presenta per quello che è, l’innocenza di chi gioca a carte scoperte, il disinteresse di chi sa che tutte le vincite si risolvono in fumo.

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Yet precisely by rejecting self-delusion, stripping away ornamentation to reveal an elemental human core, Groucho affirms the superior dignity of those who present themselves as they are — the innocence of playing with cards on the table, the disinterest of knowing all winnings dissolve into smoke.

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Per questo sento il bisogno d’inchinarmi alla memoria di Groucho, e lo associo nel mio rimpianto a un altro grande cinico che se n’è andato quest’estate, un altro spietato osservatore del genere umano come spettacolo comico e sgradevole, un altro manipolatore dell’elasticità della lingua (dell’inglese come la più elastica delle lingue) per rendere le smorfie e i passi falsi dell’esistenza: il romanziere Vladimir Nabokov.

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This is why I feel compelled to bow before Groucho's memory, associating him in my mourning with another great cynic who departed this summer — another ruthless observer of humanity as both comic and repulsive spectacle, another manipulator of linguistic elasticity (English as the most pliable of tongues) to capture existence's grimaces and missteps: the novelist Vladimir Nabokov.

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Le parolacce

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On Swear Words

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«Corriere della Sera», 12 febbraio 1978, col titolo: Al di là della polemica sul parlar greve alla radio. C’è parolaccia e parolaccia.

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Published in Corriere della Sera, February 12, 1978, under the title: Beyond the Polemic About Crude Language on Radio. There's Swear Words and Then There's Swear Words.

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Nei discorsi sulle parole oscene che si fanno in questi giorni, mi pare che si dimentichi una cosa: la tradizione di disprezzo per il sesso che le espressioni popolari si portano dietro, per cui le denominazioni degli organi genitali sono usate come insulto, e le metafore più correnti tendono ad avvilire l’atto dell’accoppiamento (addirittura paragonandolo all’uso della scopa; e qui c’è da chiedersi se non sia proprio la sessuofobia implicita in certe espressioni che ne determina la fortuna). È indubbio che il linguaggio popolare dell’oscenità, dell’aggressività oscena, ha un senso marcatamente conservatore di allontanamento, di devalorizzazione, d’affermazione di superiorità su un mondo inferiore. Prova ne è che il turpiloquio non ha mai liberato nessuno; né si può dire che nelle nostre regioni dove la parlata dialettale è più nutrita di interiezioni e locuzioni oscene si riscontrino costumi più franchi e spregiudicati di altrove. Direi che, spesso, è vero il contrario.

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In current debates about obscene language, we seem to overlook a crucial point: the tradition of sexual contempt embedded in popular expressions, whereby genital terms serve as insults, and common metaphors degrade copulation (even equating it to broom use — making one wonder if the very sexophobia underlying such phrases explains their prevalence). Undeniably, the obscene aggression of vernacular speech carries deeply conservative undercurrents of alienation, devaluation, and assertions of superiority over an inferior realm. Profanity has never liberated anyone; nor do regions with dialectal speech rich in obscene interjections exhibit franker or more unconventional mores than others. Often, the opposite holds true.

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L’uso popolare è un modello a cui ricorrere in quanto riserva di creatività, di immaginazione; non in quanto repertorio di voci infiacchite. La grande civiltà dell’ingiuria, dell’aggressione verbale oggi si è ridotta a ripetizione di stereotipi mediocri. Giustamente ha osservato un linguista che oggi dire «inintelligente» è molto più offensivo che dire «stronzo»; neanche l’illustre tradizione delle metafore stercorarie sembra dare ali alla fantasia.

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Popular usage should inspire us as a reservoir of creativity and imagination, not as a catalogue of enfeebled expressions. The grand civilization of insults and verbal aggression has dwindled into mediocre stereotype repetition. As one linguist aptly noted, today calling someone "unintelligent" cuts deeper than calling them a "shithead" — even the illustrious tradition of scatological metaphors fails to spark imaginative flight.

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Per quel che riguarda la cultura dei mass-media censori e censurati mi paiono spesso non avversari su fronti opposti, ma correnti complementari dello stesso partito, della stessa ristrettezza d’orizzonti. La mentalità più retriva può venir fuori nelle spregiudicatezze fasulle: come quel famoso romanzo fabbricato sugli amori degli adolescenti, in cui il sesso femminile viene chiamato «porcellina».

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Regarding mass media culture, censors and the censored often strike me not as adversaries but as complementary currents within the same narrow-minded faction. The most retrograde mentalities can surface through pseudo-boldness: consider that infamous novel about adolescent love affairs where female genitalia are termed "little sow."

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Premesso questo, aggiungerò che una volta che si è ben coscienti degli aspetti conservatori o regressivi dell’uso delle parole oscene, si può ben apprezzarne l’insostituibile valore, che classificherei in tre ordini, di cui ogni giusto uso deve tener conto.

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Having established this, I'll add that once we fully acknowledge the conservative or regressive aspects of obscene language, we may still appreciate its irreplaceable value across three dimensions — each requiring judicious consideration.

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Primo: la forza espressiva, per cui la locuzione oscena serve come una nota musicale per creare un determinato effetto nella partitura del discorso parlato o scritto. Questo implica una speciale orchestrazione, che subordina tutto a quell’effetto, se no la forza espressiva si ottunde, si logora, si spreca. È chiaro che questa strategia linguistica non può preoccuparsi del fatto che la parola usata sia regressiva, fallocentrica o misogina o altro; anzi, la sua espressività è data spesso dalle sue connotazioni più negative. Bisogna soltanto preoccuparsi che la parola non perda la sua forza, cioè sia usata al momento giusto: se diventa d’uso corrente e anodino, non suonerà più con quel rilievo cromatico che costituisce il suo valore. Questo sarebbe una perdita per la nostra gamma espressiva. Le parole oscene sono esposte più delle altre a un’usura espressiva e semantica, e in questo senso credo ci si debba preoccupare di «difenderle»: difenderle dall’uso pigro, svogliato, indifferente. Naturalmente, senza tenerle sotto una campana di vetro, o in un «Parco Nazionale», come preziosi stambecchi verbali: bisogna che vivano e circolino in un «habitat» congeniale.

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First: expressive force. Obscene terms function like musical notes creating specific effects in spoken or written discourse. This demands meticulous orchestration subordinating all else to the intended impact; otherwise, the expression dulls, erodes, wastes away. Such linguistic strategy cannot fret about a word's regressive, phallocentric, or misogynistic connotations — indeed, its potency often stems from these very negatives. The concern should be preserving the word's vitality through precise timing: if rendered commonplace and anodyne, it loses its chromatic prominence. Obscenities wear out faster than other expressions, necessitating their "defense" against lazy, indifferent usage. Not by museum-piece preservation, but by ensuring they thrive in their natural habitat.

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La nostra lingua ha vocaboli di espressività impareggiabile: la stessa voce «cazzo» merita tutta la fortuna che dalle parlate dell’Italia centrale le ha permesso di imporsi sui sinonimi dei vari dialetti. Anche nelle altre lingue europee mi pare che le voci equivalenti siano tutte più pallide. Va dunque rispettata, facendone un uso appropriato e non automatico; se no, è un bene nazionale che si deteriora, e dovrebbe intervenire «Italia Nostra».

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Our language boasts incomparably expressive terms: consider how "cazzo," rising from central Italian dialects, has outcompeted regional synonyms. Even other European languages pale in comparison. This national treasure demands respectful, non-automatic usage lest it deteriorate — a matter for "Italia Nostra" to address.

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Secondo: il valore denotativo diretto, cioè l’uso della parola più semplice per designare quell’organo o quell’atto quando si intende parlare davvero di quell’organo o di quell’atto, prescindendo il più possibile tanto dall’eufemismo quanto dall’uso metaforico. C’è un atteggiamento diciamo di «laicizzazione» delle parole oscene, nel senso di impiegarle né più né meno come si adopera qualsiasi sostantivo di cosa concreta o verbo d’azione, dissolvendone l’alone sacrale: atteggiamento moralmente condividibile, ma che non può trascurare il fatto che la scelta d’una locuzione o di un’altra per dire la stessa cosa ha sempre una pregnanza culturale, finisce per veicolare significati molto diversi. La trasparenza semantica d’una parola è inversamente proporzionale alla connotazione espressiva. Direi che la scelta deve tener conto del contesto, al fine di realizzare il massimo di significato, che può essere a seconda dei casi raggiunto attraverso l’uso dell’eufemismo o del termine scientifico o del termine popolaresco.

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Second: direct denotative value — employing the simplest word when actually discussing genitalia or coitus, eschewing both euphemism and metaphor. A secularizing approach treats obscenities like any concrete noun or action verb, dissolving their sacral aura. While morally commendable, this cannot ignore how lexical choices always carry cultural baggage. Semantic transparency inversely relates to expressive connotation. Contextual awareness becomes paramount, whether deploying euphemisms, technical terms, or vernacular expressions to maximize meaning.

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Terzo: il valore di situazione del discorso nella mappa sociale. L’uso di parole oscene in un discorso pubblico (per esempio politico) sta a indicare che non si accetta una divisione di linguaggio privato e linguaggio pubblico, una gerarchia sociale di linguaggi eccetera. Per quanto comprenda e anche condivida queste intenzioni, mi sembra che il risultato di solito sia un adeguamento allo sbracamento generale, e non un approfondimento e uno svelamento di verità. Credo poco alle virtù del «parlare francamente»: molto spesso ciò vuol dire affidarsi alle abitudini più facili, alla pigrizia mentale, alla fiacchezza delle espressioni banali. È solo nella parola che indica uno sforzo di ripensare le cose diffidando dalle espressioni correnti che si può riconoscere l’avvio di un processo liberatorio.

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Third: the situational value of discourse within the social map. The use of obscene words in public discourse (for example, political speech) indicates a rejection of the division between private and public language, of social hierarchies among languages, and so forth. While I understand and even share these intentions, the result often seems to me an adaptation to the general unraveling rather than a deepening or revelation of truth. I place little faith in the virtues of "speaking frankly": too often this means surrendering to lazy habits, mental inertia, and the flabbiness of banal expressions. Only through language that signals an effort to rethink things while distrusting commonplace phrases can we recognize the beginnings of a liberatory process.

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Note sul linguaggio politico

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Notes on Political Language

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a) Risposta a un’inchiesta sull’intolleranza oggi (1977). Non ricordo la destinazione.

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a) Response to a survey on intolerance today (1977). I no longer recall the intended publication.

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b) «La Domenica del Corriere», marzo 1978. Risposta a una «inchiesta sul diavolo oggi».

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b) «La Domenica del Corriere», March 1978. Response to a "survey on the devil today."

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c) Appunti (in francese) per un’intervista radiofonica a «France-Culture» sul linguaggio politico francese (1976). Inedito.

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c) Notes (in French) for a radio interview on «France-Culture» about French political language (1976). Unpublished.

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Ritrovo gli stessi concetti negli appunti (in francese) per la risposta a un’inchiesta di «Les Nouvelles Littéraires» sul linguaggio politico francese. Inedito in italiano.

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I rediscover these same concepts in notes (in French) responding to a survey by «Les Nouvelles Littéraires» on French political language. Unpublished in Italian.

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d) «Pubblico 1978», a cura di Vittorio Spinazzola, Il Saggiatore, Milano 1978. Dalle risposte a un’inchiesta sul Sessantotto e la letteratura.

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d) «Pubblico 1978», edited by Vittorio Spinazzola, Il Saggiatore, Milan 1978. Excerpts from responses to a survey on 1968 and literature.

