Cibernetica e Fantasmi
Cibernetica e Fantasmi
Cybernetics and Ghosts
(Appunti sulla narrativa come processo combinatorio)
(Notes on Narrative as a Combinatorial Process)
Italo Calvino
Italo Calvino
Conferenza tenuta a Torino, Milano, Genova, Roma, Bari, per l’Associazione Culturale Italiana dal 24 al 30 novembre 1967; ripetuta poi, in diverse varianti e con altro titolo (Il racconto come operazione logica e come mito) in altre città d’Italia, Germania, Olanda, Belgio, Inghilterra, Francia.
Lecture delivered in Turin, Milan, Genoa, Rome, and Bari for the Italian Cultural Association from November 24 to 30, 1967; subsequently reprised in varied forms and under a different title (The Tale as Logical Operation and as Myth) in other cities across Italy, Germany, the Netherlands, Belgium, England, and France.
Pubblicata col titolo Cibernetica e fantasmi in «Le conferenze dell’Associazione Culturale Italiana», fasc. XXI, 1967-68, pp. 9-23; successivamente, in un testo ridotto, col titolo Appunti sulla narrativa come processo combinatorio, in «Nuova Corrente», n. 46-47, 1968. La pubblicazione in questa rivista diede origine a una discussione nel «Caffè» e a un mio nuovo intervento (vedi più avanti, La macchina spasmodica).
Published under the title Cybernetics and Ghosts in «Le conferenze dell’Associazione Culturale Italiana», fasc. XXI, 1967-68, pp. 9-23; later, in an abridged version, as Notes on Narrative as a Combinatorial Process in «Nuova Corrente», n. 46-47, 1968. This publication in the latter journal sparked a debate in «Caffè» and a subsequent response from me (see later, The Spasmodic Machine).
I
I
Tutto cominciò con il primo narratore della tribù. Già gli uomini scambiavano tra loro suoni articolati, riferendosi alle necessità pratiche della loro vita; già esisteva il dialogo e le regole che il dialogo non poteva non seguire; questa era la vita della tribù: un codice di regole molto complicate cui doveva modellarsi ogni azione e ogni situazione. Il numero delle parole era limitato: alle prese col mondo multiforme e innumerevole gli uomini si difendevano opponendo un numero finito di suoni variamente combinati. E così i comportamenti, gli usi, i gesti, erano quelli e non altri, sempre ripetuti, nella raccolta delle noci di cocco o di radici selvatiche, nella caccia al bufalo o al leone, nell’ammogliarsi stringendo nuovi legami di parentela fuori dal clan, nell’iniziarsi alla vita e alla morte. E tanto più le scelte di frasi e di comportamenti erano limitate, tanto più le regole del linguaggio e delle usanze erano obbligate a complicarsi per padroneggiare una varietà sempre crescente di situazioni: all’estrema penuria di concetti di cui gli uomini disponevano per pensare il mondo, corrispondeva una regolamentazione minuziosa e onnicomprensiva.
Everything began with the first storyteller of the tribe. Humans had already exchanged articulated sounds to address practical necessities; dialogue and its inescapable rules already existed; such was the life of the tribe: a code of intricate regulations to which every action and situation had to conform. The number of words was limited: confronted with the multifarious and innumerable world, men defended themselves by opposing a finite number of variously combined sounds. Likewise, behaviors, customs, and gestures were fixed and unchanging, endlessly repeated—in gathering coconuts or wild roots, hunting buffalo or lions, marrying outside the clan to forge new kinship bonds, or initiating themselves into life and death. The more restricted the repertoire of phrases and behaviors, the more the rules of language and custom were compelled to elaborate themselves, mastering an ever-growing variety of situations. To the extreme paucity of concepts available for comprehending the world corresponded a meticulous and all-encompassing codification.
Il narratore cominciò a profferire parole non perché gli altri gli rispondessero altre prevedibili parole, ma per sperimentare fino a che punto le parole potevano combinarsi l’una con l’altra, generarsi una dall’altra: per dedurre una spiegazione del mondo dal filo d’ogni discorso-racconto possibile, dall’arabesco che nomi e verbi, soggetti e predicati, disegnavano diramandosi gli uni dagli altri. Le figure di cui il narratore disponeva erano poche: il giaguaro, il coyote, il tucano, il pesce piranha, oppure il padre il figlio il cognato lo zio, la moglie la madre la sorella la nuora; le azioni che queste figure potevano compiere erano anch’esse limitate: nascere, morire, accoppiarsi, dormire, pescare, cacciare, arrampicarsi sugli alberi, scavare tane nella terra, mangiare, defecare, fumare fibre vegetali, proibire, trasgredire alle proibizioni, regalare o rubare oggetti e frutti – oggetti e frutti classificabili a loro volta in un catalogo limitato. Il narratore esplorava le possibilità implicite nel proprio linguaggio combinando e permutando le figure e le azioni e gli oggetti su cui queste azioni si potevano esercitare; ne venivano fuori delle storie, costruzioni lineari che presentavano sempre delle rispondenze, delle contrapposizioni: il cielo e la terra, l’acqua e il fuoco, gli animali che volano e quelli che scavano tane, ciascun termine con un suo corredo d’attributi, un suo repertorio d’azioni. Lo svolgimento delle storie permetteva certe relazioni tra i vari elementi e non altre, certe successioni e non altre: la proibizione doveva venir prima della trasgressione, la punizione dopo la trasgressione, il dono degli oggetti magici prima del superamento delle prove. Il mondo fisso che circondava l’uomo della tribù, costellato di segni di labili corrispondenze tra parole e cose, s’animava alla voce del narratore, si disponeva nel flusso d’un discorso-racconto, all’interno del quale ogni parola acquistava nuovi valori e li trasmetteva alle idee e alle immagini da essa designate; ogni animale ogni oggetto ogni rapporto acquistava poteri benefici e malefici, quelli che saranno detti poteri magici e che si potrebbero invece dire poteri narrativi, potenzialità che la parola detiene, facoltà di collegarsi con altre parole sul piano del discorso.
The storyteller began to utter words not so others might respond with predictable words, but to test how far words could combine with one another, generate one another: to deduce an explanation of the world from the thread of every possible narrative-discourse, from the arabesque that nouns and verbs, subjects and predicates, traced as they branched out from one another. The figures at the storyteller’s disposal were few: the jaguar, the coyote, the toucan, the piranha, or the father, the son, the brother-in-law, the uncle, the wife, the mother, the sister, the daughter-in-law; the actions these figures could perform were equally limited: being born, dying, coupling, sleeping, fishing, hunting, climbing trees, digging burrows, eating, excreting, smoking plant fibers, prohibiting, transgressing prohibitions, gifting or stealing objects and fruits—objects and fruits themselves classifiable within a restricted catalogue. The storyteller explored the possibilities latent in their language by combining and permuting figures, actions, and the objects upon which these actions could be exerted. Stories emerged as linear constructions, always exhibiting correspondences and oppositions: sky and earth, water and fire, flying animals and burrowing ones, each term accompanied by its attributes and repertoire of actions. The unfolding of stories permitted certain relationships between various elements and not others, certain sequences and not others: prohibition had to precede transgression, punishment follow transgression, the gift of magical objects precede the overcoming of trials. The fixed world surrounding the tribesman, dotted with signs of tenuous correspondences between words and things, came alive through the storyteller’s voice, arranging itself within the flow of a narrative-discourse where each word acquired new values and transmitted them to the ideas and images it designated. Every animal, object, and relationship accrued beneficent and maleficent powers—those later termed magical but which might instead be called narrative potentials, possibilities inherent in language, the capacity to connect with other words on the plane of discourse.
