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Che cos’è il contemporaneo e altri scritti

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Che cos'è il contemporaneo e altri scritti

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What Is the Contemporary and Other Writings

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Giorgio Agamben

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Giorgio Agamben

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ISBN 978-88-7452-251-4

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ISBN 978-88-7452-251-4

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Che cos’è un dispositivo

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What Is an Apparatus

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© 2006 Giorgio Agamben

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© 2006 Giorgio Agamben

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© 2006 nottetempo srl

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© 2006 nottetempo srl

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Che cos’è il contemporaneo

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What Is the Contemporary

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© 2008 nottetempo srl

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© 2008 nottetempo srl

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La chiesa e il regno

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The Church and the Kingdom

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© 2010 nottetempo srl

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© 2010 nottetempo srl

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via Zanardelli, 34 - 00186 Roma

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via Zanardelli, 34 - 00186 Rome

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www.edizioninottetempo.it

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www.edizioninottetempo.it

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nottetempo@edizioninottetempo.it

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nottetempo@edizioninottetempo.it

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Progetto grafico: Studio Cerri Associati

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Graphic design: Studio Cerri Associati

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Giorgio Agamben

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Giorgio Agamben

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3 sassi

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Che cos’è un dispositivo

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What Is an Apparatus

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Che cos’è il contemporaneo

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What Is the Contemporary

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La Chiesa e il Regno

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The Church and the Kingdom

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nottetempo

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1. Le questioni terminologiche sono importanti in filosofia. Come ha detto una volta un filosofo per il quale ho il piú grande rispetto, la terminologia è il momento poetico del pensiero. Ciò non significa che i filosofi debbano ogni volta necessariamente definire i loro termini tecnici. Platone non ha mai definito il piú importante dei suoi termini: idea. Altri invece, come Spinoza e Leibniz, preferiscono definire more geometrico la loro terminologia.

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1. Terminological questions hold great importance in philosophy. As a philosopher for whom I have the utmost respect once remarked, terminology constitutes the poetic moment of thought. This does not mean philosophers must invariably define their technical terms. Plato never defined his most crucial term: idea. Others, like Spinoza and Leibniz, preferred to define their terminology more geometrico.

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L’ipotesi che intendo proporvi è che la parola “dispositivo” sia un termine tecnico decisivo nella strategia del pensiero di Foucault. Egli lo usa spesso soprattutto a partire dalla metà degli anni Settanta, quando comincia a occuparsi di quello che chiamava la “governamentalità” o il “governo degli uomini”. Benché non ne dia mai una vera e propria definizione, egli si avvicina a qualcosa come una definizione in un’intervista del 1977:

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The hypothesis I wish to propose is that the word "apparatus" (dispositivo) constitutes a decisive technical term in Foucault’s strategic thought. He frequently employs it starting from the mid-1970s, when he begins examining what he called "governmentality" or the "government of men." Though he never provides a formal definition, he approaches something like one in a 1977 interview:

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“Ciò che io cerco di individuare con questo nome, è, innanzitutto, un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche, in breve: tanto del detto che del non-detto, ecco gli elementi del dispositivo. Il dispositivo è la rete che si stabilisce fra questi elementi…

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"What I aim to identify with this term is, first and foremost, a thoroughly heterogeneous ensemble comprising discourses, institutions, architectural forms, regulatory decisions, laws, administrative measures, scientific statements, philosophical, moral, and philanthropic propositions—in short, both the said and the unsaid. These are the elements of the apparatus. The apparatus itself is the network established between these elements...

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…col termine dispositivo, intendo una specie – per cosí dire – di formazione che in un certo momento storico ha avuto come funzione essenziale di rispondere a un’urgenza. Il dispositivo ha dunque una funzione eminentemente strategica…

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...By the term apparatus, I mean a kind of formation—so to speak—that at a given historical moment has had as its essential function to respond to an urgency. The apparatus thus possesses a fundamentally strategic role...

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Ho detto che il dispositivo è di natura essenzialmente strategica, il che implica che si tratti di una certa manipolazione di rapporti di forza, di un intervento razionale e concertato nei rapporti di forza, sia per orientarli in una certa direzione, sia per bloccarli o per fissarli e utilizzarli. Il dispositivo è sempre iscritto in un gioco di potere e, insieme, sempre legato a dei limiti del sapere, che derivano da esso e, nella stessa misura, lo condizionano. Il dispositivo è appunto questo: un insieme di strategie di rapporti di forza che condizionano certi tipi di sapere e ne sono condizionati”.

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I have said that the apparatus is inherently strategic, implying that it involves a certain manipulation of force relations, a rational and concerted intervention in these relations either to direct them toward a specific end, to arrest them, or to stabilize and utilize them. The apparatus is always inscribed within a play of power while simultaneously being bound to limits of knowledge that both derive from and condition it. The apparatus is precisely this: an ensemble of strategies governing force relations that condition particular forms of knowledge and are in turn conditioned by them."

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(Dits et écrits, vol. iii, pp. 299-300)

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(Dits et écrits, vol. III, pp. 299-300)

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Riassumiamo brevemente i tre punti:

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Let us summarize three key points:

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a. È un insieme eterogeneo, che include virtualmente qualsiasi cosa, linguistico e non-linguistico allo stesso titolo: discorsi, istituzioni, edifici, leggi, misure di polizia, proposizioni filosofiche ecc. Il dispositivo in se stesso è la rete che si stabilisce tra questi elementi.

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a. It is a heterogeneous ensemble encompassing virtually anything, linguistic and non-linguistic alike: discourses, institutions, buildings, laws, policing measures, philosophical propositions, etc. The apparatus as such is the network established between these elements.

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b. Il dispositivo ha sempre una funzione strategica concreta e si iscrive sempre in una relazione di potere.

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b. The apparatus always serves a concrete strategic function and is invariably embedded within power relations.

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c. Come tale, risulta dall’incrocio di relazioni di potere e di relazioni di sapere.

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c. As such, it emerges from the intersection of power relations and knowledge relations.

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2. Vorrei ora provare a tracciare una sommaria genealogia di questo termine prima all’interno dell’opera di Foucault e poi in un contesto storico piú ampio.

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2. I now wish to outline a brief genealogy of this term, first within Foucault’s work and then within a broader historical context.

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Alla fine degli anni Sessanta, piú o meno al momento in cui scrive L’archeologia del sapere, per definire l’oggetto delle sue ricerche Foucault non usa il termine dispositivo ma quello, etimologicamente vicino, “positivité”, positività, anche questa volta senza definirlo.

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In the late 1960s, around the time he wrote The Archaeology of Knowledge, Foucault used the term "positivity" (positività) – etymologically akin to "apparatus" – rather than "apparatus" itself to define the object of his inquiries, again without formally defining it.

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Mi sono spesso chiesto dove Foucault avesse trovato questo termine, fino al momento in cui, non molti mesi fa, ho riletto il saggio di Jean Hyppolite Introduction à la philosophie de l’histoire de Hegel. Voi conoscete probabilmente il forte rapporto che legava Foucault a Hyppolite, che egli definisce talvolta “il mio maestro” (Hyppolite era stato effettivamente suo insegnate prima durante la khâgne al liceo Henri iv e poi all’Ecole normale).

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I often wondered where Foucault had encountered this term until I recently reread Jean Hyppolite’s Introduction to the Philosophy of Hegel’s History. Readers will likely recall the profound intellectual bond between Foucault and Hyppolite, whom he occasionally referred to as "my teacher" (Hyppolite had indeed taught him during his preparatory studies at the Lycée Henri-IV and later at the École Normale Supérieure).

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Il capitolo terzo del saggio di Hyppolite porta il titolo: Raison et histoire. Les idées de positivité et de destin (Ragione e storia. Le idee di positività e di destino). Egli concentra qui la sua analisi su due opere hegeliane del cosiddetto periodo di Berna e Francoforte (1795-96): la prima è “Lo spirito del cristianesimo e il suo destino” e la seconda – quella da cui proviene il termine che ci interessa – “La positività della religione cristiana” (Die Positivität der christliche Religion). Secondo Hyppolite, “destino” e “positività” sono due concetti-chiave del pensiero hegeliano. In particolare, il termine “positività” ha in Hegel il suo luogo proprio nell’opposizione fra “religione naturale” e “religione positiva”. Mentre la religione naturale riguarda l’immediata e generale relazione della ragione umana col divino, la religione positiva o storica comprende l’insieme delle credenze, delle regole e dei riti che in una certa società e in un certo momento storico sono imposti agli individui dall’esterno. “Una religione positiva,” scrive Hegel in un passo che Hyppolite cita, “implica dei sentimenti che vengono impressi nelle anime attraverso una costrizione e dei comportamenti che sono il risultato di un rapporto di comando e di obbedienza e che vengono compiuti senza un diretto interesse”1.

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The third chapter of Hyppolite’s essay bears the title: Reason and History: The Ideas of Positivity and Destiny. Here, he focuses on two works from Hegel’s Bern and Frankfurt period (1795-96): The Spirit of Christianity and Its Destiny and The Positivity of the Christian Religion (Die Positivität der christliche Religion) – the latter providing the term in question. According to Hyppolite, "destiny" and "positivity" are pivotal concepts in Hegel’s thought. Specifically, "positivity" emerges in Hegel’s contrast between "natural religion" and "positive religion". While natural religion concerns humanity’s immediate, universal relation to the divine through reason, positive or historical religion encompasses the beliefs, rules, and rituals externally imposed on individuals within a given society and historical moment. "A positive religion," Hegel writes in a passage Hyppolite cites, "entails feelings imprinted upon souls through compulsion and behaviors resulting from a relation of command and obedience, performed without direct personal interest"1.

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Hyppolite mostra come l’opposizione fra natura e positività corrisponda, in questo senso, alla dialettica fra libertà e costrizione e fra ragione e storia. In un passo che non può non aver suscitato la curiosità di Foucault e che contiene qualcosa di piú che un presagio della nozione di dispositivo, egli scrive: “Si vede qui il nodo problematico implicito nel concetto di positività, e i tentativi successivi di Hegel per unire dialetticamente – una dialettica che non ha ancora preso coscienza di se stessa – la pura ragione (teorica e soprattutto pratica) e la positività, cioè l’elemento storico. In un certo senso, la positività è considerata da Hegel come un ostacolo alla libertà umana, e come tale viene condannata. Investigare gli elementi positivi di una religione, e si potrebbe già aggiungere di uno stato sociale, significa scoprire ciò che in essi è imposto attraverso una costrizione agli uomini, ciò che rende opaca la purezza della ragione; ma, in un altro senso, che nel corso dello sviluppo del pensiero hegeliano finisce col prevalere, la positività deve essere riconciliata con la ragione, che perde allora il suo carattere astratto e si adegua alla ricchezza concreta della vita. Si comprende dunque come il concetto di positività sia al centro delle prospettive hegeliane”2.

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Hyppolite demonstrates how this opposition between nature and positivity corresponds to the dialectic of freedom versus constraint and reason versus history. In a passage that surely intrigued Foucault – one presaging the notion of the apparatus – he observes: "Here we discern the problematic knot implicit in the concept of positivity, and Hegel’s subsequent attempts to dialectically unite (through a dialectic not yet fully self-aware) pure reason (theoretical and especially practical) with positivity, that is, the historical element. In one sense, Hegel condemns positivity as an obstacle to human freedom. To investigate the positive elements of a religion – and we might add, of a social order – means to uncover what is coercively imposed upon individuals, what obscures reason’s purity. Yet in another sense, which gradually prevails in Hegel’s development, positivity must reconcile with reason, thereby shedding its abstract character to align with life’s concrete richness. Thus, the concept of positivity lies at the heart of Hegel’s perspectives"2.

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Se “positività” è il nome che, secondo Hyppolite, il giovane Hegel dà all’elemento storico, con tutto il suo carico di regole, riti e istituzioni che vengono imposti agli individui da un potere esterno, ma che vengono, per cosí dire, interiorizzati nei sistemi delle credenze e dei sentimenti, allora Foucault, prendendo in prestito questo termine (che diventerà piú tardi “dispositivo”) prende posizione rispetto a un problema decisivo, che è anche il suo problema piú proprio: la relazione fra gli individui come esseri viventi e l’elemento storico, intendendo con questo termine l’insieme delle istituzioni, dei processi di soggettivazione e delle regole in cui si concretizzano le relazioni di potere. Lo scopo ultimo di Foucault non è, però, come in Hegel, quello di riconciliare i due elementi. E nemmeno di enfatizzare il conflitto fra di essi. Si tratta per lui piuttosto di investigare i modi concreti in cui le positività (o i dispositivi) agiscono nelle relazioni, nei meccanismi e nei “giochi” del potere.

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If "positivity," as Hyppolite argues, is the young Hegel’s term for the historical element – with its burden of rules, rituals, and institutions externally imposed by power yet internalized into systems of belief and sentiment – then Foucault’s appropriation of this term (later replaced by "apparatus") engages a decisive problem: the relation between individuals as living beings and the historical element. By the latter, Foucault means the totality of institutions, processes of subjectivation, and rules through which power relations materialize. Yet unlike Hegel, Foucault’s ultimate aim is neither to reconcile these elements nor to emphasize their conflict. Rather, he seeks to investigate the concrete ways positivities (or apparatuses) operate within power’s relations, mechanisms, and "games".

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3. Dovrebbe ora essere chiaro in che senso ho avanzato l’ipotesi che il termine “dispositivo” sia un termine tecnico essenziale del pensiero di Foucault. Non si tratta di un termine particolare, che si riferisce soltanto a questa o quella tecnologia del potere. È un termine generale, che ha la stessa ampiezza che, secondo Hyppolite, “positività” ha per il giovane Hegel e, nella strategia di Foucault, esso viene a occupare il posto di quelli che egli definisce criticamente “gli universali” (les universaux). Foucault, come sapete, ha sempre rifiutato di occuparsi di quelle categorie generali o enti di ragione che egli chiama appunto “gli universali”, come lo Stato, la Sovranità, la Legge, il Potere. Ma questo non significa che non vi siano, nel suo pensiero, concetti operativi di carattere generale. I dispositivi sono, appunto, ciò che nella strategia foucaldiana prende il posto degli universali: non semplicemente questa o quella misura di polizia, questa o quella tecnologia del potere, e nemmeno una generalità ottenuta per astrazione: piuttosto, come diceva nell’intervista del 1977, “la rete (le réseau) che si stabilisce tra questi elementi”.