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a. Il rifiuto del discorso

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a. The Rejection of Discourse

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L’intolleranza oggi, a giudicare dal largo numero d’episodi che conosco, più che come imposizione d’un dato discorso a esclusione d’altri discorsi, si manifesta come rifiuto d’ogni tipo di discorso, come beffeggiamento del discorso in sé. La prospettiva implicita, al limite, sarebbe quella d’un mondo inarticolato, ma non silenzioso, che si manifesti attraverso l’alternarsi di pulsioni aggressive e di cadute di tensione, individuali e di branco. A ben vedere, che una grave malattia colpisse la parola era chiaro da tempo: per esempio nel linguaggio politico s’è verificato un impoverimento, uno sbiadire e cancellarsi dei significati. Oggi il rifiuto della parola, il non voler più ascoltare mi pare segno d’un desiderio di morte. Tendere alla condizione in cui nulla può raggiungerci dal di fuori, in cui l’altro non interviene a scombinare continuamente lo stato di compiutezza che crediamo d’aver raggiunto, vuol dire invidiare la condizione dei morti. L’intolleranza è aspirazione a che il fuori di noi sia uguale a ciò che crediamo essere il dentro di noi, cioè a una cadaverizzazione del mondo. In qualche caso l’intollerante è mortifero; in ogni caso è lui stesso un morto.

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Contemporary intolerance, judging by the numerous episodes I know of, manifests less as the imposition of one discourse to the exclusion of others than as a rejection of all forms of discourse, a mockery of discourse itself. The implicit perspective, taken to its extreme, envisions an inarticulate yet not silent world, expressed through alternating aggressive impulses and lapses in tension, both individual and collective. To be clear, the severe affliction plaguing language has long been evident: in political speech, for instance, we see a depletion, a fading and erasure of meaning. Today, the rejection of words, the refusal to listen, strikes me as a death wish. To yearn for a state where nothing from the outside can reach us, where others cannot continually disrupt our imagined self-contained completeness, is to envy the condition of the dead. Intolerance is the aspiration for the external world to mirror what we believe exists within us—a cadaverization of reality. In some cases, the intolerant are death-bringers; in all cases, they themselves are corpses.

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b. I discorsi approssimativi

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b. Approximate Discourses

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Il diavolo oggi è l’approssimativo. Per diavolo intendo la negatività senza riscatto, da cui non può venir nessun bene. Nei discorsi approssimativi, nelle genericità, nell’imprecisione di pensiero e di linguaggio, specie se accompagnati da sicumera e petulanza, possiamo riconoscere il diavolo come nemico della chiarezza, sia interiore sia nei rapporti con gli altri, il diavolo come personificazione della mistificazione e dell’automistificazione. Dico l’approssimativo, non il complicato; quando le cose non sono semplici, non sono chiare, pretendere la chiarezza, la semplificazione a tutti i costi, è faciloneria, e proprio questa pretesa obbliga i discorsi a diventare generici, cioè menzogneri. Invece lo sforzo di cercare di pensare e d’esprimersi con la massima precisione possibile proprio di fronte alle cose più complesse è l’unico atteggiamento onesto e utile. Riuscire a definire i propri dubbi è molto più concreto che qualsiasi affermazione perentoria le cui fondamenta si basano sul vuoto, sulla ripetizione di parole il cui significato si è logorato per il troppo uso.

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The devil today is approximation. By "devil," I mean irredeemable negativity, from which no good can emerge. In approximate discourses, in generalizations, in imprecise thought and language—especially when paired with smugness and petulance—we recognize the devil as the enemy of clarity, both internal and interpersonal, the devil as the personification of mystification and self-delusion. I refer to the approximate, not the complex; when things are not simple, not clear, to demand clarity through forced simplification is recklessness, and this very demand pushes discourses into generic—and thus deceitful—territory. Conversely, the honest and useful approach lies in striving to think and express oneself with maximal precision, even when confronting the most intricate matters. Defining one’s doubts proves far more concrete than any peremptory assertion built on hollow foundations, on the repetition of words whose meanings have eroded through overuse.

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c. Il linguaggio politico in Italia e in Francia

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c. Political Language in Italy and France

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La differenza che colpisce di più tra la Francia e l’Italia in politica è il linguaggio. In Italia il linguaggio politico è molto difficile, astratto, astruso; ciò che l’uomo politico italiano vuole esprimere sono sempre delle sfumature, delle possibilità, delle precauzioni che possano applicarsi a diverse circostanze; egli deve definire un certo campo d’ambiguità nel quale muoversi. Credo che questo stile sia comune in Italia alle tendenze politiche più opposte.

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The most striking difference between France and Italy in politics is language. In Italy, political language is highly difficult, abstract, abstruse; what the Italian politician seeks to convey are always nuances, possibilities, precautions applicable to diverse circumstances. They must define a field of ambiguity within which to maneuver. This style, I believe, unites Italy’s most opposing political factions.

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Quando sento parlare alla televisione un uomo politico francese, di qualsiasi tendenza, subito ho un’impressione di concretezza, di semplicità, di chiarezza, insomma l’effetto opposto a quello che risento in Italia in circostanze simili. Ma non posso sfuggire al sospetto che tutto ciò sia troppo semplice per essere vero: ho l’impressione che l’uomo politico francese eluda con l’uso d’un linguaggio elementare la complessità dei problemi; che egli voglia dare l’illusione che i grossi problemi economici della collettività siano qualcosa che si può risolvere come i conti della spesa familiare.

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When I hear a French politician speak on television, of any affiliation, I’m immediately struck by an impression of concreteness, simplicity, clarity—the opposite effect of what I experience in similar Italian contexts. Yet I cannot escape the suspicion that this is too simple to be true: I sense that the French politician uses elementary language to sidestep the complexity of issues, creating the illusion that major collective economic problems can be resolved like household accounts.

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In un caso e nell’altro, insomma, il linguaggio serve a nascondere più che a spiegare: nel caso italiano, a nascondere ciò che è semplice e concreto dietro i giri di parole delle astrazioni generali; nel caso francese a nascondere la complessità e l’oscurità dei problemi (oscurità anche per chi detiene le leve di comando) dietro l’illusione che tutto sia semplice e chiaro.

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In both cases, then, language serves more to conceal than to explain: in Italy, masking the simple and concrete behind abstract circumlocutions; in France, obscuring complexity and opacity (opacity even for those holding power) behind the pretense that all is straightforward and lucid.

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Molto differente è pure il posto del linguaggio della cultura letteraria in rapporto al linguaggio politico, in Italia e in Francia. Il linguaggio della cultura letteraria in Francia oggi è giunto a un alto grado d’astrazione; è un linguaggio a sé, che risponde a un codice molto specializzato e si situa a una grande distanza dal discorso comune, così come dal discorso politico. Dunque è sempre più difficile per la politica di utilizzare il discorso letterario. Anche in Italia, c’è una grande distanza tra il discorso degli scrittori e il discorso in codice dei politici. Ma proprio per questo gli scrittori in Italia sono continuamente sollecitati a esprimersi sui giornali, nelle tavole rotonde, alla televisione, su tutti gli argomenti anche i più lontani dalle loro competenze. Lo scrittore è chiamato a tradurre in linguaggio umano, in quello che viene chiamato linguaggio umano, le cose che i politici sanno dire solo in termini astratti.

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The relationship between literary-cultural language and political language also differs markedly in the two countries. In France today, literary language has reached a high degree of abstraction; it is a specialized code, distant from both common speech and political discourse. Thus, politics finds it increasingly difficult to co-opt literary language. In Italy too, a great chasm separates writers’ discourse from politicians’ coded rhetoric. Yet precisely for this reason, Italian writers are constantly solicited to opine in newspapers, roundtables, and television on topics far beyond their expertise. The writer is tasked with translating into "human language"—as it’s called—what politicians can only articulate in abstract terms.

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Ora io credo che nell’uno come nell’altro caso, la somma di due linguaggi che non sono interamente veri, non riesce a costituire un linguaggio vero. Il problema non riguarda un linguaggio in sé ma i due linguaggi insieme, ed è lontano dall’esser risolto, in Italia come in Francia.

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Now I believe that in both cases, the sum of two languages that are not entirely truthful fails to constitute a true language. The problem does not concern a single language in itself but the two languages together, and it remains far from being resolved, whether in Italy or France.

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La differenza principale tra una campagna elettorale francese e una italiana sta nel fatto che in Italia non si parla mai di programmi, di cose pratiche: tutto è tenuto volontariamente nel vago; lo sforzo degli uomini politici italiani è di non dire mai quello che faranno, dato che nessuno può saperlo. Sono gli equilibri tra le diverse forze politiche e le scelte tra i diversi equilibri che determineranno ciò che un governo può fare: cioè ben poco.

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The main difference between a French and an Italian electoral campaign lies in the fact that in Italy, one never speaks of programs or practical matters: everything is deliberately kept vague; the effort of Italian politicians is to never state what they will do, since no one can foresee it. It is the balance of power among different political forces and the choices between these balances that will determine what a government can achieve: which is to say, very little.

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In Francia la cosa più strana per un italiano è vedere che le elezioni si giocano su programmi, su scelte pratiche precise, su cifre di bilancio. Sono tentato d’ammirare la praticità del linguaggio politico francese, ma provo anche una certa diffidenza: la mia impressione è che le decisioni economiche e sociali siano molto più complesse di quanto non appaia nel dibattito pubblico. C’è una buona parte di mistificazione nel linguaggio politico italiano come nel francese: nell’italiano la mistificazione d’eludere sempre le cose reali, nel francese la mistificazione di fare troppo semplici le cose complicate.

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In France, what strikes an Italian as most peculiar is seeing elections hinge on programs, precise practical choices, and budget figures. I am tempted to admire the practicality of French political language, yet I also feel a certain distrust: my impression is that economic and social decisions are far more complex than they appear in public debate. There is a significant element of mystification in both Italian and French political language: in the Italian case, the mystification lies in perpetually evading concrete realities; in the French, in oversimplifying complicated matters.

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d. Linguaggio politico e linguaggio poetico

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d. Political Language and Poetic Language

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La pretesa del linguaggio politico di diventare l’unico linguaggio è un aspetto del peso esorbitante che hanno assunto i ceti impiegatizi e la borghesia di Stato da quando si sono resi conto che, col capitalismo o col socialismo, a comandare nei prossimi secoli saranno solo loro. Affermare lo spazio dell’arte e della poesia come opposizione irriducibile a questa prospettiva implica il porsi come obiettivo, al di là di tutte le involuzioni, una civiltà in cui il lavoro produttivo sia il fondamento dei valori.

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The claim of political language to become the sole language reflects the disproportionate weight acquired by bureaucratic classes and the state bourgeoisie since they realized that, under capitalism or socialism, they alone will command in the coming centuries. To assert the space of art and poetry as an irreducible opposition to this prospect implies aiming, beyond all regressions, for a civilization in which productive labor forms the foundation of values.

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I livelli della realtà in letteratura

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Levels of Reality in Literature

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Relazione al Convegno internazionale Livelli della realtà, Palazzo Vecchio, Firenze, 9-13 settembre 1978. Il convegno, organizzato da Massimo Piattelli-Palmarini, riuniva filosofi, storici della scienza, fisici, biologi, neurofisiologi, psicologi, linguisti, antropologi tanto inglesi e americani che francesi e italiani. La mia relazione aveva luogo nella seduta su Reality, Meaning and Culture. Gli Atti del Convegno sono in corso di pubblicazione presso Feltrinelli. Un brano della mia relazione è stato pubblicato sul «Corriere della Sera» del 12 settembre 1978 col titolo Credere alle Sirene.

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Presentation at the international conference Levels of Reality, Palazzo Vecchio, Florence, 9-13 September 1978. The conference, organized by Massimo Piattelli-Palmarini, brought together philosophers, historians of science, physicists, biologists, neurophysiologists, psychologists, linguists, and anthropologists from England, America, France, and Italy. My address took place during the session on Reality, Meaning and Culture. The conference proceedings are forthcoming from Feltrinelli. An excerpt from my presentation was published in the Corriere della Sera on 12 September 1978 under the title Believing in the Sirens.