La narrativa orale primitiva, così come la fiaba popolare quale si è tramandata fin quasi ai nostri giorni, si modella su strutture fisse, quasi potremmo dire su elementi prefabbricati, che permettono però un enorme numero di combinazioni. Vladimir Propp, studiando le fiabe russe, era giunto alla conclusione che tutte le fiabe fossero come varianti d’un’unica fiaba, e potessero essere scomposte in un numero finito di funzioni narrative. Quarant’anni più tardi, Claude Lévi-Strauss, lavorando sui miti degli indiani del Brasile, vede in essi un sistema d’operazioni logiche tra termini permutabili, tali da poter essere studiate coi procedimenti matematici dell’analisi combinatoria.
Primitive oral narrative, like the folk tale transmitted nearly to our own time, is modeled on fixed structures—what we might call prefabricated elements—that nonetheless allow for an enormous number of combinations. Vladimir Propp, studying Russian fairy tales, concluded that all tales were variants of a single ur-tale, decomposable into a finite number of narrative functions. Forty years later, Claude Lévi-Strauss, working on myths of Brazilian Indigenous peoples, discerned in them a system of logical operations among permutable terms, analyzable through the mathematical procedures of combinatorial analysis.
La fantasia popolare non è dunque sconfinata come un oceano, ma non bisogna per questo immaginarla come un serbatoio d’una capacità determinata: a pari livello di civiltà , così come le operazioni aritmetiche, anche le operazioni narrative non possono essere molto diverse presso un popolo o un altro: ma quello che sulla base di questi procedimenti elementari viene costruito può presentare combinazioni, permutazioni e trasformazioni illimitate.
Popular imagination is thus not boundless like an ocean, yet one must not conceive it as a reservoir of fixed capacity either: at equivalent civilizational stages, just as arithmetic operations, so too narrative operations cannot differ significantly across peoples. What emerges from these elementary procedures – through combinations, permutations, and transformations – can manifest limitless variations.
Questo è vero soltanto per le tradizioni narrative orali oppure può essere sostenuto per la letteratura nella sua estrema varietà di forme e complessità ? I formalisti russi, già negli anni Venti, avevano cominciato a far oggetto delle loro analisi racconti e romanzi moderni, scomponendone la complessa struttura in segmenti funzionali; oggi in Francia la scuola semiologica di Roland Barthes, dopo aver affilato le proprie armi sulle strutture della pubblicità o delle riviste di moda femminile, affronta finalmente la letteratura, e dedica il numero 8 della rivista «Communications» all’analisi strutturale del racconto. Naturalmente il materiale di studio che più docilmente si presta a questo tipo di analisi si trova anche oggi nelle varie forme di narrativa popolare: se i russi avevano studiato i racconti di Sherlock Holmes, adesso è James Bond che fornisce le esemplificazioni più calzanti agli strutturalisti. Ma questo non è che il primo gradino della grammatica e della sintassi narrativa; il gioco combinatorio delle possibilità narrative sconfina presto dal piano dei contenuti per mettere sul tappeto il rapporto di chi narra con la materia narrata e con il lettore: entriamo cioè nella più ardua problematica della narrativa contemporanea. Non a caso le ricerche strutturali francesi s’accompagnano – e talora coincidono nelle stesse persone – al lavoro creativo degli scrittori del gruppo «Tel Quel», per i quali – e qui parafraso definizioni d’un loro interprete autorizzato – lo scrivere non consiste più nel raccontare ma nel dire che si racconta, e quello che si dice viene a identificarsi con l’atto stesso del dire, la persona psicologica viene sostituita da una persona linguistica o addirittura grammaticale, definita solo dal suo posto nel discorso. Anche questi risultati formali d’una letteratura al quadrato o al cubo, qual è quella che è succeduta in Francia al nouveau roman di dieci anni fa, e per la quale un altro loro esponente ha proposto l’etichetta di scripturalisme, sono riconducibili a combinazioni tra un certo numero d’operazioni logico-linguistiche o meglio sintattico-retoriche, tali da poter essere schematizzate in formule tanto più generali quanto meno complesse.
Does this hold true solely for oral narrative traditions, or might it extend to literature in its extreme formal variety and complexity? The Russian Formalists, as early as the 1920s, began analyzing modern stories and novels by decomposing their intricate structures into functional segments. Today in France, Roland Barthes's semiological school – having honed its tools on advertising structures or women's fashion magazines – finally confronts literature, dedicating issue 8 of the journal Communications to structural narrative analysis. Naturally, the material most amenable to such analysis remains found in popular narrative forms: if the Russians studied Sherlock Holmes tales, James Bond now supplies structuralists with exemplary case studies. Yet this constitutes merely the first tier of narrative grammar and syntax; the combinatorial play of narrative possibilities soon transcends content to address the relationship between narrator, narrated matter, and reader – entering the thornier problematic of contemporary fiction. Significantly, French structuralist research parallels (and occasionally overlaps with) the creative work of the Tel Quel group, for whom – to paraphrase an authoritative interpreter – writing no longer consists in storytelling but in declaring that one narrates, wherein the said merges with the act of saying itself. The psychological persona yields to a linguistic or even grammatical persona, defined solely by its position within discourse. These formal outcomes of a literature squared or cubed – as seen in post-nouveau roman French writing from a decade prior, labeled scripturalisme by one proponent – reduce to combinations among a finite set of logical-linguistic or rather syntactic-rhetorical operations, schematizable into increasingly general yet minimally complex formulae.
Non mi diffondo in particolari tecnici di cui non potrei essere che un espositore non autorizzato e poco attendibile; intento della mia conversazione è solo fare il punto sulla situazione, collegare tra loro alcune letture recenti e situarle nel quadro di alcune riflessioni generali. Nel modo in cui la cultura d’oggi vede il mondo, c’è una tendenza che affiora contemporaneamente da varie parti: il mondo nei suoi vari aspetti viene visto sempre più come discreto e non come continuo. Impiego il termine «discreto» nel senso che ha in matematica: quantità «discreta» cioè che si compone di parti separate. Il pensiero, che fino a ieri ci appariva come qualcosa di fluido, evocava in noi immagini lineari come un fiume che scorre o un filo che si sdipana, oppure immagini gassose, come una specie di nuvola, tant’è vero che veniva spesso chiamato «lo spirito», – oggi tendiamo a vederlo come una serie di stati discontinui, di combinazioni di impulsi su un numero finito (un numero enorme ma finito) di organi sensori e di controllo. I cervelli elettronici, se sono ancora lungi dal produrre tutte le funzioni d’un cervello umano, sono però già in grado di fornirci un modello teorico convincente per i processi più complessi della nostra memoria, delle nostre associazioni mentali, della nostra immaginazione, della nostra coscienza. Shannon, Weiner, Von Neumann, Turing, hanno cambiato radicalmente l’immagine dei nostri processi mentali. Al posto di quella nuvola cangiante che portavamo nella testa fino a ieri e del cui addensarsi o disperdersi cercavamo di renderci conto descrivendo impalpabili stati psicologici, umbratili paesaggi dell’anima, – al posto di tutto questo oggi sentiamo il velocissimo passaggio di segnali sugli intricati circuiti che collegano i relé, i diodi, i transistor di cui la nostra calotta cranica è stipata. Sappiamo che, come nessun giocatore di scacchi potrà vivere abbastanza a lungo per esaurire le combinazioni delle possibili mosse dei trentadue pezzi sulla scacchiera, così – dato che la nostra mente è una scacchiera in cui sono messi in gioco centinaia di miliardi di pezzi – neppure in una vita che durasse quanto l’universo s’arriverebbe a giocarne tutte le partite possibili. Ma sappiamo anche che tutte le partite sono implicite nel codice generale delle partite mentali, attraverso il quale ognuno di noi formula di momento in momento i suoi pensieri, saettanti o pigri, nebulosi o cristallini.