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3. It should now be clear why I posit "apparatus" as an essential technical term in Foucault’s thought. This is no narrow concept referring merely to specific power technologies. It is a general category, possessing the same breadth Hyppolite attributes to "positivity" in the young Hegel. In Foucault’s strategy, it displaces what he critically terms "universals" (les universaux). As is well known, Foucault consistently refused to engage with general categories or entities of reason like the State, Sovereignty, Law, or Power. Yet this does not preclude operative general concepts in his work. Apparatuses are precisely what substitute for universals in Foucault’s framework: not merely specific police measures or power technologies, nor abstract generalizations, but rather – as he stated in the 1977 interview – "the network (le réseau) established between these elements".

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Se proviamo ora a esaminare la definizione del termine “dispositivo” che si trova nei dizionari francesi di uso comune, vediamo che questi distinguono tre significati del termine:

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Examining standard French dictionary definitions of "dispositif" (apparatus), we find three meanings:

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a. Un senso giuridico in senso stretto: “Il dispositivo è la parte di un giudizio che contiene la decisione separatamente dalle motivazioni”. Cioè la parte della sentenza (o di una legge) che decide e dispone

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a. A strict juridical sense: "The dispositif is the portion of a legal judgment containing the decision, distinct from its reasoning". That is, the part of a ruling (or law) that decides and disposes.

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b. Un significato tecnologico: “Il modo in cui sono disposti i pezzi di una macchina o di un meccanismo e, per estensione, il meccanismo stesso”

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b. A technological meaning: "The arrangement of components in a machine or mechanism and, by extension, the mechanism itself".

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c. Un significato militare: “L’insieme dei mezzi disposti in conformità di un piano”.

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c. A military sense: "The totality of means deployed in accordance with a strategic plan".

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Tutti e tre questi significati sono, in qualche modo, presenti nell’uso foucaldiano. Ma i dizionari, in particolare quelli che non hanno un carattere storico-etimologico, operano dividendo e separando i vari significati di un termine. Questa frammentazione, tuttavia, corrisponde in genere allo svolgimento e all’articolazione storica di un unico significato originale, che è importante non perdere di vista. Qual è, nel caso del termine “dispositivo”, questo significato? Certo il termine, nell’uso comune come in quello foucaldiano, sembra rimandare a un insieme di pratiche e meccanismi (insieme linguistici e non linguistici, giuridici, tecnici e militari) che hanno lo scopo di far fronte a un’urgenza e di ottenere un effetto piú o meno immediato. Ma in quale strategia di prassi o di pensiero, in quale contesto storico il termine moderno ha avuto origine?

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All three of these meanings are, in some way, present in Foucault’s usage. However, dictionaries—particularly those lacking a historical-etymological focus—operate by dividing and separating the various meanings of a term. This fragmentation generally corresponds to the historical articulation and development of a single original meaning, which it is crucial not to lose sight of. What is this original meaning in the case of the term "apparatus"? Certainly, in both common and Foucauldian usage, the term seems to refer to a set of practices and mechanisms (both linguistic and non-linguistic, legal, technical, and military) aimed at addressing an urgency and achieving a more or less immediate effect. But within which strategy of praxis or thought, in which historical context, did the modern term originate?

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4. Negli ultimi tre anni, mi sono andato sempre piú addentrando in una ricerca di cui comincio soltanto ora a intravedere la fine e che potrei definire con qualche approssimazione come una genealogia teologica dell’economia. Nei primi secoli della storia della Chiesa – diciamo fra il secondo e il sesto secolo – il termine greco oikonomia svolse nella teologia una funzione decisiva. Oikonomia significa in greco l’amministrazione dell’oikos, della casa e, piú generalmente, gestione, management. Si tratta, come dice Aristotele (Pol. 1255 b 21), non di un paradigma epistemico, ma di una prassi, di un’attività pratica che deve di volta in volta far fronte a un problema e a una situazione particolare. Perché i padri sentirono il bisogno di introdurre questo termine in teologia? Come si arrivò a parlare di una “economia divina”?

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4. Over the last three years, I have increasingly immersed myself in research whose end I am only now beginning to glimpse—a project that could be loosely defined as a theological genealogy of economy. In the early centuries of Church history—roughly between the second and sixth centuries—the Greek term oikonomia played a decisive role in theology. Oikonomia in Greek signifies the administration of the oikos (household) and, more broadly, management. As Aristotle notes (Pol. 1255 b 21), it is not an epistemic paradigm but a praxis, a practical activity that must address specific problems and situations. Why did the Church Fathers feel the need to introduce this term into theology? How did they come to speak of a "divine economy"?

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Si trattava, per l’appunto, di un problema estremamente delicato e vitale, forse della questione decisiva nella storia della teologia cristiana: la Trinità. Quando, nel corso del secondo secolo, si cominciò a discutere di una trinità di figure divine, il Padre, il Figlio e lo Spirito, vi fu, come c’era da aspettarsi, all’interno della Chiesa una fortissima resistenza da parte di persone ragionevoli che pensavano con raccapriccio che, in questo modo, si rischiava di reintrodurre il politeismo e il paganesimo nella fede cristiana. Per convincere questi ostinati avversari (che furono poi definiti “monarchiani”, cioè fautori del governo di uno solo), teologi come Tertulliano, Ippolito, Ireneo e molti altri non trovarono di meglio che servirsi del termine oikonomia. Il loro argomento era press’a poco il seguente: “Dio, quanto al suo essere e alla sua sostanza, è, certamente, uno; ma quanto alla sua oikonomia, cioè al modo in cui amministra la sua casa, la sua vita e il mondo che ha creato, egli è, invece, triplice. Come un buon padre può affidare al figlio lo svolgimento di certe funzioni e di certi compiti, senza perdere per questo il suo potere e la sua unità, cosí Dio affida a Cristo l’‘economia’, l’amministrazione e il governo della storia degli uomini”. Il termine oikonomia si andò cosí specializzando per significare in particolare l’incarnazione del Figlio e l’economia della redenzione e della salvezza (per questo, in alcune sette gnostiche, Cristo finí col chiamarsi “l’uomo dell’economia”, ho anthropos tes oikonomias). I teologi si abituarono a poco a poco a distinguere fra un “discorso – o logos – della teologia” e un “logos dell’economia” e l’oikonomia divenne cosí il dispositivo attraverso cui il dogma trinitario e l’idea di un governo divino provvidenziale del mondo furono introdotti nella fede cristiana.

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This was, precisely, an extremely delicate and vital problem—perhaps the decisive question in the history of Christian theology: the Trinity. When, during the second century, discussions arose about a trinity of divine figures—the Father, the Son, and the Spirit—there was, unsurprisingly, fierce resistance within the Church from reasonable individuals who feared that this risked reintroducing polytheism and paganism into Christian faith. To persuade these obstinate adversaries (later labeled "Monarchians," i.e., proponents of single rule), theologians like Tertullian, Hippolytus, Irenaeus, and many others found no better recourse than to employ the term oikonomia. Their argument ran roughly as follows: "God, in His being and substance, is certainly one. But in His oikonomia—that is, in the way He administers His house, His life, and the world He created—He is instead triune. Just as a good father may entrust certain functions and tasks to his son without thereby losing his authority and unity, so God entrusts to Christ the 'economy,' the administration and governance of human history." The term oikonomia thus became specialized to signify, in particular, the incarnation of the Son and the economy of redemption and salvation (for this reason, in certain Gnostic sects, Christ came to be called "the man of economy," ho anthropos tēs oikonomias). Gradually, theologians grew accustomed to distinguishing between a "logos of theology" and a "logos of economy," and oikonomia thereby became the apparatus through which the Trinitarian dogma and the idea of a providential divine governance of the world were introduced into Christian faith.

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Ma, come spesso avviene, la frattura che i teologi avevano cercato in questo modo di evitare e di rimuovere in Dio sul piano dell’essere, riapparve nella forma di una cesura che separa in Dio essere e azione, ontologia e prassi. L’azione (l’economia, ma anche la politica) non ha alcun fondamento nell’essere: questa è la schizofrenia che la dottrina teologica dell’oikonomia lascia in eredità alla cultura occidentale.

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Yet, as often happens, the fracture that theologians sought to avoid and suppress in God’s being reemerged as a schism separating being and action, ontology and praxis, within God. Action (economy, but also politics) has no foundation in being: this is the schizophrenia that the theological doctrine of oikonomia bequeaths to Western culture.

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5. Penso che anche attraverso questa esposizione sommaria, vi siate resi conto della centralità e dell’importanza della funzione che la nozione di oikonomia ha svolto nella teologia cristiana. Già a partire da Clemente di Alessandria, essa si fonde con la nozione di provvidenza, e va a significare il governo salvifico del mondo e della storia degli uomini. Ebbene: qual’è la traduzione di questo fondamentale termine greco negli scritti dei padri latini? Dispositio.

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5. I trust that even this cursory exposition has made clear the centrality and importance of the role played by the notion of oikonomia in Christian theology. From Clement of Alexandria onward, it merges with the notion of providence, coming to signify the salvific governance of the world and human history. Now, what is the translation of this foundational Greek term in the writings of the Latin Fathers? Dispositio.

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Il termine latino dispositio, da cui deriva il nostro termine “dispositivo”, viene dunque ad assumere su di sé tutta la complessa sfera semantica dell’oikonomia teologica. I “dispositivi” di cui parla Foucault sono in qualche modo connessi con questa eredità teologica, possono essere in qualche modo ricondotti alla frattura che divide e, insieme, articola in Dio essere e prassi, la natura o essenza e l’operazione attraverso cui egli amministra e governa il mondo delle creature. Il termine dispositivo nomina ciò in cui e attraverso cui si realizza una pura attività di governo senza alcun fondamento nell’essere. Per questo i dispositivi devono sempre implicare un processo di soggettivazione, devono, cioè, produrre il loro soggetto.

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The Latin term dispositio, from which our term "apparatus" derives, thus comes to encompass the entire complex semantic sphere of theological oikonomia. The "apparatuses" discussed by Foucault are in some way connected to this theological legacy and can be traced back to the fracture that divides yet simultaneously articulates being and praxis within God — His nature or essence and the operations through which He administers and governs the world of creatures. The term "apparatus" designates that in and through which a pure activity of governance is realized without any foundation in being. This is why apparatuses must always entail a process of subjectivation — they must produce their own subject.

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Alla luce di questa genealogia teologica, i dispositivi foucaldiani acquistano una pregnanza ancora piú decisiva, in un contesto in cui essi incrociano non soltanto la “positività” del giovane Hegel, ma anche il Gestell dell’ultimo Heidegger, la cui etimologia è affine a quella di dis-positio, dis-ponere (il tedesco stellen corrisponde al latino ponere). Quando Heidegger, in Die Technik und die Kehre (La tecnica e la svolta), scrive che Ge-stell, significa comunemente “apparato” (Gerät), ma che egli intende con questo termine “il raccogliersi di quel (dis)porre (Stellen), che (dis)pone dell’uomo, cioè esige da lui lo svelamento del reale sul modo dell’ordinare (Bestellen)”, la prossimità di questo termine con la dispositio dei teologi e con i dispositivi di Foucault è evidente. Comune a tutti questi termini è il rimando a una oikonomia, cioè a un insieme di prassi, di saperi, di misure, di istituzioni il cui scopo è di gestire, governare, controllare e orientare in un senso che si pretende utile i comportamenti, i gesti e i pensieri degli uomini.

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In light of this theological genealogy, Foucaultian apparatuses acquire even more decisive significance within a context where they intersect not only the "positivity" of the young Hegel but also the late Heidegger's Gestell (enframing), whose etymology is akin to dis-positio, dis-ponere (the German stellen corresponds to the Latin ponere). When Heidegger writes in Die Technik und die Kehre (The Question Concerning Technology) that Ge-stell commonly means "apparatus" (Gerät), but that he intends by this term "the gathering of that (dis)posing (Stellen) which (dis)poses of humankind, i.e., demands of it the unveiling of the real in the mode of ordering (Bestellen)," the proximity of this term to the theologians' dispositio and Foucault's apparatuses becomes evident. Common to all these terms is their reference to an oikonomia — that is, to a set of practices, knowledges, measures, and institutions whose aim is to manage, govern, control, and orient human behaviors, gestures, and thoughts in a purportedly useful direction.

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6. Uno dei principi metodologici che seguo costantemente nelle mie ricerche è quello di individuare nei testi e nei contesti in cui lavoro quello che Feuerbach definiva l’elemento filosofico, cioè il punto della loro Entwicklungs-fähigkeit (letteralmente, capacità di sviluppo), il locus e il momento in cui essi sono suscettibili di uno sviluppo. Tuttavia, quando interpretiamo e svolgiamo in questo senso il testo di un autore, viene il momento in cui cominciamo a renderci conto di non poter procedere oltre senza contravvenire alle regole piú elementari dell’ermeneutica. Ciò significa che lo svolgimento del testo in questione ha raggiunto un punto di indecidibilità in cui diventa impossibile distinguere fra l’autore e l’interprete. Benchè questo sia per l’interprete un momento particolarmente felice, egli sa che è ora tempo di abbandonare il testo che sta analizzando e di procedere per conto proprio.