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I vari livelli di realtà esistono anche in letteratura, anzi la letteratura si regge proprio sulla distinzione di diversi livelli di realtà e sarebbe impensabile senza la coscienza di questa distinzione. L’opera letteraria potrebbe essere definita come un’operazione nel linguaggio scritto che coinvolge contemporaneamente più livelli di realtà. Da questo punto di vista una riflessione sull’opera letteraria può essere non inutile allo scienziato e al filosofo della scienza.

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Multiple levels of reality also exist in literature; indeed, literature depends precisely on distinguishing these different levels and would be inconceivable without an awareness of this distinction. A literary work might be defined as an operation in written language that simultaneously engages multiple levels of reality. From this perspective, a reflection on literary works may prove useful to scientists and philosophers of science.

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In un’opera letteraria vari livelli di realtà possono incontrarsi pur restando distinti e separati, oppure possono fondersi, saldarsi, mescolarsi trovando un’armonia tra le loro contraddizioni o formando una miscela esplosiva. Il teatro di Shakespeare può offrirci qualche esempio di semplice evidenza. Per la separazione tra livelli diversi pensiamo al Sogno di una notte di mezza estate dove i nodi dell’intreccio sono costituiti dalle intersezioni di tre livelli di realtà che restano però ben distinti: 1) i personaggi di rango elevato della corte di Teseo e di Ippolita; 2) i personaggi soprannaturali, Titania, Oberon, Puck; 3) i personaggi comici plebei, Bottom e compagni. Questo terzo livello confina col regno animale, che può essere considerato un quarto livello in cui Bottom entra durante la sua metamorfosi asinina. In più c’è un altro livello da considerare, quello della rappresentazione teatrale del dramma di Piramo e Tisbe, cioè il teatro nel teatro.

1458

In a literary work, various levels of reality may coexist while remaining distinct and separate, or they may merge, fuse, and intermingle, either achieving harmony amid their contradictions or forming an explosive mixture. Shakespeare's theater offers us some examples of striking clarity. For the separation between distinct levels, consider A Midsummer Night's Dream, where the plot hinges on intersections between three clearly demarcated levels of reality: 1) the noble characters of Theseus and Hippolyta's court; 2) the supernatural beings—Titania, Oberon, Puck; 3) the comical plebeian characters—Bottom and his companions. This third level borders on the animal kingdom, which might be considered a fourth level entered by Bottom during his asinine metamorphosis. Additionally, there is another layer to account for: the theatrical performance of Pyramus and Thisbe, that is, the play-within-the-play.

1459

Mentre invece Hamlet costituisce una specie di corto circuito o di vortice che risucchia i vari livelli di realtà dalla cui inconciliabilità nasce il dramma. C’è il fantasma del padre d’Amleto con la sua esigenza di giustizia, cioè il livello dei valori arcaici, delle virtù cavalleresche col suo codice morale e le sue credenze soprannaturali; c’è il livello che potremmo dire «realistico» tra virgolette del «marcio in Danimarca» cioè della corte d’Elsinore; c’è il livello dell’interiorità d’Amleto, cioè della coscienza psicologica e intellettuale moderna che è la grande novità di questo dramma. Per tenere insieme questi tre livelli, Amleto si maschera dietro un quarto, dietro una barriera linguistica che è la follia simulata. Ma la follia simulata provoca, come per induzione, la follia vera, e il livello della follia assorbe ed elimina uno dei rari elementi positivi rimasti in campo, cioè la grazia di Ofelia. Anche in questo dramma si trova poi il teatro nel teatro, la rappresentazione degli attori, che costituisce un livello di realtà a sé, separato dagli altri, ma che pure interreagisce sugli altri.

1459

By contrast, Hamlet constitutes a kind of short circuit or vortex that sucks in multiple levels of reality, with the drama arising from their irreconcilability. There is the ghost of Hamlet's father, demanding justice—a level of archaic values, chivalric virtues with their moral code and supernatural beliefs. There is the so-called "realistic" level of "rotten in Denmark"—the court of Elsinore. And there is the level of Hamlet's interiority—the modern psychological and intellectual consciousness that marks this play's revolutionary breakthrough. To hold these three levels together, Hamlet masks himself behind a fourth: a linguistic barrier of feigned madness. Yet this simulated madness induces actual madness, absorbing and eliminating one of the few positive elements remaining—Ophelia's grace. This drama too contains its play-within-the-play, the actors' performance, which constitutes a separate level of reality yet interacts with the others.

1460

Fin qui mi sono limitato a distinguere vari livelli di realtà all’interno dell’opera d’arte considerata come un universo a se stante. Ma non possiamo fermarci a questo. C’è da considerare l’opera nella sua natura di prodotto, nel suo rapporto col fuori, col momento della propria costruzione e col momento in cui viene ricevuta da noi. In tutte le epoche e in tutte le letterature troviamo opere che a un certo momento si rovesciano su se stesse, guardano se stesse nell’atto di farsi, prendono coscienza dei materiali con cui sono costruite. Per restare a Shakespeare, nell’ultimo atto di Antony and Cleopatra, Cleopatra prima d’uccidersi immagina quale sarebbe la sua sorte di prigioniera trasportata a Roma nel trionfo di Cesare, schernita dalla folla, e già pensa che il suo amore per Antonio diventerà il tema di rappresentazioni teatrali:

1460

Thus far, I have focused on distinguishing levels of reality within the self-contained universe of the artwork. But we cannot stop here. We must consider the work as a product—its relationship to the external world, to its moment of creation, and to its reception by us. Across all eras and literatures, we find works that suddenly turn inward, observing themselves in the act of becoming, becoming conscious of their constituent materials. Staying with Shakespeare: In the final act of Antony and Cleopatra, Cleopatra, before taking her life, imagines her fate as Caesar's captive paraded through Rome, mocked by crowds. She foresees how her love for Antony will become theatrical fodder:

1461

… the quick comedians

1461

… the quick comedians

1462

Extemporally will stage us, and present

1462

Extemporally will stage us, and present

1463

Our Alexandrians revels, Antony

1463

Our Alexandrians revels, Antony

1464

Shall be brought drunken forth, and I shall see

1464

Shall be brought drunken forth, and I shall see

1465

Some squeaking Cleopatra boy my greatness

1465

Some squeaking Cleopatra boy my greatness

1466

I’ the posture of a whore.

1466

I’ the posture of a whore.

1467

C’è una bella pagina del critico Middleton Murry su questa vorticosa acrobazia della mente: sul palcoscenico del Globe Theater un ragazzo strillante travestito da Cleopatra rappresenta la vera maestosa regina Cleopatra nell’atto d’immaginare se stessa rappresentata da un ragazzo travestito da Cleopatra.

1467

Critic Middleton Murry offers a fine analysis of this vertiginous mental acrobatics: on the Globe Theatre stage, a squeaking boy disguised as Cleopatra portrays the majestic queen imagining herself portrayed by a boy disguised as Cleopatra.

1468

Questi sono i nodi da cui dobbiamo partire per qualsiasi discorso sui livelli di realtà dell’opera letteraria: non possiamo perdere di vista il fatto che questi livelli fanno parte d’un universo scritto.

1468

These are the knots from which any discourse on levels of reality in literature must unravel. We cannot lose sight of the fact that these levels belong to a written universe.

1469

«Io scrivo.» Questa affermazione è il primo e solo dato di realtà da cui uno scrittore può partire. «In questo momento io sto scrivendo.» Il che equivale anche a dire: «Tu che leggi, sei tenuto a credere una cosa sola: che ciò che stai leggendo è qualcosa che in un momento precedente qualcuno ha scritto; quello che leggi avviene in un particolare universo che è quello della parola scritta. Può darsi che tra l’universo della parola scritta e altri universi dell’esperienza si stabiliscano delle corrispondenze di vario genere e che tu sia chiamato a intervenire col tuo giudizio su queste corrispondenze, ma il tuo giudizio sarebbe in ogni caso sbagliato se leggendo tu credessi d’entrare in rapporto diretto con l’esperienza d’altri universi che non siano quello della parola scritta». Ho parlato di «universi di esperienza» e non di «livelli di realtà», perché all’interno dell’universo della parola scritta si possono individuare molti livelli di realtà, così come in ogni altro universo dell’esperienza.

1469

"I write." This assertion is the first and only concrete reality from which a writer can depart. "At this moment, I am writing." Which also means: "You, reader, must believe one thing alone—that what you are reading is something someone wrote at a prior moment; what you read unfolds within the particular universe of the written word. It may be that correspondences of various kinds emerge between this universe of writing and other realms of experience, and that you are called to judge these correspondences. Yet your judgment would always err if, in reading, you believed yourself to engage directly with experiences from universes beyond the written word." I speak of "realms of experience" rather than "levels of reality" because multiple levels of reality can exist within the universe of writing, just as in any other experiential realm.

1470

Stabiliamo dunque che l’affermazione «Io scrivo» serve a fissare un primo livello di realtà che devo tener presente in forma esplicita o implicita per ogni operazione che metta in rapporto livelli diversi di realtà scritta e anche cose scritte con cose non scritte. Questo primo livello mi può servire come una piattaforma su cui elevare un secondo livello, che può appartenere a una realtà assolutamente eterogenea al primo, anzi rinviare a un altro universo d’esperienza.

1470

Let us establish, then, that the declaration "I write" serves to fix a primary level of reality—explicitly or implicitly present in every operation relating different levels of written reality, and written to unwritten things. This first level can act as a platform from which to elevate a second level, belonging to a reality wholly heterogeneous to the first, even referring to another experiential universe.

1471

Posso scrivere per esempio: «Io scrivo che Ulisse ascolta il canto delle Sirene», affermazione incontrovertibile che getta un ponte tra due universi non contigui: quello immediato ed empirico in cui ci sono io che sto scrivendo e quello mitico in cui da sempre accade che Ulisse stia ascoltando le Sirene legato all’albero della nave.

1471

For example, I might write: "I write that Ulysses listens to the Sirens' song"—an irrefutable assertion bridging two non-contiguous universes: the immediate, empirical one where I sit writing, and the mythic one where Ulysses has eternally listened, bound to his ship's mast.

1472

La stessa proposizione si può scrivere anche: «Ulisse ascolta il canto delle Sirene», sottintendendo «Io scrivo che». Ma per sottintenderlo dobbiamo essere disposti a correre il rischio che tu lettore faccia confusione tra i due livelli di realtà e creda che l’avvenimento dell’ascolto da parte di Ulisse si verifichi sullo stesso livello di realtà in cui si verifica la mia azione di scrivere quella frase.

1472

The same proposition could be written as: "Ulysses listens to the Sirens' song," implicitly prefaced by "I write that." But in omitting this preface, we risk your confusion as a reader—that you might conflate the two levels of reality, believing Ulysses' act of listening occurs on the same plane as my act of writing these words.

1473

Ho usato l’espressione «il lettore crede» ma è bene chiarire subito che la credibilità di ciò che è scritto può essere intesa in modi molto diversi, a ciascuno dei quali possono corrispondere più d’un livello di realtà. Nulla vieta che qualcuno creda all’incontro d’Ulisse con le Sirene come un fatto storico, allo stesso modo in cui si crede allo sbarco di Cristoforo Colombo il 12 ottobre 1492. Oppure si può crederci sentendosi investiti dalla rivelazione d’una verità soprasensibile contenuta nel mito, ma qui entriamo in un campo di fenomenologia religiosa in cui la parola scritta avrebbe solo una funzione di mediazione. Però la credibilità che ora c’interessa non è né l’una né l’altra, ma è quella credibilità speciale del testo letterario, interna alla lettura, una credibilità come tra parentesi, alla quale corrisponde da parte del lettore quell’atteggiamento definito da Coleridge «suspension of disbelief», sospensione dell’incredulità. Questa «suspension of disbelief» è la condizione di riuscita d’ogni invenzione letteraria, anche se essa si situa dichiaratamente nel regno del meraviglioso e dell’incredibile.