I shall not dwell on technical particulars where I could only serve as an unauthorized and unreliable expositor; my intent here is to map the current landscape, interlinking recent readings within broader reflections. A tendency emerges across contemporary culture's worldview: the discrete increasingly supersedes the continuous. I employ "discrete" mathematically – as quantities comprising separate parts. Thought, which until yesterday appeared fluid, evoking linear metaphors (a flowing river, unwinding thread) or vaporous ones (the "spirit" as mist), now manifests as discontinuous states: combinations of impulses across a finite (vast yet bounded) array of sensory and regulatory organs. Electronic brains, while far from replicating all human cerebral functions, already provide convincing theoretical models for our most complex mnemonic, associative, imaginative, and conscious processes. Shannon, Wiener, von Neumann, and Turing have radically transformed our understanding of mental operations. In place of that shimmering cloud we once carried within our skulls – whose condensations we sought to capture through evanescent psychological states or shadowed soulscapes – we now perceive signals racing through intricate circuits connecting relays, diodes, and transistors packed beneath our craniums. Just as no chessplayer can outlive the combinatorial possibilities of thirty-two pieces on a board, so too – given that our mind is a chessboard with hundreds of billions of pieces in play – not even a lifespan coextensive with the universe could exhaust its potential games. Yet we also know all games lie implicit in the general code of mental play, through which each of us formulates – moment by moment – thoughts swift or sluggish, nebulous or crystalline.
Potrei dire anche che la numerabilità , la finitudine, stanno avendo la meglio sull’indeterminatezza dei concetti che non possono essere sottoposti a misurazione e a delimitazione, ma questa formulazione rischia di dare un’idea un po’ semplicistica di come stanno le cose, mentre è vero proprio tutto il contrario: ogni processo analitico, ogni divisione in parti tende a dare del mondo un’immagine che si va via via complicando, così come Zenone da Elea rifiutandosi d’accettare lo spazio come continuo finiva per aprire tra la tartaruga e Achille una suddivisione infinita di punti intermedi. Ma la complicazione matematica può essere digerita istantaneamente dai cervelli elettronici. Il loro abaco di due sole cifre permette calcoli istantanei d’una complessità inespugnabile ai cervelli umani; a loro basta sapere contare su due dita per far giostrare velocissime matrici di cifre astronomiche. Una delle più ardue esperienze intellettuali del Medioevo solo ora trova la sua piena attualità : quella del monaco catalano Raimondo Lullo e della sua «ars combinatoria».
One might also say that numerability and finiteness are prevailing over the indeterminacy of concepts resistant to measurement and demarcation. Yet this formulation risks oversimplifying matters, when in truth the opposite holds: every analytical process, every subdivision into parts, tends to render an increasingly complex image of the world. Just as Zeno of Elea, rejecting spatial continuity, imposed an infinite subdivision of intermediate points between Achilles and the tortoise, so mathematical complexity can now be instantaneously processed by electronic brains. Their binary abacus performs calculations of impregnable complexity for human minds; requiring only two digits, they juggle vast matrices of astronomical figures. A medieval intellectual endeavor now finds renewed relevance: the Catalan monk Ramon Llull and his "ars combinatoria."
Il processo in atto oggi è quello d’una rivincita della discontinuità , divisibilità , combinatorietà , su tutto ciò che è corso continuo, gamma di sfumature che stingono una sull’altra. Il secolo decimonono, da Hegel a Darwin, aveva visto il trionfo della continuità storica e della continuità biologica che superava tutte le rotture delle antitesi dialettiche e delle mutazioni genetiche. Oggi questa prospettiva è radicalmente cambiata: nella storia non seguiamo più il corso d’uno spirito immanente nei fatti del mondo, ma le curve dei diagrammi statistici, la ricerca storica si va sempre più matematizzando. E quanto alla biologia, Watson e Creek ci hanno dimostrato come la trasmissione dei caratteri della specie consista nella duplicazione d’un certo numero di molecole a forma di spirale formate da un certo numero di acidi e di basi: la sterminata varietà delle forme vitali si può ridurre alla combinazione di certe quantità finite. Anche qui è la teoria dell’informazione che impone i suoi modelli. I processi che parevano più refrattari a una formulazione numerica, a una descrizione quantitativa, vengono tradotti in modelli matematici.
The current process marks the resurgence of discontinuity, divisibility, and combinatorics over seamless continua and overlapping tonal gradations. The nineteenth century, from Hegel to Darwin, celebrated historical continuity and biological continuity that subsumed dialectical antitheses and genetic mutations. Today this perspective has radically shifted: history no longer follows an immanent world-spirit but statistical curves, with historical research increasingly mathematized. As for biology, Watson and Crick demonstrated how species inheritance relies on duplicating spiral-shaped molecules composed of specific acids and bases – life's infinite variety reducible to finite combinatorial quantities. Here too, information theory imposes its models. Processes once deemed irreducible to numerical formulation now yield to mathematical frameworks.
Nata e sviluppatasi su tutt’altro terreno, la linguistica strutturale tende a configurarsi in un gioco d’opposizioni altrettanto semplice che la teoria dell’informazione: e anche i linguisti hanno preso a ragionare in termini di codici e messaggi, a cercar di stabilire l’entropia del linguaggio a tutti i livelli, compreso quello letterario.
Structural linguistics, developed in disparate domains, converges through oppositional games as elementary as information theory. Linguists now reason in terms of codes and messages, seeking to establish linguistic entropy across all levels, including literature.
L’uomo sta cominciando a capire come si smonta e come si rimonta la più complicata e la più imprevedibile di tutte le sue macchine: il linguaggio. Il mondo d’oggi, rispetto a quello che circondava l’uomo primitivo, è molto più ricco di parole e di concetti e di segni; molto più complessi sono gli usi dei diversi livelli del linguaggio. Con modelli matematici trasformazionali, la scuola americana di Chomsky esplora la struttura profonda del linguaggio, alle radici dei processi logici che costituiscono una caratteristica forse non più storica ma biologica della specie umana. Un’estrema semplificazione di formule logiche è usata invece dalla scuola francese della semantica strutturale di A.J. Greimas, che analizza la narratività d’ogni discorso, riducibile a una relazione tra «attanti».
Humanity begins to comprehend the disassembly and reassembly of its most complex machine: language. Modernity's linguistic landscape – richer in words, concepts, and signs than primitive societies – requires intricate manipulation of discursive strata. Through transformational mathematical models, Chomsky's American school probes language's deep structure at the roots of logical processes, perhaps no longer historical but biological human traits. Conversely, A.J. Greimas' French structural semantics employs radical logical simplification, reducing narrativity to relations between "actants."