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6. One methodological principle I consistently follow in my research is to identify within the texts and contexts I engage with what Feuerbach termed the philosophical element — namely, the point of their Entwicklungs-fähigkeit (literally, "capacity for development"), the locus and moment where they become susceptible to further elaboration. However, when interpreting and developing an author's text in this manner, a moment arrives when we realize we can proceed no further without violating the most elementary rules of hermeneutics. This signifies that the elaboration of the text in question has reached a point of undecidability where it becomes impossible to distinguish between the author and the interpreter. Although this marks an especially felicitous moment for the interpreter, they know it is now time to abandon the text under analysis and proceed autonomously.

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Vi invito pertanto ad abbandonare il contesto della filologia foucaldiana in cui ci siamo mossi finora e a situare i dispositivi in un nuovo contesto.

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I therefore invite you to depart from the Foucauldian philological context within which we have operated thus far and to situate apparatuses within a new framework.

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Vi propongo nulla di meno che una generale e massiccia partizione dell’esistente in due grandi gruppi o classi: da una parte gli esseri viventi (o le sostanze) e dall’altra i dispositivi in cui essi vengono incessantemente catturati. Da una parte, cioè, per riprendere la terminologia dei teologi, l’ontologia delle creature e dall’altra l’oikonomia dei dispositivi che cercano di governarle e guidarle verso il bene.

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I propose nothing less than a general and massive partitioning of existence into two broad groups or classes: on one side, living beings (or substances), and on the other, the apparatuses that ceaselessly capture them. To adopt the theologians' terminology, we have here an ontology of creatures and, opposing it, an economy of apparatuses that seek to govern and guide them toward the good.

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Generalizzando ulteriormente la già amplissima classe dei dispositivi foucaldiani, chiamerò dispositivo letteralmente qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi. Non soltanto, quindi, le prigioni, i manicomi, il Panopticon, le scuole, la confessione, le fabbriche, le discipline, le misure giuridiche ecc., la cui connessione col potere è in un certo senso evidente, ma anche la penna, la scrittura, la letteratura, la filosofia, l’agricoltura, la sigaretta, la navigazione, i computers, i telefoni cellulari e – perché no – il linguaggio stesso, che è forse il piú antico dei dispositivi, in cui migliaia e migliaia di anni fa un primate – probabilmente senza rendersi conto delle conseguenze cui andava incontro – ebbe l’incoscienza di farsi catturare.

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By further generalizing Foucault's already expansive class of apparatuses, I will literally call "apparatus" anything that in some way possesses the capacity to capture, orient, determine, intercept, shape, control, and secure the gestures, behaviors, opinions, and discourses of living beings. This includes not only prisons, asylums, the Panopticon, schools, confession, factories, disciplines, legal measures, etc. — whose connection to power is in a sense evident — but also the pen, writing, literature, philosophy, agriculture, cigarettes, navigation, computers, cell phones, and — why not — language itself, perhaps the most ancient of apparatuses, in which a primate (likely unaware of the consequences) allowed itself to be captured thousands of years ago.

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Ricapitolando, abbiamo cosí due grandi classi, gli esseri viventi (o le sostanze) e i dispositivi. E, fra i due, come terzo, i soggetti. Chiamo soggetto ciò che risulta dalla relazione e, per cosí dire, dal corpo a corpo fra i viventi e i dispositivi. Naturalmente le sostanze e i soggetti, come nella vecchia metafisica, sembrano sovrapporsi, ma non completamente. In questo senso, per esempio, uno stesso individuo, una stessa sostanza, può essere il luogo di molteplici processi di soggettivazione: l’utilizzatore di telefoni cellulari, il navigatore in internet, lo scrittore di racconti, l’appassionato di tango, il no-global ecc.ecc. Alla crescita sterminata dei dispositivi nel nostro tempo, fa cosí riscontro una altrettanto sterminata proliferazione di processi di soggettivazione. Ciò può produrre l’impressione che la categoria della soggettività nel nostro tempo vacilli e perda consistenza; ma si tratta, per essere precisi, non di una cancellazione o di un superamento, ma di una disseminazione che spinge all’estremo l’aspetto di mascherata che ha sempre accompagnato ogni identità personale.

82

To recapitulate: we thus have two broad classes — living beings (or substances) and apparatuses — and between them, as a third term, subjects. I define as a subject that which results from the relation and, so to speak, the body-to-body struggle between living beings and apparatuses. Naturally, substances and subjects, as in old metaphysics, appear to overlap — but not entirely. In this sense, for example, the same individual, the same substance, can be the site of multiple processes of subjectivation: the cell phone user, the internet surfer, the short-story writer, the tango enthusiast, the anti-globalization activist, etc. The boundless growth of apparatuses in our time thus corresponds to an equally boundless proliferation of subjectivation processes. This may create the impression that the category of subjectivity in our era is wavering and losing consistency. To be precise, however, this is not an erasure or overcoming but a dissemination that pushes to the extreme the masquerade aspect that has always accompanied every personal identity.

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7. Non sarebbe probabilmente errato definire la fase estrema dello sviluppo capitalistico che stiamo vivendo come una gigantesca accumulazione e proliferazione di dispositivi. Certo fin da quando è apparso l’homo sapiens vi sono stati dispositivi, ma si direbbe che oggi non vi sia un solo istante nella vita degli individui che non sia modellato, contaminato o controllato da un qualche dispositivo. In che modo possiamo allora far fronte a questa situazione, quale strategia dobbiamo seguire nel nostro quotidiano corpo a corpo coi dispositivi? Non si tratta semplicemente di distruggerli, né, come suggeriscono alcuni ingenui, di usarli nel modo giusto.

84

7. It would likely not be incorrect to define the extreme phase of capitalist development we are experiencing as a gigantic accumulation and proliferation of apparatuses. Certainly, apparatuses have existed since homo sapiens first appeared. Yet today, there seems not to be a single moment in individuals' lives that remains unshaped, contaminated, or controlled by some apparatus. How, then, can we confront this situation? What strategy should we adopt in our daily body-to-body struggle with apparatuses? The solution does not lie in merely destroying them, nor — as some naively suggest — in using them "correctly."

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Per esempio, vivendo in Italia, cioè in un paese in cui i gesti e i comportamenti degli individui sono stati rimodellati da cima a fondo dal telefono cellulare (detto familiarmente “telefonino”), io ho sviluppato un odio implacabile per questo dispositivo, che ha reso ancora piú astratti i rapporti fra le persone. Malgrado mi sia sorpreso piú volte a pensare a come distruggere o disattivare i telefonini e a come eliminare o almeno punire e imprigionare coloro che ne fanno uso, non credo che sia questa la soluzione giusta del problema.

85

For instance, living in Italy — a country where individuals' gestures and behaviors have been entirely remodeled by the cell phone (affectionately termed the telefonino) — I have developed an implacable hatred for this apparatus, which has rendered interpersonal relations even more abstract. Though I have often caught myself contemplating how to destroy or deactivate cell phones and how to eliminate or at least punish and imprison those who use them, I do not believe this constitutes the right solution to the problem.

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Il fatto è che secondo ogni evidenza i dispositivi non sono un incidente in cui gli uomini sono caduti per caso, ma essi hanno la loro radice nello stesso processo di “ominizzazione” che ha reso “umani” gli animali che classifichiamo sotto la rubrica homo sapiens. L’evento che ha prodotto l’umano costituisce, infatti, per il vivente, qualcosa come una scissione, che riproduce in qualche modo la scissione che l’oikonomia aveva introdotto in Dio fra essere e azione. Questa scissione separa il vivente da se stesso e dal rapporto immediato con il suo ambiente, cioè con quello che Uexkühl e, dopo di lui, Heidegger chiamano il circolo ricettore-disinibitore. Spezzando o interrompendo questo rapporto, si producono per il vivente la noia – cioè la capacità di sospendere il rapporto immediato con i disinibitori – e l’Aperto, cioè la possibilità di conoscere l’ente in quanto ente, di costruire un mondo. Ma, con queste possibilità, è data immediatamente anche la possibilità dei dispositivi, che popolano l’Aperto di strumenti, oggetti, gadgets, cianfrusaglie e tecnologie di ogni tipo. Attraverso i dispositivi, l’uomo cerca di far girare a vuoto i comportamenti animali che si sono separati da lui e di godere cosí dell’Aperto come tale, dell’ente in quanto ente. Alla radice di ogni dispositivo sta dunque un fin troppo umano desiderio di felicità e la cattura e la soggettivazione di questo desiderio in una sfera separata costituisce la potenza specifica del dispositivo.

86

The fact is that, by all evidence, apparatuses are not a mere accident into which humans have stumbled by chance. Rather, they are rooted in the very process of "hominization" that rendered "human" the animals classified under *homo sapiens*. The event that produced the human constitutes, for the living being, a kind of scission that reproduces in some way the split that *oikonomia* introduced in God between being and action. This scission separates the living being from itself and from its immediate relationship with its environment — that is, with what Uexküll and, following him, Heidegger called the receptor-disinhibitor circuit. By breaking or interrupting this relationship, there emerges for the living being both *boredom* (the capacity to suspend the immediate relation to disinhibitors) and *the Open* — the possibility of knowing beings as beings, of constructing a world. But with these possibilities, there immediately arises the potential for apparatuses, which populate the Open with tools, objects, gadgets, odds and ends, and technologies of every kind. Through apparatuses, humans attempt to render inoperative the animal behaviors that have separated from them, thereby enjoying the Open as such, beings in their being. At the root of every apparatus lies an all-too-human desire for happiness, and the capture and subjectivation of this desire within a separate sphere constitutes the specific power of the apparatus.

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8. Ciò significa che la strategia che dobbiamo adottare nel nostro corpo a corpo coi dispositivi non può essere semplice. Poichè si tratta di liberare ciò che è stato catturato e separato attraverso i dispositivi per restituirlo a un possibile uso comune. È in questa prospettiva che vorrei ora parlarvi di un concetto su cui mi è capitato di lavorare di recente. Si tratta di un termine che proviene dalla sfera del diritto e della religione romana (diritto e religione sono, non soltanto a Roma, strettamente connessi): profanazione.

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8. This means that the strategy we must adopt in our daily grappling with apparatuses cannot be simplistic. For it is a matter of liberating what has been captured and separated through apparatuses, restoring it to possible common use. It is within this perspective that I now wish to speak to you about a concept I have recently worked on. This term originates from the sphere of Roman law and religion (which, not only in Rome, are closely intertwined): *profanation*.

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Secondo il diritto romano, sacre o religiose erano le cose che appartenevano in qualche modo agli dei. Come tali, esse erano sottratte al libero uso e al commercio degli uomini, non potevano essere vendute né date in pegno, cedute in usufrutto o gravate di servitú. Sacrilego era ogni atto che violasse o trasgredisse questa loro speciale indisponibilità, che le riservava esclusivamente agli dei celesti (ed erano allora dette propriamente “sacre”) o inferi (in questo caso, si dicevano semplicemente “religiose”). E se consacrare (sacrare) era il termine che designava l’uscita delle cose dalla sfera del diritto umano, profanare significava per converso restituire al libero uso degli uomini. “Profano,” poteva scrivere cosí il grande giurista Trebazio, “si dice in senso proprio ciò che, da sacro o religioso che era, viene restituito all’uso e alla proprietà degli uomini”.

89

According to Roman law, "sacred" or "religious" were things that in some way belonged to the gods. As such, they were withdrawn from free human use and commerce: they could not be sold, pledged, transferred through usufruct, or burdened with servitude. Sacrilegious was any act that violated or transgressed this special unavailability, which reserved them exclusively for celestial gods (in which case they were properly called "sacred") or infernal ones (here, they were termed simply "religious"). If *consecration* (*sacrare*) designated the removal of things from the sphere of human law, *profanation* conversely meant their restitution to free human use. Thus, the great jurist Trebatius could write: "Properly called 'profane' is that which, having been sacred or religious, is returned to the use and ownership of men."

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Si può definire religione, in questa prospettiva, ciò che sottrae cose, luoghi, animali o persone all’uso comune e le trasferisce in una sfera separata. Non solo non c’è religione senza separazione, ma ogni separazione contiene o conserva in sé un nucleo genuinamente religioso. Il dispositivo che attua e regola la separazione è il sacrificio: attraverso una serie di rituali minuziosi, diversi secondo la varietà delle culture, che Hubert e Mauss hanno pazientemente inventariato, esso sancisce in ogni caso il passaggio di qualcosa dal profano al sacro, dalla sfera umana a quella divina. Ma ciò che è stato ritualmente separato, può essere restituito dal rito alla sfera profana. La profanazione è il controdispositivo che restituisce all’uso comune ciò che il sacrifico aveva separato e diviso.

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From this perspective, religion may be defined as that which withdraws things, places, animals, or persons from common use and transfers them to a separate sphere. Not only is there no religion without separation, but every separation contains or preserves within itself an authentically religious core. The apparatus that enacts and regulates this separation is *sacrifice*: through a series of meticulous rituals — varying across cultures, as Hubert and Mauss have painstakingly catalogued — it sanctions the passage of something from the profane to the sacred, from the human sphere to the divine. Yet what has been ritually separated can also be ritually returned to the profane sphere. Profanation is the counter-apparatus that restores to common use what sacrifice had separated and divided.

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9. Il capitalismo e le figure moderne del potere sembrano, in queste prospettiva, generalizzare e spingere all’estremo i processi separativi che definiscono la religione. Se consideriamo la genealogia teologica dei dispositivi che abbiamo appena disegnato, che li connette al paradigma cristiano dell’oikonomia, cioè del governo divino del mondo, vediamo che i dispositivi moderni presentano, però, una differenza rispetto a quelli tradizionali, che rende particolarmente problematica la loro profanazione. Ogni dispositivo implica infatti un processo di soggettivazione, senza il quale il dispositivo non può funzionare come dispositivo di governo, ma si riduce a un mero esercizio di violenza. Foucault ha cosí mostrato come, in una società disciplinare, i dispositivi mirino attraverso una serie di pratiche e di discorsi, di saperi e di esercizi alla creazione di corpi docili, ma liberi, che assumono la loro identità e la loro “libertà” di soggetti nel processo stesso del loro assoggettamento. Il dispositivo è, cioè, innanzitutto una macchina che produce soggettivazioni, e solo in quanto tale è anche una macchina di governo. L’esempio della confessione è qui illuminante: la formazione della soggettività occidentale, insieme scissa e, tuttavia, padrona e sicura di sè, è inseparabile dall’azione plurisecolare del dispositivo penitenziale, in cui un nuovo Io si costituisce attraverso la negazione e, insieme, l’assunzione del vecchio. La scissione del soggetto operata dal dispositivo penitenziale era, cioè, produttiva di un nuovo soggetto, che trovava la propria verità nella non-verità dell’Io peccatore ripudiato. Considerazioni analoghe possono farsi per il dispositivo prigione, che produce come conseguenza piú o meno imprevista la costituzione di un soggetto e di un milieu delinquente, che diventa il soggetto di nuove – e, questa volta, perfettamente calcolate – tecniche di governo.