1473

I used the expression "the reader believes," but it is crucial to clarify that the credibility of what is written can be understood in vastly different ways, each corresponding to multiple levels of reality. Nothing prevents someone from believing in Ulysses' encounter with the Sirens as a historical fact, akin to believing in Christopher Columbus' landing on October 12, 1492. Alternatively, one might believe in it as a revelation of suprasensory truth contained within the myth, though this enters the realm of religious phenomenology where the written word serves only as mediation. However, the credibility that concerns us here is neither of these, but rather the special credibility inherent to literary texts—an internal, bracketed credibility that aligns with what Coleridge termed the "suspension of disbelief." This suspension is the condition for the success of every literary invention, even those explicitly situated in the realm of the marvelous and the incredible.

1474

Abbiamo considerato la possibilità che il livello di «Ulisse ascolta» venga equiparato a quello di «Io scrivo». Ma l’appiattimento dei due livelli può avvenire anche in senso inverso, se tu lettore credi che anche la proposizione «Io scrivo» appartenga a una realtà letteraria o mitica. L’io soggetto di «Io scrivo» diventerebbe allora l’io d’un personaggio romanzesco o d’un autore mitico. Come Omero, appunto. Per maggiore chiarezza enunciamo la nostra frase nel modo seguente: «Io scrivo che Omero racconta che Ulisse ascolta le Sirene». La proposizione «Omero racconta» può essere situata su un livello di realtà mitico, nel qual caso avremmo due livelli di realtà mitica, quello della favola narrata e quello del leggendario cantore cieco, ispirato dalle Muse. Ma la stessa proposizione può situarsi anche su un livello di realtà storica, o meglio filologica; nel qual caso per «Omero» s’intende quell’autore individuale o collettivo di cui si occupano gli studiosi della «questione omerica»; il livello di realtà sarebbe allora comune o contiguo a quello dell’«Io scrivo». (Noterete che non ho scritto «Omero scrive» né «Omero canta» ma «Omero racconta», per lasciarmi aperte entrambe le possibilità.)

1474

We have considered the possibility of equating the level of "Ulysses listens" with that of "I write." But the flattening of these two levels can also occur inversely if you, the reader, believe that the proposition "I write" itself belongs to a literary or mythical reality. The "I" who is the subject of "I write" would then become the "I" of a fictional character or a mythical author—Homer, precisely. For clarity, let us phrase our sentence as follows: "I write that Homer recounts that Ulysses listens to the Sirens." The proposition "Homer recounts" can occupy a mythical level of reality, in which case we would have two mythical layers: the narrated fable and the legendary blind bard inspired by the Muses. Alternatively, this proposition could belong to a historical or philological reality, where "Homer" refers to the individual or collective author debated in the "Homeric Question." Here, the level of reality would align with or neighbor that of "I write." (Note that I wrote neither "Homer writes" nor "Homer sings" but "Homer recounts," to leave both possibilities open.)

1475

Dal modo come ho formulato la frase, viene naturale di pensare che io e Omero siamo due persone distinte, ma questa potrebbe essere un’impressione sbagliata. La frase resterebbe identica se a scriverla fosse Omero in persona, o comunque il vero autore dell’Odissea, che al momento di scrivere si scinde in due soggetti scriventi: il suo io empirico che materialmente verga i caratteri sul foglio (o li detta a chi li scrive) e il personaggio mitico del cantore cieco assistito dalla divina ispirazione col quale egli s’identifica.

1475

From my phrasing, one might assume that Homer and I are distinct individuals—but this could be misleading. The sentence would remain identical even if Homer himself wrote it, or if the true author of the Odyssey, while writing, split into two writing subjects: his empirical self physically inscribing characters on the page (or dictating them) and the mythical persona of the divinely inspired blind bard with whom he identifies.

1476

Così come nulla cambierebbe se «io» fossi io che vi parlo e anche l’Omero di cui scrivo fossi sempre io, cioè se quello che io attribuisco a Omero fosse una mia invenzione. Il procedimento risulterebbe subito chiaro se la frase suonasse: «Io scrivo che Omero racconta che Ulisse scopre che le Sirene sono mute». In questo caso per ottenere un determinato effetto letterario io attribuisco apocrifamente a Omero un mio capovolgimento o deformazione o interpretazione del racconto omerico. (In realtà l’idea delle Sirene silenziose è di Kafka; facciamo conto che l’io soggetto della frase sia Kafka.) Ma anche senza capovolgimento, gli innumerevoli autori che rifacendosi a un autore precedente hanno riscritto o interpretato una storia mitica o comunque tradizionale, l’hanno fatto per comunicare qualcosa di nuovo, pur restando fedeli all’immagine della tradizione, e per tutti loro nell’io del soggetto scrivente si possono distinguere uno o più livelli di realtà soggettiva individuale e uno o più livelli di realtà mitica o epica che trae materia dall’immaginario collettivo.

1476

Similarly, nothing would change if the "I" were myself addressing you now and the Homer of whom I write were also myself—that is, if what I attribute to Homer were my own invention. The method would become clear if the sentence read: "I write that Homer recounts that Ulysses discovers the Sirens are mute." Here, to achieve a specific literary effect, I apocryphally ascribe to Homer my own inversion, deformation, or interpretation of the Homeric tale. (In reality, the idea of silent Sirens belongs to Kafka; let us suppose the "I" here is Kafka.) Even without such inversion, countless authors rewriting or interpreting myths or traditional stories have done so to communicate something new while remaining faithful to tradition. For all of them, the "I" of the writing subject encompasses both individual subjective realities and layers of mythic or epic reality drawn from the collective imaginary.

1477

Torniamo alla frase da cui siamo partiti. Qualsiasi lettore dell’Odissea sa che per maggiore esattezza essa andrebbe scritta:

1477

Returning to our initial sentence, any reader of the Odyssey knows that greater precision would require:

1478

«Io scrivo che Omero racconta che Ulisse dice: io ho ascoltato il canto delle Sirene.»

1478

"I write that Homer recounts that Ulysses says: I listened to the Sirens' song."

1479

Nell’Odissea infatti le vicende d’Ulisse in terza persona inglobano altre vicende d’Ulisse in prima persona, raccontate da lui ad Alcinoo, re dei Feaci. Se confrontiamo le une e le altre vediamo che la loro differenza non è solo grammaticale. Le vicende raccontate in terza persona hanno una dimensione psicologica e affettiva che alle altre manca. E in esse la presenza del soprannaturale consiste in apparizioni degli dèi olimpici che si manifestano agli uomini sotto le spoglie di comuni mortali. Invece, le avventure di Ulisse raccontate in prima persona sembrano appartenere a un repertorio mitologico più primitivo, in cui i comuni mortali e gli esseri soprannaturali si incontrano faccia a faccia, un mondo popolato di mostri, ciclopi, sirene, maghe che trasformano gli uomini in porci, insomma il mondo del soprannaturale pagano pre-olimpico. Possiamo dunque definirli due livelli di realtà mitica diversi, ai quali corrispondono due geografie; una corrispondente all’esperienza storica dell’epoca (quella dei viaggi di Telemaco e del ritorno a Itaca) e una favolosa, risultante dalla giustapposizione di tradizioni eterogenee (quella dei viaggi d’Ulisse raccontati da Ulisse). Possiamo aggiungere che tra i due livelli si situa l’isola dei Feaci, cioè il luogo ideale da cui nasce il racconto, utopia di perfezione umana, fuori della storia e fuori della geografia.

1479

In the Odyssey, third-person accounts of Ulysses' adventures enfold first-person narratives he delivers to King Alcinous of the Phaeacians. Comparing these reveals differences beyond grammar: the third-person tales possess psychological and emotional depth absent in the others. Here, the supernatural appears through Olympian gods disguised as mortals. By contrast, Ulysses' first-person adventures belong to a more archaic mythological register, where mortals and supernatural beings confront one another directly—a world of monsters, Cyclopes, Sirens, and sorceresses who turn men into swine: the pre-Olympian realm of pagan marvels. We thus identify two distinct levels of mythic reality, each with its own geography: one rooted in historical experience (Telemachus' journeys and the return to Ithaca) and one fabulous, pieced together from heterogeneous traditions (Ulysses' own recounted voyages). Between these lies the Phaeacians' island—an ideal locus of storytelling, a utopia of human perfection outside history and geography.

1480

Mi sono dilungato su questo punto perché esso mi serve a esemplificare come ai diversi livelli possa corrispondere un livello di credibilità diverso, o meglio una diversa «suspension of disbelief»: ammesso che un lettore «creda» alle vicende di Ulisse raccontate da Omero, questo stesso lettore può considerare Ulisse un fanfarone per tutto quello che Omero fa uscire dalla sua bocca in prima persona. Ma stiamo attenti a non confondere livelli di realtà (interni all’opera) con livelli di verità (in riferimento a un «fuori»). Per questo è sempre l’intera frase che dobbiamo tener presente:

1480

I have dwelled on this point because it exemplifies how different levels of reality may correspond to different forms of credibility—or rather, different modes of "suspension of disbelief." A reader who "believes" the third-person tales of Ulysses might dismiss him as a braggart for his first-person claims. But we must take care not to conflate levels of reality (internal to the work) with levels of truth (referring to an external world). Hence, we must always hold the full sentence in mind:

1481

«Io scrivo che Omero racconta che Ulisse dice: io ho ascoltato il canto delle Sirene.»

1481

"I write that Homer recounts that Ulysses says: I listened to the Sirens' song."

1482

È questa la formula che io propongo come il più completo e insieme il più sintetico schema delle articolazioni tra livelli di realtà nell’opera letteraria.

1482

This is the formula I propose as the most complete yet concise schema for articulating levels of reality within the literary work.

1483

A ogni proposizione di questa frase si possono collegare diverse problematiche. Ne darò alcuni accenni ripercorrendo la frase dal principio.

1483

Each proposition in this sentence connects to multiple critical issues. I shall outline some key points by retracing the sentence from its beginning.

1484

Io scrivo

1484

I write

1485

All’«io scrivo» si collega la problematica, molto ricca nel nostro secolo, della metaletteratura e problematiche analoghe del metateatro, della metapittura eccetera. Già abbiamo accennato al teatro nel teatro parlando di Shakespeare, ed esempi simili non mancano nella storia della letteratura teatrale, dall’Illusion comique di Corneille ai Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. Ma è negli ultimi decenni che questi procedimenti metateatrali e metaletterari prendono nuovo rilievo, con fondamenti di natura morale o di natura epistemologica: contro l’illusorietà dell’arte, contro la pretesa naturalistica di far dimenticare al lettore o allo spettatore di aver di fronte un’operazione condotta con mezzi linguistici, una finzione studiata in vista d’una strategia degli effetti.

1485

The "I write" introduces the richly explored 20th-century problematic of metaliterature, along with analogous concerns in metatheatre, metapainting, and other forms. We previously touched on plays-within-plays when discussing Shakespeare, a tradition spanning from Corneille's L'Illusion comique to Pirandello's Six Characters in Search of an Author. Yet it is in recent decades that these metatheatrical and metaliterary devices have gained renewed prominence, grounded in both moral and epistemological imperatives: challenging artistic illusionism, countering naturalism's pretense of making readers or spectators forget they confront a linguistically constructed fiction engineered for strategic effect.

1486

La motivazione morale anzi pedagogica è dominante in Brecht e nella sua teoria del teatro epico e dell’estraneazione: lo spettatore non deve abbandonarsi passivamente ed emotivamente all’illusione scenica, ma deve essere sollecitato a pensare e a prendere partito.