Dopo un intervallo d’una trentina d’anni, è rinata in Unione Sovietica una scuola «neo-formalista» che impiega per l’analisi letteraria le ricerche cibernetiche e la semiologia strutturale. Capeggiata dal matematico Kolmogorov, questa scuola conduce studi d’una compassata scientificità accademica, basati sul calcolo delle probabilità e la quantità d’informazione dei testi poetici.
After a thirty-year hiatus, a "neo-formalist" school has reemerged in the Soviet Union, applying cybernetic research and structural semiology to literary analysis. Led by mathematician Kolmogorov, this academically rigorous group conducts studies using probability calculus and quantitative information analysis of poetic texts.
Un altro incontro tra matematica e letteratura si celebra invece in Francia sotto il segno del divertimento e della fumisteria: è l’Ouvroir de Littérature Potentielle fondato da Raymond Queneau e da alcuni matematici suoi amici. Questo gruppo quasi clandestino di dieci persone è un’emanazione dell’Académie de Pataphysique, il cenacolo fondato da Jarry come una specie d’accademia dello sberleffo intellettuale; eppure le ricerche dell’Ou-li-po sulla struttura matematica della sestina nei trovatori provenzali e in Dante non sono meno austere di quelle dei cibernetici sovietici. Queneau, non va dimenticato, è l’autore di un libro intitolato Cent mille milliards de poèmes, che più che come volume si presenta come un rudimentale modello di macchina per costruire sonetti uno diverso dall’altro.
Another Franco-mathematical literary encounter unfolds under the sign of ludicism and pataphysical whimsy: the Ouvroir de Littérature Potentielle (Oulipo), founded by Raymond Queneau and mathematician collaborators. This quasi-clandestine group, an offshoot of Jarry's Academy of Intellectual Mockery, pursues research no less austere than Soviet cyberneticians – from the mathematical structure of Provençal sestinas to Dante. Queneau's Cent mille milliards de poèmes, more machine than book, offers a rudimentary sonnet-generating apparatus.
Stabiliti questi procedimenti, affidato a un computer il compito di compiere queste operazioni, avremo la macchina capace di sostituire il poeta e lo scrittore? Così come abbiamo già macchine che leggono, macchine che eseguono un’analisi linguistica dei testi letterari, macchine che traducono, macchine che riassumono, così avremo macchine capaci di ideare e comporre poesie e romanzi?
Having established these procedures, could computers replace poets and writers? As we already possess text-reading machines, linguistic analyzers, translators, and summarizers, shall we have machines capable of inventing and composing novels and poems?
Quello che interessa non è tanto se questo problema sia risolvibile in pratica – perché poi non varrebbe la pena di costruire una macchina così complicata, – quanto la sua realizzabilità teorica, che ci può aprire una serie di congetture insolite. E in questo momento non penso a una macchina capace solo di una produzione letteraria diciamo così di serie, già meccanica di per se stessa; penso a una macchina scrivente che metta in gioco sulla pagina tutti quegli elementi che siamo soliti considerare i più gelosi attributi dell’intimità psicologica, dell’esperienza vissuta, dell’imprevedibilità degli scatti d’umore, i sussulti e gli strazi e le illuminazioni interiori. Che cosa sono questi se non altrettanti campi linguistici, di cui possiamo benissimo arrivare a stabilire lessico grammatica sintassi e proprietà permutative?
The crucial question lies not in practical feasibility – constructing such complex machinery hardly seems worthwhile – but in theoretical possibility, opening unforeseen conjectural vistas. I envision not machines producing assembly-line literature, already mechanical per se, but typewriters engaging those elements we consider most intimate: psychological interiority, lived experience, unpredictable moods, inner torments and epiphanies. Are these not linguistic fields whose lexicons, grammars, syntaxes, and permutative properties we may yet systematize?
II
II
Ora qualcuno di voi si domanderà perché annuncio con aria tanto giuliva prospettive che alla maggior parte degli uomini di lettere suscitano lamentazioni lacrimose punteggiate da gridi d’esecrazione. La ragione è che più o meno oscuramente ho sempre saputo che le cose stavano così e non come si usava dire comunemente. Le varie teorie estetiche sostenevano che la poesia fosse una questione d’ispirazione discesa da non so quali altezze o sgorgante da non so quali profondità , o intuizione pura o momento non meglio identificato della vita dello spirito, o voce dei tempi con la quale lo spirito del mondo decide di parlare attraverso il poeta, o un rispecchiamento delle strutture sociali che non si sa attraverso quale fenomeno ottico si riflette sulla pagina, o una presa diretta della psicologia del profondo che permette di scodellare le immagini dell’inconscio sia individuale sia collettivo, comunque qualcosa d’intuitivo d’immediato d’autentico di globale che chissà come salta fuori, qualcosa equivalente omologo simbolico di qualcos’altro. Ma sempre restava in esse un vuoto che non si sapeva come colmare, una zona oscura tra la causa e l’effetto: come si arriva alla pagina scritta? Per quali vie l’anima e la storia o la società o l’inconscio si trasformano in una sfilza di righe nere su una pagina bianca? Su questo punto le più importanti teorie estetiche tacevano. E io mi sentivo come chi per un malinteso è finito tra persone che trattano affari in cui lui non c’entra: la letteratura come la conoscevo io era un’ostinata serie di tentativi di far stare una parola dietro l’altra seguendo certe regole definite, o più spesso regole non definite né definibili ma estrapolabili da una serie di esempi o protocolli, o regole che ci siamo inventate per l’occasione cioè che abbiamo derivato da altre regole seguite da altri; e in queste operazioni la persona io, esplicita o implicita, si frammenta in figure diverse, in un io che sta scrivendo e in un io che è scritto, in un io empirico che sta alle spalle dell’io che sta scrivendo e in un io mitico che fa da modello all’io che è scritto. L’io dell’autore nello scrivere si dissolve: la cosiddetta «personalità » dello scrittore è interna all’atto dello scrivere, è un prodotto e un modo della scrittura. Anche una macchina scrivente, in cui sia stata immessa un’istruzione confacente al caso, potrà elaborare sulla pagina una «personalità » di scrittore spiccata e inconfondibile, oppure potrà essere regolata in modo di evolvere o cambiare «personalità » a ogni opera che compone. Lo scrittore quale è stato finora, già è macchina scrivente, ossia è tale quando funziona bene: quello che la terminologia romantica chiamava genio o talento o ispirazione o intuizione non è altro che il trovar la strada empiricamente, a naso, tagliando per scorciatoie, là dove la macchina seguirebbe un cammino sistematico e coscienzioso, ancorché velocissimo e simultaneamente plurimo.