92

9. From this vantage point, capitalism and modern figures of power appear to generalize and radicalize the separative processes defining religion. If we consider the theological genealogy of apparatuses we have just outlined — connecting them to the Christian paradigm of *oikonomia* (divine governance of the world) — we see that modern apparatuses nevertheless present a difference from traditional ones, rendering their profanation particularly problematic. Every apparatus inherently implies a process of subjectivation, without which it cannot function as a governing apparatus but is reduced to mere violence. Foucault thus demonstrated how, in a disciplinary society, apparatuses aim — through practices, discourses, knowledges, and exercises — to create docile yet free bodies that assume their identity and "freedom" as subjects precisely through their subjection. The apparatus is, in other words, first and foremost a machine that produces subjectivations, and only as such is it also a machine of government. The example of *confession* is illuminating here: the formation of the Western subject — at once split yet self-assured — is inseparable from the centuries-long operation of the penitential apparatus, in which a new "I" constitutes itself through the negation and simultaneous assumption of the old. The scission of the subject enacted by the penitential apparatus was productive of a new subject, one who found its truth in the non-truth of the repudiated sinful self. Analogous considerations apply to the prison apparatus, whose more or less unforeseen consequence is the constitution of a delinquent subject and milieu, which in turn becomes the target of new — and now perfectly calculated — governmental techniques.

93

Quel che definisce i dispositivi con cui abbiamo a che fare nella fase attuale del capitalismo è che essi non agiscono piú tanto attraverso la produzione di un soggetto, quanto attraverso dei processi che possiamo chiamare di desoggettivazione. Un momento desoggettivante era certo implicito in ogni processo di soggettivazione e l’Io penitenziale si costituiva, lo abbiamo visto, solo attraverso la propria negazione; ma quel che avviene ora è che processi di soggettivazione e processi di desoggettivazione sembrano diventare reciprocamente indifferenti e non danno luogo alla ricomposizione di un nuovo soggetto, se non in forma larvata e, per cosí dire, spettrale. Nella non-verità del soggetto non ne va piú in alcun modo della sua verità. Colui che si lascia catturare nel dispositivo “telefono cellulare”, qualunque sia l’intensità del desiderio che lo ha spinto, non acquista, per questo, una nuova soggettività, ma soltanto un numero attraverso cui può essere, eventualmente, controllato; lo spettatore che passa le sue serate davanti alla televisione non riceve in cambio della sua desoggettivazione che la maschera frustrante dello zappeur o l’inclusione nel calcolo di un indice di ascolto.

93

What defines the apparatuses we confront in the current phase of capitalism is that they no longer operate primarily through subjectivation, but rather through processes we may call desubjectivation. While a desubjectivating moment was certainly implicit in every process of subjectivation (the penitential "I" constituted itself, as we have seen, precisely through self-negation), what now occurs is that processes of subjectivation and desubjectivation appear to grow mutually indifferent, failing to recompose into any new subject except in larval and, so to speak, spectral form. Within the non-truth of the subject, its truth no longer resides in any way. Whoever becomes ensnared in the "cell phone" apparatus – regardless of the desire's intensity that propelled them – gains not a new subjectivity but merely a number through which they may eventually be monitored. The viewer who spends evenings before the television receives in exchange for their desubjectivation only the frustrating mask of the zappeur or inclusion within audience rating calculations.

94

Di qui la vanità di quei discorsi benintenzionati sulla tecnologia, che affermano che il problema dei dispositivi si riduce a quello del loro uso corretto. Essi sembrano ignorare che, se a ogni dispositivo corrisponde un determinato processo di soggettivazione (o, in questo caso, di desoggettivazione), è del tutto impossibile che il soggetto del dispositivo lo usi “nel modo giusto”. Coloro che tengono simili discorsi sono, del resto, a loro volta il risultato del dispositivo mediatico in cui sono catturati.

94

Hence the futility of well-intentioned discourses on technology that reduce the problem of apparatuses to one of their "correct use." Such discussions seem oblivious to the fact that if every apparatus corresponds to a determinate process of subjectivation (or, in this case, desubjectivation), it becomes utterly impossible for the apparatus's subject to use it "properly." Those advancing such arguments are themselves products of the media apparatus that has captured them.

96

10. Le società contemporanee si presentano cosí come dei corpi inerti attraversati da giganteschi processi di desoggettivazione cui non fa riscontro alcuna soggettivazione reale. Di qui l’eclisse della politica, che presupponeva dei soggetti e delle identità reali (il movimento operaio, la borghesia ecc.), e il trionfo dell’oikonomia, cioè di una pura attività di governo che non mira ad altro che alla propria riproduzione. Destra e sinistra, che si alternano oggi nella gestione del potere, hanno per questo ben poco a che fare col contesto politico da cui i termini provengono e nominano semplicemente i due poli – quello che punta senza scrupoli sulla desoggettivazione e quello che vorrebbe invece ricoprirla con la maschera ipocrita del buon cittadino democratico – di una stessa macchina governamentale.

96

10. Contemporary societies thus present themselves as inert bodies traversed by gigantic desubjectivation processes unaccompanied by any real subjectivation. This explains both the eclipse of politics (which presupposed real subjects and identities like the working class or bourgeoisie) and the triumph of oikonomia – a pure governmental activity aimed solely at its own reproduction. Today's left and right, alternating in power management, bear scant relation to their original political contexts: they name merely the two poles (one shamelessly accelerating desubjectivation, the other hypocritically masking it with democratic citizenship) of a single governmental machine.

97

Di qui, soprattutto, la singolare inquietudine del potere proprio nel momento in cui si trova di fronte il corpo sociale piú docile e imbelle che si sia mai dato nella storia dell’umanità. È per un paradosso soltanto apparente che l’innocuo cittadino delle democrazie postindustriali (il bloom, come si è efficacemente suggerito di chiamarlo) che esegue puntualmente tutto ciò che gli si dice di fare e lascia che i suoi gesti quotidiani come la sua salute, i suoi svaghi come le sue occupazioni, la sua alimentazione come i suoi desideri siano comandati e controllati dai dispositivi fin nei minimi dettagli, è considerato – forse proprio per questo – dal potere come un terrorista virtuale. Mentre la nuova normativa europea impone cosí a tutti i cittadini quei dispositivi biometrici che sviluppano e perfezionano le tecnologie antropometriche (dalle impronte digitali alla fotografia segnaletica) che erano state inventate nel secolo xix per l’identificazione dei criminali recidivi, la sorveglianza attraverso videocamere trasforma gli spazi pubblici delle città in interni di un’immensa prigione. Agli occhi dell’autorità – e forse essa ha ragione – nulla assomiglia al terrorista come l’uomo ordinario.

97

This accounts for power's singular unease when confronting the most docile and spineless social body in human history. Only an apparent paradox explains why the harmless citizen of postindustrial democracies (the bloom, as some aptly suggest naming them) – who punctually obeys all directives while allowing his daily gestures, health, leisure, occupation, nutrition, and even desires to be minutely regimented by apparatuses – becomes viewed by power as a virtual terrorist. As new EU legislation imposes biometric apparatuses (refining 19th-century anthropometric technologies like fingerprints and mugshots originally devised for recidivist criminals), urban surveillance cameras transform public spaces into prison interiors. To authority's eyes (perhaps not wrongly), nothing resembles a terrorist more than the ordinary man.

98

Quanto piú i dispositivi si fanno pervasivi e disseminano il loro potere in ogni ambito della vita, tanto piú il governo si trova di fronte un elemento inafferrabile, che sembra sfuggire alla sua presa quanto piú si sottomette docilmente a essa. Ciò non significa che esso rappresenti in se stesso un elemento rivoluzionario né che possa arrestare o anche soltanto minacciare la macchina governamentale. In luogo dell’annunciata fine della storia, si assiste, infatti, all’incessante girare a vuoto della macchina, che, in una sorta di immane parodia dell’oikonomia teologica, ha assunto su di sé l’eredità di un governo provvidenziale del mondo, che, invece di salvarlo, lo conduce – fedele, in questo, all’originaria vocazione escatolologica della provvidenza – alla catastrofe. Il problema della profanazione dei dispositivi – cioè della restituzione all’uso comune di ciò che è stato catturato e separato in essi – è, per questo, tanto piú urgente. Esso non si lascerà porre correttamente se coloro che se ne fanno carico non saranno in grado di intervenire sui processi di soggettivazione non meno che sui dispositivi, per portare alla luce quell’Ingovernabile, che è l’inizio e, insieme, il punto di fuga di ogni politica.

98

The more apparatuses saturate life's every domain, the more governance confronts an elusive element that slips its grasp precisely through hyper-compliance. This does not signify any revolutionary potential capable of arresting the governmental machine. Instead of history's proclaimed end, we witness the machine's ceaseless empty rotation – an immense parody of theological oikonomia that inherits providential world governance only to drive us toward catastrophe, thus fulfilling eschatology's original vocation. The problem of apparatuses' profanation (i.e., restoring common use to what they've captured and separated) grows ever more urgent. It cannot be properly posed unless those addressing it intervene equally in subjectivation processes and apparatuses themselves, thereby exposing that Ungovernable which constitutes both the origin and vanishing point of all politics.

101

1 J.Hyppolite, Introduction à la philosophie de l’histoire de Hegel, Seuil, Parigi 1983, p.43 (1a ed. 1948).

101

1 J.Hyppolite, Introduction à la philosophie de l’histoire de Hegel, Seuil, Paris 1983, p.43 (1st ed. 1948).

102

2 Ibidem, p.46.

102

2 Ibid., p.46.

106

Il testo riprende quello della lezione inaugurale del corso di Filosofia Teoretica 2006-2007 presso la Facoltà di Arti e Design dello IUAV di Venezia.

106

This text reproduces the inaugural lecture for the 2006-2007 Theoretical Philosophy course at the IUAV Faculty of Arts and Design in Venice.

109

1. La domanda, che vorrei iscrivere sulla soglia di questo seminario, è: “Di chi e di che cosa siamo contemporanei? E, innanzitutto, che cosa significa essere contemporanei?” Nel corso del seminario ci capiterà di leggere testi i cui autori distano da noi molti secoli e altri piú recenti o recentissimi: ma, in ogni caso, essenziale è che dovremo riuscire a essere in qualche modo contemporanei di questi testi. Il “tempo” del nostro seminario è la contemporaneità, esso esige di essere contemporaneo dei testi e degli autori che esamina. Tanto il suo rango che il suo esito si misureranno dalla sua – dalla nostra – capacità di essere all’altezza di questa esigenza.

109

1. The question I wish to inscribe upon this seminar's threshold is: "Of whom and of what are we contemporaries? And first, what does being contemporary mean?" Throughout our sessions, we shall encounter texts separated from us by centuries alongside recent or very recent ones. In every case, our essential task will be to achieve some form of contemporaneity with these texts. The seminar's "time" is contemporaneity itself – it demands being contemporary with the texts and authors examined. Both its stature and outcome will be measured by our capacity to meet this demand.

110

Una prima, provvisoria, indicazione per orientare la nostra ricerca di una risposta ci viene da Nietzsche. In un appunto dei suoi corsi al Collège de France, Roland Barthes la compendia in questo modo: “Il contemporaneo è l’intempestivo”. Nel 1874, Friedrich Nietzsche, un giovane filologo che aveva lavorato fin allora su testi greci e aveva due anni prima raggiunto un’improvvisa celebrità con La nascita della tragedia, pubblica le Unzeitgemässe Betrachtungen, le “Considerazioni intempestive”, con le quali vuole fare i conti col suo tempo, prendere posizione rispetto al presente. “Intempestiva questa considerazione lo è,” si legge all’inizio della seconda “Considerazione”, “perché cerca di comprendere come un male, un inconveniente e un difetto qualcosa di cui l’epoca va giustamente orgogliosa, cioè la sua cultura storica, perché io penso che siamo tutti divorati dalla febbre della storia e dovremmo almeno rendercene conto”. Nietzsche situa, cioè, la sua pretesa di “attualità”, la sua “contemporaneità” rispetto al presente, in una sconnessione e in una sfasatura. Appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace piú degli altri di percepire e afferrare il suo tempo.

110

A first, provisional indication to orient our search for an answer comes to us from Nietzsche. In a note from his Collège de France lectures, Roland Barthes summarizes it thus: "The contemporary is the untimely." In 1874, Friedrich Nietzsche, a young philologist who had until then worked on Greek texts and achieved sudden fame two years prior with The Birth of Tragedy, publishes his Unzeitgemässe Betrachtungen ("Untimely Meditations"), through which he intends to settle accounts with his time and take a stance toward the present. "This meditation is untimely," reads the opening of the second Meditation, "because it attempts to comprehend as a malady, defect, and disadvantage something of which this era is justly proud – namely, its historical culture – for I believe we are all consumed by the fever of history and ought at least to recognize it." Nietzsche thus locates his claim to "actuality," his "contemporaneity" with the present, in a disconnection and temporal disjunction. Truly belonging to one's time, being authentically contemporary with it, is he who does not perfectly coincide with it nor adapt to its demands, and is in this sense untimely; yet precisely through this gap and anachronism, he becomes more capable than others of perceiving and grasping his time.