1486

The moral—indeed pedagogical—impulse dominates Brecht's theory of epic theatre and alienation effects: spectators must not passively surrender to emotional identification with stage illusion but should instead be provoked to think and take critical positions.

1487

Una teorizzazione basata sulla linguistica strutturale fa invece da sfondo alle ricerche condotte dalla letteratura francese degli ultimi quindici anni, che sia nella riflessione critica che nella pratica creativa mettono in primo piano la materialità della scrittura, del testo. Basti ricordare il nome di Roland Barthes.

1487

Conversely, structural linguistics underpins the last fifteen years of French literary practice and criticism, foregrounding the materiality of writing and the text itself. Roland Barthes' work stands as exemplar here.

1488

Io scrivo che Omero racconta

1488

I write that Homer recounts

1489

Qui entriamo in un campo molto vasto, lo sdoppiamento o moltiplicazione del soggetto dello scrivere, ed è un campo in cui una teorizzazione esauriente resta ancora da fare.

1489

Here we enter the vast terrain of split or multiplied writing subjects—a domain still awaiting comprehensive theorization.

1490

Possiamo cominciare dall’usanza degli autori cavallereschi di richiamarsi a un ipotetico manoscritto che fa da fonte. Anche Ariosto finge di richiamarsi all’autorità di Turpino. E perfino Cervantes introduce tra sé e Don Chisciotte la figura d’un autore arabo, Cide Hamete Benengeli.

1490

We might begin with chivalric poets' convention of invoking hypothetical source manuscripts. Even Ariosto feigns reliance on Turpin's authority. Cervantes himself inserts the Arab chronicler Cide Hamete Benengeli between himself and Don Quixote.

1491

Non solo: Cervantes suppone anche una sorta di sincronia tra l’azione narrata e la stesura del manoscritto arabo, per cui Don Chisciotte e Sancio sono coscienti che le avventure che stanno vivendo sono quelle scritte dal Benengeli e non quelle scritte dall’Avellaneda nella sua apocrifa seconda parte del Don Quijote.

1491

More remarkably, Cervantes posits synchronicity between narrative action and the Arabic manuscript's composition. Thus Don Quixote and Sancho remain conscious that their adventures are those written by Benengeli, not those fabricated by Avellaneda in his apocryphal sequel to Don Quixote.

1492

Un procedimento ancora più semplice è quello di supporre che il libro sia scritto in prima persona dal protagonista. Il primo romanzo che possiamo considerare interamente moderno non viene pubblicato col nome dell’autore, Daniel Defoe, ma come le memorie d’un oscuro marinaio di York, Robinson Crusoe.

1492

A simpler device involves presenting the book as the protagonist's memoir. The first fully modern novel appeared not under Daniel Defoe's name but as the recollections of one Robinson Crusoe, an obscure York mariner.

1493

Tutto questo m’avvicina a poco a poco al cuore del problema: gli strati successivi di soggettività e di finzione che possiamo distinguere sotto il nome dell’autore, i vari io che compongono l’io di chi scrive. La condizione preliminare di qualsiasi opera letteraria è questa: la persona che scrive deve inventare quel primo personaggio che è l’autore dell’opera. Che una persona metta tutto se stesso nell’opera che scrive è una frase che si dice spesso ma che non corrisponde mai a verità. È sempre solo una proiezione di se stesso che l’autore mette in gioco nella scrittura, e può essere la proiezione d’una vera parte di se stesso come la proiezione d’un io fittizio, d’una maschera. Scrivere presuppone ogni volta la scelta d’un atteggiamento psicologico, d’un rapporto col mondo, d’un’impostazione di voce, d’un insieme omogeneo di mezzi linguistici e di dati dell’esperienza e di fantasmi dell’immaginazione, insomma di uno stile. L’autore è autore in quanto entra in una parte, come un attore, e s’identifica con quella proiezione di se stesso nel momento in cui scrive.

1493

These examples gradually approach the crux: the stratified subjectivities and fictions nested beneath the author's name—the multiple selves composing the writing "I." The fundamental condition of all literary works is this: the writing persona must first invent the character who becomes the work's author. To claim an author pours their entire self into a work may be common parlance, but it never holds true. What enters the writing is always a projection—sometimes of authentic self-fragments, sometimes of fictive selves, sometimes of masks. Writing demands choosing a psychological stance, a relationship to the world, a vocal register—a cohesive system blending linguistic means, experiential data, and imaginative phantasms: in short, a style. The author becomes author by stepping into a role, like an actor identifying with this projected self during the act of writing.

1494

Confrontato all’io dell’individuo come soggetto empirico, questo personaggio-autore è qualcosa di meno e qualcosa di più. Qualcosa di meno perché per esempio il Gustave Flaubert autore di Madame Bovary esclude il linguaggio e le visioni del Gustave Flaubert autore della Tentation o di Salammbô, compie una rigorosa riduzione del suo mondo interiore a quella somma di dati che costituisce il mondo di Madame Bovary. Ed è anche qualcosa di più, perché il Gustave Flaubert che esiste solo in relazione al manoscritto di Madame Bovary partecipa d’un’esistenza molto più compatta e definita del Gustave Flaubert che mentre scrive Madame Bovary sa d’essere stato l’autore della Tentation e di stare per essere l’autore di Salammbô, sa di oscillare continuamente tra un universo e l’altro, e sa che in ultima istanza tutti questi universi s’unificano e si dissolvono nella sua mente.

1494

Compared to the empirical individual's "I," this author-character is both less and more. Less because, for instance, the Gustave Flaubert authoring Madame Bovary excludes the language and visions of the Flaubert who wrote The Temptation of Saint Anthony or Salammbô, rigorously reducing his inner world to Bovary's parameters. More because the Flaubert existing solely in relation to Madame Bovary's manuscript possesses a denser, more defined existence than the historical Flaubert—who, while writing Bovary, knew himself to be the author of The Temptation and the future author of Salammbô, aware of his perpetual oscillation between universes that ultimately merge and dissolve within his mind.

1495

L’esempio di Flaubert si presta per verificare la formula che ho proposta traducendola in una successione di proiezioni. Il Gustave Flaubert autore delle opere complete di Gustave Flaubert proietta fuori di se stesso il Gustave Flaubert autore di Madame Bovary il quale proietta fuori di se stesso il personaggio d’una signora borghese di Rouen, Emma Bovary, la quale proietta fuori di se stessa l’Emma Bovary che lei sogna di essere.

1495

Flaubert's case tests my proposed formula when translated into projection sequences. The Gustave Flaubert authoring his complete works projects outward the Gustave Flaubert authoring Madame Bovary, who in turn projects the bourgeois Rouen housewife Emma Bovary, who projects her fantasized ideal self.

1497

Ogni elemento proiettato reagisce a sua volta sull’elemento proiettante, lo trasforma e condiziona, per cui le frecce non vanno solo in una direzione ma nei due sensi:

1497

Each projected element reacts upon its projector, transforming and conditioning it. Thus the arrows of influence flow bidirectionally:

1499

Non ci resta che collegare l’ultimo termine col primo, cioè stabilire la circolarità di questa dinamica delle proiezioni. È Flaubert stesso che ci ha dato una precisa indicazione in questo senso con la sua famosa affermazione: «Madame Bovary c’est moi».

1499

We need only connect the last term to the first, establishing the circularity of this projection dynamic. Flaubert himself provided precise guidance here through his famous declaration: "Madame Bovary c'est moi."

1501

Quanta parte dell’io che dà forma ai personaggi è in realtà un io a cui sono stati i personaggi a dar forma? Più andiamo avanti distinguendo gli strati diversi che formano l’io dell’autore, più ci accorgiamo che molti di questi strati non appartengono all’individuo autore ma alla cultura collettiva, all’epoca storica o alle sedimentazioni profonde della specie. Il punto di partenza della catena, il vero primo soggetto dello scrivere ci appare sempre più lontano, più rarefatto, più indistinto: forse è un io-fantasma, un luogo vuoto, un’assenza.

1501

How much of the self shaping characters is itself shaped by those characters? As we dissect the strata composing the authorial "I," we increasingly recognize that many layers belong not to the individual but to collective culture, historical epochs, or deep human sediment. The chain's starting point—the true primary subject of writing—grows ever more distant, rarefied, indistinct: perhaps a phantom self, an empty locus, an absence.

1502

Per acquistare una sostanza più concreta l’io può cercare di diventare personaggio, anzi protagonista dell’opera scritta. Ma mi basta ricordare le finissime pagine che Gianfranco Contini dedica all’«io» della Divina Commedia per sapere che anch’esso può essere scomposto in più persone, a somiglianza dell’io che parla nella Recherche di Proust.

1502

To acquire more concrete substance, the I may attempt to become a character, indeed the protagonist of the written work. Yet I need only recall the exquisite pages Gianfranco Contini dedicates to the "I" of the Divine Comedy to recognize that even this I can be decomposed into multiple personas, akin to the narrating "I" in Proust's In Search of Lost Time.

1503

Con l’io che diventa personaggio ci stiamo spostando dall’«io scrivo che Omero racconta» all’«Omero racconta che Ulisse…»

1503

By transforming the I into a character, we shift from "I write that Homer recounts" to "Homer recounts that Ulysses..."

1504

Omero racconta che Ulisse

1504

Homer recounts that Ulysses

1505

Col personaggio protagonista entra in gioco una soggettività interna al mondo scritto, una figura dotata d’una sua evidenza – e spesso si tratta d’una evidenza visiva, iconica – che s’impone all’immaginazione del lettore e che funziona come un dispositivo per collegare livelli diversi della realtà o addirittura per farli esistere, per permettere loro di prendere forma nella scrittura.

1505

With the protagonist character enters a subjectivity internal to the written world - a figure endowed with its own evidentiary quality, often visual and iconic - that imposes itself on the reader's imagination. This functions as a device connecting different reality levels, even enabling their very existence by allowing them to take shape through writing.

1506

Il personaggio di Don Chisciotte rende possibile lo scontro e l’incontro tra due linguaggi antitetici, anzi tra due universi letterari senza alcun punto in comune: il meraviglioso cavalleresco e il comico picaresco, e apre una dimensione nuova, anzi due: un livello di realtà mentale estremamente complessa e una rappresentazione ambientale che possiamo chiamare realistica, ma in un senso del tutto nuovo rispetto al «realismo» picaresco che era repertorio d’immagini stereotipe di miseria e bruttezza. Le strade assolate e polverose in cui Don Chisciotte e Sancio incontrano frati col parasole, mulattieri, dame in lettiga, greggi di pecore sono un mondo che prima d’allora non era mai stato scritto. Non era mai stato scritto perché non c’era nessuna ragione di scriverlo, mentre qui risponde a una necessità, in quanto è il rovescio della realtà interiore di Don Chisciotte, o meglio lo sfondo sul quale Don Chisciotte proietta la sua lettura codificata del mondo.

1506

The character of Don Quixote makes possible the clash and convergence between two antithetical languages, indeed between two literary universes with no common ground: the chivalric marvelous and the picaresque comic. It opens new dimensions - both a stratum of complex mental reality and an environmental representation we might call realistic, though in a radically new sense compared to the picaresque "realism" that merely recycled stereotypes of squalor. The sun-baked dusty roads where Don Quixote and Sancho encounter parasol-carrying friars, muleteers, ladies in litters, and sheep flocks constitute a world never before written. Unwritten because previously unwritable, it now emerges through necessity as both the counterpoint to Don Quixote's inner reality and the backdrop against which he projects his codified reading of the world.

1507

Don Chisciotte è un personaggio dotato d’una iconicità inconfondibile e d’una ricchezza interiore inesauribile. Ma non è detto che un personaggio per adempiere alla funzione di protagonista d’un’opera deva necessariamente avere tanto spessore. La funzione del personaggio può paragonarsi a quella d’un operatore, nel senso che questo termine ha in matematica. Se la sua funzione è ben definita, egli può limitarsi a essere un nome, un profilo, un geroglifico, un segno.