Now some of you may wonder why I announce with such jubilant air these prospects that elicit tearful lamentations and cries of execration from most men of letters. The reason is that, more or less obscurely, I have always known matters stood thus and not as commonly asserted. Various aesthetic theories maintained that poetry was a matter of inspiration descending from who knows what heights or welling up from who knows what depths, or pure intuition, or some ill-defined moment in the life of the spirit, or the voice of the times through which the world-spirit chooses to speak via the poet, or a reflection of social structures mirrored onto the page through some unspecified optical phenomenon, or a direct tapping into depth psychology allowing the ladling forth of images from the collective or individual unconscious — in any case, something intuitive, immediate, authentic, and global that mysteriously emerges, something equivalent, homologous, or symbolic of something else. Yet a void always remained unfilled within them, a shadowy zone between cause and effect: how does one arrive at the written page? By what pathways do the soul and history or society or the unconscious transform into a sequence of black lines on a white page? On this point, the most eminent aesthetic theories fell silent. And I felt like one who through misunderstanding had stumbled among people transacting affairs irrelevant to him: the literature I knew was a stubborn series of attempts to place one word after another following certain defined rules — or more often, rules neither defined nor definable but extrapolated from a series of examples or protocols, or rules we invented ad hoc by deriving them from other rules followed by others. In these operations, the personal "I," whether explicit or implicit, fragments into diverse figures: an "I" that is writing and an "I" that is written, an empirical "I" standing behind the writing "I," and a mythic "I" serving as model for the written "I." The authorial "I" dissolves in the act of writing: the so-called writer's "personality" is internal to the act of writing, a product and mode of inscription. Even a writing machine, if programmed with apt instructions, could elaborate on the page a writerly "personality" both striking and unmistakable — or could be regulated to evolve or change "personality" with each work it composes. The writer as hitherto known is already a writing machine when functioning optimally: what Romantic terminology called genius or talent or inspiration or intuition is nothing but the empirical groping for shortcuts where the machine would follow a systematic and conscientious path, however lightning-fast and simultaneously manifold.
Smontato e rimontato il processo della composizione letteraria, il momento decisivo della vita letteraria sarà la lettura. In questo senso, anche affidata alla macchina, la letteratura continuerà a essere un luogo privilegiato della coscienza umana, un’esplicitazione delle potenzialità contenute nel sistema dei segni d’ogni società e d’ogni epoca: l’opera continuerà a nascere, a essere giudicata, a essere distrutta o continuamente rinnovata al contatto dell’occhio che legge; ciò che sparirà sarà la figura dell’autore, questo personaggio a cui si continuano ad attribuire funzioni che non gli competono, l’autore come espositore della propria anima alla mostra permanente delle anime, l’autore come utente d’organi sensori e interpretativi più ricettivi della media, l’autore questo personaggio anacronistico, portatore di messaggi, direttore di coscienze, dicitore di conferenze alle società culturali. Il rito che stiamo celebrando in questo momento sarebbe assurdo se non potessimo dargli il senso d’una cerimonia funeraria per accompagnare agli inferi la figura dell’autore e celebrare la perenne resurrezione dell’opera letteraria, se non potessimo immettere nella nostra riunione qualcosa del tripudio dei banchetti funebri, in cui gli antichi ristabilivano il contatto con ciò che vive.
Once the process of literary composition is dismantled and reassembled, the decisive moment of literary life will reside in reading. In this sense, even if entrusted to machines, literature will remain a privileged locus of human consciousness — an explication of potentials contained within the sign-system of every society and epoch. The work will continue to be born, judged, destroyed, or perpetually renewed through contact with the reading eye. What will vanish is the figure of the author, this character to whom functions alien to his competence are still ascribed: the author as exhibitor of his soul at the permanent fair of souls; the author as wielder of sensory and interpretive organs more receptive than the average; the author as an anachronistic persona, bearer of messages, director of consciences, lecturer at cultural societies. The rite we are now performing would be absurd unless we could imbue it with the sense of a funeral ceremony escorting the authorial figure to the underworld while celebrating literature's perpetual resurrection — unless we could inject into our gathering something of the revelry of ancient funeral banquets, where contact with the living was reaffirmed.
Scompaia dunque l’autore – questo enfant gâté dell’inconsapevolezza – per lasciare il suo posto a un uomo più cosciente, che saprà che l’autore è una macchina e saprà come questa macchina funziona.
Let the author therefore vanish — this enfant gâté of unconsciousness — yielding his place to a more conscious man who will know the author is a machine and understand how such machinery functions.
III
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Con questo credo d’avervi sufficientemente spiegato perché è con animo sereno e senza rimpianti che constato come il mio posto potrà essere occupato benissimo da un congegno meccanico. Ma certo molti di voi resteranno poco convinti dalla mia spiegazione, troveranno che con quest’atteggiamento d’ostentata abnegazione, di rinuncia alle prerogative dello scrittore per amore della verità , io non la conto giusta, che sotto si nasconde qualcos’altro; già sento che state cercando per il mio atteggiamento motivazioni meno lusinghiere. Non ho nulla in contrario a questo tipo d’indagine: sotto ogni presa di posizione ideale si può trovare la molla d’un interesse pratico, o più spesso d’una motivazione psicologica elementare. Vediamo qual è la mia reazione psicologica apprendendo che lo scrivere è solo un processo combinatorio tra elementi dati: ebbene, ciò che io provo istintivamente è un senso di sollievo, di sicurezza. Lo stesso sollievo e senso di sicurezza che provo ogni volta che un’estensione dai contorni indeterminati e sfumati mi si rivela invece come una forma geometrica precisa, ogni volta che in una valanga informe di avvenimenti riesco a distinguere delle serie di fatti, delle scelte tra un numero finito di possibilità . Di fronte alla vertigine dell’innumerevole, dell’inclassificabile, del continuo, mi sento rassicurato dal finito, dal sistematizzato, dal discreto. Perché? Non c’è in questa mia attitudine un fondo di paura per l’ignoto, un desiderio di limitare il mio mondo, di rinserrarmi nel mio guscio? Ecco che la mia presa di posizione che voleva essere spavalda e dissacratoria lascia adito al sospetto che sia invece dettata da una specie d’agorafobia intellettuale, quasi un esorcismo per difendermi dai vortici che la letteratura continuamente sfida.
By now I trust I have sufficiently explained why I observe with serene composure and without regret that my role could be perfectly assumed by a mechanical device. Yet many of you will remain unconvinced by my explanation, suspecting that beneath this ostentatious abnegation – this renunciation of the writer’s prerogatives in the name of truth – I am not being entirely forthright, that something else lies hidden. Already I sense you seeking less flattering motivations for my stance. I have no objection to such investigations: beneath every ideal position one may uncover the spring of practical interest, or more often, the lever of elementary psychological drives. Let us examine my psychological reaction upon learning that writing is merely a combinatorial process among given elements: what I instinctively feel is a sense of relief, of security. The same relief and security I experience whenever an undefined, nebulous expanse reveals itself instead as a precise geometric form, whenever from a formless avalanche of events I discern finite series of facts, choices among a limited number of possibilities. Faced with the vertigo of the innumerable, the unclassifiable, the continuous, I find reassurance in the finite, the systematized, the discrete. Why? Does this attitude not conceal a substratum of fear toward the unknown, a desire to circumscribe my world, to retreat into my shell? Thus, my ostensibly bold and irreverent position risks appearing dictated by a species of intellectual agoraphobia, almost a protective incantation against the vortices that literature ceaselessly provokes.