111

Questa non-coincidenza, questa discronia non significa, naturalmente, che contemporaneo sia colui che vive in un altro tempo, un nostalgico che si senta a casa piú nell’Atene di Pericle o nella Parigi di Robespierre e del marchese di Sade che nella città e nel tempo in cui gli è stato dato di vivere. Un uomo intelligente può odiare il suo tempo, ma sa in ogni caso di appartenergli irrevocabilmente, sa di non poter sfuggire al suo tempo.

111

This non-coincidence, this dyschronia, does not naturally mean that the contemporary is one who lives in another time – a nostalgic who feels more at home in Pericles' Athens or Robespierre and de Sade's Paris than in the city and time allotted to him. An intelligent man may despise his time, yet he always knows he irrevocably belongs to it, knows he cannot escape his time.

112

La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; piú precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano in ogni punto perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa.

112

Contemporaneity is thus a singular relation to one's own time, adhering to it while simultaneously maintaining distance from it; more precisely, it is that relation to time which adheres to it through temporal disjunction and anachronism. Those who coincide too perfectly with the epoch, who harmonize with it in every point, are not contemporaries because precisely for this reason they fail to see it, cannot hold their gaze fixed upon it.

114

2. Nel 1923, Osip Mandel’štam scrive una poesia che s’intitola “Il secolo” (ma la parola russa vek significa anche “epoca”). Essa contiene non una riflessione sul secolo, ma sulla relazione fra il poeta e il suo tempo, cioè sulla contemporaneità. Non il “secolo”, ma, secondo le parole che aprono il primo verso, il “mio secolo” (vek moi):

114

2. In 1923, Osip Mandelstam writes a poem titled "The Age" (though the Russian word vek also means "epoch"). It contains not a reflection on the century, but on the relation between the poet and his time – that is, on contemporaneity. Not the "century," but, as stated in the opening line, "my age" (vek moi):

116

Mio secolo, mia belva, chi potrà

116

My century, my beast, who will be able

117

guardarti dentro gli occhi

117

to gaze into your eyes

118

e saldare col suo sangue

118

and with his blood glue together

119

le vertebre di due secoli?

119

the vertebrae of two centuries?

121

Il poeta, che doveva pagare la sua contemporaneità con la vita, è colui che deve tenere fisso lo sguardo negli occhi del suo secolo-belva, saldare col suo sangue la schiena spezzata del tempo. I due secoli, i due tempi non sono soltanto, com’è stato suggerito, il secolo XIX e il XX, ma anche e innanzitutto il tempo della vita del singolo (ricordate che il latino saeculum significa in origine il tempo della vita) e il tempo storico collettivo, che chiamiamo, in questo caso, il secolo XX, la cui schiena – apprendiamo nell’ultima strofa della poesia – è spezzata. Il poeta, in quanto contemporaneo, è questa frattura, è ciò che impedisce al tempo di comporsi e, insieme, il sangue che deve suturare la rottura. Il parallelismo fra il tempo – e le vertebre – della creatura e il tempo – e le vertebre – del secolo costituisce uno dei temi essenziali della poesia:

121

The poet, who would pay for his contemporaneity with his life, is he who must hold his gaze fixed into the eyes of his beast-century, to solder with his blood the broken spine of time. The two centuries, the two epochs, are not merely – as has been suggested – the 19th and 20th centuries, but above all the lifespan of the individual (recall that the Latin saeculum originally meant the span of a human life) and the collective historical time we call, in this instance, the 20th century, whose spine – we learn in the poem's final stanza – is fractured. The poet, as contemporary, is this fracture: that which prevents time from recomposing itself while simultaneously being the blood that must suture the rupture. The parallelism between the time – and vertebrae – of the creature and the time – and vertebrae – of the century constitutes one of the poem's essential themes:

123

Finché vive la creatura

123

As long as the creature lives

124

deve portare le proprie vertebre,

124

it must bear its vertebrae,

125

i flutti scherzano

125

the waves play

126

con l’invisibile colonna vertebrale.

126

with the invisible spinal column.

127

Come tenera, infantile cartilagine

127

Like tender, infantile cartilage

128

è il secolo neonato della terra.

128

is the newborn century of the earth.

130

L’altro grande tema – anche questo, come il precedente, un’immagine della contemporaneità – è quello delle vertebre spezzate del secolo e della loro saldatura, che è opera del singolo (in questo caso, del poeta):

130

The other great theme – also, like the former, an image of contemporaneity – is that of the fractured vertebrae of the century and their soldering, which is the work of the individual (here, the poet):

132

Per liberare il secolo in catene

132

To free the shackled century

133

per dare inizio al nuovo mondo

133

to inaugurate the new world

134

bisogna col flauto riunire

134

one must with a flute bind together

135

i ginocchi nodosi dei giorni.

135

the knotted knees of days.

137

Che si tratti di un compito ineseguibile – o, comunque, paradossale – è provato dalla strofa successiva, che conclude il poema. Non solo l’epoca-belva ha le vertebre spezzate, ma vek, il secolo appena nato, con un gesto impossibile per chi ha la schiena rotta, vuole volgersi indietro, contemplare le proprie orme e, in questo modo, mostra il suo volto demente:

137

That this constitutes an impossible – or at any rate paradoxical – task is proven by the subsequent stanza concluding the poem. Not only does the beast-century have a broken spine, but vek, the newborn century, with a gesture impossible for one with a shattered back, seeks to turn around, contemplate its own footprints, thereby revealing its demented countenance:

139

Ma è spezzata la tua schiena

139

But your spine is broken

140

mio stupendo, povero secolo.

140

my wondrous, wretched century.

141

Con un sorriso insensato

141

With an insensate smile

142

come una belva un tempo flessuosa

142

like a beast once supple

143

ti volti indietro, debole e crudele,

143

you turn back, weak and cruel,

144

a contemplare le tue orme.

144

to gaze upon your tracks.

146

3. Il poeta – il contemporaneo – deve tener fisso lo sguardo nel suo tempo. Ma che cosa vede chi vede il suo tempo, il sorriso demente del suo secolo? Vorrei a questo punto proporvi una seconda definizione della contemporaneità: contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio. Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri. Contemporaneo è, appunto, colui che sa vedere questa oscurità, che è in grado di scrivere intingendo la penna nella tenebra del presente. Ma che significa “vedere una tenebra”, “percepire il buio”?

146

3. The poet – the contemporary – must hold his gaze fixed upon his time. But what does he see who sees his time, the demented smile of his century? At this point, I would propose a second definition of contemporaneity: the contemporary is he who fixes his gaze on his time to perceive not its lights, but its darkness. All epochs are obscure to those experiencing their contemporaneity. The contemporary is precisely he who knows how to see this obscurity, who can write by dipping his pen in the darkness of the present. Yet what does it mean to "see darkness," to "perceive obscurity"?

147

Una prima risposta ci è suggerita dalla neurofisiologia della visione. Che cosa avviene quando ci troviamo in un ambiente privo di luce, o quando chiudiamo gli occhi? Che cos’è il buio che allora vediamo? I neurofisiologi ci dicono che l’assenza di luce disinibisce una serie di cellule periferiche della retina, dette, appunto, off-cells, che entrano in attività e producono quella specie particolare di visione che chiamiamo il buio. Il buio non è, pertanto, un concetto privativo, la semplice assenza della luce, qualcosa come una non-visione, ma il risultato dell’attività delle off-cells, un prodotto della nostra retina. Ciò significa, se torniamo ora alla nostra tesi sul buio della contemporaneità, che percepire questo buio non è una forma di inerzia o di passività, ma implica un’attività e un’abilità particolare, che, nel nostro caso, equivalgono a neutralizzare le luci che provengono dall’epoca per scoprire la sua tenebra, il suo buio speciale, che non è, però, separabile da quelle luci.

147

An initial answer is suggested by the neurophysiology of vision. What occurs when we find ourselves in a lightless environment or close our eyes? What is this darkness we then perceive? Neurophysiologists inform us that the absence of light disinhibits a set of peripheral retinal cells called off-cells, which activate and produce that particular form of vision we term darkness. Darkness is thus not a privative concept—the mere absence of light, a kind of non-vision—but rather the product of off-cell activity, a creation of our retina. This implies, returning to our thesis about the darkness of contemporaneity, that perceiving this darkness is not a form of inertia or passivity. Instead, it demands a specific activity and skill, which in our case equates to neutralizing the era's emanating lights to uncover its shadow, its peculiar darkness—a darkness inseparable from those very lights.

148

Può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità. Con questo, non abbiamo tuttavia ancora risposto alla nostra domanda. Perché riuscire a percepire le tenebre che provengono dall’epoca dovrebbe interessarci? Non è forse il buio un’esperienza anonima e per definizione impenetrabile, qualcosa che non è diretto a noi e non può, perciò, riguardarci? Al contrario, il contemporaneo è colui che percepisce il buio del suo tempo come qualcosa che lo riguarda e non cessa di interpellarlo, qualcosa che, piú di ogni luce, si rivolge direttamente e singolarmente a lui. Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.

148

Only those who are not blinded by the century's lights can be called contemporary, for they discern within them the shadow's portion, their intrinsic obscurity. Yet this still does not answer our question. Why should perceiving the era's shadows concern us? Is darkness not an anonymous and inherently impenetrable experience, something neither directed toward us nor capable of involving us? On the contrary, the contemporary is one who perceives the darkness of their time as something that concerns and ceaselessly addresses them—something that, more than any light, speaks directly and singularly to them. The contemporary is one who catches in his face the beam of shadow issuing from his time.

150

4. Nel firmamento che guardiamo di notte, le stelle risplendono circondate da una fitta tenebra. Poiché nell’universo vi è un numero infinito di galassie e di corpi luminosi, il buio che vediamo nel cielo è qualcosa che, secondo gli scienziati, necessita di una spiegazione. È appunto della spiegazione che l’astrofisica contemporanea dà di questo buio che vorrei ora parlarvi. Nell’universo in espansione, le galassie piú remote si allontanano da noi a una velocità cosí forte, che la loro luce non riesce a raggiungerci. Quel che percepiamo come il buio del cielo, è questa luce che viaggia velocissima verso di noi e tuttavia non può raggiungerci, perché le galassie da cui proviene si allontanano a una velocità superiore a quella della luce.

150

4. In the night sky we observe, stars shine amid dense shadow. Given the infinite galaxies and luminous bodies in the universe, scientists assert that the darkness we see requires explanation. Let us now consider contemporary astrophysics' account of this darkness. In the expanding universe, the most remote galaxies recede from us at such velocity that their light cannot reach us. What we perceive as the sky's darkness is this light racing toward us yet never arriving, for the galaxies emitting it retreat faster than light's speed.

151

Percepire nel buio del presente questa luce che cerca di raggiungerci e non può farlo, questo significa essere contemporanei. Per questo i contemporanei sono rari. E per questo essere contemporanei è, innanzitutto, una questione di coraggio: perché significa essere capaci non solo di tenere fisso lo sguardo nel buio dell’epoca, ma anche di percepire in quel buio una luce che, diretta verso di noi, si allontana infinitamente da noi. Cioè ancora: essere puntuali a un appuntamento che si può solo mancare.

151

To perceive within the present's darkness this light striving yet failing to reach us is to be contemporary. Hence contemporaries are rare. Hence being contemporary is first a matter of courage: the capacity not only to fix one's gaze on the era's darkness but also to discern within it a light that, though aimed at us, infinitely withdraws. To be punctual for an appointment one can only miss.

152

Per questo il presente che la contemporaneità percepisce ha le vertebre rotte. Il nostro tempo, il presente non è, infatti, soltanto il piú lontano: non può in nessun caso raggiungerci. La sua schiena è spezzata e noi ci teniamo esattamente nel punto della frattura. Per questo gli siamo, malgrado tutto, contemporanei. Capite bene che l’appuntamento che è in questione nella contemporaneità non ha luogo semplicemente nel tempo cronologico: è, nel tempo cronologico, qualcosa che urge dentro di esso e lo trasforma. E questa urgenza è l’intempestività, l’anacronismo che ci permette di afferrare il nostro tempo nella forma di un “troppo presto” che è, anche, un “troppo tardi”, di un “già” che è, anche, un “non ancora”. E, insieme, di riconoscere nella tenebra del presente la luce che, senza mai poterci raggiungere, è perennemente in viaggio verso di noi.

152

This is why the present perceived by contemporaneity has broken vertebrae. Our time, the present, is not merely the most distant—it can in no way reach us. Its back is broken, and we dwell precisely at the fracture. Thus we remain contemporary to it, despite all. Understand that the appointment at stake in contemporaneity does not simply occur within chronological time. Within such time, it is something that presses inward, transforming it. This urgency is untimeliness, the anachronism enabling us to grasp our time as a "too soon" that is also a "too late," an "already" that is equally a "not yet." And in recognizing the present's shadow, we acknowledge the light that, though never reaching us, travels perpetually toward us.

154

5. Un buon esempio di questa speciale esperienza del tempo che chiamiamo la contemporaneità è la moda. Ciò che definisce la moda è che essa introduce nel tempo una peculiare discontinuità, che lo divide secondo la sua attualità o inattualità, il suo essere o il suo non-esser-piú-alla-moda (alla moda e non semplicemente di moda, che si riferisce solo alle cose). Questa cesura, per quanto sottile, è perspicua, nel senso che coloro che debbono percepirla la percepiscono immancabilmente e proprio in questo modo attestano il loro essere alla moda; ma se cerchiamo di oggettivarla e di fissarla nel tempo cronologico, essa si rivela inafferrabile. Innanzitutto l’“ora” della moda, l’istante in cui essa viene in essere, non è identificabile attraverso alcun cronometro. Questo “ora” è forse il momento in cui lo stilista concepisce il tratto, la nuance che definirà la nuova foggia della veste? O quello in cui l’affida al disegnatore e poi alla sartoria che ne confeziona il prototipo? O, piuttosto, il momento della sfilata, in cui la veste è indossata dalle uniche persone che sono sempre e soltanto alla moda, le mannequins, che, tuttavia, proprio per questo, non lo sono mai veramente? Poiché, in ultima istanza, l’essere alla moda della “foggia” o della “guisa” dipenderà dal fatto che delle persone in carne e ossa, diverse dalle mannequins – queste vittime sacrificali di un dio senza volto – lo riconoscano come tale e ne facciano la propria veste.