1507

Don Quixote possesses unmistakable iconicity and inexhaustible interior depth. Yet a character need not necessarily achieve such thickness to function as a work's protagonist. Their role resembles that of a mathematical operator - when their function is well-defined, they may remain simply a name, a silhouette, a hieroglyph, a sign.

1508

Dopo aver letto i Viaggi di Gulliver sappiamo molto poco del dottor Lemuel Gulliver, medico sulle navi di Sua Maestà: la sua consistenza di personaggio è infinitamente più povera di quella di Don Chisciotte; eppure è questa presenza che noi seguiamo attraverso il libro e che fa esistere il libro. Questo perché, anche se ci è difficile definire Lemuel Gulliver come psicologia o come lineamenti, la sua funzione d’operatore è ben chiara: prima di tutto in quanto uomo grande tra i nani e piccolo tra i giganti, e questa operazione sulle dimensioni è la lettura più semplice, per cui Gulliver funziona come personaggio anche per i bambini che leggono le riduzioni infantili del libro di Swift; ma l’operazione vera che egli mette in evidenza (qui mi rifaccio a un saggio molto convincente su questo tema d’uno studioso italiano, Giuseppe Sertoli, pubblicato quest’anno) è quella dell’opposizione tra il mondo della ragione logico-matematica e il mondo dei corpi, della materialità fisiologica con le loro diverse esperienze conoscitive e diverse concezioni etico-teologiche.

1508

After reading Gulliver’s Travels, we know remarkably little about Dr. Lemuel Gulliver, naval surgeon to His Majesty's fleet. His substance as a character proves infinitely poorer than Don Quixote's. Yet this very presence guides us through the book and enables the book's existence. Though Gulliver's psychology and features resist definition, his operator function remains clear: initially as the man giant among dwarfs and dwarf among giants - the most accessible reading, making Gulliver functional even in children's abridged versions. But his true operation (as demonstrated in a compelling recent essay by Italian scholar Giuseppe Sertoli) reveals the opposition between the world of logical-mathematical reason and the realm of bodily materiality, with their distinct epistemic experiences and ethico-theological conceptions.

1509

Ulisse dice:

1509

Ulysses says:

1510

Due punti. Questi due punti sono un’articolazione molto importante, direi che sono la chiave di volta della narrativa di tutti i tempi e di tutti i paesi. Non solo perché una struttura fra le più diffuse della narrativa scritta è sempre stata quella dei racconti inseriti in un altro racconto che fa da cornice, ma anche perché là dove non esiste la cornice possiamo supporre due punti invisibili che aprono il discorso e introducono l’intera opera.

1510

Two points. These two points constitute a crucial narrative articulation, one might say the keystone of storytelling across all eras and cultures. Not only because one of the most widespread structures in written narrative has always been tales embedded within another framing tale, but also because even where no explicit frame exists, we can posit invisible two points that open the discourse and introduce the entire work.

1511

Mi limito ad accennare ai dati principali del problema. In Occidente il romanzo nasce nella Grecia ellenistica e si presenta come una narrazione principale in cui sono inserite narrazioni secondarie narrate dai personaggi. Questo procedimento è caratteristico dell’antica narrativa indiana dove però la struttura del racconto in rapporto al punto di vista di chi narra risponde a regole molto più complicate che in Occidente. Rimando qui a uno studio del 1911 dell’indianista F. Lacôte Sur l’origine indienne du roman grec. Da modelli indiani derivano pure le raccolte di novelle inserite in una narrazione che fa da cornice, tanto nel mondo islamico, quanto nell’Europa medievale e rinascimentale.

1511

I will briefly outline the key aspects of this matter. In Western tradition, the novel emerges in Hellenistic Greece as a primary narrative containing secondary stories told by characters. This technique characterizes ancient Indian storytelling, though with far more complex rules governing narrative perspective than in the West. I reference here a 1911 study by Indologist F. Lacôte titled Sur l’origine indienne du roman grec. Indian models also influenced story collections framed within a narrative structure, both in the Islamic world and in medieval/Renaissance Europe.

1512

Abbiamo tutti presente Le mille e una notte, in cui tutte le storie sono contenute in una cornice generale che è la storia del re persiano Shahriyàr che uccide le sue spose dopo la prima notte di nozze e della sposa Shahrazàd che riesce a rimandare questa condanna raccontando delle storie meravigliose e sospendendo il racconto nel momento culminante. Oltre i racconti narrati da Shahrazàd ci sono racconti raccontati da personaggi di questi racconti, cioè le storie si inscatolano l’una dentro l’altra, fino a cinque volte. Rimando al saggio Les hommes-récits di Tzvetan Todorov che ha studiato l’enchâssement dei racconti nelle Mille e una notte e nel Manoscritto trovato a Saragozza di Potocki (Poétique de la prose, Ed. du Seuil, Paris 1971).

1512

We all recall The Thousand and One Nights, where all tales are contained within a master frame: the Persian king Shahriyar who executes his brides after their wedding night, and Scheherazade who postpones this fate through wondrous tales suspended at their climax. Beyond Scheherazade’s narratives lie stories told by characters within those stories, creating five layers of embedded tales. I refer to Tzvetan Todorov’s essay Les hommes-récits, which analyzes this enchâssement (embedding) in The Thousand and One Nights and Potocki’s The Manuscript Found in Saragossa (Poétique de la prose, Ed. du Seuil, Paris 1971).

1513

Borges parla di una delle Mille e una notte, la 602ª, magica tra tutte, in cui Shahrazàd racconta a Shahriyàr una storia in cui Shahrazàd racconta a Shahriyàr eccetera eccetera. Nelle traduzioni delle Mille e una notte che ho sottomano non sono riuscito a trovare questa 602ª notte. Ma anche se Borges se la fosse inventata, avrebbe fatto bene a inventarla perché essa rappresenta il naturale coronamento dell’enchâssement delle storie.

1513

Borges speaks of the 602nd night in The Thousand and One Nights - the most magical of all - where Scheherazade tells Shahriyar a story in which Scheherazade tells Shahriyar, etcetera ad infinitum. In the editions I’ve consulted, this 602nd night remains elusive. Yet even if Borges invented it, his invention was apt, for it represents the natural culmination of narrative embedding.

1514

Piuttosto c’è da dire che dal nostro punto di vista dei livelli della realtà, l’enchâssement delle Mille e una notte determina sì una struttura prospettica, ma alla nostra lettura, almeno così come le possiamo leggere noi, queste storie risultano tutte sullo stesso piano. Possiamo distinguervi due tipi di narrativa molto diversi: quello meraviglioso di origine indiana e iranica, con i geni, i cavalli volanti, le metamorfosi, e quello novellistico arabo-islamico del ciclo di Bagdad, col califfo Harun al-Rashid e il vizir Giafar. Ma i racconti dell’uno e dell’altro tipo sono messi sullo stesso piano sia strutturale che stilistico, e la nostra lettura scorre dagli uni agli altri come sulla superficie distesa d’un arazzo.

1514

However, from our perspective of reality levels, while the embedding in The Thousand and One Nights creates a perspectival structure, modern readers perceive these tales as existing on the same plane. We can distinguish two very different narrative types: the marvelous Indo-Iranian tales with genies, flying horses, and metamorphoses, and the Arab-Islamic anecdotal cycle of Harun al-Rashid’s Baghdad. Yet both are presented with equal structural and stylistic weight, flowing across the reader’s imagination like threads in an extended tapestry.

1515

Invece nel prototipo della novellistica letteraria occidentale, il Decameron di Giovanni Boccaccio, tra cornice e novelle esiste un netto stacco stilistico, che evidenzia la distanza tra i due livelli. La cornice d’ogni giornata del Decameron è un quadro della vita felice che conducono nella loro dimora campestre le sette donne e i tre uomini della lieta brigata dei narratori. Siamo su un piano di realtà stilizzata, uniformemente gradevole, raffinatamente manieristica senza contrasti, senza caratterizzazioni, tutta descrizioni climatiche e paesaggistiche, passatempi e conversazioni della corte giocosa che ogni giorno elegge una regina e chiude la giornata con una canzone in versi. Le novelle raccontate invece costituiscono un catalogo delle possibilità narrative che si aprono al linguaggio e alla cultura in un’epoca in cui la varietà delle forme vitali è un valore nuovo, che si sta affermando proprio allora. Ogni novella presenta un’intensità di scrittura e di rappresentazione, in un ventaglio di direzioni diverse, tale da metterle come in rilievo rispetto alla cornice. Questo vuol dire che la cornice è semplicemente un elemento decorativo? Affermare ciò vorrebbe dire dimenticare che la cornice delle novelle, questo paradiso terrestre della corte galante, è contenuta in un’altra cornice, tragica, mortuaria, infernale: la peste di Firenze del 1348 descritta nell’introduzione del Decameron. È la livida realtà d’un mondo da fine del mondo, la peste come catastrofe biologica e sociale, che dà un senso alla utopia d’una società idillica, governata dalla bellezza e dalla gentilezza e dall’ingegno. La produzione principale di questa società utopica è il racconto, e il racconto riproduce la varietà e l’intensità convulsa del mondo perduto, il riso e il pianto già cancellati dalla morte livellatrice.

1515

By contrast, the prototype of Western literary storytelling - Boccaccio’s Decameron - maintains sharp stylistic distinction between frame and tales, emphasizing their ontological separation. The daily frame narratives depict the idyllic life of ten young narrators (seven women, three men) in their rural retreat: a stylized reality of refined mannerisms, pastoral descriptions, and poetic interludes. The embedded tales, however, explode into a catalogue of narrative possibilities, each bursting with linguistic and representational intensity that overshadows the frame. Does this make the frame mere decoration? Only if we forget that this courtly paradise is itself framed by another reality - the tragic, infernal frame of the 1348 Florentine Plague described in the introduction. This grayish world of biological and social catastrophe makes sense of the utopian society governed by beauty, wit, and grace. The primary product of this utopia - storytelling - reproduces the vanished world’s convulsive variety, its laughter and tears already leveled by death.

1516

Vediamo ora cosa sta dentro la cornice.

1516

Let us now examine what lies within the frame.

1517

io ho ascoltato il canto delle Sirene

1517

I have heard the Sirens’ song

1518

Avrei potuto dire anche: ho accecato il ciclope Polifemo, oppure: ho sventato gli incanti di Circe, ma se ho scelto l’episodio delle Sirene è perché esso mi permette d’introdurre un ulteriore passaggio prospettico all’interno della narrazione d’Ulisse, un ulteriore livello di realtà contenuto nel canto delle Sirene.

1518

I could have said: I blinded the Cyclops Polyphemus, or: I thwarted Circe’s spells. But I chose the Sirens episode because it allows me to introduce another perspectival shift within Odysseus’ narrative - another reality level contained in the Sirens’ song.

1519

Cosa cantano le Sirene? Un’ipotesi possibile è che il loro canto non sia altro che l’Odissea. La tentazione del poema d’inglobare se stesso, di riflettersi come in uno specchio si presenta varie volte nell’Odissea, specialmente nei banchetti dove cantano gli aedi; e chi meglio delle Sirene potrebbe dare al proprio canto questa funzione di specchio magico?

1519

What do the Sirens sing? One possible hypothesis: their song is none other than the Odyssey itself. The poem’s temptation to engulf itself, to mirror its own creation, recurs throughout the epic, particularly in the bardic performances at feasts. Who better than the Sirens to make their song function as this magic mirror?

1520

In questo caso saremmo di fronte a quel procedimento letterario che André Gide ha definito con un termine araldico la mise en abyme. La mise en abyme si ha quando un’opera letteraria include un’altra opera che assomiglia alla prima, cioè quando una sua parte riproduce il tutto. Abbiamo già accennato alla recita degli attori nell’Amleto, alla 602ª notte secondo Borges. Gli esempi si estendono alla pittura, per esempio negli effetti di specchi dei quadri di Van Eyck. Non mi soffermo sulla mise en abyme perché mi basta rimandare a uno studio esauriente uscito pochi mesi fa, Lucien Dällenbach, Le récit spéculaire (Ed. du Seuil, Paris 1977).