Vediamo di tentare un ragionamento opposto a quello che ho svolto finora: questo è sempre il sistema migliore per non restar prigioniero nella spirale dei propri pensieri. Abbiamo detto che la letteratura è tutta implicita nel linguaggio, è solo permutazione d’un insieme finito di elementi e funzioni? Ma la tensione della letteratura non è forse rivolta continuamente a uscire da questo numero finito, non cerca forse di dire continuamente qualcosa che non sa dire, qualcosa che non può dire, qualcosa che non sa, qualcosa che non si può sapere? Una cosa non si può sapere quando le parole e i concetti per dirla e pensarla non sono stati ancora usati in quella posizione, non sono stati ancora disposti in quell’ordine, in quel senso. La battaglia della letteratura è appunto uno sforzo per uscire fuori dai confini del linguaggio; è dall’orlo estremo del dicibile che essa si protende; è il richiamo di ciò che è fuori dal vocabolario che muove la letteratura.
Let us attempt reasoning contrary to what I have thus far expounded: this remains the best method to avoid becoming ensnared in the spiraling of one’s own thoughts. We have posited that literature is entirely implicit in language, being merely the permutation of a finite set of elements and functions? Yet does not literature’s tension perpetually strive to escape this finite number? Does it not seek to articulate what it cannot say, what it does not know, what cannot be known? Something cannot be known when the words and concepts to express and conceive it have not yet been deployed in that position, arranged in that order, directed toward that meaning. The battle of literature is precisely this effort to transcend linguistic boundaries; it extends from the outermost edge of the expressible; it is the summons of what lies beyond the lexicon that propels literature.
Il narratore della tribù mette insieme frasi, immagini: il figlio minore si perde nel bosco, vede una luce lontana, cammina cammina, la fiaba si snoda di frase in frase, dove tende? Al punto in cui qualcosa di non ancora detto, qualcosa di solo oscuramente presentito si rivela e ci azzanna e sbrana come il morso d’una strega antropofaga. Nella foresta delle favole passa come un fremito di vento la vibrazione del mito.
The tribal storyteller assembles phrases and images: the youngest son becomes lost in the woods, sees a distant light, walks onward; the tale unfolds phrase by phrase. Where does it tend? To the point where something not yet articulated, something only dimly intuited, reveals itself and seizes us like the bite of a man-devouring witch. Through the forest of fables passes the shiver of myth’s vibration.
Il mito è la parte nascosta d’ogni storia, la parte sotterranea, la zona non ancora esplorata perché ancora mancano le parole per arrivare fin là . Per raccontare il mito non basta la voce del narratore nell’adunanza tribale di ogni giorno; ci vogliono luoghi ed epoche speciali, riunioni riservate; la parola non basta, occorre il concorso di un insieme di segni polivalenti, cioè un rito. Il mito vive di silenzio oltre che di parola; un mito taciuto fa sentire la sua presenza nel narrare profano, nelle parole quotidiane; è un vuoto di linguaggio che aspira le parole nel suo vortice e dà alla fiaba una forma.
Myth is the hidden dimension of every story, its subterranean stratum, the unexplored region where words have not yet ventured. To recount myth, the storyteller’s voice at the daily tribal gathering does not suffice; special times and places are required, exclusive assemblies. Words alone are inadequate; a polyvalent system of signs – a ritual – must converge. Myth thrives on silence as much as speech; an unspoken myth makes its presence felt in profane narration, in quotidian language. It is a lacuna in discourse, a linguistic void that draws words into its vortex and shapes the folktale.
Ma cos’è un vuoto di linguaggio se non la traccia d’un tabù, d’una proibizione di parlare di qualcosa, di pronunciare certi nomi, d’una interdizione attuale o antica? La letteratura segue itinerari che costeggiano e scavalcano le barriere delle interdizioni, che portano a dire ciò che non si poteva dire, a un inventare che è sempre un ri-inventare parole e storie che erano state rimosse dalla memoria collettiva e individuale. Perciò il mito agisce sulla fiaba come una forza ripetitiva, l’obbliga a ritornare sui propri passi anche quando s’è inoltrata per vie che sembrano portare in tutt’altre contrade.
But what is a lacuna in language if not the trace of a taboo – a prohibition against mentioning something, uttering certain names, a current or ancestral interdiction? Literature follows paths that skirt and vault over barriers of prohibition, leading to the utterance of what could not be spoken: an inventing that is always a re-inventing of words and narratives excised from collective and individual memory. Thus, myth acts upon the folktale as a repetitive force, compelling it to retrace its steps even when it has ventured down paths seemingly leading elsewhere.
L’inconscio è il mare del non dicibile, dell’espulso fuori dai confini del linguaggio, del rimosso in seguito ad antiche proibizioni; l’inconscio parla – nei sogni, nei lapsus, nelle associazioni istantanee – attraverso parole prestate, simboli rubati, contrabbandi linguistici, finché la letteratura non riscatta questi territori e li annette al linguaggio della veglia.
The unconscious is the sea of the unspeakable, expelled beyond language’s borders, repressed by ancient prohibitions. The unconscious speaks – in dreams, slips, instantaneous associations – through borrowed words, stolen symbols, linguistic contraband, until literature redeems these territories and annexes them to the language of wakefulness.
La linea di forza della letteratura moderna è nella sua coscienza di dare la parola a tutto ciò che nell’inconscio sociale o individuale è rimasto non detto: questa è la sfida che continuamente essa rilancia. Più le nostre case sono illuminate e prospere più le loro mura grondano fantasmi; i sogni del progresso e della razionalità sono visitati da incubi. Shakespeare ci avverte che il trionfo del Rinascimento non ha placato i fantasmi dell’universo medievale che s’affacciano sugli spalti di Dunsinane e di Elsinore; al culmine dell’Illuminismo, sorgono Sade e il romanzo nero; Edgar Allan Poe inaugura insieme la letteratura dell’estetismo e la letteratura di massa, dando un nome e un passo agli spettri che l’America puritana si porta dietro; Lautréamont fa esplodere la sintassi dell’immaginazione, dilata il mondo visionario del romanzo nero fino alle dimensioni di un giudizio universale; i surrealisti scoprono nelle associazioni automatiche di parole e d’immagini una ragione obiettiva contrapposta a quella della nostra logica intellettuale. È il trionfo dell’irrazionale? Oppure è il rifiuto di credere che l’irrazionale esista, che qualcosa al mondo possa esser considerata estranea alla ragione delle cose anche se sfugge alla ragione determinata dalla nostra condizione storica, a un sedicente razionalismo limitato e difensivo?
The driving force of modern literature lies in its consciousness of giving voice to all that remains unspoken in the social or individual unconscious: this is the challenge it perpetually renews. The more brightly lit and prosperous our homes, the more their walls drip with phantoms; dreams of progress and rationality are visited by nightmares. Shakespeare warns us that the Renaissance’s triumph did not appease the specters of the medieval cosmos haunting Dunsinane’s ramparts and Elsinore’s terraces; at the Enlightenment’s zenith emerge Sade and the Gothic novel; Edgar Allan Poe inaugurates both aestheticist literature and mass-market fiction, naming the specters trailing Puritan America; Lautréamont shatters imagination’s syntax, expanding the Gothic novel’s visionary world to apocalyptic dimensions; surrealists discover in automatic word and image associations an objective reason opposed to our intellectual logic. Is this the triumph of the irrational? Or rather the refusal to believe irrationality exists – to accept that anything in the world might lie beyond the reason of things, even if escaping the reason determined by our historical condition, by a so-called rationalism both limited and defensive?