154

5. Fashion offers a prime example of this singular temporal experience we call contemporaneity. Fashion's defining trait is its introduction of a peculiar discontinuity into time, dividing it according to actuality or obsolescence—its being in-fashion or being-out-of-fashion (in-fashion, not merely fashionable, which pertains only to objects). This fissure, however subtle, is unmistakable: those attuned to it invariably perceive it, thereby attesting their being in-fashion. Yet when we attempt to objectify and pin it to chronological time, it proves elusive. First, fashion's "now"—the instant it comes into being—cannot be identified by any chronometer. Is this "now" the moment the designer conceives the line or hue defining the garment's new style? When they entrust it to the pattern-maker and workshop crafting the prototype? Or rather the runway moment, where the garment is worn by mannequins—those sacrificial victims of a faceless god—who, being eternally and solely in-fashion, are never truly so? For ultimately, the style's being in-fashion depends on flesh-and-blood individuals (distinct from mannequins) recognizing it as such and adopting it as their vestment.

155

Il tempo della moda è, cioè, costitutivamente in anticipo su sé stesso e, proprio per questo, anche sempre in ritardo, ha sempre la forma di una soglia inafferrabile fra un “non ancora” e un “non piú”. È probabile che, come suggeriscono i teologi, ciò dipenda dal fatto che la moda, almeno nella nostra cultura, è una segnatura teologica della veste, che deriva dalla circostanza che la prima veste fu confezionata da Adamo ed Eva dopo il peccato originale, in forma di un perizoma intrecciato con foglie di fico. (Per la precisione, le vesti che noi indossiamo derivano non da questo perizoma vegetale, ma dalle tunicae pelliceae, dalle vesti fatte di pelli di animali che Dio, secondo Gen. 3.21, fa indossare, come simbolo tangibile del peccato e della morte, ai nostri progenitori nel momento in cui li scaccia dal paradiso.) In ogni caso, quale che ne sia la ragione, l’“adesso”, il kairos della moda è inafferrabile: la frase “io sono in questo istante alla moda” è contraddittoria, perché nell’attimo in cui il soggetto la pronuncia, egli è già fuori moda. Per questo, l’essere alla moda, come la contemporaneità, comporta un certo “agio”, una certa sfasatura, in cui la sua attualità include dentro di sé una piccola parte del suo fuori, una sfumatura di démodé. Di una signora elegante si diceva a Parigi nell’Ottocento, in questo senso: “Elle est contemporaine de tout le monde”.

155

The time of fashion is thus constitutively ahead of itself and, precisely for this reason, always already late. It perpetually assumes the form of an elusive threshold between a “not yet” and a “no longer”. As theologians suggest, this likely stems from fashion’s status in our culture as a theological signature of clothing – a heritage tracing back to Adam and Eve’s postlapsarian loincloths woven from fig leaves. (Strictly speaking, our garments descend not from this vegetative covering but from the tunicae pelliceae, the animal-skin attire that God, per Genesis 3:21, clothed our progenitors with as tangible symbols of sin and mortality upon their expulsion from Eden.) Regardless of its origins, fashion’s “now”, its kairos, remains ungraspable: the utterance “I am fashionable at this very instant” proves self-contradictory, for the speaker has already fallen out of fashion. Hence, being fashionable – like contemporaneity – demands a certain “ease”, a temporal disjunction wherein its actuality incorporates a sliver of its exterior, a nuance of démodé. Hence the 19th-century Parisian maxim about elegant women: “Elle est contemporaine de tout le monde.”

156

Ma la temporalità della moda ha un altro carattere che la apparenta alla contemporaneità. Nel gesto stesso in cui il suo presente divide il tempo secondo un “non piú” e un “non ancora”, essa istituisce con questi “altri tempi” – certamente col passato e, forse, anche col futuro – una relazione particolare. Essa può, cioè, “citare” e, in questo modo, riattualizzare qualunque momento del passato (gli anni ’20, gli anni ’70, ma anche la moda impero o neoclassica). Essa può, cioè, mettere in relazione ciò che ha inesorabilmente diviso, richiamare, ri-evocare e rivitalizzare ciò che pure aveva dichiarato morto.

156

Yet fashion’s temporality shares another trait with contemporaneity. Through the very gesture of dividing time into “no longer” and “not yet”, it establishes a unique relationship with these “other times” – particularly the past, and perhaps even the future. Fashion can “cite” and thereby reactualize any moment from the past (the 1920s, the 1970s, but also Empire or neoclassical styles). It can reconnect what it has inexorably sundered, recalling, re-evoking, and revitalizing that which it had declared dead.

158

6. Questa speciale relazione col passato ha anche un altro aspetto.

158

6. This special relationship with the past possesses another dimension.

159

La contemporaneità si iscrive, infatti, nel presente segnandolo innanzitutto come arcaico e solo chi percepisce nel piú moderno e recente gli indici e le segnature dell’arcaico può esserne contemporaneo. Arcaico significa: prossimo all’arké, cioè all’origine. Ma l’origine non è situata soltanto in un passato cronologico: essa è contemporanea al divenire storico e non cessa di operare in questo, come l’embrione continua ad agire nei tessuti dell’organismo maturo e il bambino nella vita psichica dell’adulto. Lo scarto – e, insieme, la vicinanza – che definiscono la contemporaneità hanno il loro fondamento in questa prossimità con l’origine, che in nessun punto pulsa con piú forza che nel presente. Chi ha visto per la prima volta, arrivando all’alba dal mare, i grattacieli di New York, ha subito percepito questa facies arcaica del presente, questa contiguità con la rovina che le immagini atemporali dell’11 settembre hanno reso evidente per tutti.

159

Contemporaneity inscribes itself into the present by first marking it as archaic. Only those who discern indices of the archaic within the most modern and recent can be contemporary. “Archaic” signifies proximity to the archē, the origin. Yet the origin resides not merely in chronological pastness: it remains contemporary to historical becoming, ceaselessly operating within it – much like how the embryo persists in mature organic tissues or childhood permeates adult psychic life. The gap (and simultaneous proximity) defining contemporaneity stem from this nearness to the origin, which pulses most intensely within the present. Those who first glimpsed New York’s skyscrapers at dawn from the sea immediately perceived this archaic facies of the present, this contiguity with ruin that the timeless images of 9/11 made universally evident.

160

Gli storici della letteratura e dell’arte sanno che fra l’arcaico e il moderno c’è un appuntamento segreto, e non tanto perché proprio le forme piú arcaiche sembrano esercitare sul presente un fascino particolare, quanto perché la chiave del moderno è nascosta nell’immemoriale e nel preistorico. Cosí il mondo antico alla sua fine si volge, per ritrovarsi, ai primordi; l’avanguardia, che si è smarrita nel tempo, insegue il primitivo e l’arcaico. È in questo senso che si può dire che la via d’accesso al presente ha necessariamente la forma di un’archeologia. Che non regredisce però a un passato remoto, ma a quanto nel presente non possiamo in nessun caso vivere e, restando non vissuto, è incessantemente risucchiato verso l’origine, senza mai poterla raggiungere. Poiché il presente non è altro che la parte di non-vissuto in ogni vissuto e ciò che impedisce l’accesso al presente è appunto la massa di quel che, per qualche ragione (il suo carattere traumatico, la sua troppa vicinanza) in esso non siamo riusciti a vivere. L’attenzione a questo non-vissuto è la vita del contemporaneo. E essere contemporanei significa, in questo senso, tornare a un presente in cui non siamo mai stati.

160

Literary and art historians recognize a secret rendezvous between archaic and modern forms. This occurs not merely because archaic forms exert particular fascination upon the present, but because modernity’s key lies hidden within the immemorial and prehistoric. Thus the ancient world turned toward primordial origins at its twilight; the avant-garde, lost in time, pursues primitive and archaic forms. In this sense, access to the present necessarily assumes archaeological form – not as regression to distant pasts, but as orientation toward what remains unlived within the present, ceaselessly drawn toward the origin yet never attaining it. For the present is precisely the unlived portion within all lived experience, and our access to it is blocked by the mass of what remains unassimilated (through trauma or excessive proximity). Attending to this unlived dimension constitutes the contemporary’s vital task. To be contemporary means, in this sense, returning to a present where we have never been.

162

7. Coloro che hanno cercato di pensare la contemporaneità, hanno potuto farlo solo a patto di scinderla in piú tempi, di introdurre nel tempo una essenziale disomogeneità. Chi può dire: “il mio tempo”, divide il tempo, iscrive in esso una cesura e una discontinuità; e, tuttavia, proprio attraverso questa cesura, questa interpolazione del presente nell’omogeneità inerte del tempo lineare, il contemporaneo mette in opera una relazione speciale fra i tempi. Se, come abbiamo visto, è il contemporaneo che ha spezzato le vertebre del suo tempo (o, comunque, ne ha percepito la faglia o il punto di rottura), egli fa di questa frattura il luogo di un appuntamento e di un incontro fra i tempi e le generazioni. Nulla di piú esemplare, in questo senso, del gesto di Paolo, nel punto in cui esperisce e annuncia ai suoi fratelli quella contemporaneità per eccellenza che è il tempo messianico, l’essere contemporanei del messia, che egli chiama appunto il “tempo-di-ora” (ho nyn kairos). Non solo questo tempo è cronologicamente indeterminato (la parusia, il ritorno del Cristo che ne segna la fine è certo e vicino, ma incalcolabile), ma esso ha la capacità singolare di mettere in relazione con sé ogni istante del passato, di fare di ogni momento o episodio del racconto biblico una profezia o una prefigurazione (typos, figura, è il termine che Paolo predilige) del presente (cosí Adamo, attraverso cui l’umanità ha ricevuto la morte e il peccato, è “tipo” o figura del messia, che porta agli uomini la redenzione e la vita).

162

7. Those who have attempted to conceptualize contemporaneity could only do so by splitting time into multiple strata, introducing essential heterogeneity. Whoever declares “my time” divides chronology, inscribing caesurae and discontinuities. Yet through this very fracture – this interpolation of the present into linear time’s inert homogeneity – the contemporary activates a unique temporal relationship. As we’ve seen, the contemporary who has broken time’s vertebrae (or perceived its fault lines) transforms this rupture into a meeting point between epochs and generations. Nothing exemplifies this better than Paul’s gesture when announcing to his brethren that supreme contemporaneity – messianic time, being contemporary with the Messiah, which he terms the “time-of-now” (ho nyn kairos). This temporality remains chronologically indeterminate (the Parousia marking its end is certain and imminent yet incalculable), while uniquely enabling every past instant to relate to the present. Through this logic, each biblical episode becomes prophecy or prefiguration (typos, figure – Paul’s preferred term) of the present (thus Adam, through whom humanity received death and sin, becomes “type” or figure of the Messiah, who brings redemption and life).

163

Ciò significa che il contemporaneo non è soltanto colui che, percependo il buio del presente, ne afferra l’inesitabile luce; è anche colui che, dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia, di “citarla” secondo una necessità che non proviene in alcun modo dal suo arbitrio, ma da un’esigenza a cui egli non può non rispondere. È come se quell’invisibile luce che è il buio del presente, proiettasse la sua ombra sul passato e questo, toccato da questo fascio d’ombra, acquisisse la capacità di rispondere alle tenebre dell’ora. È qualcosa del genere che doveva avere in mente Michel Foucault, quando scriveva che le sue indagini storiche sul passato sono soltanto l’ombra portata della sua interrogazione teorica del presente. E Walter Benjamin, quando scriveva che l’indice storico contenuto nelle immagini del passato mostra che esse giungeranno alla leggibilità solo in un determinato momento della loro storia. È dalla nostra capacità di dare ascolto a quell’esigenza e a quell’ombra, di essere contemporanei non solo del nostro secolo e dell’“ora”, ma anche delle sue figure nei testi e nei documenti del passato, che dipenderanno l’esito o l’insuccesso del nostro seminario.

163

This means that the contemporary is not only one who, perceiving the darkness of the present, grasps its inextinguishable light; they are also one who, by dividing and interpolating time, can transform it and relate it to other times, read history in unprecedented ways, "cite" it according to a necessity arising not from their arbitrium but from an exigency to which they cannot avoid responding. It is as though the invisible light that is the darkness of the present were casting its shadow onto the past, which in turn, touched by this shadowy beam, gains the capacity to respond to the obscurity of the now. Something akin to this must have been in Michel Foucault's mind when he wrote that his historical investigations into the past were merely the shadow cast by his theoretical interrogation of the present. And Walter Benjamin, when he wrote that the historical index contained in images of the past shows they will attain legibility only at a specific moment in their history. The success or failure of our seminar will depend on our capacity to heed that exigency and shadow, to be contemporary not only with our century and the "now," but also with its figures in the texts and documents of the past.

168

Una prima versione di questo testo è stata letta dall’autore presso la Cattedrale di Notre-Dame, a Parigi, l’8 marzo 2009, in occasione del ciclo “Conférences de Carême 2009”.

168

A first version of this text was delivered by the author at Notre-Dame Cathedral in Paris on March 8, 2009, during the "Conférences de Carême 2009" series.