1520

This would exemplify the literary device André Gide termed mise en abyme (heraldic "placement in abyss"). This occurs when a work contains another work mirroring its structure, a part reproducing the whole. We’ve already mentioned the play-within-a-play in Hamlet and Borges’ 602nd night. Examples extend to painting - consider the mirror effects in Van Eyck’s works. I won’t dwell on mise en abyme, as Lucien Dällenbach’s exhaustive study Le récit spéculaire (Ed. du Seuil, Paris 1977) suffices for reference.

1521

Ma quello che il testo dell’Odissea ci dice sul canto delle Sirene è che le Sirene dicono che stanno cantando e che vogliono essere ascoltate, è che il loro canto è quanto di meglio possa essere cantato. L’esperienza ultima di cui il racconto di Ulisse vuol rendere conto è un’esperienza lirica, musicale, ai confini dell’ineffabile. Una delle più belle pagine di Maurice Blanchot interpreta il canto delle Sirene come un al di là dell’espressione da cui Ulisse, dopo averne sperimentato l’ineffabilità, si ritrae, ripiegando dal canto al racconto sul canto.

1521

But what the text of the Odyssey tells us about the Sirens’ song is that the Sirens declare they are singing and demand to be heard, that their song is the finest that could ever be sung. The ultimate experience that Ulysses’ tale seeks to convey is a lyrical, musical one, verging on the ineffable. One of Maurice Blanchot’s most exquisite passages interprets the Sirens’ song as a realm beyond expression, from which Ulysses retreats after experiencing its ineffability, shifting from song to a narrative about song.

1522

Se, per verificare la mia formula, mi sono servito finora di esemplificazioni narrative, scegliendo tra i classici in versi o in prosa o in forma teatrale ma sempre con una storia da raccontare, ecco che ora, giunto al canto delle Sirene, dovrei ripercorrere tutto il mio discorso per verificare se esso, come io credo, possa adattarsi punto per punto alla poesia lirica, e mettere in evidenza i vari livelli di realtà che l’operazione poetica attraversa. Io sono convinto che questa formula possa essere trascritta con adattamenti minimi mettendo Mallarmé al posto di Omero. Una tale riformulazione forse ci permetterebbe d’inseguire il canto delle Sirene, l’estremo punto d’arrivo della scrittura, il nucleo ultimo della parola poetica, e forse sulle tracce di Mallarmé arriveremmo alla pagina bianca, al silenzio, all’assenza.

1522

If, to verify my framework, I have thus far relied on narrative exemplars—choosing among classical works in verse, prose, or dramatic form but always with a story to tell—now, having reached the Sirens’ song, I should retrace my entire discourse to test whether it can adapt, as I believe, point by point to lyric poetry, and to highlight the various levels of reality that poetic operation traverses. I am convinced this framework could be transposed with minimal adjustments by substituting Mallarmé for Homer. Such a reconfiguration might allow us to pursue the Sirens’ song, the ultimate horizon of writing, the innermost core of poetic language, and perhaps following Mallarmé’s traces, we would arrive at the blank page, at silence, at absence.

1523

Il tracciato che abbiamo seguito, i livelli di realtà che la scrittura suscita, la successione di veli e di schermi forse s’allontana all’infinito, forse s’affaccia sul nulla. Come abbiamo visto svanire l’io, il primo soggetto dello scrivere, così ce ne sfugge l’ultimo oggetto. Forse è nel campo di tensione che si stabilisce tra un vuoto e un vuoto che la letteratura moltiplica gli spessori d’una realtà inesauribile di forme e di significati.

1523

The trajectory we have traced—the levels of reality that writing evokes, the succession of veils and screens—perhaps recedes infinitely, perhaps borders on nothingness. Just as we witnessed the dissolution of the self, the primary subject of writing, so too does its final object elude us. Perhaps it is within the field of tension between one void and another that literature multiplies the layers of an inexhaustible reality of forms and meanings.

1524

Al termine di questa relazione m’accorgo d’aver sempre parlato di «livelli di realtà» mentre il tema del nostro convegno suona (almeno in italiano): «I livelli della realtà». Il punto fondamentale della mia relazione forse è proprio questo: la letteratura non conosce la realtà ma solo livelli. Se esista la realtà di cui i vari livelli non sono che aspetti parziali, o se esistano solo i livelli, questo la letteratura non può deciderlo. La letteratura conosce la realtà dei livelli e questa è una realtà che conosce forse meglio di quanto non s’arrivi a conoscerla attraverso altri procedimenti conoscitivi. È già molto.

1524

At the conclusion of this lecture, I realize I have consistently spoken of “levels of reality,” while our symposium’s theme (at least in Italian) is phrased: “The levels of reality.” The crux of my argument may lie precisely here: literature does not know reality but only levels. Whether there exists the reality of which these levels are mere partial aspects, or whether only the levels themselves exist, literature cannot decide. Literature knows the reality of levels, and this is a reality it perhaps comprehends more fully than through other cognitive processes. This is already significant.

1526

Postfazione1

1526

Afterword1

1527

di Claudio Milanini

1527

by Claudio Milanini

1528

Secondo Maurice Blanchot, ogni libro giunge ai lettori postumo e quasi anonimo: postumo, perché l’autore immerso nella stesura dell’opera partecipa di un’esistenza compatta e definita che non possedeva prima e che lascerà poi dietro di sé, essendo l’opera a sua volta creatrice di un altro io, diverso da quello che la precedeva; quasi anonimo, perché i testi, proiettandosi entro un sistema di attese, «appartengono a tutti, anzi sono scritti, sempre scritti, non da uno solo ma da molti», da tutti coloro ai quali hanno «ininterrottamente cercato di rispondere» (cito dalla postfazione a L’Entretien infini). Scrivere significherebbe dunque passare dall’io all’egli, cioè sboccare – attraverso itinerari più o meno complessi e variamente articolati – su quell’impersonalità di cui fu sbigottito ma lucido testimone, nel secolo scorso, Stéphane Mallarmé.

1528

According to Maurice Blanchot, every book reaches its readers posthumous and quasi-anonymous: posthumous, because the author immersed in crafting the work partakes of a compact, defined existence they did not possess before and will leave behind, the work itself giving birth to another self distinct from its precursor; quasi-anonymous, because texts, projected into a system of expectations, “belong to everyone, are indeed written, always written, not by one alone but by many,” by all those to whom they have “ceaselessly sought to respond” (I cite from the afterword to L’Entretien infini). To write, then, would mean moving from the I to the he, that is, emerging—through more or less complex and variously articulated paths—into that impersonality which Stéphane Mallarmé, a century ago, both dreaded and lucidly witnessed.

1529

Da considerazioni non dissimili sembra essersi lasciato ispirare Italo Calvino al momento di riunire per la prima volta in volume alcune sue prose di carattere saggistico, elaborate nell’arco degli ultimi venticinque anni. La Presentazione (marzo 1980) che le accompagna è in proposito indicativa: «Il personaggio che prende la parola in questo libro […] in parte s’identifica, in parte si distacca dal me stesso rappresentato in altre serie di scritti e di atti […] È ponendosi come esperienza conclusa che la successione di queste pagine comincia a prendere una forma, a diventare una storia che ha un senso nel disegno complessivo».

1529

Italo Calvino appears to have been guided by similar considerations when first assembling a volume of his essayistic prose composed over the past twenty-five years. The Preface (March 1980) accompanying them is revealing: “The persona who speaks in this book […] partly coincides with, partly diverges from the self represented in other series of writings and acts […] It is by posing as a concluded experience that this sequence of pages begins to take shape, to become a story with meaning within an overarching design.”

1530

A Blanchot e a Mallarmé viene fatto del resto esplicito riferimento proprio nella pagina finale della relazione che chiude la raccolta, I livelli della realtà in letteratura, preparata per un convegno del settembre 1978 e rimasta finora pressoché inedita. Vi si legge fra l’altro:

1530

Blanchot and Mallarmé are explicitly referenced in the closing passage of the lecture that concludes the collection, The Levels of Reality in Literature, prepared for a September 1978 symposium and until now largely unpublished. There we read:

1531

La condizione preliminare di qualsiasi opera letteraria è questa: la persona che scrive deve inventare quel primo personaggio che è l’autore dell’opera […] Più andiamo avanti distinguendo gli strati diversi che formano l’io dell’autore, più ci accorgiamo che molti di questi strati non appartengono all’individuo autore ma alla cultura collettiva, all’epoca storica o alle sedimentazioni profonde della specie. Il punto di partenza della catena, il vero primo soggetto dello scrivere ci appare più lontano, più rarefatto, più indistinto: forse è un io-fantasma, un luogo vuoto, un’assenza.

1531

The preliminary condition of any literary work is this: the person writing must invent that first character who is the author of the work […] The further we advance in distinguishing the diverse layers forming the author’s self, the more we realize that many of these layers belong not to the individual author but to collective culture, to historical epochs, or to the deep sedimentations of the species. The starting point of the chain, the true primal subject of writing, appears ever more distant, rarefied, indistinct: perhaps a phantom-self, an empty locus, an absence.

1532

È appena il caso di sottolineare come siffatte formulazioni non implichino certo, per Calvino, l’adesione a una mistica dell’ineffabile. Riflettono piuttosto un’opzione antistoricistica, o per meglio dire la ripulsa di quelle visioni del mondo che fecero e fanno perno sull’idea di un trionfo della continuità storica e biologica (a partire da Hegel e da Darwin, ma si potrebbe risalire molto più indietro). E in tal senso la chiave di volta dell’intero libro – la pietra filosofale di Una pietra sopra – è rappresentata da un saggio che già molto fece discutere nel 1967, Cibernetica e fantasmi, dove l’accento batte su una possibile rivincita della «discontinuità, divisibilità, combinatorietà», così come nelle parole pronunciate da Marco Polo al termine delle Città invisibili (1972).

1532

It is scarcely necessary to emphasize how such formulations do not imply, for Calvino, adherence to a mystique of the ineffable. Rather, they reflect an anti-historicist stance—or more precisely, a rejection of worldviews anchored in the idea of triumphant historical and biological continuity (from Hegel and Darwin onward, though one could trace this much further back). In this light, the keystone of the entire volume—the philosopher’s stone of A Stone Laid Atop—is found in an essay that already stirred debate in 1967, Cybernetics and Ghosts, where emphasis falls on a possible vindication of “discontinuity, divisibility, combinatory logic,” much like the words spoken by Marco Polo at the close of Invisible Cities (1972).

1533

Questa posizione ha senza dubbio un fondamento di natura epistemologica: lo scrittore si appella a biologi quali Watson e Creek, alla linguistica strutturale, alla grammatica trasformazionale di Chomsky, a matematici come Kolmogorov, a numerosi altri; s’intravede sullo sfondo l’ombra di Popper, l’ipotesi secondo la quale il continuo non sarebbe che un modello, una forma teorica confutabile dinanzi al tribunale dell’esperienza. Ma la scelta in favore della discontinuità si pone qui, mi pare, anche come esorcismo nei confronti di un pessimismo storico-politico che sconfina nel pessimismo cosmico.

1533

This position undoubtedly has an epistemological foundation: the writer invokes biologists such as Watson and Crick, structural linguistics, Chomsky’s transformational grammar, mathematicians like Kolmogorov, and numerous others; the shadow of Popper looms in the background, along with the hypothesis that the continuous is but a model—a theoretical construct refutable before the tribunal of experience. Yet the choice in favor of discontinuity also seems to me to function as an exorcism against a historical-political pessimism verging on cosmic despair.