Eccoci trasportati su di un paesaggio ideologico ben diverso da quello che credevamo d’aver eletto a dimora, tra i relé e i diodi dei calcolatori elettronici. Ma siamo davvero tanto lontani?
Here we are transported to an ideological landscape far removed from what we believed we had chosen as our abode among the relays and diodes of electronic calculators. But are we truly so distant?
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I rapporti tra gioco combinatorio e inconscio nell’attività artistica sono al centro di una formulazione estetica tra le più convincenti attualmente in circolazione, una formulazione che trae i suoi lumi tanto dalla psicoanalisi quanto dall’esperienza pratica dell’arte e della letteratura. Si sa che Freud era, in letteratura e nelle arti, uomo di gusti tradizionali, e non ci diede – nei suoi scritti su temi connessi all’estetica – indicazioni all’altezza del suo genio. È stato uno studioso di storia dell’arte d’ispirazione freudiana, Ernst Kris, a mettere in primo piano, come chiave per una possibile estetica della psicoanalisi, lo studio di Freud sui giochi di parole; e un altro geniale storico dell’arte, Ernst Gombrich, ha sviluppato questa idea nel suo saggio Freud e la psicologia dell’arte. [1]
The relationship between combinatorial play and the unconscious in artistic activity lies at the heart of one of the most compelling aesthetic formulations currently in circulation—a formulation drawing insights from both psychoanalysis and the practical experience of art and literature. It is known that Freud maintained traditional tastes in literature and the arts, and his writings on aesthetic themes never reached the heights of his genius. It was Ernst Kris, a Freudian-inspired art historian, who foregrounded Freud’s study of wordplay as a key to a potential psychoanalytic aesthetics. Another brilliant art historian, Ernst Gombrich, developed this idea in his essay Freud and the Psychology of Art. [1]
Il piacere del witz, del calembour, della freddura, si ottiene seguendo le possibilità di permutazione e di trasformazione implicite nel linguaggio; si parte dal particolare piacere che dà ogni gioco combinatorio; a un certo punto tra le tante combinazioni possibili di parole dal suono simile, una si carica d’un valore speciale, tale da provocare il riso. È successo che l’accostamento di concetti a cui si è pervenuti casualmente scatena inaspettatamente un’idea preconscia, cioè a metà seppellita e cancellata dalla nostra coscienza, o anche soltanto allontanata, tenuta in disparte, ma tale da poter affiorare alla coscienza se a suggerirla non è una nostra intenzione, ma un processo oggettivo.
The pleasure of Witz, puns, and verbal play arises from exploring the permutations and transformations latent in language. It begins with the particular delight inherent in all combinatorial games; at a certain point, among the many possible combinations of phonetically similar words, one acquires a special value capable of provoking laughter. What occurs is that the fortuitous juxtaposition of concepts unexpectedly triggers a preconscious idea—one half-buried or erased from our conscious awareness, or merely sidelined, yet capable of resurfacing when suggested not by intentional effort but through an objective process.
Il procedimento della poesia e dell’arte – dice Gombrich – è analogo a quello del gioco di parole; è il piacere infantile del gioco combinatorio che spinge il pittore a sperimentare disposizioni di linee e colori e il poeta a sperimentare accostamenti di parole; a un certo punto scatta il dispositivo per cui una delle combinazioni ottenute seguendo il loro meccanismo autonomo, indipendentemente da ogni ricerca di significato o effetto su un altro piano, si carica di un significato inatteso o d’un effetto imprevisto, cui la coscienza non sarebbe arrivata intenzionalmente: un significato inconscio, o almeno la premonizione d’un significato inconscio.
The procedure of poetry and art—Gombrich argues—parallels that of wordplay. It is the childlike pleasure of combinatorial play that drives painters to experiment with arrangements of lines and colors, and poets with juxtapositions of words. At a certain juncture, a mechanism activates: one of the combinations generated through their autonomous mechanics, independent of any search for meaning or effect on another plane, becomes charged with an unforeseen significance or unanticipated impact—an unconscious meaning, or at least the premonition of one.
Ecco dunque che i due diversi percorsi che il mio ragionamento ha seguito successivamente arrivano a saldarsi: la letteratura è sì gioco combinatorio che segue le possibilità implicite nel proprio materiale, indipendentemente dalla personalità del poeta, ma è gioco che a un certo punto si trova investito d’un significato inatteso, un significato non oggettivo di quel livello linguistico sul quale ci stavamo muovendo, ma slittato da un altro piano, tale da mettere in gioco qualcosa che su un altro piano sta a cuore all’autore o alla società a cui egli appartiene. La macchina letteraria può effettuare tutte le permutazioni possibili in un dato materiale; ma il risultato poetico sarà l’effetto particolare d’una di queste permutazioni sull’uomo dotato d’una coscienza e d’un inconscio, cioè sull’uomo empirico e storico, sarà lo shock che si verifica solo in quanto attorno alla macchina scrivente esistono i fantasmi nascosti dell’individuo e della società .
Thus, the two divergent paths my argument has traced converge: literature is indeed a combinatorial game exploring the possibilities implicit in its material, irrespective of the poet’s personality. Yet it is a game that at some point becomes invested with unexpected meaning—a significance not objective to the linguistic level on which we operate, but slipped in from another plane, implicating concerns vital to the author or their society. The literary machine may generate all possible permutations within given material, but the poetic result will be the specific effect of one such permutation on humans endowed with consciousness and an unconscious—that is, on empirical and historical beings. It will be the shock that occurs only because the hidden specters of the individual and society linger around the writing machine.
Per tornare al narratore della tribù, egli procede imperterrito a permutare giaguari e tucani, fino al momento in cui da una delle sue innocenti storielle esplode una rivelazione terribile: un mito, che esige d’essere recitato in segreto e in luogo sacro.
To return to the tribal storyteller: he proceeds undaunted, permuting jaguars and toucans until the moment one of his innocent tales detonates a terrible revelation—a myth demanding secret recitation in sacred spaces.
[1] Cfr. E.H. Gombrich, Freud e la psicologia dell’arte, Einaudi, Torino 1967.
[1] Cf. E.H. Gombrich, Freud and the Psychology of Art, Einaudi, Turin 1967.
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M’accorgo a questo punto che questa mia conclusione contrasta con le più autorevoli tesi sul rapporto tra mito e fiaba: mentre finora è stato detto generalmente che la fiaba, il racconto profano, è qualcosa che viene dopo il mito, una sua corruzione o volgarizzazione o laicizzazione, oppure si è detto che fiaba e mito coesistono e si contrappongono come funzioni diverse di una stessa cultura, la logica del mio discorso – fino a che una nuova dimostrazione più convincente non la mandi all’aria – porta alla conclusione che la fabulazione precede la mitopoiesi: il valore mitico è qualcosa che si finisce per incontrare solo continuando ostinatamente a giocare con le funzioni narrative.
I now realize this conclusion of mine clashes with authoritative theses on the relationship between myth and folktale. While it has generally been asserted that folktales—profane narratives—emerge after myth, as its corruption, vulgarization, or secularization, or that myth and folktale coexist as distinct functions within the same culture, the logic of my argument—until a more convincing demonstration overturns it—leads to the conclusion that fabulation precedes mythopoesis. Mythic value is something encountered only through obstinate play with narrative functions.