174

Il prescritto di uno dei testi piú antichi della tradizione ecclesiastica, la Lettera di Clemente ai Corinzi, comincia con queste parole: “La Chiesa di Dio che soggiorna a Roma alla Chiesa di Dio che soggiorna a Corinto”. Il termine greco paroikousa, che ho tradotto “che soggiorna”, designa la dimora provvisoria dell’esiliato, del colono o dello straniero, in opposizione alla residenza di pieno diritto del cittadino, che si dice in greco katoikein. Vorrei riprendere questa formula per rivolgermi qui e ora alla Chiesa di Dio, in soggiorno o in esilio a Parigi. Perché ho scelto questa formula? Perché il tema della mia conferenza è il messia, e paroikein, soggiornare come uno straniero, è il termine che designa la dimora del cristiano nel mondo e la sua esperienza del tempo messianico. Si tratta di un termine tecnico, o quasi, poiché la Prima lettera di Pietro (1 Pt. 1, 17) definisce il tempo della Chiesa ho chronos tēs paroikias, “il tempo della parrocchia” si potrebbe tradurre, se si ricorda che “parrocchia” significa qui ancora “soggiorno dello straniero”.

174

The opening of one of the oldest texts in ecclesiastical tradition, the Letter of Clement to the Corinthians, begins with these words: "The Church of God which sojourns in Rome to the Church of God which sojourns in Corinth." The Greek term paroikousa, which I have translated as "sojourns," designates the provisional dwelling of an exile, settler, or foreigner, as opposed to the full civic residency denoted by katoikein. I would like to adopt this formula to address here and now the Church of God in sojourn or exile in Paris. Why this choice? Because the theme of my lecture is the Messiah, and paroikein, to sojourn as a foreigner, is the term defining the Christian's dwelling in the world and their experience of messianic time. This is a quasi-technical term, since the First Letter of Peter (1 Pt. 1:17) defines the Church's time as ho chronos tēs paroikias — "the time of the parish," one might translate, remembering that "parish" here still signifies "the foreigner's sojourn."

175

Il termine “soggiorno” non implica nulla quanto alla sua durata cronologica. Il soggiorno della Chiesa sulla terra può durare – e, di fatto, è durato – secoli e millenni, senza che questo alteri in nulla la natura particolare della sua esperienza messianica del tempo. Occorre sottolineare con forza questo punto, contro un’opinione che si sente spesso ripetere dai teologi, a proposito di un preteso “ritardo della parusia”. Secondo quest’opinione, che mi è sempre parsa blasfema, quando la comunità delle origini, che aspettava come imminenti il ritorno del messia e la fine dei tempi, si rese conto di avere a che fare con un ritardo di cui non riusciva piú a venire a capo, avrebbe allora mutato il suo orientamento per darsi una stabile organizzazione istituzionale e giuridica. Ciò significa che essa avrebbe cessato di paroikein, di soggiornare come straniera nel secolo, per cominciare a katoikein, ad abitarvi come cittadina, come qualsiasi altra istituzione mondana.

175

The term "sojourn" implies nothing about chronological duration. The Church's earthly sojourn may last — and indeed has lasted — for centuries and millennia without altering in any way the particular nature of its messianic temporal experience. This point must be emphatically stressed against an opinion frequently repeated by theologians regarding a supposed "delay of the Parousia." According to this view, which has always struck me as blasphemous, when the early community — which awaited the Messiah's return and the end times as imminent events — realized it faced an interminable delay, it allegedly shifted course to establish stable institutional and juridical structures. This would mean that the Church ceased paroikein, sojourning as a foreigner in the world, and began instead to katoikein, to dwell as a full citizen like any other worldly institution.

176

Se questo fosse vero, la Chiesa avrebbe allora smarrito l’esperienza messianica del tempo che la definisce e le è consustanziale. Il tempo del messia non designa, infatti, una durata cronologica ma, innanzitutto, una trasformazione qualitativa del tempo vissuto. In questo tempo, qualcosa come un ritardo cronologico, nel senso in cui si può dire che un treno è in ritardo, non è nemmeno pensabile. Come l’esperienza del tempo messianico implica che sia impossibile abitarvi stabilmente, allo stesso modo in esso non c’è posto per un ritardo. È quanto Paolo ricorda ai Tessalonicesi (1 Tess. 5, 1-2): “Del tempo e dei momenti, di questo non occorre che io vi scriva. Il giorno del Signore viene come un ladro, di notte”. “Viene” (erchetai) è al presente, cosí come il messia è chiamato nei Vangeli ho erchomenos, “colui che viene”, che non cessa di venire. Walter Benjamin, che aveva inteso perfettamente la lezione di Paolo, la ripete a suo modo: “Ogni giorno, ogni istante è la piccola porta da cui entra il messia”.

176

If this were true, the Church would thereby have lost the messianic experience of time that defines and constitutes its essence. For messianic time designates not a chronological duration but primarily a qualitative transformation of lived time. In this time, something like a chronological delay — in the sense that a train might be delayed — becomes unthinkable. Just as the experience of messianic time makes it impossible to dwell there stably, so too does it leave no room for delay. This is what Paul reminds the Thessalonians (1 Thess. 5:1-2): "Concerning times and seasons, brothers, you have no need for anything to be written to you. For you yourselves know well that the day of the Lord comes like a thief in the night." "Comes" (erchetai) is in the present tense, just as the Messiah is called ho erchomenos, "the one who comes," in the Gospels — one who never ceases coming. Walter Benjamin, who perfectly grasped Paul's lesson, rephrases it thus: "Every day, every instant is the small gate through which the Messiah enters."

178

È della struttura di questo tempo, cioè del tempo del messia che Paolo descrive nelle sue lettere, che vorrei parlarvi. Un primo malinteso da cui occorre guardarsi a questo proposito è la confusione del tempo messianico col tempo apocalittico. L’apocalittico si situa nell’ultimo giorno, nel giorno della collera: egli vede la fine del tempo e descrive quello che vede. Il tempo che l’apostolo vive non è, invece, la fine del tempo. Se si volesse compendiare in una formula la differenza fra il messianico e l’apocalittico, si dovrebbe dire, io credo, che il messianico non è la fine del tempo, ma il tempo della fine. Messianica non è la fine del tempo, ma la relazione di ogni istante, di ogni kairos, con la fine del tempo e l’eternità. Ciò che interessa Paolo non è, dunque, l’ultimo giorno, l’istante in cui il tempo finisce, ma il tempo che si contrae e comincia a finire. O, se preferite, il tempo che resta fra il tempo e la sua fine.

178

It is the structure of this time — the messianic time Paul describes in his letters — that I wish to discuss. A first misunderstanding to avoid here is conflating messianic time with apocalyptic time. The apocalyptic situates itself in the last day, the day of wrath: they see time's end and describe their vision. The time the apostle lives is not the end of time. Were one to summarize the difference between messianic and apocalyptic in a formula, I would say that the messianic is not the end of time but the time of the end. What is messianic is not time's termination but every instant's (every kairos's) relation to time's end and eternity. Paul's concern is thus not the last day, the moment when time ceases, but rather time contracting as it begins to end. Or, if you prefer, the time that remains between time and its termination.

179

La tradizione ebraica conosceva la distinzione fra due tempi o due mondi: lo olam hazzeh, cioè il tempo che va dalla creazione del mondo fino alla sua fine, e lo olam habba, il tempo che comincia dopo la fine del tempo. Entrambi questi termini sono presenti, nella loro traduzione greca, nel testo delle lettere. Ma il tempo messianico, il tempo che l’apostolo vive e il solo che gli interessi, non è né lo olam hazzeh né lo olam habba, è il tempo che resta fra questi due tempi, quando il tempo viene diviso dalla cesura dell’evento messianico (che per Paolo è, ovviamente, la resurrezione).

179

The Jewish tradition recognized the distinction between two times or two worlds: the olam hazzeh, that is, the time stretching from the creation of the world until its end, and the olam habba, the time that begins after the end of time. Both these terms are present in their Greek translation within the epistolary texts. But messianic time, the time the apostle lives and the only one that concerns him, is neither the olam hazzeh nor the olam habba; it is the time that remains between these two times, when time is divided by the caesura of the messianic event (which for Paul is, of course, the resurrection).

181

Come dobbiamo concepire questo tempo? A prima vista, se lo rappresentiamo geometricamente come un segmento prelevato su una linea, la definizione che ho appena dato – il tempo che resta fra la resurrezione e la fine del tempo – non sembra fare difficoltà. Tutto cambia, però, se proviamo a pensare l’esperienza del tempo che esso implica. Poiché è evidente che vivere il “tempo che resta”, fare esperienza del “tempo della fine” non possono significare che una trasformazione radicale della rappresentazione e dell’esperienza abituale del tempo. Non si tratta piú della linea omogenea e infinita del tempo cronologico (rappresentabile, ma vuota di ogni esperienza) né dell’istante puntuale e impensabile della sua fine. Nemmeno possiamo pensarlo come quel segmento del tempo cronologico che va dalla resurrezione alla fine del tempo. Si tratta, piuttosto, di un tempo che cresce e urge dentro il tempo cronologico e lo lavora e trasforma dall’interno. È, da una parte, il tempo che il tempo ci mette per finire, ma, dall’altra, il tempo che ci resta, il tempo di cui abbiamo bisogno per far finire il tempo, per venire a capo della rappresentazione abituale del tempo e liberarci da essa. Mentre questa, in quanto tempo in cui crediamo di essere, ci separa da ciò che siamo e ci trasforma in spettatori impotenti di noi stessi, il tempo del messia, al contrario, in quanto tempo operativo nel quale per la prima volta afferriamo il tempo, è il tempo che noi stessi siamo. E questo tempo non è un altro tempo, situato in un altrove improbabile o futuro. È, al contrario, il solo tempo reale, il solo tempo che noi possiamo avere. Fare esperienza di questo tempo implica una trasformazione integrale di noi stessi e del nostro modo di vivere.

181

How should we conceive of this time? At first glance, if we represent it geometrically as a segment along a line, the definition I have just given — the time that remains between the resurrection and the end of time — does not seem problematic. Everything changes, however, if we attempt to think through the experience of time it implies. For it is evident that living in the “time that remains,” experiencing the “time of the end,” can only signify a radical transformation of habitual representations and experiences of time. It is no longer the homogeneous and infinite line of chronological time (representable yet empty of all experience) nor the punctual and unthinkable instant of its end. Nor can we conceive of it as that segment of chronological time extending from the resurrection to the end of time. It is, rather, a time that grows and presses within chronological time, working and transforming it from within. On one hand, it is the time that time takes to end; on the other, it is the time that remains for us, the time we need to bring time to an end, to overcome our habitual representation of time and liberate ourselves from it. While chronological time, as the time in which we believe we exist, separates us from what we are and renders us impotent spectators of ourselves, messianic time — as the operational time in which we grasp time for the first time — is the time that we ourselves are. And this time is not another time located in an improbable elsewhere or future. On the contrary, it is the only real time, the only time we can ever have. To experience this time demands a total transformation of ourselves and our way of living.

182

È quanto Paolo afferma in un passo straordinario, che è forse la piú bella definizione della vita messianica (1 Cor. 7, 29-31): “Questo vi dico, fratelli, il tempo si è contratto [ho kairos synestalmenos esti – il verbo systellein indica tanto l’atto di imbrogliare le vele che il raccogliersi di un animale su se stesso prima di saltare]; il resto è che gli aventi moglie come non [hōs mē] aventi siano, e i piangenti come non piangenti e gli aventi gioia come non aventi gioia e i compranti come non possedenti e gli usanti il mondo come non abusanti”.

182

This is what Paul asserts in an extraordinary passage, perhaps the most beautiful definition of messianic life (1 Cor. 7:29-31): “This I say, brothers: the time is contracted [ho kairos synestalmenos esti — the verb systellein signifies both the furling of sails and an animal gathering itself before leaping]; what remains is that those with wives be as though not [hōs mē] having them, and those who weep as though not weeping, and those who rejoice as though not rejoicing, and those who buy as though not possessing, and those who use the world as though not using it up.”

183

Poche righe prima, Paolo aveva detto a proposito della chiamata messianica (klēsis): “Che ciascuno rimanga nella chiamata in cui è stato chiamato. Sei stato chiamato schiavo? Non preoccupartene. Anche se puoi diventare libero, piuttosto fanne uso”. L’hōs mē, il “come non”, significa che il senso ultimo della vocazione messianica è di essere la revocazione di ogni vocazione. Proprio come il tempo messianico trasforma dall’interno il tempo cronologico senza semplicemente abolirlo, cosí la vocazione messianica, grazie all’hōs mē, al “come non”, revoca ogni vocazione, svuota e tramuta dall’interno ogni esperienza e ogni condizione fattizia per aprirle a un nuovo uso (“piuttosto fanne uso”).

183

A few lines earlier, Paul had said regarding the messianic calling (klēsis): “Let each remain in the calling in which they were called. Were you called as a slave? Do not be concerned. Even if you can become free, rather make use of it.” The hōs mē, the “as though not,” signifies that the ultimate meaning of the messianic vocation is the revocation of every vocation. Just as messianic time transforms chronological time from within without simply abolishing it, so too the messianic vocation, through the hōs mē, revokes every vocation, emptying and transmuting from within every factical experience and condition to open them to a new use (“rather make use of it”).

185

La questione è importante, perché ci permette di pensare correttamente quella relazione fra le cose ultime e le cose penultime che definisce la condizione messianica. Può un cristiano vivere unicamente delle cose ultime? Dietrich Bonhoeffer ha denunciato la falsa alternativa fra radicalismo e compromesso, che consiste in entrambi i casi nel separare drasticamente le realtà ultime dalle penultime, cioè da quelle che definiscono la nostra condizione umana e sociale di ogni giorno. Come il tempo messianico non è un altro tempo, ma un’intima trasformazione del tempo cronologico, cosí vivere le cose ultime significa innanzitutto vivere altrimenti le cose penultime. L’escatologia non è, in questo senso, altro che una trasformazione dell’esperienza delle cose penultime. E in quanto le realtà ultime hanno luogo innanzitutto nelle penultime, queste – contro ogni radicalismo – non possono essere impunemente negate; e tuttavia – per la stessa ragione e contro ogni tentazione di compromesso – le cose penultime non possono essere in alcun caso invocate contro le ultime. Per questo Paolo esprime la relazione messianica fra ciò che è ultimo e ciò che non lo è col verbo katargein, che non significa “distruggere”, ma “rendere inoperante”. La realtà ultima disattiva, sospende e trasforma le realtà penultime – e, tuttavia, è proprio e innanzitutto in queste che essa testimonia e si mette alla prova.