1534

In effetti Calvino denuncia una sensazione di vuoto, «il vuoto di un progetto politico in cui io possa credere, e il vuoto di un progetto letterario in cui io possa credere» (Usi politici giusti e sbagliati della letteratura, 1976). «Solo partendo da un’esatta cognizione delle forze contro cui deve scontrarsi, l’azione umana ha un senso»: ma tutti i parametri, le categorie, le antitesi (anche l’«antitesi operaia») che tradizionalmente si usano per definire, classificare, progettare il mondo appaiono messe in questione dalla crescita esponenziale del genere umano sulla Terra, dall’esplosione delle metropoli, dall’ingovernabilità della società e dell’economia «a qualsiasi sistema esse appartengano». Né si traggono motivi di conforto dalla fine dell’eurocentrismo o dai modi in cui si estrinseca la rivendicazione dei diritti da parte degli oppressi. C’è insomma un radicalismo che va oltre le stesse tesi marcusiane sull’uomo «a una dimensione».

1534

Indeed, Calvino denounces a sensation of void: «the void of a political project in which I can believe, and the void of a literary project in which I can believe» (Right and Wrong Political Uses of Literature, 1976). «Only by starting from an exact understanding of the forces it must confront does human action acquire meaning»: but all the parameters, categories, and antitheses (including the «working-class antithesis») traditionally used to define, classify, and project the world appear challenged by humanity’s exponential growth on Earth, the explosion of metropolises, and the ungovernability of society and the economy «under any system». Nor does comfort come from the end of Eurocentrism or the ways in which the oppressed assert their rights. In short, this radicalism surpasses even Marcuse’s theses on «one-dimensional» man.

1535

La società, leggiamo nella già ricordata Presentazione, «si manifesta come collasso, come frana, come cancrena (o, nelle sue apparenze meno catastrofiche, come vita alla giornata)». Saremmo dunque nella condizione di chi si aggira fra sabbie mobili o macerie, piuttosto che simili a prigionieri colpevoli di essersi costruiti con le proprie mani una perfetta gabbia d’acciaio. «Nessuno» scriveva Max Weber ben prima dei filosofi della scuola di Francoforte «sa ancora chi nell’avvenire vivrà in questa gabbia e se alla fine di questo enorme svolgimento sorgeranno nuovi profeti od una rinascita di antichi pensieri ed ideali o, qualora non avvenga né una cosa né l’altra, se avrà luogo una specie di impietramento nella meccanizzazione, che pretenda di ornarsi di un’importanza che essa stessa nella sua febbrilità si attribuisce»; Calvino insiste invece su immagini di decomposizione, di crollo. Già aveva parlato, nel 1962, di «labirinto»: ora quest’ultimo è divenuto caos. Approdo angoscioso, che spiega in parte l’esclusione dal volume tanto degli scritti precedenti il 1955, quanto degli interventi di tono giornalistico, legati alla cronaca quotidiana.

1535

Society, we read in the aforementioned Presentation, «manifests itself as collapse, as landslide, as gangrene (or, in its less catastrophic appearances, as living hand-to-mouth)». We thus find ourselves in the condition of those wandering through quicksand or rubble, rather than prisoners guilty of having forged their own perfect iron cage. «No one,» Max Weber wrote long before the Frankfurt School philosophers, «knows who will live in this cage in the future, or whether at the end of this tremendous development entirely new prophets will arise, or there will be a great rebirth of old ideas and ideals, or, if neither, mechanized petrification, embellished with a sort of convulsive self-importance»; Calvino, however, insists on images of decomposition and collapse. He had already spoken of a «labyrinth» in 1962: now that labyrinth has become chaos. This anguished terminus partly explains the exclusion from this volume of both pre-1955 writings and journalistic interventions tied to daily events.

1536

Tuttavia proprio il fatto che l’alienazione contemporanea viene percepita come il risultato non di un eccesso di razionalizzazione, bensì del suo contrario, apre nuovi spazi alla ricerca intellettuale. La crisi di cui siamo vittime, suggerisce lo scrittore, è ben lungi dal costituire il punto d’arrivo di un inesorabile processo dialettico, e tanto meno di una presunta «dialettica dell’illuminismo». Di qui l’invito a non tradire l’insegnamento degli Enciclopedisti, a lavorare per una cultura di mediazione e d’integrazione; di qui la difesa di un linguaggio pienamente comunicativo, strumentale, omologatore degli usi diversi («più la lingua si modella sulle attività pratiche, più diventa omogenea sotto tutti gli aspetti, non solo, ma pure acquista “stile”», L’antilingua, 1967).

1536

Yet the very fact that contemporary alienation is perceived as the result not of excessive rationalization but of its opposite opens new spaces for intellectual inquiry. The crisis afflicting us, the writer suggests, is far from constituting the endpoint of an inexorable dialectical process—let alone a presumed «dialectic of Enlightenment». Hence the call to remain faithful to the Encyclopédistes’ teachings, to work toward a culture of mediation and integration; hence the defense of a fully communicative, instrumental language that homogenizes diverse usages («the more language molds itself to practical activities, the more it becomes homogeneous in all aspects, and even acquires “style”», Anti-Language, 1967).

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Questi «discorsi di letteratura e società» modulano infatti un orizzonte assai vasto, rendono testimonianza di un’assidua frequentazione interdisciplinare e insieme di una straordinaria attitudine a riassumere in limpide sintesi questioni complesse. Accanto a scritti ormai famosi sulla situazione letteraria, apparsi tempestivamente su rivista (Il midollo del leone, Il mare dell’oggettività, La sfida al labirinto) e a interpretazioni di grande finezza dedicate a singoli autori od opere (segnalo in particolare le pagine su Pavese e sui Promessi Sposi), ritroviamo interventi sui beatniks, sul ruolo storico della classe operaia, sul rapporto fra filosofia e scienza e letteratura, su Fourier, sull’estremismo politico, sul pubblico…

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These «discourses on literature and society» modulate an expansive horizon, bearing witness to assiduous interdisciplinary engagement and an extraordinary ability to synthesize complex issues with crystalline clarity. Alongside now-canonical essays on the literary situation, published promptly in journals (The Lion’s Marrow, The Sea of Objectivity, The Challenge to the Labyrinth), and exquisitely nuanced interpretations of individual authors or works (notably the pages on Pavese and The Betrothed), we rediscover interventions on beatniks, the historical role of the working class, the relationship between philosophy, science, and literature, Fourier, political extremism, readership…

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La persuasione secondo la quale il mondo intorno a noi risulterebbe sempre meno padroneggiabile, sempre più sfuggente a qualsivoglia progetto o previsione complessiva, induce peraltro lo scrittore ad assumere, intorno alla metà degli anni Sessanta, la stessa «forma-saggio» come metafora epistemologica, come modello conoscitivo che rifletta nel proprio articolarsi – non meno che nel proprio etimo – la consapevolezza di quanto sia inadeguato ogni sforzo umano dinanzi all’intrico delle determinazioni possibili. E mentre s’accresce la quantità degli interlocutori direttamente chiamati in causa, si attenua fino a scomparire l’ambizione di confutarne in modo organico teorie, ipotesi o atteggiamenti. Calvino costruisce i suoi «modelli», li sviluppa e trasforma, scompone e ricompone, convinto che ogni costruzione dovrà essere ulteriormente modificata, ampliata, corretta.

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The conviction that the world around us is increasingly unmanageable and elusive to any overarching project or prediction leads the writer, by the mid-1960s, to adopt the «essay-form» itself as an epistemological metaphor—a cognitive model reflecting in its articulation (no less than in its etymology) the awareness of human efforts’ inadequacy before the tangle of possible determinations. And as the number of interlocutors directly invoked grows, the ambition to systematically refute their theories, hypotheses, or attitudes diminishes until it vanishes. Calvino constructs his «models», develops and transforms them, decomposes and recomposes them, convinced that every construction will require further modification, expansion, and correction.

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Si colgono ancora, qua e là, i giudizi perentori, gli improvvisi «a fondo» del grande moralista che nella stagione dell’engagement intraprese un confronto col reale sotto il segno dell’assolutezza (così resta aperta, ad esempio, la battaglia ingaggiata contro la letteratura consolatoria, contro i «romanzi sbiaditi come l’acqua della rigovernatura dei piatti, in cui nuota l’unto di sentimenti ricucinati», i best-sellers dai quali una «pretenziosa e vacua soggettività dell’autore trabocca nella pretenziosa e vacua soggettività dei lettori, in una melassa di “umanità”»). Ma per lo più prevale la coscienza di lavorare sul provvisorio, «il senso del complicato e del molteplice e del relativo e dello sfaccettato che determina un’attitudine di perplessità sistematica».

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Here and there, one still glimpses the peremptory judgments, the sudden «depth charges» of the great moralist who, during the season of engagement, confronted reality under the sign of absoluteness (thus the battle against consolatory literature remains open—against «novels as pallid as dishwater, swimming in the grease of reheated sentiments», bestsellers where a «pretentious, vacuous authorial subjectivity spills into readers’ pretentious, vacuous subjectivity, in a sludge of “humanity”»). Yet more often, what prevails is the awareness of working within the provisional, «the sense of the complicated, the multiple, the relative, and the multifaceted that determines an attitude of systematic perplexity».

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Su questo sfondo subiscono un processo di corrosione e di adulterazione concettuale anche alcune parole-chiave pur sempre al centro della riflessione calviniana, indici inequivocabili di una tensione intellettuale che, anche quando delimita e relativizza il proprio campo d’indagine, non perde il contatto con i massimi sistemi: «individualità umana», «natura», «storia». Ma non è stato forse Calvino a rammentarci (fin dall’intervista con Camon inclusa nel Mestiere di scrittore) come il Settecento da lui amato sia non solo il secolo dei Lumi, ma anche degli ultimi maghi e alchimisti?

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Against this backdrop, certain key concepts that remain central to Calvino’s reflection undergo conceptual corrosion and adulteration — unmistakable indices of an intellectual tension that, even while delimiting and relativizing its field of inquiry, maintains contact with grand systems: "human individuality," "nature," "history." Yet was it not Calvino himself who reminded us (as early as his interview with Camon included in The Writer’s Craft) that the 18th century he loved was not only the age of Enlightenment but also of the last magicians and alchemists?

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1. Apparso con il titolo Una pietra sopra in «Belfagor», XXXVI, 1, 31 gennaio 1981, pp. 117-19.

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1. Originally published under the title A Stone Laid Atop in «Belfagor», XXXVI, 1, 31 January 1981, pp. 117-19.

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www.librimondadori.it

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Una pietra sopra

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A Stone Laid Atop

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di Italo Calvino

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by Italo Calvino

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© 1995 by Palomar S.r.l. e Mondadori Libri S.p.A., Milano

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© 1995 by Palomar S.r.l. and Mondadori Libri S.p.A., Milan

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© 2002 by The Estate of Italo Calvino

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© 2002 by The Estate of Italo Calvino

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e Mondadori Libri S.p.A., Milano

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and Mondadori Libri S.p.A., Milan

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Lo scritto di Claudio Milanini viene pubblicaton per gentile concessione dell’Autore

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Claudio Milanini’s essay published by kind permission of the Author

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Ebook ISBN 9788852062285

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Ebook ISBN 9788852062285

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COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO | PROGETTO GRAFICO: GIANNI CAMUSSO | FAUSTO MELOTTI, PAESAGGIO ROMANO, 1983-84 © ARCHIVIO FAUSTO MELOTTI

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COVER || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO | DESIGN: GIANNI CAMUSSO | FAUSTO MELOTTI, ROMAN LANDSCAPE, 1983-84 © ARCHIVIO FAUSTO MELOTTI

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«L’AUTORE» || FOTO © JERRY BAUER

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‘THE AUTHOR’ || PHOTO © JERRY BAUER