Subito il mito tende a cristallizzarsi, a comporsi in formule fisse, passa dalla fase mitopoietica a quella ritualistica, dalle mani del narratore a quelle degli organismi tribali addetti alla conservazione e celebrazione dei miti. Il sistema di segni della tribù si ordina in rapporto al mito, un certo numero di segni diventano tabù, e il narratore profano non può adoperarli direttamente. Egli continua a girar loro intorno inventando nuovi sviluppi compositivi, finché in questo suo lavoro metodico e oggettivo non incappa in una nuova illuminazione dell’inconscio e del proibito, che obbliga la tribù a cambiare di nuovo il suo sistema di segni.
Immediately, myth tends to crystallize into fixed formulas, transitioning from the mythopoetic phase to the ritualistic, passing from the storyteller’s hands to tribal bodies tasked with mythic preservation and celebration. The tribe’s system of signs organizes itself around myth; certain signs become taboo, forbidden to direct use by the profane narrator. He continues circling them, inventing new compositional developments until, through this methodical and objective labor, he stumbles upon a fresh illumination of the unconscious and the prohibited—compelling the tribe to revise its system of signs once more.
La funzione della letteratura in questo quadro varia secondo le situazioni: per lunghi periodi la letteratura sembra lavorare per la consacrazione, la conferma dei valori, l’accettazione dell’autorità ; a un certo punto qualcosa nel meccanismo scatta e la letteratura si fa iniziatrice d’un processo nel senso contrario, nel senso del rifiuto di vedere e dire le cose come erano state viste e dette fino a un momento prima.
Within this framework, literature’s function shifts according to circumstance: for long periods, it appears to labor toward consecrating values, confirming authority. At a certain point, a mechanism trips, and literature becomes the initiator of a counter-process—a refusal to see and speak things as they had been seen and spoken moments before.
È questo il tema principale del libro che si intitola Le due tensioni e che raccoglie gli appunti inediti di Elio Vittorini. [1] Secondo Vittorini la letteratura finora è stata per troppo larga parte «complice della natura», cioè dell’errato concetto d’una natura immutabile, d’una natura-mamma, mentre il suo vero valore è nei momenti in cui si fa critica del mondo e del nostro modo di vedere il mondo. In un capitolo di stesura forse già definitiva, Vittorini pare iniziare dalle origini uno studio del posto della letteratura nella storia umana: quando la scrittura e i libri nascono – egli dice – già l’umanità è divisa in un mondo civile – quella parte dell’umanità che per prima aveva compiuto il passaggio al neolitico – e una parte d’umanità cosiddetta selvaggia cioè quella che era rimasta al paleolitico e in cui i neolitici non sanno più riconoscere i loro progenitori, e credono che tutto sia così da sempre, come credono che da sempre esistano i padroni e i servi. La letteratura scritta nasce già con il peso d’un compito di consacrazione, di conferma dell’ordine esistente; peso di cui si libera molto lentamente attraverso i millenni, diventando un fatto privato che permetta ai poeti e agli scrittori d’esprimere le loro stesse oppressioni, di portarle alla luce delle loro coscienze. A questo la letteratura arriva – aggiungo io – attraverso giochi combinatori che a un certo punto si caricano di contenuti preconsci e dà nno loro finalmente voce; ed è per questa via di libertà aperta dalla letteratura che gli uomini acquistano lo spirito critico e lo trasmettono alla cultura e al pensiero collettivo.
This constitutes the central theme of the book titled The Two Tensions, which collects Elio Vittorini's unpublished notes. [1] According to Vittorini, literature has until now largely been "an accomplice of nature" – that is, complicit in the erroneous concept of an immutable nature, a mother-nature – whereas its true value lies in moments when it becomes a critique of the world and our way of perceiving it. In a chapter that may already represent his definitive formulation, Vittorini appears to undertake a study of literature's place in human history from its very origins: when writing and books first emerged – he argues – humanity was already divided into a civilized world (the portion of humanity that first transitioned to the Neolithic) and a so-called savage humanity (those remaining in the Paleolithic era, whom Neolithic peoples could no longer recognize as their ancestors, believing instead that masters and servants had existed since time immemorial). Written literature was born already burdened with a task of consecration, of confirming the existing order – a weight it shed very gradually over millennia, becoming a private affair that allowed poets and writers to express their own oppressions and bring them into the light of consciousness. Literature achieves this – I would add – through combinatorial games that suddenly become charged with preconscious contents, finally giving them voice. It is through this path of literary freedom that humans acquire critical spirit and transmit it to collective culture and thought.
[1] Il Saggiatore, Milano 1967.
[1] Il Saggiatore, Milan 1967.
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Su questo duplice aspetto della letteratura, cade a proposito citare qui in chiusura della mia chiacchierata un saggio del poeta e critico tedesco Hans Magnus Enzensberger: Strutture topologiche nella letteratura moderna. [1] Egli passa in rassegna i numerosi casi di narrazioni labirintiche, dall’antichità fino a Borges e a Robbe-Grillet, o di narrazioni una dentro l’altra come scatole cinesi, e si domanda che cosa vuol dire l’insistenza della letteratura moderna su questi temi, ed evoca l’immagine d’un mondo in cui è facile perdersi, disorientarsi, e l’esercizio del ritrovare l’orientamento acquista un valore particolare, quasi d’un addestramento per la sopravvivenza. «Ogni orientamento – egli scrive – presuppone disorientamento. Solo chi ha sperimentato lo smarrimento può liberarsene. Però questi giochi di orientamento sono a loro volta giochi di disorientamento. In ciò sta il loro fascino e il loro rischio. Il labirinto è fatto perché chi vi entra si perda ed erri. Ma il labirinto costituisce pure una sfida al visitatore perché ne ricostruisca il piano e ne dissolva il potere. Se egli ci riesce, avrà distrutto il labirinto; non esiste labirinto per chi lo ha attraversato.» Enzensberger conclude: «Nel momento in cui una struttura topologica si presenta come struttura metafisica il gioco perde il suo equilibrio dialettico, e la letteratura si converte in un mezzo per dimostrare che il mondo è essenzialmente impenetrabile, che qualsiasi comunicazione è impossibile. Il labirinto cessa così d’essere una sfida all’intelligenza umana e si istaura come facsimile
Regarding this dual aspect of literature, it is fitting to conclude my discourse by citing an essay by the German poet-critic Hans Magnus Enzensberger: Topological Structures in Modern Literature. [1] He surveys numerous cases of labyrinthine narratives from antiquity through Borges and Robbe-Grillet, or narratives nested like Chinese boxes, questioning what modern literature's insistence on these themes signifies. He evokes the image of a world where disorientation is easy, and the exercise of reorientation acquires particular value – almost a survival training. "All orientation," he writes, "presupposes disorientation. Only those who have experienced bewilderment can free themselves from it. Yet these orientation games are themselves games of disorientation. Herein lies their fascination and their risk. The labyrinth is designed to make entrants lose themselves and wander. But it also challenges visitors to reconstruct its blueprint and dissolve its power. If successful, they will have destroyed the labyrinth; no labyrinth exists for those who have traversed it." Enzensberger concludes: "When a topological structure presents itself as metaphysical structure, the game loses its dialectical equilibrium, and literature converts into a means to demonstrate the world's essential impenetrability, the impossibility of all communication. The labyrinth thus ceases to be a challenge to human intelligence and installs itself as facsimile