185

This question is crucial, as it allows us to properly conceptualize that relation between ultimate and penultimate realities which defines the messianic condition. Can a Christian live solely for ultimate realities? Dietrich Bonhoeffer denounced the false alternative between radicalism and compromise, both of which drastically separate ultimate realities from penultimate ones — that is, from those defining our everyday human and social condition. Just as messianic time is not another time but an intimate transformation of chronological time, so too living for ultimate realities means first and foremost living penultimate realities otherwise. Eschatology, in this sense, is nothing other than a transformation of our experience of penultimate realities. And since ultimate realities take place primarily within penultimate ones, the latter — against all radicalism — cannot be impudently denied; yet, for the same reason and against every temptation toward compromise, penultimate realities can never be invoked against ultimate ones. This is why Paul expresses the messianic relation between what is ultimate and what is not through the verb katargein, which does not mean “to destroy” but “to render inoperative.” Ultimate reality deactivates, suspends, and transforms penultimate realities — and yet, it is precisely and primarily within these that it bears witness and proves itself.

186

Questo permette di comprendere la situazione del Regno secondo Paolo. Contro la rappresentazione corrente dell’escatologia, occorre ricordare che il tempo del messia non può essere, per lui, un tempo futuro. L’espressione con la quale egli si riferisce a questo tempo è sempre ho nyn kairos, “il tempo di ora”. Come scrive in 2 Cor. 6, 2: “Idou nyn, ecco ora il momento da cogliere, ecco il giorno della salvezza”. Paroikia e parousia, soggiorno come straniero e presenza del messia, hanno la stessa struttura, che si esprime in greco attraverso la preposizione pará: una presenza che dis-tende il tempo, un già che è anche un non ancora, una dilazione che non è un rimandare a piú tardi, ma uno scarto e una sconnessione interna al presente, che ci permette di afferrare il tempo.

186

This allows us to grasp Paul’s understanding of the Kingdom. Contrary to common eschatological representations, we must recall that the time of the messiah cannot, for him, be a future time. The phrase he uses to refer to this time is always ho nyn kairos, “the now-time.” As he writes in 2 Cor. 6:2: “Idou nyn, behold now is the acceptable time, behold now is the day of salvation.” Paroikia (sojourning) and parousia (presence of the messiah) share the same structure, expressed in Greek through the preposition pará: a presence that distends time, an “already” that is also a “not yet,” a deferral that is not a postponement but an internal gap and disjunction within the present, enabling us to seize time.

187

L’esperienza di questo tempo non è, dunque, qualcosa che la Chiesa potrebbe scegliere di fare o di non fare. Non vi è Chiesa se non in questo tempo e attraverso questo tempo.

187

The experience of this time is not something the Church could choose to have or not have. There is no Church except within and through this time.

189

Che ne è di questa esperienza nella Chiesa oggi? È questa la domanda che sono venuto a porre qui e ora alla Chiesa di Cristo che soggiorna a Parigi. L’evocazione delle cose ultime sembra a tal punto scomparsa dalle parole della Chiesa, che si è potuto affermare non senza ironia che la Chiesa di Roma ha chiuso il suo sportello escatologico. Ed è con un’ironia ancora piú amara che un teologo francese ha potuto scrivere: “Cristo annunciava il Regno, ed è venuta la Chiesa”. È una constatazione inquietante, su cui vi invito a riflettere.

189

What has become of this experience in the Church today? This is the question I have come to pose here and now to the Church of Christ that sojourns in Paris. The evocation of ultimate realities seems to have so completely disappeared from the Church's discourse that it has been remarked, not without irony, that the Church of Rome has closed its eschatological office. With even bitterer irony, a French theologian once wrote: "Christ announced the Kingdom, and what came was the Church." This is a disquieting observation, which I invite you to reflect upon.

190

Dopo quanto vi ho detto sulla struttura del tempo messianico, è chiaro che non si tratta qui di rimproverare alla Chiesa, in nome del radicalismo, il suo compromesso col mondo. E nemmeno si tratta, secondo il gesto del piú grande teologo ortodosso del XIX secolo, Fëdor Dostoevskij, di presentare la Chiesa di Roma nella figura del Grande Inquisitore.

190

In light of what I have said regarding the structure of messianic time, it is clear that the issue here is not to reproach the Church, in the name of radicalism, for its compromise with the world. Nor is it a matter of following the gesture of the greatest Orthodox theologian of the 19th century, Fyodor Dostoevsky, by presenting the Roman Church in the figure of the Grand Inquisitor.

191

Si tratta, piuttosto, della capacità della Chiesa di leggere quelli che Matteo (Mt. 16, 3) chiama “i segni dei tempi”, ta semeia tōn kairōn. Che cosa sono questi “segni”, che l’apostolo oppone al vano desiderio di conoscere gli aspetti del cielo? Se la storia è penultima rispetto al
Regno, questo – l’abbiamo visto – ha, però, il suo luogo innanzitutto in essa. Vivere il tempo del messia esige allora la capacità di leggere i segni della sua presenza nella storia, di riconoscere nel suo corso la segnatura dell’economia della salvezza. Agli occhi dei Padri – ma anche di quei filosofi che hanno riflettuto sulla filosofia della storia, che è e rimane (persino in Marx) una disciplina essenzialmente cristiana – la storia si presenta come un campo di tensioni percorso da due forze opposte: la prima – che Paolo, in un celebre quanto enigmatico passo della Seconda lettera ai Tessalonicesi, chiama to catechon – trattiene e incessantemente differisce la fine lungo il corso lineare e omogeneo del tempo cronologico; la seconda, mettendo in tensione origine e fine, continuamente interrompe e compie il tempo. Chiamiamo Legge o Stato la prima, votata all’economia, cioè al governo infinito del mondo; e chiamiamo messia o Chiesa la seconda, la cui economia, in quanto economia della salvezza, è, invece, costitutivamente finita. Una comunità umana può costituirsi e sopravvivere solo se queste due polarità sono compresenti e se una tensione e una relazione dialettica permangono fra di esse.

191

Rather, it concerns the Church's capacity to read what Matthew (Mt. 16:3) calls "the signs of the times," ta semeia tōn kairōn. What are these "signs," which the apostle contrasts with the vain desire to know the aspects of heaven? If history is penultimate with respect to the Kingdom, we have nevertheless seen that the latter finds its place first and foremost within history. To live in the messianic time thus demands the ability to read the signs of its presence within history, to recognize in its course the imprint of the economy of salvation. In the eyes of the Church Fathers - and even of those philosophers who reflected on the philosophy of history, which was and remains (even in Marx) an essentially Christian discipline - history presents itself as a field of tension traversed by two opposing forces: the first - which Paul, in a celebrated yet enigmatic passage from the Second Letter to the Thessalonians, calls to catechon (the restrainer) - holds back and incessantly defers the end along the linear and homogeneous course of chronological time; the second, by placing origin and end in tension, continually interrupts and fulfills time. Let us call the first Law or State, devoted to economy, that is, to the infinite government of the world; and let us call the second messiah or Church, whose economy, as the economy of salvation, is constitutively finite. A human community can constitute itself and survive only if these two polarities coexist and if a tension and dialectical relationship persist between them.

193

È proprio questa tensione che sembra oggi esaurita. Man mano che la percezione dell’economia della salvezza nel tempo storico s’indebolisce e cancella, l’economia estende il suo cieco, irrisorio dominio su tutti gli aspetti della vita sociale. L’esigenza escatologica, abbandonata dalla Chiesa, ritorna in forma secolarizzata e parodica nei saperi profani, che, riscoprendo il gesto obsoleto del profeta, annunciano in ogni ambito catastrofi irreversibili. Lo stato di crisi e di eccezione permanente che i governi del mondo proclamano in ogni luogo non è che la parodia secolarizzata dell’aggiornamento incessante del Giudizio Universale nella storia della Chiesa. All’eclissi dell’esperienza messianica del compimento della legge e del tempo fa riscontro un’inaudita ipertrofia del diritto, che, pretendendo di legiferare su tutto, tradisce attraverso un eccesso di legalità la perdita di ogni legittimità. Lo dico qui e ora misurando le mie parole: oggi non vi è sulla terra alcun potere legittimo e i potenti del mondo sono essi stessi convinti di illegittimità. La giuridificazione e l’economizzazione integrale dei rapporti umani, la confusione fra ciò che possiamo credere, sperare e amare e ciò che siamo obbligati a fare o a non fare, a dire o a non dire segnano non soltanto la crisi del diritto e degli stati, ma anche e soprattutto quella della Chiesa. Poiché la Chiesa può vivere come istituzione soltanto mantenendosi in relazione immediata con la propria fine. E – è bene non dimenticarlo – secondo la teologia cristiana vi è una sola istituzione legale che non conosce interruzione né fine: l’inferno. Il modello della politica odierna, che pretende a una economia infinita del mondo, è, dunque, propriamente infernale. E se la Chiesa recide la sua relazione originale con la paroikia, essa non potrà che perdersi nel tempo.

193

It is precisely this tension that seems exhausted today. As the perception of the economy of salvation within historical time weakens and fades, the economy extends its blind, derisive dominion over all aspects of social life. The eschatological demand, abandoned by the Church, returns in a secularized and parodic form within profane knowledges, which—resurrecting the obsolete gesture of the prophet—proclaim irreversible catastrophes in every domain. The state of permanent crisis and exception that the world’s governments everywhere proclaim is nothing but the secularized parody of the incessant updating of the Last Judgment in the Church’s history. To the eclipse of the messianic experience of the fulfillment of law and time corresponds an unprecedented hypertrophy of law, which, by claiming to legislate over everything, betrays through an excess of legality the loss of all legitimacy. I say this here and now, measuring my words: today there exists no legitimate power on earth, and the world’s rulers are themselves convinced of their own illegitimacy. The juridification and total economization of human relations, the confusion between what we can believe, hope, and love and what we are obliged to do or not do, to say or not to say, mark not only the crisis of law and states but above all that of the Church. For the Church can live as an institution only by maintaining an immediate relation to its own end. And—it is well not to forget—according to Christian theology, there is only one legal institution that knows neither interruption nor end: hell. The model of today’s politics, which aspires to an infinite economy of the world, is thus properly infernal. And if the Church severs its original relation to paroikia (sojourning), it can only lose itself in time.

194

Per questo, la domanda che sono venuto qui a porvi, senza avere, per farlo, altra autorità se non un’ostinata abitudine a leggere i segni del tempo, è questa: la Chiesa si deciderà finalmente a cogliere la sua occasione storica e a ritrovare la sua vocazione messianica? Il rischio, altrimenti, è che sia trascinata nella rovina che minaccia tutti i governi e tutte le istituzioni della terra. 

194

For this reason, the question I have come here to pose to you—without any authority to do so other than a stubborn habit of reading the signs of the times—is this: Will the Church finally decide to seize its historical opportunity and rediscover its messianic vocation? Otherwise, the risk is that it will be dragged into the ruin threatening all governments and institutions of the earth.

196

e-book

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200


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201

Giorgio Agamben

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Giorgio Agamben

202

3 sassi

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3 sassi

203

Profanazioni

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Profanazioni

204

Milena Agus

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Milena Agus

205

Mentre dorme il pescecane

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While the Shark Sleeps

206

La contessa di ricotta

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The Countess of Ricotta

207

Alfonso Berardinelli

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Alfonso Berardinelli

208

Che intellettuale sei?

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What Kind of Intellectual Are You?

209

Gianfranco Bettin

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Gianfranco Bettin

210

Il clima è fuori dai gangheri

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The Climate Has Gone Haywire

211

Adriàn N. Bravi

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Adrián N. Bravi

212

Sud 1982

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South 1982

213

Luciana Castellina

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Luciana Castellina

214

La scoperta del mondo

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The Discovery of the World

215

Francesco M. Cataluccio

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Francesco M. Cataluccio

216

Che fine faranno i libri

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What Will Become of Books

217

Patrizia Cavalli

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Patrizia Cavalli

218

La guardiana

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The Guardian

219

Gaja Cenciarelli

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Gaja Cenciarelli

220

Sangue del suo sangue

220

Blood of His Blood

221

Karl Marx

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Karl Marx

222

Elogio del crimine

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In Praise of Crime

223

Dick Matena

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Dick Matena

224

Parigi 25/44

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Paris 25/44

225

Daniele Mencarelli

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Daniele Mencarelli

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Bambino Gesù

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Baby Jesus

227

Maria Pace Ottieri

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Maria Pace Ottieri

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Quando sei nato non puoi più nasconderti

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Once You’re Born, You Can No Longer Hide

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Abbandonami

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Abandon Me

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Sandra Petrignani

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Sandra Petrignani

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Dolorose considerazioni del cuore

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Painful Considerations of the Heart

232

Elisa Rossi

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Elisa Rossi

233

Quando il drago muove la coda

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When the Dragon Wags Its Tail

234

Elisa Ruotolo

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Elisa Ruotolo

235

Ho rubato la pioggia

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I Stole the Rain

236

Pavel Sanaev

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Pavel Sanaev

237

Seppellitemi dietro il battiscopa

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Bury Me Behind the Baseboard

238

Posy Simmons

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Posy Simmons

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Tamara Drewe

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Tamara Drewe

240

Eleonora Sottili

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Eleonora Sottili

241

Il futuro è nella plastica

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The Future Is in Plastic

242

Robert Louis Stevenson

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Robert Louis Stevenson

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Il principe Otto

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Prince Otto

244

Tonghzi

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Tonghzi

245

Beijing story

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Beijing Story

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Franca Valeri

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Franca Valeri

247

Animali e altri attori

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Animals and Other Actors

248

Mila Venturini

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Mila Venturini

249

Due di tutto e una valigia

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Two of Everything and a Suitcase